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tra Scienza & Coscienza

"Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me'' I. Kant

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GAIA STA CAMBIANDO IL VOLTO DELLA NOSTRA GALASSIA

La missione Gaia dell’ESA ha prodotto il più ricco catalogo di stelle fino ad oggi e comprende le misurazioni ad alta precisione di circa 1,7 miliardi di stelle che rivelano dettagli inediti della nostra galassia.
Una moltitudine di scoperte è all’orizzonte dopo questa tanto attesa versione aggiornata della mappa, che si basa su 22 mesi di rilevamento del cielo. I nuovi dati includono posizioni, indicatori di distanza e movimenti di oltre un miliardo di stelle, insieme a misurazioni ad alta precisione di asteroidi nel nostro Sistema Solare e di stelle oltre la nostra Via Lattea.
L’analisi preliminare di questi dati fenomenali rivela dettagli precisi sulla composizione della popolazione stellare della Via Lattea e su come si muovono le stelle, informazioni essenziali per indagare sulla formazione e l’evoluzione della nostra galassia domestica.
“Le osservazioni raccolte da Gaia stanno ridefinendo le basi dell’astronomia”, afferma Günther Hasinger, direttore delle scienze dell’ESA.
Il video è un 360 panoramico della nostra galassia che mostra come GAIA sta lavorando per raccogliere più dati possibili sulle stelle che ci circondano.

Crediti foto e video: ESA

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MATERIA OSCURA, ADMX è LA SVOLTA NECESSARIA ALLA RICERCA?

Inutile nasconderlo, la materia oscura è una vera chimera per i ricercatori di cosmologia e fisica che negli ultimi 30 anni si sono avvicendati tra esperimenti e laboratori per cercare di trovarne un vago sentore.

L’ Axion Dark Matter experiment (ADMX) che si trova a Washington, ha riportato e pubblicato dei risultati importantissimi su Physical Review Letters, infatti si tratta del primo esperimento al mondo ad aver sviluppato la necessaria sensibilità per sentire i vagiti della materia oscura, più precisamente sarà il primo esperimento a cercare di scovare le traccie degli assioni.

Andrew Sonnenschein, membro fondamentale della collaborazione ADMX, ci ha spiegato a fondo il significato di questo nuovo esperimento: ” Gli assioni sono particelle ipotetiche inventate negli anni 70 dai teorici Roberto Peccei e Helen Queen come sottoprodotto dei loro tentativi di risolvere i problemi tra le interazioni tra i Quark e i gluoni”. I ricercatori hanno aspettato molto tempo per scoprire che, tramite queste particelle, potevano risolvere il problema della materia oscura o per farla breve cercare di capire di più sulla parte di universo che noi oggi non conosciamo, ovvero quello oscura.

“Queste particelle -ha spiegato il ricercatore- hanno masse molto piccole e possono interagire in modo debolissimo con la materia ordinaria e quindi sono molto difficili da rilevare”.

ADMX funziona grazie ad un fortissimo campo magnetico che converte gli assioni in fotoni ordinari in modo da permettere di essere rilevati più facilmente da quello che è il ricevitore radio più sensibile al mondo.

“Ora- come ci ha spiegato lo studioso- c’è una reale possibilità di sondare la materia oscura. Abbiamo dimostrato un grande salto di qualità nella sensibilità e questo trasforma il problema della rilevazione da quasi impossibile a estremamente impegnativo”.

L’esperimento utilizza dei componenti isolati da fonti esterne,ipersensibili e raffreddati a temperature vicine allo zero assoluto. Gli scienziati si aspettano e sperano di vedere interagire i fotoni con queste particelle enigmatiche.

Dal lontano 1933, anno in cui Fritz Zwicky propose per la prima volta la materia oscura come un sistema per spiegare la discrepanza tra le velocità di rotazione delle galassie, ancora si riesce ad avere una visione chiara di questa parte enigmatica e affascinante dell’universo.

Quello raggiunto dalla collaborazione ADMX è sicuramente una svolta tecnica che potrà produrre risultati fino ad ora irraggiungibili.

