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tra Scienza & Coscienza

"Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me'' I. Kant

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ANDROMEDA è molto più simile alla VIA LATTEA rispetto a quanto pensiamo

 

Gli astronomi dell’ICRAR (International Centre for Radio Astronomy) hanno avuto delle indicazioni molto importanti sul nostro importante vicino galattico più prossimo: la galassia di Andromeda.

Oggi grazie al loro studio, pubblicato sul Monthly Notices of the Royal Astronomical Society è possibile equiparare ancora di più Andromeda e la nostra galassia, infatti è stato scoperto dall’equipe di studiosi che Andromeda, non è come si pensava precedentemente due o tre volte più grande della Via Lattea ma ne è una vera gemella in quanto a massa e struttura.

Il peso di Andromeda è 800 miliardi di volte quello del sole, esattamente come nel caso della nostra galassia.

Per carpire queste nuove informazioni gli scienziati hanno pensato ad una nuova tecnica per misurare la velocità di fuga della galassia.

Esaminando le orbite è stato scoperto come la galassia di Andromeda ha molta meno Materia Oscura di quanto si pensasse, solo un terzo rispetto a quello ipotizzato da nei precedenti osservazioni.

La geografia del gruppo locale è dunque stata riscritta e quando tra 5 miliardi di anni circa le due galassie si scontreranno non sarà Andromeda a mangiare la Via Lattea ma assisteremo ad una fusione molto più delicata dove la bellezza di questi due ambienti cosmici si fonderà fino a formare una nuova e gigante galassia.

 

 

 

Crediti video: Prof Chris power (ICRAR-UWA), Dr Alex Hobbs (ETH Zurich), Prof Justin Reid (University of Surrey), Dr Dave Cole (University of Central Lancashire) and the Theoretical Astrophysics Group at the University of Leicester. Video Production Credit: Pete Wheeler, ICRAR.

LA VIA LATTEA CONTINUA A MANGIARE GALASSIE

Il Dark Energy Survey, osservando attentamente circa 400 milioni di oggetti astronomici, tra cui galassie lontane, ha scoperto tra i filamenti cosmici 11 resti di piccole galassie completamente divorate dalla nostra via lattea.

Lo scopo principale della ricerca, che ormai sta raccogliendo e collezionando successi da tempo, è quello di propagandare e ricercare nuovi indizi dell’energia oscura.

Per arrivare alla conclusione, interessante e bizzarra, della Via Lattea cannibale sono stati presi in esame oltre 40.000 fotogrammi da parte della fotocamera del Dark Energy Survey.
Queste immagini, continuamente scattate tra i cieli notturni cileni, occupano centinaia e centinaia di terabyte di dati che vengono rilasciati e aggiornati con una cadenza praticamente continua.

“Potenzialmente- in questi dati, in questi flussi di enormi fotografie scattate- ci sono tantissime nuove scoperte in attesa di essere scovate,”come ha detto Brian Yanny del Fermi National Laboratory.

Il principale strumento di osservazione, che sta portando avanti una delle più interessanti collaborazioni scientifiche nel campo dell’astrofisica, è un’interessante fotocamera che è uno dei dispositivi di immagine digitale più potenti al mondo. Il macchinario è stato costruito e testato al Fermilab ed è montato su un telescopio della National Science Foundation in Cile.
Una volta raccolti i dati e le immagini da parte del telescopio vengono smistate a vari centri di ricerca negli Stati Uniti.

La galassia, come è stato visto dagli studiosi, è circondata da un enorme alone di materia oscura che esercita una vera e propria forza di attrazione gravitazionale su galassie più piccole e vicine. Perseguendo questo movimento la Via Lattea riesce a lacerare, sfilacciare e alla fine inglobare le galassie più piccole.

A testimoniare la complessità di un’indagine del genere che utilizza strumenti così sofisticati è il fatto che questi flussi stellari sono molto difficili da rintracciare in quanto composti da poche stelle mal distribuite nel cielo, visto che l’area coperta è estremamente vasta.
Come ha specificato Alex Wagner dell’Università di Chicago: “Gli studi sui flussi stellari aiuteranno a vincolare le proprietà fondamentali della materia oscura”. Insomma capire la piramide alimentare della nostra galassia può essere utile per trovare risposte ancora difficilmente rintracciabili.

