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tra Scienza & Coscienza

"Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me'' I. Kant

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STORIE DALL’ORIGINE DELL’UNIVERSO: IL BUCO NERO SULL’USCIO DELL’UNIVERSO

Quasar e buchi neri formano una delle accoppiate più misteriose e interessanti dell’universo: un gruppo di astronomi, presso il Massachusetts Institute of Technology, il Max Planck Institute, il Carnegie Institute e altri enti, con una massiccia presenza di scienziati italiani, ha rilevato un buco nero super-massiccio distante circa 13 miliardi di anni luce da noi che mantiene in vita il quasar Ulas J134208.10+092838.61, emettendo una luminosità di miliardi e miliardi di stelle.

Per capire l’implicazione della ricerca bisogna rendersi conto che stiamo parlando di uno degli oggetti più distanti da noi mai osservati. Il buco nero misura circa 800 milioni di masse solari e l’importantissima scoperta ha meritato la pubblicazione su Nature.

All’origine della scoperta, ci ha spiegato lo scienziato a capo del survey Eduardo Bañados, del Carnegie Institute, c’è la rilevazione di un Quasar estremamente luminoso e massiccio.
L’oggetto si trova ad una distanza temporale di 690 milioni di anni dall’inizio dell’universo, quindi in scala cosmica stiamo parlando di un universo ancora molto giovane. Bañados ha detto: “L’oggetto ci offre una foto rara e unica di quando l’universo aveva il 5% della sua età attuale, insomma se l’universo fosse una persona di 50 anni adesso staremmo osservando la foto di quella persona quando ne aveva due e mezzo”.

Abbiamo contattato anche Chiara Mazzucchelli, una dei tre scienziati italiani all’interno del progetto, in forze all’ Istituto Max Planck per l’astronomia.
La ricercatrice ci ha spiegato cosa significa che J1342 sia un Quasar ad “alto redshift”.
“Proprio attraverso il redshift- ha spiegato la scienziata- noi possiamo collegare la distanza in cui il quasar si trova rispetto alla terra e rispetto al tempo in cui questo oggetto è stato osservato”.
Un dato estremamente sorprende è contenuto in un dato: “in 690 milioni di anni, dopo la formazione dell’universo, una serie incredibile di masse solari si è raccolta in un solo punto”

Una cosa del genere va a sfidare logicamente anche la fisica teorica: ” I modelli suggeriscono che questi buchi neri possono essersi evoluti da altri massicci conglomerati di gas con massa superiore di 10000 volte a quella del sole o addirittura dall’esplosione della prima generazione di stelle del nostro universo”.

Alcuni di questi modelli però portano alla formazione di buchi neri meno massicci, di quello che è stato rilevato nel quasar, si può allora attribuire l’oggetto ad un effetto chiamato aaccrescimento di super Eddington.

La scienziata italiana ci ha indicato che il “seme” da cui si è formato J 1342 deve essere stato pari ad “almeno 1000 masse solari e ad una distanza temporale di 100 milioni di anni dal Big Bang”.

Lo strumento che ha portato alla scoperta è Fire che impiega  gli infrarossi e si trova in Cile; FIRE è uno spettrometro che va a classificare gli oggetti proprio in base a questa frequenza misurando effetto redshift e doppler delle galassie e di altri oggetti come i quasar.

Un quasar dunque sembra legare i misteri dietro l’espansione dell’universo, la formazione della materia nell’universo primordiale e l’origine dei buchi neri, capire tramite i nuovi strumenti (Euclid, il JWT e l’E-ELT) l’origine di questo quasar risolverà una serie di problemi di lunga data, magari aprendo una nuova porta, piena di aria fresca, per la cosmologia.

Gianluigi Marsibilio

 

Crediti foto: Robin Dienel, Carnegie Institution for Science

BIG BANG, NO GRAZIE: L’UNIVERSO è FRUTTO DI UN RIMBALZO COSMICO?

 

In settimana la pubblicazione dell’articolo Bouncing cosmology inspired by regular black holes da parte del professor J.C.S Neves dell’Instituto del Matemática, Estatística e Computação Científica dell’ Universidade Estadual ha ispirato tanti a riconsiderare e a tornare a parlare di teorie alternative al Big Bang, noi nella notte abbiamo sentito lo scienziato che ci ha spiegato il ruolo dei buchi neri nel suo modello, introducendoci a tanti concetti estremamente interessanti, ma anche leggermente complessi.

