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"Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me'' I. Kant

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COME E DOVE SEGUIRE L’ECLISSI SOLARE TOTALE

La natura riesce perfettamente a impressionare tutti quanti e nelle forme più varie. Il 21 agosto, negli Stati Uniti, ci sarà la possibilità di assistere ad un’eclissi solare totale: uno degli eventi più strabilianti per scienziati e spettatori di ogni età, genere e professione. Ora che tutti ne stanno parlando vogliamo effettivamente anche noi partecipare all’evento astronomico dell’anno.

 

Per farlo abbiamo una vasta scelta che va dalle app a dirette streaming: ecco una panoramica, più o meno completa, per seguire l’evento di lunedì.

I dodici stati degli USA in cui sarà possibile vedere dal vivo l’eclissi, non avranno l’esclusiva, infatti la copertura dell’evento andrà in live su Facebook, sul sito della NASA e su You Tube.

Ecco una breve guida per seguire la diretta:

  • Exploratorium : il Museo della Scienza di San Francisco inizierà il suo webcast eclisse alle 12 pm EDT. Dalle 12:15 pm EDT potrete ascoltare anche lo spettacolo sonoro del Kronos Quartet dell’eclisse solare. Potete anche guardare l’evento con l’app gratuite di Exploratorium (Android e iPhone)
  • CNN : l’emittente sta collaborando con Volvo per presentare Eclipse of the Century , i telespettatori seguiranno tutto il percorso dell’eclisse con live e una copertura a 360 °.
  • Slooh : con inizio alle 11:30 EDT, Slooh fornirà copertura in diretta dell’ eclissi solare totale da Stanley, Idaho. Il servizio è estremamente interessante per una moltitudine di eventi astronomici trasmessi in live con il supporto di un’importante cornice di esperti.
  • TimeandDate.com : Guarda i progressi dell’ eclisse a partire dalle 11:30 am EDT, con riprese in diretta da più sedi e aggiornamenti in tempo reale sulla posizione del cono d’ombra della Luna.

Anche alcune app possono essere utili per seguire l’evento e avere tutte le informazioni direttamente sul vostro telefono. Smithsonian Eclipse 2017 consente di utilizzare una mappa interattiva che si può anche usare per vedere la copertura in diretta streaming della NASA .Tutto è logicamente integrato con approfondimenti dello Smithsonian sugli studi intorno ad eventi del genere.

 

IL PARKINSON è UNA MALATTIA AUTOIMMUNE?

Considerare il Parkinson come malattia autoimmune è un’idea che parte da lontano, affermata circa un secolo fa: oggi una ricerca apparsa su Nature, che ha visto nel team Alessandro Sette, del Centro per le malattie infettive e Divisione di scoperta dei vaccini del La Jolla Institute for Allergy and Immunology e David Sulzer Professore del dipartimento di Psichiatria, Neurologia, Farmacologia della Columbia, ha confermato che una parte del sistema immunitario lancia degli attacchi all’alfa-sinucleina, proteina chiave nello sviluppo della malattia.

La ricerca, come ha spiegato il professor Sette: “Ha trovato prove di questi attacchi lanciati dal sistema immunitario al cervello con malattia di Parkinson. In modo particolare abbiamo visto che l’alfa sinucleina, che aggrega i neuroni in un’area chiamata substantia nigra, attiva le cellule T”.

Si deve ancora capire il ruolo della risposta immunitaria all’alfa-sinucleina: “Per comprendere se sia una causa iniziale della malattia o contribuisca alla morte neuronale, peggiorando i sintomi”.

David Sulzer ci ha dichiarato: “Ora il Parkinson avrà somiglianze con altri disturbi come il diabete di tipo 1 o la sclerosi multipla”. Il sospetto che il sistema immunitario svolgesse un ruolo determinante nella malattia era presente dal 1920. “L’ipotesi- ha precisato Sette- non ha più avuto attenzione, dato che gli scienziati pensavano che i neuroni fossero protetti da attacchi autoimmuni”. Per arrivare a rivoluzionare l’idea della malattia il team ha effettuato esami del sangue su malati, mostrando per la prima volta una risposta immunitaria a questi antigeni, mentre le persone sane non rivelavano alcun “attacco” in corso.