I flussi stellari offrono una fotografia ancora più grande della nostra galassia e vanno a puntare uno zoom sulle fondamenta galattiche: grazie a queste immagini riusciamo a capire come si sta alimentando e formando la Via Lattea del futuro.

Altri dati estremamente interessanti su ammassi galattici ci sono arrivati ieri grazie al Nasa Goddard Space Flight Center, infatti attraverso delle analisi compiute nel 2014 dal telescopio Hubble è stato possibile scoprire uno degli oggetti più massicci dell’universo: ACT-CLJ0102-4915, è il più grande, più caldo e brillante ammasso di galassie nell’universo. La sua massa potrebbe contenere 3 milioni di miliardi di soli.
Dopo aver parlato di obesità è anche importante vedere lo stato di salute delle nostre isole cosmiche che, a quanto pare, godono di ottima salute.

 

Crediti foto: DES

NASA, UN VIAGGIO AL CENTRO DELLA GALASSIA

Gli astronomi della NASA, utilizzando i dati dell’Osservatorio a raggi X Chandra della NASA e dati nell’infrarosso del Very Large Telescope dell’ESO, hanno simulato un viaggio al Centro della Via Lattea, la nostra galassia. Un vero e proprio viaggio nello spazio e nel tempo, dal punto di vista di un’osservatore che si trovi “seduto” sull’orizzonte degli eventi del buco nero al centro della Via Lattea, Sagittarius A*, un mostro cosmico con massa di circa 4 milioni di volte quella del Sole.

Il risultato è questo video navigabile a 360° che immerge lo spettatore nella simulazione del centro della nostra galassia, in evoluzione nel tempo. Il video mostra inoltre due simulazioni diverse, entrambe con inizio 350 anni nel passato e della durata di 500 anni.

La prima ci mostra Sgr A * in uno stato di calma, guardandoci attorno siamo in grado di vedere circa 25 stelle Wolf-Rayet (oggetti bianchi e scintillanti) in orbita attorno a Sgr A * che espellono venti stellari (in una scala di colori che va dal nero al rosso al giallo). Venti che possiamo vedere scontrarsi tra di loro,  mentre alcune bolle di materiale (in giallo) spiraleggiano verso Sgr A * contribuendo ad accrescere la sua massa.

La seconda simulazione ci mostra invece un Sgr A * più violento che espelle il suo stesso materiale, e vediamo così sparire le bolle di materiale di accrescimento che potevamo vedere nella prima simulazione.

La simulazione dei 30 giganti stellari, le stelle Wolf-Rayet, che orbitano entro circa 1,5 anni luce dal centro della nostra Galassia,  è stata ottenuta grzie ai dati in infrarosso del VLT. Potenti venti di gas fluiscono dalla loro superficie,  trasportando parte del loro strato esterno nello spazio interstellare. Qui i gas espulsi si scontrano con gas espulsi in precedenza da altre stelle producendo onde d’urto, simili a boom sonici, che permeano tutta l’area scaldando il gas fino a milioni di gradie e facendolo brillare nei raggi X. È qui che entrano in campo le osservazioni provenienti da Chandra, che hanno fornito i dati essenziali sulla distribuzione e la temperatura di questo gas.

Ma non è solo un bel gioco… tanto lavoro non è stato fatto solo per concederci questa straordinaria esperienza immersiva “virtuale”. Gli astronomi, coordinati da Christopher Russell dell’Università pontificia del Chile, sono infatti interessati a capire meglio quale ruolo giocano queste stelle Wolf-Rayet nel quartiere cosmico al centro della Via Lattea. In particolare, come interagiscono le stelle con il loro vicino, dominante del centro galattico: il buco nero supermassiccio Sagittario A *.

Dominante ma invisibile, Sgr A * ha una massa equivalente a circa quattro milioni di Soli. La forte gravità di Sgr A * tira verso il suo interno bolle di materiale, che le forze di marea allungano man mano che si avvicinano al buco nero.  Ma Sgr A *  non si limita ad attrarre materiale: occasionalmente esplosioni nella sua periferia provocano un espulsione di materiale (outburst) che si espande con violenza verso l’esterno, con l’effetto di eliminare parte del gas prodotto dai venti Wolf-Rayet, come possiamo appunto vedere nella seconda parte del filmato.