Il professor Neves ha tenuto un tono sempre molto divulgativo e ha spiegato punto dopo punto il suo modello che prevede, come ogni big bounce che si rispetti, fasi continue di contrazione e espansione per l’universo.

 

– Quali sono i principali problemi nella teoria del big bang?

Il modello standard della cosmologia è chiamato modello Lambda-Cold-Dark-Matter (Lambda-CDM). In generale per le persone (non specialiste) la teoria è stata nominata come : “big bang”. Per i ricercatori, il big bang è solo la singolarità iniziale e rappresenta il problema più importante nel modello standard.

Perché?

La singolarità iniziale promuove un fallimento nella teoria della gravità di Einstein. La relatività generale è la base della cosmologia moderna e con una singolarità, allo stato primoridiale dell’universo, il modello standard fallisce. Le grandezze fisiche e geometriche nella singolarità iniziale non hanno valori finiti per questo, il big bang inteso come singolaritò è il più grande problema in cosmologia, un qualcosa di impossibile!

– Qual è il ruolo dei buchi neri nella cosmologia del big bounce?

Per risolvere questo problema, sono apparsi modelli di cosmologie che prevedono i rimbalzi (bounce). La singolarità iniziale viene dunque sostituita da un rimbalzo regolare, una transizione tra le fasi di contrazione e di espansione. La relatività generale non soffrirà quindi del problema delle singolarità nelle varie teorie del big bounce.

Se l’universo rimbalza, è possibile supporre l’esistenza di buchi neri nella fase precedente, cioè quella di contrazione. I buchi neri non vanno completamente distrutti dopo il rimbalzo, o almeno le loro onde gravitazionali, per questo una sorta di segnale dai buchi neri, tramite onde gravitazionali può essere rintracciato oggi.

– Quali sono le peculiarità di questo modello?

Cosmologie del genere sono una vecchia idea. Il mio modello, in particolare, risolve il problema della singolarità iniziale introducendo nel modello i buchi neri regolari.

I buchi neri regolari sono senza una singolarità all’interno del loro orizzonte degli eventi.

– Che ruolo ha il tempo nel tuo modello?

Nel mio modello, il tempo ha lo stesso ruolo rispetto al modello standard. È una coordinata nelle equazioni di campo di Einstein. Il tempo non ripristina il suo “flusso” nella fase di contrazione.

– Che cos’è un “fattore di scala” in relatività?

In cosmologia, il fattore di scala misura la variazione del tessuto spazio-temporale. Indica se l’universo si sta espandendo, contraendo o se è statico. È solo una funzione nelle soluzioni delle equazioni di Einstein. Nel modello standard, il fattore di scala dipende dal tempo. Nel mio modello, dipende dal tempo e dalla scala cosmologica.

A causa di una diversa concezione del fattore di scala, il mio modello potrebbe descrivere il nostro universo in diversi modi. Sappiamo che per le scale di grandi dimensioni, l’universo è quasi omogeneo mentre per le più piccole è disomogeneo.

Questa caratteristica è osservativa e il modello standard non la descrive a a differenza dal modello che prevede il bounce.

Dove si potrebbero trovare le prove concrete della tua teoria?

Come ho detto, per mezzo dei buchi neri si potrebbe trovare la prova di una fase precedente, uno strumento chiave sono le annesse onde gravitazionali prodotte dalla contrazione dell’universo.