Lo sviluppo di questa ricerca potrà portare in avanti lo studio di terapie efficaci: “La scoperta fornisce una tabella di marcia per nuovi tipi di farmaci che possono arrestare o rallentare la progressione della malattia, attenuando la risposta immunitaria” ha indicato Sette.

L’idea è quella di colpire con terapie proprio i neuroni che iniziano a degenerare nel tempo: il deterioramento dei neuroni porta a modulare il movimento muscolare, far perdere la coordinazione, l’equilibrio e a sviluppare i tremori presenti nei pazienti.

I risultati della ricerca mettono in campo la possibilità di capire e aumentare la tolleranza del sistema immunitario all’alfa sinucleina, riuscendo a prevenire o bloccare il peggioramento dei sintomi.

La strada è ancora lunga, ma quella imboccata è giusta e oggi si può affermare che un nuovo tassello sulla ricerca al Parkinson è stato posato.

 

 

Gianluigi Marsibilio

HOMO SAPIENS, DATAZIONE DA RIPENSARE?

Il più antico reperto proveniente da un Homo Sapiens è stato trovato in Marocco. In un sito archeologico, intorno alla costa atlantica, sono stati trovati reperti di cranio, mascella e viso. La datazione è di 315 mila anni fa e questo indica come la nostra specie sia apparsa 100.000 anni prima rispetto a quello che si pensava. I dati pubblicati su Nature, attraverso due ricerche, attestano come la specie si sia evoluta in tutto il continente africano nel corso di migliaia di anni.

L’origine della nostra specie probabilmente ha effettivamente coinvolto l’Africa con un grande scambio di geni: l’esempio più antico di H.Sapiens era stato trovato in Etiopia con una datazione di 195.000 anni.

Daniel Richter, del dipartimento di Human Evolution del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology, ci ha spiegato così l’homo sapiens: “La linea evolutiva non cambia con questa scoperta. I primi homo sapiens erano raccoglitori e cacciatori di successo, probabilmente dominavano diversi habitat e sono stati in grado di adattarsi in diversi ambienti”. Il sito è la grotta di Irhoud, un rifugio dei primi ominidi, che veniva usata per produrre fuoco e da appoggio per le attività di caccia. Il motivo dell’occupazione, quasi totale, dell’Africa è dovuto: “Alla grande mobilità dei gruppi che seguivano le loro prede”.

Richter ci ha precisato che i primi uomini: “ Non avevano naturalmente un obiettivo preciso di conquista, poiché non conoscevano la mappa dell’Africa, pur avendo capito i dintorni del continente”.

Il team dello scienziato e dell’archeologo Shannon McPherron ha effettivamente fatto la datazione di un sito storico come quello di  Jebel Irhoud. Richter, parlandoci della diffusione da questo sito al resto del mondo ha chiarito: “L’ homo sapiens si è spostato dall’Africa, con tentativi falliti per circa 100.000 anni, seguito certamente da molti altri. Successivamente uno o più successi hanno portato alla colonizzazione del resto del mondo (circa 60.000 anni fa)”. Questo ha ovviamente portato all’affermazione dell’Homo sapiens su altre specie umane.

Il sito ha una storia comunque complessa che si intreccia continuamente con molte specie. Il primo scavo è partito nel 1960, ma nel 2004 è arrivata la novità: i tre reperti che stanno cambiando la datazione della nostra specie, sono stati rinvenuti nel nuovo scavo. I ricercatori, per compiere la datazione, hanno usato due metodi fondamentali l’ESR e il TL, ovvero la Risonanza di Spin Elettronico e la Termoluminscenza.

Il primo metodo ha il vantaggio di non essere particolarmente invasivo e di funzionare con campioni molto piccoli. L’età dell’oggetto è misurata attraverso il conto degli elettroni intrappolati, al pari della termoluminescenza. Il secondo metodo invece va a indagare sugli elementi radioattivi e permette di datarli, attraverso lo studio delle radiazioni. Richter, alla guida dello studio, ha indicato: “ ESR e TL concordano, e tutti fissano i 300.000 anni in entrambi i metodi”.