Gli astronomi hanno quindi utilizzato queste simulazioni per comprendere la presenza di emissioni in raggi X, rilevate da Chandra, dalla forma di un disco che si estende per circa 0,6 anni luce dal buco nero.  Il loro lavoro ha mostrato che proprio la collisione tra i venti generati dalle stelle e il materiale espulso dall’outburst alimentato dal buco nero, crea emissioni in raggi X che dipendono sia dalla forza delle esplosioni che dal tempo trascorso dall’esplosione.

Le informazioni fornite dal confronto dei modelli teorici con i dati in raggi X osservati,  hanno portato Russell e colleghi a determinare che Sgr A * ha molto probabilmente ha avuto un outburst relativamente potente iniziato negli ultimi secoli, che sta ancora colpendo la regione intorno a lui nonostante si sia concluso circa un secolo fa.

Il video a 360 gradi del Centro Galattico è ottimizzato per occhiali per realtà virtuale (VR), come i Samsung Gear VR o i Google Cardboard, ma la navigazione è anche possibile cliccando sulla rotella con le quattro direzioni nell’angolo in alto a sinistra nel video YouTube e trascinando il video nella direzione voluta. Da smartphone poi è possibile utilizzare i sensori di posizione muovendolo per guardarsi attorno, come fosse una finestra nello spazio, come per tutti i video a 360°.

fonte: Coelum Astronomia

Fonte Foto: NASA/CXC/Pontifical Catholic Univ. of Chile /C.Russell et al.

 

PICCOLA E GRANDE NUBE DI MAGELLANO LEGATE DA GAS E CAMPO MAGNETICO

La piccola nube di Magellano e la grande nube di Magellano sono due galassie piccole e irregolari che orbitano intorno alla nostra. Da tempo nella comunità di scienziati si mormorava sulla possibile esistenza di un “ponte”, un filamento di gas che collega le due galassie che è stato confermato alcuni anni fa, ma oggi l’anatomia dei due oggetti aggiunge un nuovo tassello, infatti è stata confermata l’esistenza di un campo magnetico associato al ponte di 75 mila anni luce.

La scoperta aggiunge un nuovo pezzo ad una mappa del magnetismo nell’universo che, nel corso degli anni, strumenti come l’Australia Telescope Compact Array si sta impegnando a comporre.

Jane Kaczmarek, studentessa presso la Scuola di Fisica dell’Università di Sydney, autrice principale dello studio, ha descritto la scoperta spiegandoci le difficoltà che gli scienziati hanno con il rilevamento dei campi magnetici nel cosmo: “Il rilevamento del magnetismo nell’universo è stato storicamente difficile per diversi motivi- ha iniziato la ricercatrice- I campi magnetici non possono essere osservati direttamente in quanto invisibili, gli astronomi hanno dovuto indirettamente osservare i campi magnetici studiando fenomeni che sono una conseguenza del magnetismo cosmico”. Le tecnologie sono in continuo rinnovamento, come gli strumenti che studiano i campi magnetici associati a delle strutture estremamente deboli.

I campi magnetici guidano l’evoluzione delle galassie, il magnetismo influenza nascita e morte delle stelle, mostra la sua influenza con il gas che viene spostato intorno ad una galassia, il ruolo preciso che svolgono sulla formazione a grande scala, come ha precisato la Kaczmarek: “è ancora sconosciuto”.

Le principali tecniche di analisi dei campi magnetici possono essere usate su scale cosmiche: “A lunghezza d’onda radio, siamo in grado di utilizzare una tecnica chiamata rotazione di Faraday (un fenomeno magneto-ottico, o una interazione tra luce e campo magnetico)”. Nell’uso di questa tecnica viene usata la luce polarizzata per studiare le proprietà di un campo magnetico che interferisce con la luce.