Gianluigi Marsibilio

OUMUAMUA, LA FAVOLA DELL’ASTEROIDE VENUTO DA LONTANO

Abbiamo un nuovo messaggero interstellare entrato nel nostro sistema solare. Non stiamo parlando di extraterrestri ma di Oumuamua,  l’asteroide interstellare che ha attraversato in modo repentino e romantico il nostro quartiere cosmico per poi sparire senza lasciare alcuna scia o traccia.
Il 19 ottobre 2017, tramite il Pan-STARRS 1, un sistema di telescopi automatizzati che ha sede nelle Hawaii, il corpo è saltato agli occhi della comunità di scienziati che si è subito focalizzata su di esso con altri telescopi come il VLT dell’ESO, in particolare con l’aiuto dello strumento FORS che ha misurato la velocità, l’orbita, la luminosità e il colore dell’asteroide venuto da lontano, rilevando qualcosa di molto interessante: nel giro di poche ore il corpo, molto lungo e dalle fattezze simili ad un sigaro spaziale, è stato capace di variare completamente la sua luminosità, il cambiamento è probabilmente dovuto dalla rotazione dell’asteroide, completamente avvenuta dopo 7,3 ore.
Le prime rilevazioni hanno mostrato la sua natura rocciosa, con un alto contenuto di metalli e mancante di acqua, inoltre sappiamo che sulla sua superficie le radiazioni hanno ormai fatto terra bruciata lasciando solo un pallido rosso e il buio totale.

Al primo impatto i ricercatori hanno pensato ad una cometa arrivata nel nostro sistema solare ma attraverso l’imaging è stato possibile notare come il passaggio vicino al sole non aveva mostrato nessuno sbuffo di polvere o particelle che solitamente vediamo che nella formazione delle code, nel caso delle comete.
Altro elemento quasi certo è che sulla sua superficie sicuramente non mancano un sacco di composti chimici organici che sono alla base della fucina chimica dell’universo.

La ricerca, pubblicata su Nature da un team internazionali di ricercatori che vede molti italiani (targati INAF) presenti, ha analizzato l’oggetto mostrando anche la sua alta eccentricità e stimandone la lunghezza intorno ai 400 metri.

La parola Oumuamua viene dall’hawaiano e attribuisce all’asteroide il significato di essere un messaggero arrivato da un lontano passato, l’idea legata a questo asteroide è come vedete molto profonda e romantica e lega il nostro sistema solare al resto del cosmo.

Lentamente l’oggetto è sparito dai nostri”  radar” ma sicuramente potremmo avere, grazie ai nuovi strumenti che hanno scoperto Oumuamua,  dati dagli oggetti che arrivano dall’esterno del sistema solare.

Ad oggi tra i circa 750.000 asteroidi e comete presenti nei dintorni, non era mai stata attribuita a nessuno degli oggetti, la provenienza da un altro quartiere cosmico al di fuori del sistema solare, con Oumuamua stabiliamo una prima volta storica, che è allo stesso tempo una lezione di astronomia e archeologia stellare.

 

Gianluigi Marsibilio

Crediti foto: ESO/M. Kornmesser

ROSS 128b, IL FUTURO VICINO DELLA TERRA SOTTO GLI OCCHI DI HARPS

Scoprire un esopianeta in una zona abitabile di una stella che tra 80.000 anni sarà la nostra vicina più prossima? Fatto.
Noi esseri umani, inutile negarlo, siamo a caccia di un esopianeta simile alla nostra terra in grado di ospitare la vita dove sarà possibile ”trasferirsi” in un futuro non molto remoto. 
Nella nuova ricerca basata sullo studio dei ricercatori del team che controlla HARPS, che da anni si concentra sulle nane rosse (tra le stelle più deboli e comuni e interessanti nell’universo), ha dato un nuovo impulso a questa caccia che si fa sempre più interessante e ci fa attendere con impazienza i prossimi strumenti di terra e spaziali che inizieranno le loro osservazioni nella prossima decade.
L’articolo con tutte le analisi e le caratteristiche, fino ad oggi conosciute del pianeta, è stato pubblicato in Astronomy and Astrophysics con il titolo: “A temperate exo-Earth around a quiet M dwarf at 3.4 parsecs”.

 

Harps è un sistema ad alta precisione dell’ osservatorio di La Silla, in Cile, che ha scoperto nell’orbita della stella Ross 128 un pianeta di massa estremamente contenuta che compie un giro intorno alla sua stella madre ogni 9,9 giorni.

Nel comunicato dell’ESO che ha annunciato la scoperta del pianeta, distante circa 11 anni luce dalla Terra, viene spiegato come questa scoperta si basa su un lavoro decennale di monitoraggio intensivo che ha coniugato tutte le scoperte fatte in questo campo con varie tecniche d’avanguardia.

Per essere chiari si deve specificare che ci troviamo dinanzi ad un gruppo di ricercatori che si può dire sia uno dei più grande team di cacciatori di esopianeti.

