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tra Scienza & Coscienza

"Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me'' I. Kant

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MOLECOLE ORGANICHE COMPLESSE IN UN’ALTRA GALASSIA

Le galassie sono una splendida collezione di stelle, in spazi come quelli della Grande Nube di Magellano gli astronomi hanno sempre visto poco favorevolmente l’ipotesi di trovare molecole e elementi pesanti in ambienti del genere.

Nuove osservazioni con l’Atacama Large Millimeter (ALMA), tuttavia, hanno scoperto le impronte chimiche di molecole estremamente complesse, mai fino ad ora rilevate lontano dalla nostra Via Lattea. I risultati sono senza precedenti in particolare per quanto riguarda alcune molecole mai identificate chiaramente in altre galassie, i risultati sono stati pubblicati sull’Astrophysical Journal.

Noi abbiamo chiesto a Remy Indebetouw, astronomo presso il National Radio Astronomy Observatory a Charlottesville, Virginia, e coautore dello studio, quali sono le principali differenze con la nostra Via Lattea: “ Ci sono molte e importanti differenze: la più interessante per noi è questo risultato sulla minore concentrazione di “metalli” (per gli astronomi significa un atomo più pesante del litio). Quindi ci si aspetterebbe che forse le molecole formate da quegli atomi potrebbero anche avere una complessità inferiore”.
La formazione di molecole è un processo complicato, la massa della GNM (Grande Nube di Magellano) è inferiore e le sue braccia comunque non riescono a influenzare la formazione di stelle e pianeti come nella nostra galassia.

“Gli astronomi- ha continuato il professore- sanno quali molecole sono le basi della vita come nel caso del carbonio sulla Terra. Molte di queste molecole si trovano nello spazio ma non ne eravamo completamente sicuri, ma abbiamo sempre più prove che le molecole nello spazio possono essere trasportate e infine incorporate nei pianeti e contribuire a promuovere l’esistenza della vita su quei pianeti”.

Galassie con bassa concentrazione di elementi pesanti non presentano quantità ridotte di molecole complesse, dunque c’è possibilità di vita anche nei paraggi di galassie più piccole e meno massicce: “La vita è probabilmente possibile in quelle galassie come nella nostra”.

Gli astronomi hanno concentrato il loro studio sulla regione N113 che è una delle più ricche di gas della galassia. Osservazioni precedenti di questa zona con telescopio spaziale Spitzer della NASA e tramite l’Herschel Space Observatory dell’ESA hanno rivelato una sorprendente concentrazione di giovani oggetti (protostelle) che hanno appena iniziato a uscire dai loro vivai stellari.
L’astronomo ha concluso rassicurandoci sul fatto che: “ALMA rileverà molecole organiche ancora più complesse, in posizioni ancora più diverse tra il gas delle galassie, perchè le persone continueranno a fare osservazioni nei prossimi anni. In realtà, rilevare se tali molecole sono state incorporate nella vita sui pianeti è più difficile, ma gli strumenti futuri saranno in grado di farlo”.

Ad oggi ci sono diversi progetti per rilevare processi biologici con gli infrarossi, nei prossimi dieci anni potrebbero venir fuori molte e interessanti novità.

Gianluigi Marsibilio

 

 

 

Crediti foto: NRAO / AUI / NSF; ALMA (ESO / NAOJ / NRAO); Herschel / ESA; NASA / JPL-Caltech; NOAO

SPLENDORE DALLE TENEBRE

La zona di formazione stellare Lupus 3 si trova nella costellazione dello Scorpione, a soli 600 anni luce dalla Terra. Fa parte di un complesso più vasto noto come Nube del Lupo, che prende il nome dalla vicina costellazione del Lupo. Le nubi sembrano colonne di fumo fluttuanti su uno sfondo di milioni di stelle. In realtà, queste nubi sono una nebulosa oscura.

Le nebulose sono ampie distese di gas e polvere sospese tra le stelle, a volte fino a oltre un centinaio di anni luce. Mentre molte nebulose sono illuminate in modo spettacolare dall’intensa radiazione delle stelle calde, le nebulose oscure nascondono la luce degli oggetti celesti al loro interno. Sono note anche come nebulose ad assorbimento, poichè sono composte da particelle di polvere fredde e dense che assorbono e diffondono la luce che attraversa la nube.