La scienziata si è detta sicura che: “Andando avanti, molte delle tecniche saranno ancora utilizzate, ma utilizzando nuovi telescopi più sensibili ai campi magnetici e alla polarizzazione, saremo in grado di misurare i campi deboli su enormi scale fisiche, attualmente inarrivabili con la tecnologia attuale”.

Oggi stiamo vedendo come i campi occupano interi cluster di galassie, ogni oggetto è magneticamente legato all’Universo e il preciso ruolo del magnetismo deve ancora essere svelato, visto che i campi magnetici sono ovunque nel cosmo.
Gianluigi Marsibilio

MATERIA OSCURA: DIATRIBA AI MARGINI DELLA VIA LATTEA

Diatriba ai margini della nostra galassia: un nuovo studio mostra che le galassie satelliti della Via Lattea sono compatibili con la presenza dell’elusiva materia oscura, che permea circa un quarto dell’Universo.

 

Un gruppo di galassie satelliti distribuite ai poli della Via Lattea è al centro di una contesa tra scienziati, chiamate in causa da chi nega, nella dinamica di formazione delle galassie, il ruolo e l’esistenza della elusiva materia oscura, a favore di teorie sulla gravitazione modificata (MOND).

Dall’altra parte, in favore del modello cosmologico standard, si schiera adesso uno studio condotto da due astronomi del Rochester Institute of Technology, Andrew Lipnicky e Sukanya Chakrabarti, in corso di pubblicazione su Monthly Notices for the Royal Astronomical Society.
Lo studio mira a rafforzare l’ipotesi a favore della materia oscura, dimostrando che la vasta struttura polare, composta dalle galassie satelliti ai poli della Via Lattea, si è formata ben dopo la Via Lattea stessa trattandosi di una struttura instabile, in via di dispersione, e permettendo così la coesistenza con aloni di materia oscura.
In uno studio precedente, guidato sempre da Chakrabarti, sono stati analizzati i dati raccolti nel vicino infrarosso dalla survey VISTA dell’ESO per trovare quattro giovani stelle a circa 300.000 anni luce di distanza. Queste giovani stelle sono variabili Cefeidi – “candele standard” che gli astronomi usano per misurare le distanze. Secondo Chakrabarti, si tratta delle variabili Cefeidi più distanti trovate sul piano della Via Lattea.

Le stelle sono risultate essere associate con una galassia nana, nascosta da un denso alone di materia oscura che Chakrabarti ha previsto nel 2009 sulla base di una sua analisi delle increspature nel disco esterno della Via Lattea. In questo studio prevedeva massa e posizione della galassia nana, la radiazione emessa dalle variabili Cefeidi ha permesso di ricavare le distanze precise per verificare la sua previsione, che si è dimostrata corretta. In questo modo è stato possibile quindi individuare altre galassie nane probabilmente dominate e nascoste dalla materia oscura.

Analizzando la distribuzione delle galassie satelliti della Via Lattea, e confrontandola con le simulazioni di distribuzione di materia oscura, i due astronomi hanno ora trovato una corrispondenza che indica che le due sono compatibili, ma non solo…

Ricostruendo le orbite delle galassie satelliti e seguendone l’evoluzione nel passato, hanno mostrato una vasta struttura polare in dispersione, non così antica e stabile quindi come si pensava, ma probabilmente transiente. Di conseguenza le galassie polari si sarebbero formate in un secondo momento, nel corso dell’evoluzione della nostra galassia, senza entrare quindi in conflitto con l’ingombrante presenza della materia oscura.

«Se la struttura planare ai poli esistesse da più tempo, sarebbe un altro discorso,» conclude Sukanya Chakrabarti «ma il fatto che le nostre simulazioni mostrino una rapida dispersione delle galassie satelliti, indica che queste strutture non sono dinamicamente stabili. Non c’è quindi alcuna incoerenza tra la struttura planare di galassie nane e l’attuale paradigma cosmologico».

 

FONTE: COELUM ASTRONOMIA

Crediti foto: Kazantzidis

VIA LATTEA, IL CUORE ANTICO DELLA NOSTRA GALASSIA

La Via Lattea ha un cuore antico. Le stelle, classificate come RR Lyrae, sono state osservate per la prima volta nel fulcro della nostra galassia, questi astri sono dei veri e propri indicatori connessi all’età del nucleo galattico.