 

La rilevazione, alcuni mesi fa, del pianeta intorno a Proxima Centauri, anch’essa una nana rossa, fu una grande novità, tuttavia Proxima, attualmente la stella più vicina al nostro sole, è soggetta a brillamenti occasionali che rischiano di contaminare i pianeti attraverso le radiazioni ultraviolette, queste scariche radioattive sono sostanzialmente mortali per ogni forma di vita.

 Ross 128 sembra una stella molto più tranquilla, rispetto a Proxima, e i suoi pianeti potrebbero avere realmente la capacità di sviluppare vita.

Altro dato estremamente curioso lo scopriamo analizzando l’andamento che sta avendo questa stella nella volta celeste, dai dati infatti sappiamo che Ross si sta muovendo verso di noi e entro 79000 anni sarà il nostro prossimo vicino stellare. 

Insomma ci troveremo Ross 128b dietro la nostra porta cosmica.

Ross 128 b, nome dato al pianeta, è pronto quindi per affrontare questa odissea cosmica che lo porterà a diventare l’esopianeta più vicino alla Terra.

Come specificato dall’ESO: “La temperatura di equilibrio di Ross 128 b è stimata tra i -60 e 20 ° C, tutto questo grazie alla natura fredda e debole della piccola stella che ospita il pianeta; la nana rossa ha poco più della metà della temperatura superficiale del Sole”‘.

Ross 128b sarà sicuramente uno dei pianeti di cui sarà svelata l’atmosfera tramite le future analisi dell’Extremely Large Telescope, c’è da specificare che questa operazione affascinante sarà possibile per pochi pianeti che sono abbastanza vicini alla loro stella madre.

Lee Billings nel suo libro Five Billion Years of Solitude parla della Terra in termini molto chiari:“La vita su questo pianeta ha una data di scadenza”, aggiungendo, “anche perché un giorno il Sole cesserà di brillare”.

Finalmente il team di HARPS e non solo, sono nel bel mezzo della caccia ad una Terra 2.0 e noi stiamo vivendo quest’epoca d’oro della corsa allo studio degli esopianeti consapevoli che la prossima generazione di telescopi può rappresentare la definitiva rivoluzione nel nostro studio del cosmo.

Gianluigi Marsibilio

Crediti: ESO/M.Kornmesser

LA “COLORSFERA” DEL SOLE

Questa immagine colorata è uno “spettro flash della cromosfera” catturato durante l’eclissi solare totale che si è verificato negli Stati Uniti il ​​21 agosto di quest’anno, dal team della spedizione ESAche ha monitorato l’eclissi da Casper, nel Wyoming.

Durante un’eclissi, quando la Luna oscura temporaneamente la luce travolgente della fotosfera del Sole, gli astronomi possono effettuare misure non possibili in condizioni normali. Tra queste l’analisi della tonalità di rosso, normalmente invisibile, della cromosfera, lo strato dell’atmosfera solare direttamente sopra la superficie turbolenta della fotosfera.

Un’immagine di questo tipo può essere ottenuta solo dall’ultima e dalla prima luce del lembo solare, subito prima e subito dopo la fase totale dell’eclissi rispettivamente, quando è possibile riprendere questo tipo spettro chiamato “flash” proprio perché le misurazioni devono essere completate in pochissimi secondi. È così che l’emissione di luce che arriva dalla cromosfera del Sole può essere suddivisa in uno spettro di colori, che mostrano l’impronta digitale di diversi elementi chimici. L’emissione più intensa è dovuta all’idrogeno, così come l’emissione rossa in H alpha che vediamo all’estremo destro.

Nel mezzo, il giallo brillante corrisponde all’elio, un elemento scoperto proprio in occasione di uno spettro di questo tipo raccolto durante l’eclisse totale del 18 agosto 1868, anche se in quel momento ancora non si sapeva di cosa si trattasse. Solo tre decenni dopo, l’elio verrà scoperto sulla Terra e quello spettro associato ad esso, si scoprirà poi trattarsi del secondo più abbondante elemento nell’intero Universo, dopo l’idrogeno!

L’immagine è stata ripresa dal team del Cesar science educational project (European Space Astronomy Centre vicino a Madrid, Spagna). Altre immagini raccolte durante l’eclissi sono visibili sul sito del progetto Cesar eclipse.