Crediti foto: Mark Stone/University of Washington

L’ALBA DELLE PRIME STELLE, ECCO COME SI è ACCESO L’UNIVERSO

Un team di astronomi, che ha pubblicato due paper su Nature, ha rilevato le impronte digitali delle prime stelle che si sono accese nel nostro universo.

Scrutare nel freddo e nero Orizzonte del Big bang. e questo l’obiettivo degli astronomi che hanno intravisto l’alba dell’universo ha 13,6 miliardi di anni fa quando le prime stelle hanno cominciato a brillare nell’oscurità Cosmica.

A portare avanti questa ricerca sono stati due studi apparsi su nature. Noi abbiamo intervistato Rennan Barkana del Raymond e Beverly sackler School of physics and astronomy, che ha studiato la possibile interazione tra le particelle di materia oscura e I baroni presenti all’alba dell’universo.

Le domande cardine che hanno guidato lo studio sono state: come sono state formate le prime stelle e quando si sono formate? In che modo queste hanno influenzato tutto l’ambiente cosmico?

Il professor Barkana ci ha spiegato che: “I barioni e la materia oscura sono esistiti sin dai primordi dell’universo. Entrambi si sono espansi con l’universo, disperdendosi e raffreddandosi. Questa è la prima osservazione che arriva nell’era della formazione delle prime stelle”.

I due documenti separati partono da da uno studio profondo delle onde radio: “Ho trovato la spiegazione- di questi segnali- in termini di materia oscura e ho calcolato questo modello (spiegato nel paper di Nature). Il segnale che è stato trovato è l’assorbimento delle onde radio da parte del gas che ha riempito l’universo, quando le prime stelle si sono formate. L’assorbimento era molto più forte di quanto ci si aspettasse”.

I segnali sono stati trovati con un’antenna che è leggermente più grande di un frigorifero e costa meno di  5 milioni di dollari, ma può tornare molto più indietro nel tempo e nella distanza rispetto al celebre Telescopio spaziale Hubble.

Lo strumento è uno spettrometro radio, situato presso l’Osservatorio radioastronomico CSIRO nell’Australia occidentale. Attraverso il loro esperimento il team ha misurato lo spettro radio medio di tutti i segnali astronomici ricevuti nella maggior parte del cielo dell’emisfero sud e ha cercato piccoli cambiamenti di potenza in funzione della lunghezza d’onda (o della frequenza) .

Quando le onde radio entrano nell’antenna terrestre, vengono amplificate da un ricevitore e quindi digitalizzate e registrate dal computer, il concetto è lo stesso dei ricevitori radio FM o i ricevitori TV. La differenza è che lo strumento è calibrato con molta precisione e progettato per funzionare nel modo più uniforme possibile su molte lunghezze d’onda radio.

Il gas nell’universo era probabilmente molto più freddo del previsto (circa la metà della temperatura). Questo suggerisce che gli sforzi teorici degli astrofisici hanno trascurato qualcosa di significativo o che questa potrebbe essere la prima prova della fisica non standard.

I segnali raccolti vanno indagati sempre più profondamente per migliorare la comprensione dei segnali all’alba dell’universo.

STORIE DALL’ORIGINE DELL’UNIVERSO: IL BUCO NERO SULL’USCIO DELL’UNIVERSO

Quasar e buchi neri formano una delle accoppiate più misteriose e interessanti dell’universo: un gruppo di astronomi, presso il Massachusetts Institute of Technology, il Max Planck Institute, il Carnegie Institute e altri enti, con una massiccia presenza di scienziati italiani, ha rilevato un buco nero super-massiccio distante circa 13 miliardi di anni luce da noi che mantiene in vita il quasar Ulas J134208.10+092838.61, emettendo una luminosità di miliardi e miliardi di stelle.

Per capire l’implicazione della ricerca bisogna rendersi conto che stiamo parlando di uno degli oggetti più distanti da noi mai osservati. Il buco nero misura circa 800 milioni di masse solari e l’importantissima scoperta ha meritato la pubblicazione su Nature.