Siti del genere con età e capacità di datazione del genere sono eccezionalmente rari in Africa, la fortuna probabilmente è dovuta alla storicità di Jebel Irhoud. Alcuni pezzi, come la mandibola, erano già stati datati erroneamente a 160 mila anni fa: l’incrocio dei dati con le nuove tecniche applicate ha però permesso questo balzo in avanti nella comprensione dei reperti.

Oggi noi sappiamo che i primi fossili di  Homo sapiens si trovano in tutto il continente africano e con varie datazioni: da Jebel Irhoud, Marocco (300 mila anni) a Florisbad in Sud Africa (260 mila anni), e Omo Kibish in Etiopia (195 mila anni). La storia evolutiva dell’uomo coinvolge il continente africano a 360 gradi.

L’idea di un giardino dell’Eden è onnipresente in miti e religioni e probabilmente questo paradiso, culla della civiltà è esattamente l’Africa, un grande, enorme Eden.

Gianluigi Marsibilio

 

Crediti foto: Jean-Jacques Hublin, MPI-EVA, Leipzig

COELUM ASTRONOMIA N.212 è ONLINE

Un massiccio asteroide in primo piano e la nostra cara Terra sullo sfondo: un’immagine inquietante! Che sia imminente l’impatto? O l’asteroide è solo di passaggio? Una scena che richiama forse quel catastrofismo tanto caro ai film di Hollywood: una grande roccia spaziale in rotta di collisione e gli eroi di turno che si immolano per salvare l’umanità intera… Parliamo di fantascienza ovviamente ma cosa c’è di vero in ciò che il cinema ci propone? La storia ci insegna che il rischio è reale (basti pensare agli eventi di Tunguska o Chelyabinsk). La Terra è continuamente avvicinata da asteroidi e corpi di varia natura chiamati genericamente NEO (Near Earth Objects) e le traiettorie di tali oggetti si intersecano facilmente e frequentemente con la nostra orbita. Solo il mese scorso sono stati numerosi i passaggi ravvicinati (2014 JO25 ad esempio, che molti appassionati hanno potuto osservare al telescopio). Non è nostra intenzione creare allarmismo o preoccupazione, ma quella del rischio da impatto è una questione seria, che ci riguarda tutti e purtroppo molto spesso affrontata in modo superficiale e decisamente poco scientifico. In vista del prossimo Asteroid Day, il 30 giugno, abbiamo dedicato questo nuovo numero proprio agli asteroidi potenzialmente pericolosi e al ​Rischio da Impatto
​ : cosa sono i #NEO e quanti sono? Quale rischio corriamo davvero? …e quali sono le strategie per affrontarlo? Troverete tutte le risposte nel nuovo numero di Coelum Astronomia!

E come sempre, tutti gli aggiornamenti sulle ultime notizie di astronomia, astronautica, astrofotografia, ben 54 pagine di guide per l’osservazione del cielo e altro ancora nel nuovo numero di Coelum Astronomia! Buona Lettura!

Articoli del numero:
● LA TERRA BRACCATA​ Cosa e quanti sono i NEO? Che rischi corriamo davvero? di ​Claudio Elidoro.

● Per non fare la FINE DEI DINOSAURI​, un articolo​  ​curato da chi, per lavoro, monitora, segue e studia ogni  giorno tutti questi oggetti vicini e potenzialmente pericolosi: il ​MONITORAGGIO​ e le​ STRATEGIE   ● La Signora degli Asteroidi.​ Intervista a Maura Tombelli, prima in Italia per asteroidi scoperti e prima  al  mondo tra le astronome donne non professioniste.  ● Asteroid Day Italia 2017​, chiamata per i gruppi astrofili: ​segnalate le vostre iniziative!
● CASSINI​: le prime straordinarie immagini del ​Grand Finale  ● Come ho costruito​ un Dobson da 1 metro di diametro​!   ● Tutti i segreti del ​Calendario Meccanico Universale di Giovanni Plana  ● La Nebulosa Granchio… destrutturata ​l’ultima spettacolare immagine professionale della Crab Nebula

●  ASTROFOTOGRAFIA ​fotografia a largo campo delle ​comete   ● I segreti delle meraviglie deepsky della ​Lira​ e della sua stella alfa, ​Vega​.  ● LUNA​: alla scoperta del ​Mare Humorum  ● Tutti i fenomeni celesti di GIUGNO  ● Occhi su Saturno:​ il signore degli anelli in opposizione!