 

Redazione Coelum

Foto: ESA/M. Castillo-Fraile

L’ENERGIA OSCURA E LE SUE DINAMICHE

Il binomio costante cosmologica/energia oscura è sempre stato uno dei più interessanti nella storia della cosmologia: oggi un team di ricerca internazionale della University of Portsmouth ha rivelato un tassello in più sulle dinamiche seguite dall’energia oscura.

Scoprire delle chiavi per comprendere l’energia oscura è sempre stato uno degli obiettivi degli scienziati nel XXI secolo, la costante cosmologica elaborata da Albert Einstein è sempre stata un ostacolo duro da sormontare nello studio di questa misteriosa “forza”, troppo spesso direttamente associata alla costante.
Uno studio apparso su Nature Astronomy, grazie al grande database utilizzato per svolgere la ricerca, ha portato a risultati interessanti sulla comprensione del binomio costante cosmologica in rapporto all’energia oscura.

Noi abbiamo parlato con Bob Nichol,  direttore dell’ICG  ( istituto di cosmologia e gravitazione) che ci ha aiutato a districarci in questo complesso campo di studi: “La migliore spiegazione per l’energia oscura rimane la costante cosmologica, ma non con lo stesso valore e le stesse ragioni di introdotte da Einstein. Una costante cosmologica rimane insoddisfacente per la maggior parte di noi perché il valore osservato (tramite i vari esperimenti) è molto lontano da quello atteso”.
La proprietà fisica dell’energia oscura è rappresentata dall’equazione di Stato che è il rapporto della pressione con la densità di energia.

La squadra del professor Zhao, che ha contribuito attivamente nello svolgimento di questo studio, ha trovato una prova della dinamica dell’energia oscura ad un livello di 3.5 Sigma, questo va a indicare che la natura dell’energia oscura non può essere collegata a quella del vuoto ma piuttosto alla presenza di un campo dinamico.

Il futuro dello studio dell’energia oscura è affidato allo strumento DESI che proporrà una nuova mappa cosmica in 3D dal 2018 in poi, fino ad oggi i lavori hanno utilizzato dati della temperatura della radiazione cosmica di fondo, gli spettri della polarizzazione, lo studio delle supernove e i vari studi dei cluster di galassie.

Abbiamo chiesto a Nichols in che modo le attuali osservazioni sono in grado di fornire le varie dinamiche dell’energia oscura, lo scienziato ci ha spiegato che ad oggi: ” Non siamo sicuri che l’energia oscura impatti sulla formazione di determinati ambienti cosmici, dato che è ovunque nell’universo, essa potrebbe fluire, secondo la teoria di Kashlinsky, in “flussi oscuri”. Resta comunque importante studiare l’influenza gravitazionale dell’energia oscura sull’universo, infatti nella relatività generale di Einstein qualsiasi forma di materia o energia può in un certo senso stravolgere lo spazio-tempo.

Ad oggi sappiamo che l’effetto principale dell’energia oscura è stato quello di causare un’accelerazione nelle espansione dell’universo.

Nichols ha chiuso l’intervista ricordando che: ” C’è bisogno di un modello che spiega come l’universo si sia potuto evolvere, tutto questo va poi confrontato con le varie misurazioni e se il modello si adatta alle misurazioni, possiamo indicarlo come coerente e valido”.

 

Questa considerazione finale ci fa effettivamente capire quanto sia importante, anche con il modello teorico più astratto, ricollegarsi a delle misurazioni reali su alcune costanti dell’universo.

 

 

Image credit: Gong-Bo Zhao, NAOC and the ICG, University of Portsmouth

La costante cosmologica (illustrata dalla linea gialla) viene introdotta per spiegare l’espansione accelerata dell’Universo (mostrato come il cono azzurro) a causa della presenza di energia oscura. Lo studio suggerisce che il contributo di energia oscura a questa espansione dipende dal tempo (curva grigia)

MATERIA VS ANTI-MATERIA, COME è CAMBIATA LA STORIA DELL’UNIVERSO?