All’origine della scoperta, ci ha spiegato lo scienziato a capo del survey Eduardo Bañados, del Carnegie Institute, c’è la rilevazione di un Quasar estremamente luminoso e massiccio.
L’oggetto si trova ad una distanza temporale di 690 milioni di anni dall’inizio dell’universo, quindi in scala cosmica stiamo parlando di un universo ancora molto giovane. Bañados ha detto: “L’oggetto ci offre una foto rara e unica di quando l’universo aveva il 5% della sua età attuale, insomma se l’universo fosse una persona di 50 anni adesso staremmo osservando la foto di quella persona quando ne aveva due e mezzo”.

Abbiamo contattato anche Chiara Mazzucchelli, una dei tre scienziati italiani all’interno del progetto, in forze all’ Istituto Max Planck per l’astronomia.
La ricercatrice ci ha spiegato cosa significa che J1342 sia un Quasar ad “alto redshift”.
“Proprio attraverso il redshift- ha spiegato la scienziata- noi possiamo collegare la distanza in cui il quasar si trova rispetto alla terra e rispetto al tempo in cui questo oggetto è stato osservato”.
Un dato estremamente sorprende è contenuto in un dato: “in 690 milioni di anni, dopo la formazione dell’universo, una serie incredibile di masse solari si è raccolta in un solo punto”

Una cosa del genere va a sfidare logicamente anche la fisica teorica: ” I modelli suggeriscono che questi buchi neri possono essersi evoluti da altri massicci conglomerati di gas con massa superiore di 10000 volte a quella del sole o addirittura dall’esplosione della prima generazione di stelle del nostro universo”.

Alcuni di questi modelli però portano alla formazione di buchi neri meno massicci, di quello che è stato rilevato nel quasar, si può allora attribuire l’oggetto ad un effetto chiamato aaccrescimento di super Eddington.

La scienziata italiana ci ha indicato che il “seme” da cui si è formato J 1342 deve essere stato pari ad “almeno 1000 masse solari e ad una distanza temporale di 100 milioni di anni dal Big Bang”.

Lo strumento che ha portato alla scoperta è Fire che impiega  gli infrarossi e si trova in Cile; FIRE è uno spettrometro che va a classificare gli oggetti proprio in base a questa frequenza misurando effetto redshift e doppler delle galassie e di altri oggetti come i quasar.

Un quasar dunque sembra legare i misteri dietro l’espansione dell’universo, la formazione della materia nell’universo primordiale e l’origine dei buchi neri, capire tramite i nuovi strumenti (Euclid, il JWT e l’E-ELT) l’origine di questo quasar risolverà una serie di problemi di lunga data, magari aprendo una nuova porta, piena di aria fresca, per la cosmologia.

Gianluigi Marsibilio

 

Crediti foto: Robin Dienel, Carnegie Institution for Science

BIG BANG, NO GRAZIE: L’UNIVERSO è FRUTTO DI UN RIMBALZO COSMICO?

 

In settimana la pubblicazione dell’articolo Bouncing cosmology inspired by regular black holes da parte del professor J.C.S Neves dell’Instituto del Matemática, Estatística e Computação Científica dell’ Universidade Estadual ha ispirato tanti a riconsiderare e a tornare a parlare di teorie alternative al Big Bang, noi nella notte abbiamo sentito lo scienziato che ci ha spiegato il ruolo dei buchi neri nel suo modello, introducendoci a tanti concetti estremamente interessanti, ma anche leggermente complessi.

Il professor Neves ha tenuto un tono sempre molto divulgativo e ha spiegato punto dopo punto il suo modello che prevede, come ogni big bounce che si rispetti, fasi continue di contrazione e espansione per l’universo.

 

– Quali sono i principali problemi nella teoria del big bang?

Il modello standard della cosmologia è chiamato modello Lambda-Cold-Dark-Matter (Lambda-CDM). In generale per le persone (non specialiste) la teoria è stata nominata come : “big bang”. Per i ricercatori, il big bang è solo la singolarità iniziale e rappresenta il problema più importante nel modello standard.