Tra le più famose nebulose oscure ricordiamo la Nebulosa Sacco di Carbone e la Fenditura del Cigno, abbastanza grandi da essere visibili a occhio nudo, che si stagliano, nere, sullo sfondo brillante della Via Lattea.

Lupus 3 ha una forma irregolare, come un serpente disegnato male in mezzo al cielo. In questa immagine viene evidenziata una regione di contrasti, con tracce scure in evidenza sulla luce blu delle stelle brillanti al centro. Come la maggior parte delle nebulose oscure, Lupus 3 è una regione di formazione stellare attiva, composta soprattutto da protostelle e stelle molto giovani. Perturbazioni vicine possono fare collassare grumi più densi della nebulosa sotto la propria gravità, aumentandone la temperatura e la pressione interna. Alla fine, le condizioni estreme del nucleo di questa nube in collasso fanno nascere una protostella.

Le due stelle brillanti al centro dell’immagine sono proprio state prodotte da un processo di questo tipo. All’inizio della loro vita, la radiazione emessa era in gran parte bloccata dagli spessi veli della nebulosa ospite, visibile solo con telescopi sensibili alle radiazioni di lunghezza d’onda infrarossa e radio. Diventando più calde e più brillanti, l’intensa radiazione da esse prodotta e i venti stellari hanno svuotato l’area circostante da polvere e gas, permettendo loro di emergere gloriosamente dall’incubatrice di tenebra e di mostrare tutto il loro splendere.

Capire le nebulose è un passo critico per comprendere il processo di formazione stellare nel suo insieme – per esempio, si pensa che il Sole si sia formato in una zona di formazione stellare molto simile a Lupus 3 più di quattro miliardi di anni fa. Essendo uno dei vivai stellari più vicini a noi, Lupus 3 è stata studiata molte volte: nel 2013, il telescopio da 2,2 metri dell’MPG/ESO all’Osservatorio dell’ESO a La Silla in Cile ha catturato un’immagine più piccola delle sue colonne scure come fumo e delle sue stelle brillanti (eso1303).

Crediti foto: ESO/Digitized Sky Survey 2 Acknowledgement: Davide De Martin

Ufficio Stampa ESO

GEL INTELLIGENTI E STAMPA 3D SONO IL FUTURO DELLA MEDICINA?

La stampa 3D può realmente rivoluzionare il mondo della medicina: degli ingegneri di Rutgers hanno inventato un metodo di stampa che in futuro potrà permettere, tramite l’utilizzo di un gel intelligente, lo sviluppo di tessuti vivi come organi e soft robot.

Il materiale usato è un idrogel, quindi con un alto contenuto di acqua, che riesce a cambiare forma nel tempo in base alla temperatura e alla situazione in cui si trova. Un elemento del genere è dunque facilmente adattabile alle esigenze del corpo umano.

L’innovazione è stata presentata su Scientific Reports, rivista di nature.
Com’è stato fatto presente dagli studiosi: “Materiali del genere hanno attirato una crescente attenzione negli ultimi decenni”.
Alcuni idrogel che rispondono ai cambiamenti di temperatura sono stati già studiati e utilizzati in molte applicazioni ad esempio su dispositivi microfluidici oppure sui veicoli utili a portare medicine all’interno del corpo.

Il gel “intelligente” potrebbe fare la parte di un tessuto strutturale in organi come polmoni e addirittura contenere farmaci da portare a spasso nel corpo, un’innovazione del genere permette di studiare farmaci mirati ad attaccare virus e tessuti malati.
Come fatto presente dagli ingegneri della routières e del New Jersey Institute of Technology: “Il potenziale di questo idrogel non è ancora ben compreso”,
Gli scienziati sono riusciti a controllare con precisione la crescita del gel e il suo restringimento: a temperature inferiori a 32 gradi Celsius, l’idrogel assorbe più acqua e si gonfia in dimensione. Quando la temperatura supera i 32 gradi Celsius, per gli ingegneri quindi è fondamentale sfruttare le temperature variabili per capire le applicazioni del gel.

Per produrre un oggetto o un prototipo con questo materiale occorre un modello 3D generato tramite un software CAD, successivamente attraverso uno studio del modello viene generata un’immagine digitale che viene trasferita viene modellata accuratamente con la luce ultravioletta, tutto quanto il processo viene poi fissato sulla resina e viene ripetuto fino a quando tutti gli strati sono completi e formano l’intero oggetto in 3D. Viene quindi effettuata una vera stratificazione, tipica della stampa 3D.