 

“Si ipotizza da tempo che l’evidente supremazia della materia sull’antimateria nell’Universo sia stata prodotta nei primissimi istanti di vita dell’Universo dopo il Big Bang”, così ha parlato Antonio Ereditato, studioso dell’Università di Berna e membro della collaborazione T2K. La loro relazione, presentata insieme ad un team internazionale di fisici, va proprio in questa direzione suggerita da anni di teorie, ma c’è anche di più.

Bisogna certamente capire che, in generale, la probabilità di interazione di un antineutrino è minore.
Dal punto di vista storico tutto ci è stato riassunto dal professor Ereditato: “Il meccanismo dell’oscillazione dei neutrini, ossia la trasformazione di un neutrino di un dato tipo, ad esempio muonico, in un altro tipo, diciamo elettronico, durante la sua propagazione fu originariamente ipotizzata da Bruno Pontecorvo – ha poi continuato il ricercatore- Dopo una serie di esperimenti il processo fu osservato in maniera definitiva e statisticamente corrispondente alla definizione che i fisici danno di scoperta (meno di una parte su milione di margine di errore) dalla collaborazione Super-Kamiokande nel 1998. Questo risultato fondamentale portò al premio Nobel di Kajita e McDonald nel 2015”.

La materia che osserviamo nell’universo è solo il 5% circa del bilancio totale che include Materia e Energia oscure. Capire il perchè la materia ordinaria abbia avuto una sorta di predominio dal Big Bang in poi rispetto all’antimateria, è il compito dell’esperimento T2K, condotto da una collaborazione internazionale in Giappone, di cui fa parte anche un gruppo dell’Università di Berna, che vede tra gli altri scienziati, Ciro Pistillo e Antonio Ereditato dell’Albert Einstein Center for Fundamental Physics, proprio del centro di studi svizzero.
La nuova indicazione venuta da T2K sembra indicare il ruolo chiave dei neutrini/anti-neutrini che, comportandosi diversamente in base ai loro meccanismi di oscillazione, avrebbero permesso una vittoria cosmica della materia ordinaria.

Il gruppo di lavoro di T2K ha trovato che la simmetria – CP-simmetry- sarebbe violata. Il condizionale è d’obbligo, visto che la significanza statistica del risultato è “solo” del 95%, ben lontano dal 99.9999% richieso dai fisici per parlare di scoperta! Come sta lavorando la collaborazione in questi anni l’abbiamo chiesto al Dr. Pistillo che ci ha spiegato: “T2K può raccogliere dati in due modalità, ovvero con un fascio composto principalmente da neutrini muonici oppure da antineutrini muonici. Fino ad oggi l’esperimento ha lavorato con entrambe le modalità, ma non nella stessa proporzione”.

Per capire tutta la situazione va spiegato e capito come tutte le teorie e gli esperimenti si collocano all’interno del modello standard della fisica. Pistillo ci ha introdotto a questo tema: “Il Modello Standard delle particelle elementari prevede l’esistenza di tre famiglie di leptoni (elettrone+neutrino elettronico, muone+neutrino muonico, tau+neutrino tauonico) e le rispettive antiparticelle. Dalle ricerche sui neutrini è già emersa una prima osservazione che va oltre il modello: il fenomeno delle oscillazioni chiaramente dimostrato anche da T2K implica che i neutrini abbiano massa non nulla, cosi’ come invece ipotizzato nell’ambito del Modello Standard”.

L’origine del conflitto materia-antimateria lo possiamo trovare all’inizio dell’universo: un lievissimo eccesso di materia rispetto all’antimateria generò, dopo l’immane annichilazione tra tutte le particelle di materia e tutte quelle di antimateria, l’intera materia che compone oggi l’Universo” ha spiegato Ereditato. In questo contesto entra la già citata simmetria CP che è, come ci è stato chiarito: “Un processo capace di creare un’asimmetria tra particelle e antiparticelle. Avevamo già una consolidata conoscenza della violazione di CP che avviene tra quark e antiquark, ma essa non è quantitativamente sufficiente a spiegare la supremazia attuale della materia. Il possibile contributo dei neutrini e degli antineutrini, con la loro propria violazione di CP, potrebbe chiudere il cerchio e portare sostanzialmente all’osservata asimmetria tra materia e antimateria, mediante una serie di reazioni che coinvolge i neutrini dall’alba dei tempi”.
In tutto questo discorso c’è solamente un 5% di probabilità che la simmetria CP sia conservata e tutto quello che è stato osservato da T2K sia frutto di semplici fluttuazioni statistiche.
In questo cocktail universale ci troviamo solamente all’aperitivo, infatti nel 2025 dovrebbe partire l’esperimento DUNE in USA, progettato appositamente per indagare sulla violazione CP.