Perché?

La singolarità iniziale promuove un fallimento nella teoria della gravità di Einstein. La relatività generale è la base della cosmologia moderna e con una singolarità, allo stato primoridiale dell’universo, il modello standard fallisce. Le grandezze fisiche e geometriche nella singolarità iniziale non hanno valori finiti per questo, il big bang inteso come singolaritò è il più grande problema in cosmologia, un qualcosa di impossibile!

– Qual è il ruolo dei buchi neri nella cosmologia del big bounce?

Per risolvere questo problema, sono apparsi modelli di cosmologie che prevedono i rimbalzi (bounce). La singolarità iniziale viene dunque sostituita da un rimbalzo regolare, una transizione tra le fasi di contrazione e di espansione. La relatività generale non soffrirà quindi del problema delle singolarità nelle varie teorie del big bounce.

Se l’universo rimbalza, è possibile supporre l’esistenza di buchi neri nella fase precedente, cioè quella di contrazione. I buchi neri non vanno completamente distrutti dopo il rimbalzo, o almeno le loro onde gravitazionali, per questo una sorta di segnale dai buchi neri, tramite onde gravitazionali può essere rintracciato oggi.

– Quali sono le peculiarità di questo modello?

Cosmologie del genere sono una vecchia idea. Il mio modello, in particolare, risolve il problema della singolarità iniziale introducendo nel modello i buchi neri regolari.

I buchi neri regolari sono senza una singolarità all’interno del loro orizzonte degli eventi.

– Che ruolo ha il tempo nel tuo modello?

Nel mio modello, il tempo ha lo stesso ruolo rispetto al modello standard. È una coordinata nelle equazioni di campo di Einstein. Il tempo non ripristina il suo “flusso” nella fase di contrazione.

– Che cos’è un “fattore di scala” in relatività?

In cosmologia, il fattore di scala misura la variazione del tessuto spazio-temporale. Indica se l’universo si sta espandendo, contraendo o se è statico. È solo una funzione nelle soluzioni delle equazioni di Einstein. Nel modello standard, il fattore di scala dipende dal tempo. Nel mio modello, dipende dal tempo e dalla scala cosmologica.

A causa di una diversa concezione del fattore di scala, il mio modello potrebbe descrivere il nostro universo in diversi modi. Sappiamo che per le scale di grandi dimensioni, l’universo è quasi omogeneo mentre per le più piccole è disomogeneo.

Questa caratteristica è osservativa e il modello standard non la descrive a a differenza dal modello che prevede il bounce.

Dove si potrebbero trovare le prove concrete della tua teoria?

Come ho detto, per mezzo dei buchi neri si potrebbe trovare la prova di una fase precedente, uno strumento chiave sono le annesse onde gravitazionali prodotte dalla contrazione dell’universo.

Gianluigi Marsibilio

OUMUAMUA, LA FAVOLA DELL’ASTEROIDE VENUTO DA LONTANO

Abbiamo un nuovo messaggero interstellare entrato nel nostro sistema solare. Non stiamo parlando di extraterrestri ma di Oumuamua,  l’asteroide interstellare che ha attraversato in modo repentino e romantico il nostro quartiere cosmico per poi sparire senza lasciare alcuna scia o traccia.
Il 19 ottobre 2017, tramite il Pan-STARRS 1, un sistema di telescopi automatizzati che ha sede nelle Hawaii, il corpo è saltato agli occhi della comunità di scienziati che si è subito focalizzata su di esso con altri telescopi come il VLT dell’ESO, in particolare con l’aiuto dello strumento FORS che ha misurato la velocità, l’orbita, la luminosità e il colore dell’asteroide venuto da lontano, rilevando qualcosa di molto interessante: nel giro di poche ore il corpo, molto lungo e dalle fattezze simili ad un sigaro spaziale, è stato capace di variare completamente la sua luminosità, il cambiamento è probabilmente dovuto dalla rotazione dell’asteroide, completamente avvenuta dopo 7,3 ore.
Le prime rilevazioni hanno mostrato la sua natura rocciosa, con un alto contenuto di metalli e mancante di acqua, inoltre sappiamo che sulla sua superficie le radiazioni hanno ormai fatto terra bruciata lasciando solo un pallido rosso e il buio totale.