In questi giorni, da un altro team di ricercatori è stato prodotto tramite PDMS un naso in 3D. Per quanto riguarda la stampa del naso sono state combinate due strutture polimeriche diverse durante un processo estremamente complesso di stampa e studio tra materiale e adattabilità al naso.

L’importante in studi del genere è avere il pieno controllo della forma e del materiale di stampa: solo aumentando lo sviluppo e le soluzioni legate al processo di creazione degli oggetti potremmo avere gel e soluzioni sempre più adeguate per esigenze mediche e utili per la nostra vita.

 

 

 

Crediti foto: Daehoon Han/Rutgers University-New Brunswick

VISTA SU UNA CULLA STELLARE

La regione di cielo mostrata è inclusa nel catalogo Sharpless di regioni di tipo HII: nubi interstellari di gas ionizzato, rigogliose di formazione stellare. Nota anche come Sh 2-29, Sharpless 29 si trova a circa 5500 anni luce da noi, nella costellazione del Sagittario, vicina alla più grande Nebulosa Laguna. Contiene molte meraviglie astronomiche, tra cui la regione di formazione stellare molto attiva NGC 6559, la nebulosa al centro dell’immagine.

La nebulosa centrale è la caratteristica più appariscente di Sharpless 29. Nonostante la sua modesta dimensione, di soli pochi anni luce, il suo aspetto mostra il disastro che le stelle all’interno delle nebulose interstellari posso produrre. Le stelle giovani e calde dell’immagine non hanno più di due milioni di anni e lanciano fiotti di radiazione ad alta energia, che a sua volta riscalda la polvere e il gas circostanti, mentre i venti stellari erodono e scolpiscono in modo spettacolare la loro “culla”. Infatti, la nebulosa contiene una cavità estesa scavata da un sistema binario di stelle molto energetico. La cavità si sta espandendo, causando così un accumulo di materiale interstellare che forma un bordo rossastro a forma d’arco.
Quando la polvere e il gas interstellari sono bombardati dalla luce ultravioletta emessa da stelle calde e giovani, l’energia le fa brillare luminose. La luce diffusa e rossastra che permea l’immagine proviene dall’emissione di idrogeno gassoso, mentre la luce blu scintillante è causata dalla riflessione e diffusione prodotta da piccole particelle di polvere. Oltre a emissione e riflessione, vediamo anche zone di assorbimento in questa regione. Brandelli di polvere bloccano la luce nel suo cammino verso di noi, impedendoci di vedere le stelle dietro di essi, mentre tentacoli sottili di polvere creano le strutture filamentose scure all’interno delle nubi.

L’ambiente ricco e vario di Sharpless 29 offre agli astronomi un vasto assortimento di proprietà fisiche da studiare. L’avvio della formazione stellare, l’influenza delle giovani stelle sulla polvere e sul gas, il disturbo dei campi magnetici: tutto ciò può essere osservato ed esaminato in questa singola, piccola area.
Ma le stelle giovani e massicce vivono velocemente e muoiono giovani. Infine, porranno termine in modo esplosivo alla loro vita come supernove, lasciandosi dietro ricchi detriti di gas e polvere. Nel giro di qualche decina di milioni di anni, tutto verrà spazzato via e rimarrà solo un ammasso stellare aperto.
Sharpless 29 è stata osservata dallo strumento OmegaCAM dell’ESO montato sul VST (VLT Survey Telescope) al Cerro Paranal in Cile. OmegaCAM produce immagini che coprono un’area di cielo più di 300 volte maggiore del campo di vista più grande di uno strumento del telescopio spaziale Hubble della NASA/ESA e può osservare anche su un più grande spettro di lunghezze d’onda, dall’ultravioletto all’infrarosso. La sua caratteristica distintiva è la capacità di catturare la riga spettrale dell’H-alfa, molto rossa, che viene prodotta dagli elettroni all’interno del’atomo di idrogeno quando perdono energia, un evento molto frequente in una nebulosa come Sharpless 29.