Gianluigi Marsibilio

L’IMPORTANZA DI MAPPARE LE GALASSIE

Il telescopio spaziale Hubble ci regala sempre immagini suggestive, la foto in copertina ritrae la galassia NGC 4248, che si trova ad una distanza di circa 24 milioni di anni luce. Il telescopio ESA/NASA ha intrapreso la compilazione di un atlante, che sta studiando 50 galassie vicine mirate per comprendere la formazione e in particolare il tasso di evoluzione delle stelle all’interno di tali galassie.

Gli astronomi, intraprendendo queste analisi, possono imparare molto di più su come e quando si verifica la formazione delle stelle oppure capire come gli ammassi stellari cambiano nel tempo.

Catalogare gli oggetti è estremamente importante: anche i ricercatori della Boston University stanno creando un catalogo di circa 200 ammassi di galassie, che potrebbero addirittura svelare cluster distanti mai rintracciati.

Un unico ammasso di galassie può essere massiccio come un quadrilione di soli, eppure ammassi lontani sono così deboli che sono praticamente invisibili a tutti, anche ai telescopi terrestri. Gli ammassi di galassie possono contenere  molti bilioni di stelle. Le galassie e i cluster sono fondamentali per capire il ruolo della materia oscura e dei gas nell’evoluzione dell’universo.

Una volta che le distanze, estreme, saranno confermate, il team ordinerà i cluster per età e si vedrà se effettivamente nuovi ammassi sono stati rintracciati all’interno di questa nuova indagine. La proposta è stata pubblicata sull’Astrophysical Journal.

Crediti foto: NASA

 

 

 

UNIVERSE2GO, UNA PICCOLA FINESTRA SULL’UNIVERSO

Universe2go è un piccolo rifugio, una piccola finestra che tramite il visore e il vostro smartphone, qualunque esso sia, si apre verso il cosmo.

Uno strumento che ci ha fatto divertire tanto e soprattutto è stato utilizzabile in pochi minuti, con la semplice installazione dell’app e la messa a punto del visore: si esegue tutto in pochi minuti con incredibile semplicità.

Le modalità che possiamo utilizzare sono varie e adatte ad ogni tipo di astrofilo, dal neofita al più esperto. Al primo uso e magari con pochi rudimenti nello studio del cielo ci si può avventurare nella modalità principiante o esplorazione, dove è possibile avere delle spiegazioni in tempo reale degli oggetti che si stanno visualizzando. Per i più esperti c’è la possibilità di programmare i propri oggetti con descrizioni annesse.

L’oggetto è stato pensato esattamente per una visione 2.0 del cielo e per essere uno strumento veramente innovativo nel suo campo in modo soddisfacente e divertente. La più grande capacità è quella di saper catturare adulti, giovani, nonni e bambini ad un primo approccio tangibile con l’idea del cielo notturno.

Universe2go è perfetto da affiancare ad un primo telescopio, le immagini che vengono fuori sono di ottima qualità e anche la possibilità di vedere le figure in 3D rende, dal punto di vista visivo, tutto più soddisfacente.

I suoi punti di forza stanno nella versatilità, nel costo piuttosto contenuto e nella possibilità di avere una vera visione a 360 gradi del cielo notturno, dalle galassie, ai pianeti agli asterismi più remoti.

Anche le guide e le possibilità di esplorazione sono di ottima fattura e anzi sono sicuro di vedere, nel corso degli anni, miglioramenti all’app come al visore stesso, capaci di far fare un ulteriore salto di qualità allo strumento.

Universe2go è un oggetto smart, intelligente e adattabile ad ogni situazione, che si tratti di esplorazione, curiosità, sete di infinito: questo strumento è un simpatico modo per evadere dalla realtà, almeno fino a quando la batteria dello smartphone diventa rossa e ci avvisa che è ora tornare nella nostra realtà.

Universe2go sarà protagonista delle nostre serate, in particolare quella del 12 agosto, dove sarà possibile provare il visore.

 

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