Le rilevazioni sono state rese possibili dal telescopio ad infrarossi VISTA (Visible and Infrared Survey Telescope for Astronomy), gestito dall’ESO.

Il team è stato guidato da Dante Minniti dell’Universidad Andrés Bello, Santiago, Cile.

La posizione degli astri suggerisce che il centro galattico e il suo rigonfiamento siano stati originati da collisioni di ammassi stellari.

Il ricercatore a capo dello studio ci ha guidato alla scoperta del nostro centro galattico.

La tipologia di stella rilevata è sicuramente fondamentale per datare il cuore della Via Lattea, nel caso delle RR Lyrae: “Si tratta di stelle variabili che sono tra le più antiche delle stelle conosciute nell’universo. Sono facilmente riconoscibili a causa delle loro variazioni di luminosità, sono inoltre indicatori eccellenti di distanza, così per noi è facile sapere dove sono”. L’età di questa categoria di stelle si aggira solitamente sui 10 miliardi di anni, da qui possiamo capire l’età d’origine del nostro cuore galattico.

Le loro caratteristiche sono importanti per capire cosa si nasconde nel cuore lontano della nostra galassia: “Sono vecchie e povere di metalli, le stelle più vecchie della nostra Via Lattea. Si trovano  lontane  dal disco galattico, e nei vecchi ammassi globulari”.

Il telescopio VISTA , situato nell’osservatorio del Paranal in Cile, ha in dotazione la camera VIRCAM (Vista InfraRed CAMera), che permette, grazie ai suoi rilevatori a infrarossi, fotografie nello spettro dell’infrarosso, evidenziando anche Nane Brune all’interno della galassia.

Ovviamente tutta l’attrezzatura del telescopio ha aiutato nello studio di stelle così vecchie al centro della galassia: “Questa è la prima volta che rileviamo vecchie stelle nel centro galattico”.

L’implicazione teorica sull’origine del nostro centro galattico, secondo Minniti è la seguente: “Il centro della nostra galassia è molto antico, e deve essere stato formato da collisioni di molti ammassi globulari”.

A spiegare gli studi teorici dietro la rilevazione è stato per noi, l’altro scienziato a capo del progetto: Rodrigo Contreras, dell’Instituto Milenio de Astrofísica.

“Diversi modelli supportano l’idea che le stelle più vecchie della Galassia dovrebbero trovarsi nelle regioni molto centrali delle galassie. Le nostre RR Lyrae, sappiamo per certo abbiano un’età superiore a 10 miliardi di anni, potrebbero essere tra le più antiche stelle in tutta la Galassia”, così ha precisato lo scienziato.

Queste stelle presentano caratteristiche simili alle Cefeidi, infatti mostrano una relazione tra la velocità e il cambio di luminosità. I periodi più lunghi indicano stelle più luminose. Tutto questo è utile per comprendere tempi di variazione e luminosità apparente.

Ora bisogna concentrarsi sulle prove lasciate da questo processo di cluster globulari che si mangiano, Contreras non manca di esprimere alcune preoccupazioni : “Se i vecchi ammassi globulari che formano la regione interna della galassia sono stati assolutamente distrutti nel processo, è piuttosto difficile trovare prove concrete”.

L’astrofisico ha definito le RR Lyrae come una “pistola fumante”, ulteriore prova del cannibalismo galattico.

Ora i modelli o le ipotesi intorno alla formazione e evoluzione del centro galattico sono due: “Uno di loro suggerisce che le stelle nella regione interna sono accresciute grazie al gas dal disco galattico, l’altra invece sostiene la ricaduta di vecchi ammassi globulari verso il centro della Galassia”.

Niente paura, i modelli non si escludono a vicenda: “Abbiamo trovato prove inequivocabili che supportano il secondo modello, perché i nostri RR Lyrae sono molto simili a quelli trovati negli ammassi globulari”.

Il centro galattico, rimane un mistero, e altre prove dovranno essere scovate per una teoria definitiva sulla formazione della nostra Via Lattea.