 

 

Coelum Astronomia

ROSS 128b, IL FUTURO VICINO DELLA TERRA SOTTO GLI OCCHI DI HARPS

Scoprire un esopianeta in una zona abitabile di una stella che tra 80.000 anni sarà la nostra vicina più prossima? Fatto.
Noi esseri umani, inutile negarlo, siamo a caccia di un esopianeta simile alla nostra terra in grado di ospitare la vita dove sarà possibile ”trasferirsi” in un futuro non molto remoto. 
Nella nuova ricerca basata sullo studio dei ricercatori del team che controlla HARPS, che da anni si concentra sulle nane rosse (tra le stelle più deboli e comuni e interessanti nell’universo), ha dato un nuovo impulso a questa caccia che si fa sempre più interessante e ci fa attendere con impazienza i prossimi strumenti di terra e spaziali che inizieranno le loro osservazioni nella prossima decade.
L’articolo con tutte le analisi e le caratteristiche, fino ad oggi conosciute del pianeta, è stato pubblicato in Astronomy and Astrophysics con il titolo: “A temperate exo-Earth around a quiet M dwarf at 3.4 parsecs”.

 

Harps è un sistema ad alta precisione dell’ osservatorio di La Silla, in Cile, che ha scoperto nell’orbita della stella Ross 128 un pianeta di massa estremamente contenuta che compie un giro intorno alla sua stella madre ogni 9,9 giorni.

Nel comunicato dell’ESO che ha annunciato la scoperta del pianeta, distante circa 11 anni luce dalla Terra, viene spiegato come questa scoperta si basa su un lavoro decennale di monitoraggio intensivo che ha coniugato tutte le scoperte fatte in questo campo con varie tecniche d’avanguardia.

Per essere chiari si deve specificare che ci troviamo dinanzi ad un gruppo di ricercatori che si può dire sia uno dei più grande team di cacciatori di esopianeti.

 

La rilevazione, alcuni mesi fa, del pianeta intorno a Proxima Centauri, anch’essa una nana rossa, fu una grande novità, tuttavia Proxima, attualmente la stella più vicina al nostro sole, è soggetta a brillamenti occasionali che rischiano di contaminare i pianeti attraverso le radiazioni ultraviolette, queste scariche radioattive sono sostanzialmente mortali per ogni forma di vita.

 Ross 128 sembra una stella molto più tranquilla, rispetto a Proxima, e i suoi pianeti potrebbero avere realmente la capacità di sviluppare vita.

Altro dato estremamente curioso lo scopriamo analizzando l’andamento che sta avendo questa stella nella volta celeste, dai dati infatti sappiamo che Ross si sta muovendo verso di noi e entro 79000 anni sarà il nostro prossimo vicino stellare. 

Insomma ci troveremo Ross 128b dietro la nostra porta cosmica.

Ross 128 b, nome dato al pianeta, è pronto quindi per affrontare questa odissea cosmica che lo porterà a diventare l’esopianeta più vicino alla Terra.

Come specificato dall’ESO: “La temperatura di equilibrio di Ross 128 b è stimata tra i -60 e 20 ° C, tutto questo grazie alla natura fredda e debole della piccola stella che ospita il pianeta; la nana rossa ha poco più della metà della temperatura superficiale del Sole”‘.

Ross 128b sarà sicuramente uno dei pianeti di cui sarà svelata l’atmosfera tramite le future analisi dell’Extremely Large Telescope, c’è da specificare che questa operazione affascinante sarà possibile per pochi pianeti che sono abbastanza vicini alla loro stella madre.

Lee Billings nel suo libro Five Billion Years of Solitude parla della Terra in termini molto chiari:“La vita su questo pianeta ha una data di scadenza”, aggiungendo, “anche perché un giorno il Sole cesserà di brillare”.

Finalmente il team di HARPS e non solo, sono nel bel mezzo della caccia ad una Terra 2.0 e noi stiamo vivendo quest’epoca d’oro della corsa allo studio degli esopianeti consapevoli che la prossima generazione di telescopi può rappresentare la definitiva rivoluzione nel nostro studio del cosmo.

Gianluigi Marsibilio

Crediti: ESO/M.Kornmesser

MISSIONE VITA, PAOLO NESPOLI PRONTO AL SUO TERZO VOLO NELLO SPAZIO

A bordo un equipaggio internazionale composto dal Comandante della Soyuz, il cosmonauta russo Sergey Nikolayevich Ryazansky, l’astronauta NASA Randolph James “Randy” Bresniked il nostro veterano dello spazio, l’astronauta italiano dell’Agenzia Spaziale Europea, Paolo Nespoli. I tre raggiungeranno l’avamposto umano nello spazio, dove si trovano già Fyodor Yurchikhin, Jack Fischer e Peggy Whitson, completando l’equipaggio composto da sei persone di Spedizione 52.