Al primo impatto i ricercatori hanno pensato ad una cometa arrivata nel nostro sistema solare ma attraverso l’imaging è stato possibile notare come il passaggio vicino al sole non aveva mostrato nessuno sbuffo di polvere o particelle che solitamente vediamo che nella formazione delle code, nel caso delle comete.
Altro elemento quasi certo è che sulla sua superficie sicuramente non mancano un sacco di composti chimici organici che sono alla base della fucina chimica dell’universo.

La ricerca, pubblicata su Nature da un team internazionali di ricercatori che vede molti italiani (targati INAF) presenti, ha analizzato l’oggetto mostrando anche la sua alta eccentricità e stimandone la lunghezza intorno ai 400 metri.

La parola Oumuamua viene dall’hawaiano e attribuisce all’asteroide il significato di essere un messaggero arrivato da un lontano passato, l’idea legata a questo asteroide è come vedete molto profonda e romantica e lega il nostro sistema solare al resto del cosmo.

Lentamente l’oggetto è sparito dai nostri”  radar” ma sicuramente potremmo avere, grazie ai nuovi strumenti che hanno scoperto Oumuamua,  dati dagli oggetti che arrivano dall’esterno del sistema solare.

Ad oggi tra i circa 750.000 asteroidi e comete presenti nei dintorni, non era mai stata attribuita a nessuno degli oggetti, la provenienza da un altro quartiere cosmico al di fuori del sistema solare, con Oumuamua stabiliamo una prima volta storica, che è allo stesso tempo una lezione di astronomia e archeologia stellare.

 

Gianluigi Marsibilio

Crediti foto: ESO/M. Kornmesser

ROSS 128b, IL FUTURO VICINO DELLA TERRA SOTTO GLI OCCHI DI HARPS

Scoprire un esopianeta in una zona abitabile di una stella che tra 80.000 anni sarà la nostra vicina più prossima? Fatto.
Noi esseri umani, inutile negarlo, siamo a caccia di un esopianeta simile alla nostra terra in grado di ospitare la vita dove sarà possibile ”trasferirsi” in un futuro non molto remoto. 
Nella nuova ricerca basata sullo studio dei ricercatori del team che controlla HARPS, che da anni si concentra sulle nane rosse (tra le stelle più deboli e comuni e interessanti nell’universo), ha dato un nuovo impulso a questa caccia che si fa sempre più interessante e ci fa attendere con impazienza i prossimi strumenti di terra e spaziali che inizieranno le loro osservazioni nella prossima decade.
L’articolo con tutte le analisi e le caratteristiche, fino ad oggi conosciute del pianeta, è stato pubblicato in Astronomy and Astrophysics con il titolo: “A temperate exo-Earth around a quiet M dwarf at 3.4 parsecs”.

 

Harps è un sistema ad alta precisione dell’ osservatorio di La Silla, in Cile, che ha scoperto nell’orbita della stella Ross 128 un pianeta di massa estremamente contenuta che compie un giro intorno alla sua stella madre ogni 9,9 giorni.

Nel comunicato dell’ESO che ha annunciato la scoperta del pianeta, distante circa 11 anni luce dalla Terra, viene spiegato come questa scoperta si basa su un lavoro decennale di monitoraggio intensivo che ha coniugato tutte le scoperte fatte in questo campo con varie tecniche d’avanguardia.

Per essere chiari si deve specificare che ci troviamo dinanzi ad un gruppo di ricercatori che si può dire sia uno dei più grande team di cacciatori di esopianeti.