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MOLECOLE ORGANICHE E PROTOSTELLE, LA STORIA DI UN NEO-SISTEMA STELLARE

Una giovane stella in un momento molto delicato della sua composizione è stata osservata dall’osservatorio ALMA in Cile: in questa fase precoce della formazione è stato trovato dell’isocianato di metile, uno di quei blocchi che caratterizza la vita per come la conosciamo. Le due squadre di astronomi che hanno ottenuto i dati hanno pubblicato le loro ricerche sul nuovo numero di Monthly Notices della Royal Astronomical Society.

Per capire l’origine della molecola, la sua importanza e il futuro delle osservazioni di molecole extraterrestri abbiamo sentito direttamente i ricercatori dei due team. Audrey Coutens, del laboratorio di Astrofisica di Bourdeax ci ha introdotto la molecola: “L’isocianato metilico appartiene a una classe specifica di molecole che hanno una struttura peptidica. Un legame del genere è essenziale per la vita sulla terra come lo conosciamo, perché lega gli aminoacidi per formare strutture proteiche più grandi”. Andando a scavare questa vicenda con Rafael Martín-Doménech del Centro de Astrobiología di Madrid ci è stato detto: “In questi progetti cerchiamo molecole organiche con una certa complessità, superiori a 6 atomi, che includono elementi del gruppo C H N O P S. – lo scienziato ha continuato- Questi sei atomi sono comuni in tutti gli organismi viventi della Terra e sono considerati essenziali per la vita come la conosciamo. In questo caso, l’isocianato metilico possiede 4 dei 5 atomi”, la sua formula chimica infatti è CH3NCO.

Al centro di questa speculazione affascinante alla ricerca di molecole, atomi e chimiche extrasolari c’è un elemento che va analizzato ad ogni costo: IRAS 16293-2422, giovane sistema stellare al centro dell’osservazione.

Niels Ligterink, dell’Osservatorio di Leida, ci ha fornito una breve carta d’identità della protostella: “ IRAS16293-2422 non è ancora una stella, si trova infatti nella prima fase della formazione stellare” IRAS16293-2422 rimane estremamente interessante perché è un astro relativamente vicino a noi, infatti solo 120 parsec ci separano dal corpo.

IRAS16293-2422 è molto più avvincente di quel che sembra, infatti si tratta di un sistema ternario formato da: Aa, Ab e B, come ci ha spiegato Doménec: “Aa e Ab data la vicinanza vengono trattati come un unicum- ha poi continuato- tutti e tre sono ancora protostelle e non hanno ancora raggiunto la sequenza principale”, il nostro Sole, per esempio, è nella sequenza principale al momento.

Nella sequenza principale le stelle saranno poco meno massicce del Sole, ma comunque rimangono, come ha precisato lo scienziato spagnolo: “Estremamente simili al sole 4,5 miliardi di anni fa”.

È arrivata una notizia sul ritrovamento del più antico fossile dell’Homo Sapiens in Marocco: nei prossimi giorni ne parleremo, ma questa novità è molto vicina allo studio di sistemi come IRAS16293-2422, infatti osservando il sistema siamo davanti alla preistoria del sistema solare, un astronomo a 4,5 miliardi da qui forse sta vedendo una situazione molto simile nella nostra regione.

Martín-Doménech ha confermato: “I processi che si svolgono ora in IRAS16293-2422 potrebbero essere gli stessi che hanno avuto luogo nella nebulosa solare durante la formazione del Sole”.