Gianluigi Marsibilio

Crediti foto: ESO/VVV Survey/D. Minniti

KEPLER, 104 MONDI IN PIÙ E UNA CACCIA ANCORA LUNGA

104 su 197, questo è il numero dei pianeti confermati dal team internazionale di astronomi guidati da Ian Crossfield, del Lunar and Planetary Laboratory dell’Università dell’Arizona (che abbiamo raggiunto in esclusiva). Il paper è stato pubblicato nel supplemento dell’Astrophysical Journal. I mondi al di fuori del nostro sistema solare, analizzati nello studio, hanno un diametro che va dal 20% al 50 % in più rispetto a quello terrestre. La notizia incredibile riguarda il sistema della stella nana M K2-72 che ospita ben quattro pianeti rocciosi, di cui due potenzialmente abitabili.

K2-72 è una nana rossa, questa caratteristica sposta la zona abitabile ad una distanza molto più vicina rispetto a quella del nostro Sole.

Tutti davano per morto Kepler alcuni anni fa, dopo il guasto delle due ruote di reazione che permettevano i movimenti del telescopio, nessuno si sarebbe aspettato un adattamento della missione verso un Kepler bis (K2) che oggi sta dando, attraverso una forte collaborazione con i più potenti telescopi terrestri, tante soddisfazioni agli astrofisici.

Come ci ha detto Crossfield: “Il malfunzionamento di Kepler ha reso necessario un cambio di strategia”, infatti la NASA nel 2014, dopo aver raggiunto buoni risultati sulle prime rilevazioni post adattamento, ha deciso di continuare la missione che ora sta portando dei risultati straordinari, anche a fronte dei problemi avuti dalla missione originale.

Il campo di cielo studiato da K2 è più largo e meno focalizzato sull’obiettivo iniziale di Kepler, tuttavia: “K2 con questa nuova strategia trova pianeti con “anni” più brevi. I pianeti che troviamo tendono ad orbitare a stelle più vicine alla Terra . Queste stelle più vicine appaiono più luminose , e quindi siamo in grado di studiare e comprendere questi sistemi in modo molto più dettagliato” .

Il metodo utilizzato è quello del transito, che René Heller in un’intervista spiegò molto bene: “Rileva le mini eclissi stellari in grado di oscurare una minuscola frazione della loro stella ospite quando passano sulla linea dello sguardo tra la Terra e la stella. Circa 1 su 100 esopianeti ha un fortunato allineamento geometrico che permette transiti. Molti esopianeti non transitano sulla loro stella ospite, e rimangono invisibili per chi osserva dalla Terra”.

Gli strumenti che hanno contribuito a questa scoperta, attraverso osservazioni da terra, sono: i due giganti sul Mauna Kea del Keck Observatory, la bellissima coppia di telescopi da oltre 8 metri di diametro ciascuno del Gemini Observatory, l’Automated Planet Finder, in California, e  LBT, di Mount Graham in Arizona a cui partecipa anche l’INAF.

I risultati di K2 ci stanno preparando ad una nuova generazione di telescopi, pronti a ridisegnare il panorama nella ricerca degli esopianeti. Ian Crossfield della University of Arizona ci ha parlato di una vera e propria rivoluzione: “K2 sta preparando la strada per le missioni NASA come TESS,che analizzerà tutta la volta celeste, alla prossima missione CHEOPS guidata dall”ESA e al James Webb Telescope realizzato in collaborazione tra NASA ed ESA, che sarà essere in grado di studiare le atmosfere di questi pianeti in modo molto dettagliato per comprendere di cosa sono fatti e , forse , come si sono formate”.

Amedeo Balbi, nell’articolo che ho pubblicato su Le Stelle di luglio, riguardo i nuovi metodi di rilevazione dei pianeti extrasolari, ha espresso il suo parere in merito al futuro dell’osservazioni di esopianeti: “È facile prevedere che i prossimi anni vedranno aumentare il bottino in modo vertiginoso. Inoltre, stiamo ormai passando dalla fase di scoperta a quella di caratterizzazione: ovvero, le prossime osservazioni mireranno a studiare i pianeti già noti, con l’obiettivo di determinare non soltanto le loro proprietà fisiche (distanza dalla stella, massa, raggio e quindi densità e composizione) ma anche la presenza di una atmosfera e l’individuazione degli elementi che la compongono”.