 

La rilevazione, alcuni mesi fa, del pianeta intorno a Proxima Centauri, anch’essa una nana rossa, fu una grande novità, tuttavia Proxima, attualmente la stella più vicina al nostro sole, è soggetta a brillamenti occasionali che rischiano di contaminare i pianeti attraverso le radiazioni ultraviolette, queste scariche radioattive sono sostanzialmente mortali per ogni forma di vita.

 Ross 128 sembra una stella molto più tranquilla, rispetto a Proxima, e i suoi pianeti potrebbero avere realmente la capacità di sviluppare vita.

Altro dato estremamente curioso lo scopriamo analizzando l’andamento che sta avendo questa stella nella volta celeste, dai dati infatti sappiamo che Ross si sta muovendo verso di noi e entro 79000 anni sarà il nostro prossimo vicino stellare. 

Insomma ci troveremo Ross 128b dietro la nostra porta cosmica.

Ross 128 b, nome dato al pianeta, è pronto quindi per affrontare questa odissea cosmica che lo porterà a diventare l’esopianeta più vicino alla Terra.

Come specificato dall’ESO: “La temperatura di equilibrio di Ross 128 b è stimata tra i -60 e 20 ° C, tutto questo grazie alla natura fredda e debole della piccola stella che ospita il pianeta; la nana rossa ha poco più della metà della temperatura superficiale del Sole”‘.

Ross 128b sarà sicuramente uno dei pianeti di cui sarà svelata l’atmosfera tramite le future analisi dell’Extremely Large Telescope, c’è da specificare che questa operazione affascinante sarà possibile per pochi pianeti che sono abbastanza vicini alla loro stella madre.

Lee Billings nel suo libro Five Billion Years of Solitude parla della Terra in termini molto chiari:“La vita su questo pianeta ha una data di scadenza”, aggiungendo, “anche perché un giorno il Sole cesserà di brillare”.

Finalmente il team di HARPS e non solo, sono nel bel mezzo della caccia ad una Terra 2.0 e noi stiamo vivendo quest’epoca d’oro della corsa allo studio degli esopianeti consapevoli che la prossima generazione di telescopi può rappresentare la definitiva rivoluzione nel nostro studio del cosmo.

Gianluigi Marsibilio

Crediti: ESO/M.Kornmesser

LA “COLORSFERA” DEL SOLE

Questa immagine colorata è uno “spettro flash della cromosfera” catturato durante l’eclissi solare totale che si è verificato negli Stati Uniti il ​​21 agosto di quest’anno, dal team della spedizione ESAche ha monitorato l’eclissi da Casper, nel Wyoming.

Durante un’eclissi, quando la Luna oscura temporaneamente la luce travolgente della fotosfera del Sole, gli astronomi possono effettuare misure non possibili in condizioni normali. Tra queste l’analisi della tonalità di rosso, normalmente invisibile, della cromosfera, lo strato dell’atmosfera solare direttamente sopra la superficie turbolenta della fotosfera.

Un’immagine di questo tipo può essere ottenuta solo dall’ultima e dalla prima luce del lembo solare, subito prima e subito dopo la fase totale dell’eclissi rispettivamente, quando è possibile riprendere questo tipo spettro chiamato “flash” proprio perché le misurazioni devono essere completate in pochissimi secondi. È così che l’emissione di luce che arriva dalla cromosfera del Sole può essere suddivisa in uno spettro di colori, che mostrano l’impronta digitale di diversi elementi chimici. L’emissione più intensa è dovuta all’idrogeno, così come l’emissione rossa in H alpha che vediamo all’estremo destro.

Nel mezzo, il giallo brillante corrisponde all’elio, un elemento scoperto proprio in occasione di uno spettro di questo tipo raccolto durante l’eclisse totale del 18 agosto 1868, anche se in quel momento ancora non si sapeva di cosa si trattasse. Solo tre decenni dopo, l’elio verrà scoperto sulla Terra e quello spettro associato ad esso, si scoprirà poi trattarsi del secondo più abbondante elemento nell’intero Universo, dopo l’idrogeno!