 

 

L’idea e la speranza degli astronomi: “E’ quella di vedere molecole sempre più complesse” ha specificato la Coutens, l’obiettivo finale è il rilevamento di aminoacidi. G li occhi sono dunque puntati anche sul successo di Rosetta: “La glicina, che è l’aminoacido più semplice,già è stata rilevata sulla cometa 67P / Churyumov-Gerasimenko” ha sottolineato Doménech.

Coordinare lavori in laboratorio, nuovi strumenti e osservazioni è fondamentale per avere sempre più dati per conoscere il passato del nostro sistema solare e osservare il futuro della vita nell’universo.

 

Gianluigi Marsibilio

Crediti foto: ESO/L. Calçada

UN MARE NON SOSTENIBILE

Il mare è una vera fucina dello schiavismo: a farlo presente grandi inchieste uscite su NYTimes, Guardian e altri importanti testate internazionali. In settimana un articolo pubblicato su Science da vari istituti e ricercatori di enti e associazioni ha evidenziato l’esigenza di cambiare rotta a questo sfruttamento selvaggio di uomini che, attraverso 22 ore di lavoro spesso mal pagate, si aggiunge ad una cattiva condotta in mare che porta ad uno abuso di pesca dei frutti di mare.

Le tre priorità messe in luce dal documento vanno dalla tutela dei diritti umani, la dignità e il rispetto per l’accesso alle risorse; e la garanzia di uguaglianza e opportunità eque a beneficio; migliorando il cibo e il mantenimento di sicurezza.

Il Dr. Cisneros-Montemayor ha spiegato il senso di queste priorità: “Gli oceani sono l’ultima grande fonte di cibo selvatico per gli umani, ma sono molto meno regolamentati dei sistemi di terra,ad esempioil settore dei frutti di mare è incredibilmente complesso e difficile da governare. La ricerca scientifica moderna tende ad essere molto specifica, ma la pesca e il settore frutti di mare coinvolgono molteplici aree ecologiche e sociali, quindi è difficile visualizzare l’intero settore e le sue problematiche”.

L’idea comunque di sviluppare una politica di comportamento per il trattamento dei lavoratori e dello sfruttamento dei mari è un archetipo comune in questi ultimi anni: su Marine Policy, è uscito uno studio di vari autori dell’Università di Washington, l’University of British Columbia e Stanford University, che hanno analizzato la situazione del mare da un punto di vista ecologico e sociale. La ricerca, guidata da Cisneros- Montemayor e altri è una naturale prosecuzione di questi studi.

La sfida rimane l’eccesso di pesca, stiamo catturando semplicemente troppi pesci per continuare con questi ritmi.

“Il problema è che meno pesci ci sono- ha dichiarato Cisneros- Montemayor – più la capacità di pesca (tramite reti e barche più grandi) aumenta nell’oceano, questo significa che la quantità di pesce diminuisce sempre di più”.

Trovare soluzioni adatte agli ecosistemi più influenzati dai cambiamenti climatici è fondamentale per un rinnovamento nel settore del lavoro e ambientale.

 

I frutti di mare sono molto ricercati in alcuni mercati, l’idea migliore è: “Dare incentivi ai vari sistemi per essere più sostenibili, sia che si tratti di proprietà su risorse o altre fonti di reddito che si basano su ecosistemi sani (come l’ecoturismo)”. I benefici delle risorse devono essere distribuiti e ben studiati perché se ricadono su pochi, aumenteranno il tasso di pratiche di pesca illecite e conflitti sociali.

Solo negli USA la pesca genera 200 miliardi di dollari e anche con un leggero calo del profitto del pescato è fondamentale trovare soluzioni. Convincere i pescatori a ottenere benefici attraverso la cura della risorse è la sfida dei prossimi anni: “Se loro pescano in modo sostenibile, ma qualcun altro va a prendere i loro pesci, questo sistema sarà fallimentare”.

Anche le grande aziende vanno monitorate e controllate per far in modo che riescano ad applicare le leggi nazionali ed internazionali. L’OHI (Ocean Health Index), eleborato dall’UC di Santa Barbara sta dipingendo tramite i Big Data un quadro scientifico per monitorare la salute degli oceani del mondo.