Per Paolo si tratta del suo terzo volo nello spazio, il secondo con una missione di lunga durata. L’astronauta Paolo Nespoli è nato a Milano lo stesso anno in cui lo Sputnik segnava l’inizio della corsa allo spazio. Al termine degli studi in aeronautica ed astronautica, Paolo è entrato a far parte al Centro Astronauti Europeo dell’ESA a Colonia, in Germania, ed ha contribuito alla creazione degli impegnativi programmi di formazione. Uomo d’azione con una mente da ingegnere, Paolo ha applicato tre volte per entrare a far parte del corpo astronauti. La sua testardaggine e la sua preparazione lo hanno infine ripagato: nel 1998 diventa astronauta dell’ESA. Paolo ha trascorso 174 giorni sulla Stazione Spaziale Internazionale (ISS) con le missioni Esperia (a bordo della navetta spaziale Discovery) e MagISStra, rispettivamente, nel 2007 e nel 2010.

Questa missione durerà complessivamente poco più di quattro mesi ed il rientro sulla Terra è previsto nel novembre di quest’anno.

Con i suoi 60 anni compiuti ad aprile, Paolo, il più ‘diversamente giovane’ astronauta che abbia mai volato per l’ESA, ha ancora voglia di rimettersi in gioco ed a lui l’ASI ha affidato la missione VITA con i suoi molti esperimenti, il terzo volo italiano di lunga durata sulla ISS dopo quelli di Luca Parmitano del 2013 (Volare) e quello di Samantha Cristoforetti nel 2014 (Futura).

E il 28 luglio, diretta in italiano con Astronauticast!

 

L’acronimo VITA sta per Vitalità, Innovazione, Tecnologia ed Abilità ed è stato scelto dall’Agenzia Spaziale Italiana, ASI, che fornisce la missione attraverso un accordo bilaterale con la NASA. Il significato italiano della parola “vita” riflette gli esperimenti che Paolo eseguirà e la nozione filosofica del vivere nello spazio – uno dei posti più inospitali per l’uomo. Il logo della missione è stato sviluppato dall’ESA insieme ad ASI ed a Paolo. Tre elementi si distinguono: un filamento di DNA come simbolo della vita e della scienza, un libro come simbolo della cultura e dell’istruzione, e la Terra come simbolo dell’umanità.

Il vasto programma scientifico della missione Vita comprende esperimenti di biologia, fisiologia umana nonché monitoraggio dell’ambiente spaziale, scienza dei materiali e dimostrazioni tecnologiche. Tutti gli esperimenti utilizzano il laboratorio “fuori da questo mondo” – (compreso il laboratorio europeo Columbus) per migliorare la vita sulla Terra o per prepararsi per future esplorazioni abitate del nostro Sistema Solare.

Quando non impegnato in esperimenti scientifici, Paolo lavorerà con i colleghi alla manutenzione della Stazione Spaziale e per mantenere l’avamposto in orbita in ordine per l’equipaggio di sei. La singolare casa di Paolo gli permetterà di ispirare la prossima generazione di ingegneri e scienziati in quanto condividerà il suo viaggio con i giovani a Terra. Incoraggerà le nuove generazioni a mantenere attivo il cervello ed a seguire uno stile di vita sano con due sfide internazionali. Paolo sostiene Mission-X ‘Allenati come un Astronauta’, un programma di istruzione nel quale giovani studenti di oltre 25 Paesi portano avanti delle attività scientifiche ed imparano come rimanere in forma. Paolo è inoltre ambasciatore per la sfida europea Astro Pi Challenge, un’opportunità unica per gli studenti europei di far girare i propri codici sui mini computer, denominati Raspberry Pi, installati sulla Stazione.

 

Paolo Nespoli, assieme a Ryazansky e Bresnik durante la consueta cerimonia, in Piazza Rossa a Mosca, per portare i fiori sulla tomba di Yuri Gagarin. Crediti: NASA, Bill Ingalls

Nespoli è arrivato domenica 16 luglio al cosmodromo, dal quale nel 1961 decollò Yuri Gagarin, per trascorrere le ultime due settimane prima del lancio. Non saranno però giornate di riposo per l’equipaggio. Ripasso delle procedure soprattutto quelle di aggancio con la ISS, visite mediche e controllo delle tute e della capsula saranno le attività che attendono i tre cosmonauti. E poi ci sono le tradizioni da rispettare alle quali i russi tengono molto. Ci sarà da far visita all’albero piantato da Gagarin prima del suo volo. Ogni cosmonauta prima della sua missione pianta un piccolo albero e quindi Nespoli e Ryazansky, già veterani con i voli Soyuz, aiuteranno Bresnik a piantare il suo. Poi faranno visita alla piccola dacia dove il primo cosmonauta della storia ha dormito la notte prima del lancio.