L’immagine è stata ripresa dal team del Cesar science educational project (European Space Astronomy Centre vicino a Madrid, Spagna). Altre immagini raccolte durante l’eclissi sono visibili sul sito del progetto Cesar eclipse.

 

Redazione Coelum

Foto: ESA/M. Castillo-Fraile

L’ENERGIA OSCURA E LE SUE DINAMICHE

Il binomio costante cosmologica/energia oscura è sempre stato uno dei più interessanti nella storia della cosmologia: oggi un team di ricerca internazionale della University of Portsmouth ha rivelato un tassello in più sulle dinamiche seguite dall’energia oscura.

Scoprire delle chiavi per comprendere l’energia oscura è sempre stato uno degli obiettivi degli scienziati nel XXI secolo, la costante cosmologica elaborata da Albert Einstein è sempre stata un ostacolo duro da sormontare nello studio di questa misteriosa “forza”, troppo spesso direttamente associata alla costante.
Uno studio apparso su Nature Astronomy, grazie al grande database utilizzato per svolgere la ricerca, ha portato a risultati interessanti sulla comprensione del binomio costante cosmologica in rapporto all’energia oscura.

Noi abbiamo parlato con Bob Nichol,  direttore dell’ICG  ( istituto di cosmologia e gravitazione) che ci ha aiutato a districarci in questo complesso campo di studi: “La migliore spiegazione per l’energia oscura rimane la costante cosmologica, ma non con lo stesso valore e le stesse ragioni di introdotte da Einstein. Una costante cosmologica rimane insoddisfacente per la maggior parte di noi perché il valore osservato (tramite i vari esperimenti) è molto lontano da quello atteso”.
La proprietà fisica dell’energia oscura è rappresentata dall’equazione di Stato che è il rapporto della pressione con la densità di energia.

La squadra del professor Zhao, che ha contribuito attivamente nello svolgimento di questo studio, ha trovato una prova della dinamica dell’energia oscura ad un livello di 3.5 Sigma, questo va a indicare che la natura dell’energia oscura non può essere collegata a quella del vuoto ma piuttosto alla presenza di un campo dinamico.

Il futuro dello studio dell’energia oscura è affidato allo strumento DESI che proporrà una nuova mappa cosmica in 3D dal 2018 in poi, fino ad oggi i lavori hanno utilizzato dati della temperatura della radiazione cosmica di fondo, gli spettri della polarizzazione, lo studio delle supernove e i vari studi dei cluster di galassie.

Abbiamo chiesto a Nichols in che modo le attuali osservazioni sono in grado di fornire le varie dinamiche dell’energia oscura, lo scienziato ci ha spiegato che ad oggi: ” Non siamo sicuri che l’energia oscura impatti sulla formazione di determinati ambienti cosmici, dato che è ovunque nell’universo, essa potrebbe fluire, secondo la teoria di Kashlinsky, in “flussi oscuri”. Resta comunque importante studiare l’influenza gravitazionale dell’energia oscura sull’universo, infatti nella relatività generale di Einstein qualsiasi forma di materia o energia può in un certo senso stravolgere lo spazio-tempo.

Ad oggi sappiamo che l’effetto principale dell’energia oscura è stato quello di causare un’accelerazione nelle espansione dell’universo.

Nichols ha chiuso l’intervista ricordando che: ” C’è bisogno di un modello che spiega come l’universo si sia potuto evolvere, tutto questo va poi confrontato con le varie misurazioni e se il modello si adatta alle misurazioni, possiamo indicarlo come coerente e valido”.

 

Questa considerazione finale ci fa effettivamente capire quanto sia importante, anche con il modello teorico più astratto, ricollegarsi a delle misurazioni reali su alcune costanti dell’universo.

 

 

Image credit: Gong-Bo Zhao, NAOC and the ICG, University of Portsmouth

La costante cosmologica (illustrata dalla linea gialla) viene introdotta per spiegare l’espansione accelerata dell’Universo (mostrato come il cono azzurro) a causa della presenza di energia oscura. Lo studio suggerisce che il contributo di energia oscura a questa espansione dipende dal tempo (curva grigia)

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