La speranza è quella di valutare 220 paesi costieri per una grande scorpacciata di dati, lo sforzo sta occupando più di 30 scienziati e centinaia di database colmi di dati.

Il trend generale è esente da miglioramenti nell’oceano e non c’è nemmeno alcun peggioramento grave: punteggi per ciascun obiettivo vanno da 0 a 100, e il quarto punteggio consecutivo globale è di 71, e mentre l’oceano è rimasto stabile, la sua condizione è lontana dal 100 desiderato che indicherebbe piena sostenibilità.
Oceani, frutti di mare e sostenibilità, quale futuro per le acque del mondo?

#LIBRODELLASETTIMANA – WHAT ALGORITHMS WANT 

Che siate dispersi su Facebook, su un motore di ricerca o imbattuti in un consiglio d’ascolto su Spotify, siete tutti nella stessa situazione e vari algoritmi stanno rispondendo in modo, più o meno efficace, ai vostri problemi.

Noi siamo ancora umani ma vogliamo darvi un consiglio su un libro da non perdere: “What Algorithms Want” di Ed Finn.

Finn è direttore e fondatore del Centro per la Scienza e l’Immaginazione dell’Arizona State University e si occupa di come gli algoritmi stanno cambiando la cultura umana.

Il libro punta a dimostrare come un algoritmo riesca a estendere, cambiare e adattarsi alle informazioni a cui aspiriamo e quindi in un certo senso alla nostra personalità.

Il modo di pensare è sostanzialmente cambiato, da un decennio a questa parte, e gli artefici di questo sono proprio loro: gli algoritmi.

Spesso descritti come funzioni logiche e imparziali,  oggi stanno imparando a umanizzarsi, Finn infatti scrive: “L’oggetto di studio dell’algoritmo è un sistema in movimento,  un sistema di iterazioni”.

In questo scambio continuo di informazioni c’è filosofia, meccanica, cibernetica, logica e tutto questo, non fa altro che farci innamorare di loro.

L’esempio cardine del volume è  lo studio del caso Netflix che ha rivoluzionato il suo servizio, studiando un sistema per essere più vicino al suo spettatore.

Il libro è innovativo e dettagliato,  niente viene lasciato al caso. Dietro questo lavoro si nasconde l’essenza di una rivoluzione mediatica e culturale, forse silenziosa, ma assolutamente in atto.

Gianluigi Marsibilio

#LIBRODELLASETTIMANA- IL BLUES DEI BUCHI NERI

Janna Levin, scienziata e scrittrice, si dimostra una vera innovatrice della divulgazione scientifica. In “Il blues dei buchi neri. Storia della scoperta delle onde gravitazionali” la grandezza della Levin si impone nel raccontare l’epopea di LIGO e dello studio dei buchi neri attraverso un milkshake di ruoli, infatti la Levin mostra di essere una scienziata esperta, una grande giornalista scientifica con ottimo background storico. Tutto questo regala una narrazione ineccepibile che, capitolo dopo capitolo, ci fa entrare in punta di piedi nelle stanze che hanno rilevato le onde gravitazionali.
Il racconto è accompagnato da una serie di percezioni audio che vengono regalate attraverso le parole del libro. La musica è protagonista tanto quanto l’universo, i suoni dello spazio, proprio in settimana vi abbiamo parlato dei suoni di Saturno registrati da Cassini, sono onnipresenti con i racconti degli scienziati che sognano di ascoltare e captare sempre di più le frequenze del cosmo.
Levin cattura le sfide della scienza di oggi, e offre ulteriori punti di vista sulla collaborazione LIGO e sull’importanza dell’investimento da oltre 1 miliardo di dollari, che sta cambiando l’intero panorama dello studio dell’astrofisica.
Il trio di scienziati Drever, Thorne, e Weiss viene considerato come un triumvirato che sta cambiando la dimensione della scienza e dopo la conferma della scoperta delle onde, i tre si sono effettivamente affermati come pionieri assoluti dell’astronomia gravitazionale.
Il volume è imperdibile per addentrarsi nelle storie e nelle visioni di questi scienziati che stanno cambiando per sempre la scienza.