Un po’ di svago è comunque previsto. Insieme all’equipaggio di riserva, arrivato poche ore con un altro aereo per motivi di sicurezza, ci saranno a disposizione tavoli da ping pong, biliardi e scacchiere. Giornate dense quindi per i tre navigatori spaziali, organizzate appositamente per tenere alto il morale e la concentrazione. Tutto questo in attesa del conto alla rovescia che li porterà oltre l’atmosfera del nostro pianeta. In occasione del volo Paolo ha ripreso a twittare con il suo accont: @Astro_paolo in modo da renderci ancora più partecipi di questa missione che siglerà anche la conclusione della sua decennale carriera di astronauta.

Fonti: ASI ESA Italia

 

TERRA CHIAMA MARTE, IL FUTURO DEL PIANETA ROSSO SPIEGATO DA FRANCESCA ALTIERI

Nella settimana che precede l’inizio del nostro festival Le Stelle dal Borgo vogliamo farvi conoscere meglio una delle protagoniste dei nostri incontri. Francesca Altieri, dell’Istituto di Astrofisica e Planetologia di Roma, il 12 agosto a Guardiagrele (Ch) ci racconterà le novità e il futuro del pianeta rosso, nella nostra chiacchierata potete trovare un assaggio di quello che sarà il tema dell’incontro.

-Il tema del nostro incontro sarà il futuro dell’esplorazione spaziale sul pianeta rosso. La parola futuro come si coniuga con Marte?

Il futuro dell’esplorazione spaziale di Marte è ricco di eventi. Ci sono infatti già delle date importanti da segnare. A metà del 2018 un orbiter ESA inizierà la sua fase operativa per studiare la composizione dell’atmosfera, e ci sarà il lancio di un lander della NASA che ha l’obiettivo di capire se Marte è ancora geologicamente attivo; nel 2020 ci saranno invece i lanci di due rover, uno ESA ed uno NASA.

-Le date su un possibile sbarco di astronauti, cambiano anno dopo anno,
quali saranno le tappe da raggiungere prima di vedere un uomo su Marte?

Prima di tutto dalle missioni future abbiamo bisogno di capire meglio se e quando Marte abbia ospitato forme di vita. Ora sappiamo con certezza che Marte in passato aveva un ambiante favorevole allo sviluppo della vita, per come la conosciamo noi sulla Terra. Dobbiamo pero’ avere ulteriori evidenze che giustifichino in maniera definitiva una missione umana. Ciò non toglie che le agenzie spaziali di tutto il mondo (e non solo!) stiano comunque pianificando delle possibili missioni umane verso il pianeta Rosso. Comunque cio’ che davvero manca attualmente è la tecnologia per riportare indietro i nostri astronauti.

– Quali obiettivi deve raggiungere ancora l’esplorazione robotica sul
pianeta?

Una delle tappe fondamentali (anche per dare un’ulteriore spinta alla realizzazione di missioni umane) è riportare a terra campioni prelevati da siti con una mineralogia particolarmente interessante. L’obiettivo è analizzare materiali di interesse esobiologico (come rocce sedimentarie prelevate da terreni molto antichi) nei nostri laboratori, e quindi con tecniche molto sofisticate e sotto il nostro completo controllo.

– Tutti si sono concentrati a denigrare il povero Schiaparelli ma
attraverso il fallimento si possono cogliere nuove opportunità nello spazio?

L’esplorazione spaziale è segnata dagli insuccessi. Purtroppo fanno parte di questo processo e lo vedremo meglio durante la mia presentazione. Nel caso specifico del modulo Schiaparelli, l’obiettivo da parte dell’Agenzia Spaziale Europea era dimostrare che dal punto di vista tecnologico l’Europa è in grado di gestire le fasi di entrata in atmosfera, di discesa e di atterraggio di un lander. Nell’ottica di vedere il bicchiere mezzo pieno, sicuramente alcuni obiettivi sono stati raggiunti: entrata in orbita e gestione delle prime fasi della discesa. Purtroppo, poi, qualcosa è andato fuori controllo e la parte finale è stata, appunto, un fallimento. Ma l’ESA ha già prodotto un report molto dettagliato, dimostrando che i suoi ingegneri hanno ricostruito quello che non ha funzionato.