Come abbiamo visto anche i telescopi di terra daranno il loro contributo, il noto divulgatore scientifico, sempre su Le Stelle, ha parlato così dello sviluppo di questi strumenti: “Non bisogna dimenticare il contributo fondamentale dei grandi telescopi terrestri di prossima generazione, come l’E-ELT, di cui sta iniziando la costruzione”.

La caratterizzazione dei pianeti sarà importantissima per la prosecuzione di questi studi, che nel corso degli anni probabilmente, ci faranno trovare tanti fratelli del nostro Pianeta e forse ci permetteranno di osservare la presenza di vita al di là del nostro mondo.

Nel frattempo K2 continuerà a lavorare e siamo certi che fra non molto ci troveremo a raccontare di altre straordinarie scoperte.

Gianluigi Marsibilio

Crediti foto (NASA)

PRIMA OSSERVAZIONE DI UNA NEBULOSA INTORNO AD UNA MAGNETAR

“Vagavo solitario come una nuvola” chissà se il poeta Wordsworth nella sua poesia voleva parlare anche di nubi interstellari con particelle ad alta energia come quella che gli astronomi di varie università statunitensi, coordinati dal supporto della NASA, hanno trovato intorno ad una stella molto particolare come la magnetar Swift J1834.9-0846.

Una magnetar è una stella di neutroni con un campo magnetico miliardi di volte quello terrestre, i campi magnetici di una tipica pulsar possono toccare intensità oscillanti tra i 100 e i 100.000 volte quello terrestre; per quanto riguarda le magnetar la forza del campo è centinaia di migliaia di volte più forte.

Questa tipologia di stelle è difficile da trovare a causa della loro brevissima vita, i campi magnetici ultra intensi hanno una vita media di 10,000 anni. Si pensa che la Via Lattea sia piena di Magnetar “spente”: a differenza delle molte stelle di neutroni confermate nel corso degli anni, ad oggi solo 29 stelle con questo campo magnetico fortissimo sono state confermate.

La magnetar è stata rintracciata nel 2011 grazie al satellite Swift, per la conferma della nebulosa circostante è stato necessario l’uso del telescopio a raggi X dell’ESA XMM-Newton.

Il telescopio usato è stato lanciato nel 1999 dalla Guyana francese e da decenni studia il cielo nella banda dei raggi x, l’osservatorio è stato finanziato anche dalla NASA che utilizza, attraverso team di astronomi statunitensi, lo strumento per varie tipologie di osservazioni.

Fino ad oggi mai era stato possibile osservare nebulose intorno a questa classe particolare di stelle, si tratta quindi di una prima volta storica; il post-dottorando della George Washington University George Younes, che ha guidato il team degli astronomi ha commentato: “In questo momento non sappiamo come J1834.9 abbia sviluppato e continui a mantenere la nebulosa, che fino ad oggi era una struttura osservata solo nelle giovani pulsar”.

Le osservazioni ottenute dal team di Younes sono state molteplici: il primo bagliore è stato scovato un mese dopo la scoperta di J1834.9 ad una quindicina di anni luce dalla magnetar, le osservazioni nel corso degli anni sono continuate e, attraverso l’incrocio dei dati di XMM-Newton e Swift, è stato possibile confermare l’esistenza della prima nebulosa intorno ad una magnetar.

L’analisi completa sarà pubblicata sul The Astrophysical Journal, per ora il paper è consultabile su arXiv.com.

Ora fortunatamente, il poeta Wordsworth e noi insieme a lui possiamo vagare nello spazio come nubi galattiche e osservare da vicino anche oggetti come le magnetar.

Gianluigi Marsibilio

INQUINAMENTO LUMINOSO, UN MONDO SENZA STELLE

“E quindi uscimmo a riveder le stelle”, se qualcuno avesse in mente al giorno d’oggi di fare un viaggio dantesco, si tolga dalla testa di poter uscire e vedere gli astri, la ricerca pubblicata su Science Advances parla chiaro: in oltre l’80% del pianeta, a causa dell’inquinamento luminoso, è impossibile vedere la Via Lattea. La situazione è ancora più drastica in zone come Europa e Usa, dove circa nel 70% delle aree è impossibile avere una visione buona della nostra galassia.