PIANTARE ALBERI SALVA IL MONDO?

Piantare un albero salverà il mondo? Nella fitta giungla d’asfalto la diversità degli alberi può fornire molta resilienza nella pianificazione urbana. A farlo presente è un documento, apparso su Science, firmato da  Kathy Willis e Gill Petrokfosky che hanno indicato come il verde possa migliorare il filtraggio dell’aria a beneficio della salute umana. Il paper però indica l’importanza di piantare, all’interno dell’ecosistema urbano, le specie di piante giuste che massimizzano gli effetti positivi nelle città.

La Willis, direttrice scientifica dei Kew Gardens di Londra, ci ha spiegato perché è importante adottare politiche a favore della diversità degli alberi: “ Tutto questo è essenziale per proteggersi contro le malattie e il cambiamento climatico”. Il verde però non è tutto uguale, va scelto con cura: “Alcune specie sono più resistenti ai parassiti e agli agenti patogeni delle altre”. I tratti vegetali come: “Foglie più spesse, legno più denso e radici più lunghe, rendono alcune specie di alberi più resistenti alla siccità e alle temperature più alte”. Pianificare la selezione degli alberi è fondamentale per lo sviluppo del verde nelle nostre città.

Molte città si stanno adeguando in questo senso, da New York a Shanghai, tuttavia bisogna considerare i problemi di allergie: un centro urbano ricco di betulle, frassini e cipressi non è molto adatto alle persone con queste problematiche. Esempi di una gestione positiva vengono dal Canada: nelle aree con più alberi di Toronto c’è una minore incidenza di malattie cardiache e tutto questo ha una diretta correlazione con una spesa medica risparmiata a famiglia che si aggira intorno ai 10.000$.

 

LOS ANGELES, UN CATTIVO ESEMPIO

Uno studio pubblicato dai ricercatori dell’Istituto delle Scienze Spaziali USC ha notato come in ogni quartiere di Los Angeles si sia registrato un disboscamento che va dal 14% al 55%. La ricerca è stata pubblicata su Urban Forestry & Urban Greening e ha mostrato un calo del 1,2 di anno in anno per arbusti e alberi su ogni area.

Solo la comunità di Pasadena ha trovato rimedi a questa situazione, che sembra complessivamente ancora in rapido declino nella città. Secondo gli studiosi il calo è dovuto al crollo immobiliare, che ha devastato il verde nelle aree unifamiliari.

 

 

 

Come la ricercatrice ha precisato: “Gli alberi vanno considerati in modo che possano offrire entrambi i vantaggi perché, se piantati nel posto sbagliato o con errori di densità, possono portare problemi”.

Uno studio fondamentale sul tema è stato condotto da Arne Sæbø, dell’Istituto norvegese per la bioeconomia, che ha riportato le 27 specie di alberi e arbusti comunemente piantati nelle città norvegesi e polacche: i più utili sono alcune specie di conifere e il pino scozzese.

Non sempre gli alberi ad alto fusto sono quelli che riescono a filtrare meglio l’aria: in Francia, ad esempio, sono stati risparmiati oltre 88,23 tonnellate di inquinante grazie alle varie aree verdi delle città.

A risentire dei benefici degli alberi non è solo il corpo, ma anche la mente: gli abitanti di quartieri e città popolate da varie specie sono spesso più sani anche dal punto di vista psicologico.

Altro esempio significativo sull’impatto degli alberi, citato anche su Science: in 1296 contee Usa tra il 1990 e il 2007, a causa dell’infestazione da parte dell’ Agrilus planipennis, sono aumentati i tassi di malattie connesse al cuore e alla respirazione.

Tante volte si associa il verde alla semplice bellezza, ma studiare gli alberi dal punto di vista urbanistico è importantissimo, per migliorare la nostra vita in ogni città e quartiere.

 

Gianluigi Marsibilio

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