– Com’è cambiata la percezione, all’interno della comunità scientifica, del
pianeta rosso nel corso di questi anni?

Grazie alla missione ESA Mars Express e alle recenti missioni della NASA, è oramai chiaro che nel passato Marte era molto più simile alla Terra di come ci appare ora.

– Per un atterraggio di rover o addirittura umani, come si valuta un sito?
Quali caratteristiche deve avere un sito di atterraggio?

Prima di tutto un sito di atterraggio deve essere sicuro. Questo vuol dire che il terreno non deve presentare massi di grandi dimensioni o punti troppo scoscesi, per non danneggiare il modulo di atterraggio. Ovviamente però il sito deve essere anche scientificamente interessante. I dati raccolti dalle missioni più recenti hanno fornito un forte contributo per valutare quest’ultimo aspetto, in particolare in termini della composizione mineralogica dell’area che i rover vanno a perlustrare.

– Quali sono le tue più grandi paure legate all’esplorazione di Marte?
Quali le più grandi speranze?

L’atmosfera di Marte è caratterizzata dalla presenza di minuscole particelle di polvere che possono danneggiare strumentazione robotica o di supporto alle missioni umani. Periodicamente si innescano tempeste di polvere che coinvolgono tutto il pianeta. Inoltre, la superficie di Marte non è schermata, a differenza di quella terrestre, dai raggi UV e particelle energetiche. Questo rappresenta un pericolo per l’esplorazione umana.
La mia speranza è che lo sviluppo di nuove tecnologie proceda velocemente per permettere alle future generazioni di astronauti di fare un viaggio Terra-Marte di andata e ritorno, ed in completa sicurezza.

– Neil deGrasse Tyson ha detto questo, riporto la frase originale: “This adventure is made possible by generations of searchers strictly adhering to a simple set of rules. Test ideas by experiments and observations. Build on those ideas that pass the test. Reject the ones that fail. Follow the evidence wherever it leads, and question everything. Accept these terms, and the cosmos is yours”. Marte è la più grande prova che l’umanità, dal punto di vista scientifico, è chiamata ad affrontare?

Comprendere se mai Marte abbia ospitato in passato forme di vita o se, in siti protetti nel sottosuolo, ci sia tuttora un’attività batterica, è una delle sfide più grandi per l’esplorazione spaziale planetaria. Ma di certo non è la sola. Volendo circoscrivere il raggio al nostro Sistema Solare, missioni recenti come Dawn e Rosetta hanno dimostrato che i corpi minori possono essere molto ricchi in materiale organico. Inoltre, negli ultimi anni abbiamo imparato che sotto la superfice ghiacciata di Europa, una delle lune di Giove, ci potrebbe essere un oceano arricchito di elementi che hanno reso possibile la formazione e sviluppo di forme vita sulla terra. Spingendo lo sguardo più in la’, è oramai chiaro che ogni stella ospita un sistema planetario e pianeti simili alla Terra potrebbero essere molto piu’ comuni di quanto finora pensato! Ma se invece pensiamo all’astronomia in senso piu’ ampio, altre sfide riguardano lo studio delle onde gravitazionali e della materia oscura, solo per fare degli esempi. I progressi fatti nel XX secolo ci hanno fatto sentire il Cosmo un po’ piu’ nostro, ma molto c’e’ ancora da testare, analizzare e scoprire!

Qui trovate il programma completo del festival

Gianluigi Marsibilio

MOLECOLE ORGANICHE TRA ENCELADO E ANELLI DI SATURNO

La missione Cassini rappresenta un vero pezzo di cuore per il nostro sito e ogni nuovo aggiornamento e sviluppo cerchiamo di approfondirlo per i nostri lettori: un team di scienziati del Regno Unito proveniente da varie Università, da Cardiff all’Imperial College di Londra, ha rivelato la prima scoperta, attraverso anche l’aiuto di un telescopio terrestre, di una molecola organica associata alla luna Encelado, che con pennacchi e geyser spara la sua acqua liquida presente al di sotto della superficie del satellite.