Il nuovo atlante del cielo è stato composto con oltre 35,000 osservazioni terrestri combinate con le immagini satellitari arrivate dallo spazio: il team aveva cominciato il lavoro dal 2001, e quello di oggi è solo un aggiornamento delle prime rilevazioni.

I nove ricercatori che hanno lavorato al progetto sono per un terzo italiani; proprio il nostro Paese presenta le percentuali più severe quanto a inquinamento luminoso. L’Italia si piazza al primo posto tra tutti le nazioni del G20.

Le zone meno inquinate del pianeta, in cui è possibile godere di una buona visione del cielo notturno sono in Africa, territori del Ciad, Madagascar e Repubblica Centrafricana.

Fabio Falchi, ricercatore del centro ISTIL (L’Istituto di Scienza e Tecnologia dell’Inquinamento Luminoso), ha commentato il rilascio del sondaggio preoccupandosi non solo dell’aspetto scientifico della vicenda che ha ricadute in campi svariati come l’astronomia e l’ecologia. L’uomo, perdendo di vista il cielo notturno, perde una delle più grandi fucine d’ispirazione: “Abbiamo perso la connessione con le nostre radici, della letteratura, della filosofia, della scienza”.

Le sconfitte non sono solamente culturali: anche il passaggio al LED, considerato come risolutivo da alcuni, ha piuttosto peggiorato le conseguenze di questo forte inquinamento luminoso.

Gli effetti di questa contaminazione sono pericolosi per la salute, ad esempio sulla produzione di melatonina nell’essere umano; altro ripercussione è l’aumento del fattore di rischio per la miopia precoce (nei bambini).

Per le piante i rischi sono collegati a vari fattori: nella flora i fotorecettori vengono disturbati e alterati dalla luce notturna anomala e molto forte.

Le leggi dei singoli paesi devono fare in modo di prevenire questo tipo di inquinamento, creando magari dei veri e proprio piani nazionali sulla luminosità: la Slovenia è una delle nazioni che da anni punta su leggi del genere.

Ad oggi in Italia la competenza per legiferare in materia spetta alle regioni, associazioni come l’Unione Astrofili Italiani dagli anni ’90 si batte per avere un piano regolatore nazionale.

Gli astronomi e astrofili hanno subito una beffa ulteriore con l’introduzione del LED, che a causa del loro spettro d’emissione intralcia moltissimo l’attività scientifica.

Numerosi studi fatti sull’illuminazione pubblica mostrano come oltre il 30% della luce viene dispersa verso l’alto e non riesce a irradiare correttamente le strade: anche su questo si possono fare molti passi avanti e numerose personalità di spicco per anni si sono battute per trovare soluzioni adeguate al problema, Margherita Hack per anni ha lottato contro questa forma dannosa di illuninazione.

L’UNESCO, attraverso l’iniziativa Starlight, da anni cerca di divulgare l’osservazione notturna del cielo come un valore fondamentale, sviluppando parallelamente azioni per intervenire nelle leggi dei Paesi. Il coordinatore Cipriano Marin ha commentato così i dati aggiornati: “Il nuovo atlante è il più efficace mezzo per avere consapevolezza dell’impatto dell’inquinamento luminoso nel mondo. Esso è fondamentale nel permettere alla gente, ai politici, agli amministratori, ai ricercatori e all’industria di affrontare questa sfida globale. L’inquinamento luminoso ha rescisso il legame con il cielo stellato che aveva accompagnato l’umanità dalle sue origini, oltre ad avere ripercussioni ambientali e sulla salute”.

Il mondo è ormai segnato da varie problematiche legate all’inquinamento, come spesso vi raccontiamo, le generazioni che verranno saranno sicuramente più consapevoli dei problemi legati al rapporto tra noi e il nostro pianeta ma ad oggi 3 italiani su 4 non possono osservare la volta stellata contemplata da Dante.

Gianluigi Marsibilio

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