Dave Clements, membro del team di scienziati e parte integrante dello staff dell’Imperial College, ci ha confermato la presenza di metanolo ( CH3OH (o, abbreviata, MeOH o MetOH)). “Le analisi svolte- ha indicato lo scienziato- sono essenzialmente indipendenti e si concentrano sulle varie parti del pennacchio”, Cassini nel corso della sua missione ha fatto più fly-by tra i vari geyser: “In modo da esaminare attentamente il contenuto durante il percorso di volo”.

Il materiale catturato, con l’aiuto del radiotelescopio IRAM (con oltre trenta metri di diametro) situato nella Sierra Nevada, è effettivamente sfuggito dalla luna, ma questo come ha precisato Clements: “Può esser stato riprocessato attraverso le varie reazioni chimiche innescate dall’esposizione alla luce ultravioletta del Sole”.

La novità e una speranza assoluta viene dal fatto che, studi recenti, hanno trovato simili quantità di metanolo negli oceani della Terra e pennacchi di Encelado. Nel frattempo questi getti continuano ad alimentare gli anelli più esterni di Saturno.

Logicamente la nostra mente in questo tipo di studi va sulla possibilità di trovare, non solo ingredienti, ma reali tracce di vita; il metanolo per ora sembra esser stato originato da reazioni chimiche successive all’espulsione e poche certezze e indicazioni arrivano su possibili forme di vita su Encelado e nel suo oceano.

“Il metanolo- ha confermato lo studioso- previene dalle stesse bocche di Encelado, tuttavia riusciamo ad osservare un’abbondanza di questo elemento estremamente superiore alle previsioni e ai risultati di Cassini, questo suggerisce che la chimica agisca una volta che le molecole sono espulse dal geyser”.

L’origine del metanolo è indubbiamente da rintracciare sulla luna ma sicuramente, o degli anelli esterni o una nube di gas, influiscono sulle quantità della molecola.

Lo studio mostra come anche da terra si può tranquillamente contribuire a questo tipo di scoperte, la nuova ricerca è infatti un perfetto esempio di come telescopi, missioni e strumenti nello spazio debbano collaborare con team, ricercatori e strumenti che hanno i piedi fissi nel terreno e gli occhi puntati al cielo.

Gianluigi Marsibilio

Crediti foto: NASA

ARRESTO CARDIACO IN AEREO? ECCO LE NUOVE LINEE GUIDA

Nel 2016 circa 3 miliardi di persone hanno percorso una tratta, piccola-media o grande, tramite il trasporto aereo. Un calcolo statistico afferma 1 passeggero tra i 14.000 e i 50.000 sperimentano problemi medici estremamente acuti in fase di volo, passeggeri che subiscono un arresto cardiaco rappresentano solo 0,3 % di tutte le emergenze sanitarie in volo. L’86% di questi eventi è responsabile di decessi, ad esempio ha fatto scalpore come l’attrice di Star Wars Carrie Fisher è morta in seguito ad un arresto cardiaco nel suo viaggio aereo per Los Angeles. Nonostante le gravi conseguenze dell’IFCA (in-flight cardiac arrest), fino ad oggi non ci sono mai state delle precise linee guida per il personale di volo; la German Society for Aerospace Medicine (DGLRM) ha deciso quindi di raccomandare delle principali azioni da compiere in questi casi:

 

 

– Attrezzature di emergenza devono essere fornite e la loro posizione dovrebbe essere indicata nel bando di sicurezza pre-volo.

– Un elettrocardiogramma (ECG) dovrebbe essere disponibile per i pazienti con arresto cardiaco; defibrillatori automatici esterni (AED) dovrebbero essere disponibili; molti aerei hanno ora un AED a bordo. Le linee guida raccomandano che questo apparecchio dovrebbe essere disponibile su tutti i voli.

– E’ molto importante per l’equipaggio chiedere aiuto al più presto dopo l’identificazione di un paziente con arresto cardiaco. L’annuncio dovrebbe affermare che c’è un sospetto arresto cardiaco, fornendo posizione e locazione dell’attrezzatura d’emergenza.
– Due persone in grado di effettuare il massaggio CPR (Cardiopolmonare) sono considerate l’ottimale. Questo deve essere eseguito, se possibile; l’equipaggio deve essere addestrato regolarmente per un supporto vitale di base, ovviamente con un focus sulla CPR in aereo.

– Il piano di emergenza deve essere fermato immediatamente se il paziente ha un ritorno della circolazione spontanea.

 

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