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tra Scienza & Coscienza

"Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me'' I. Kant

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#LIBRODELLASETTIMANA- LA CONGIURA DEI SOMARI DI ROBERTO BURIONI

Ieri siamo stati alla libreria Rizzoli alla presentazione del libro: ” La congiura dei Somari” di Roberto Burioni, l’ormai celebre medico e professore ordinario di virologia all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano,nel suo nuovo volume si è lanciato in un’analisi molto fine di una categoria antropologica molto interessante, quella dei somari.

Lo scienziato ha constatato come tramite internet e i nuovi mezzi di informazione persone con scarsa cultura in determinati campi, spesso molto difficili da capire, possano divulgare le loro idee liberamente creando danni che rischiano di avere conseguenze molto serie, l’immagine che Burioni ha offerto è quella del matto di paese che ora ha trovato un teatro utile (le bolle virtuali) a divulgare ogni suo pensiero,  anche il più strambo.

La scienza, come ha detto Piero Angela, non è democratica e il metodo scientifico, che porta gli scienziati a scoperte e innovazioni, non è frutto di associazioni casuali e strambe teorie, la scienza passa attraverso il sudore e sangue dei ricercatori che dedicano la loro vita a studiare per diventare esperti e autorevoli in un determinato campo di studio.

Il professor Burioni durante la sua presentazione ha mostrato con molti grafici e dati tutte le idee al centro del libro, in uno di questi esempi veniva spiegato come solitamente un grande esperto di un determinato settore tende a sottostimare la sua reale competenza, al contrario il ciarlatano medio preferisce dire di essere un grande intenditore di un ambito pur non avendo alcuna competenza nel settore.

Il libro è molto scorrevole e parte dalle esperienze di vita del professore che è sempre loquace e irriverente nei confronti di quelli che pretendono di convincerci a scegliere una cura piuttosto che un’altra pur non avendo la minima nozione di medicina o biologia.

Il volume non è esclusivamente basato su un’azione di debunking vero e proprio ma è una piccola raccolta di dati molto utili che ci fanno capire dal punto di vista scientifico a che punto siamo e i progressi che abbiamo fatto in alcuni settori, come quello dei vaccini. L’analisi dello scienziato non si ferma a parlare dei problemi scientifici legati a cattiva divulgazione e informazioni false, ma approfondisce l’origine di queste credenze malsane.

All’interno della storia vengono usati  molti elementi chiave per capire l’effettivo valore di una ricerca scientifica o di un articolo trovato su internet, ad esempio uno di questi molto importante è la citazione, il professore infatti spiega nelle pagine cosa significa citare un lavoro scientifico e come si può apprezzare una corretta citazione.

La Congiura dei Somari si dimostra un libro che è capace di stimolare alla ricerca di informazioni reali, accurate e scritte da fonti realmente affidabili, che fanno bene alla divulgazione e alla scienza.

174P/ECHECLUS, LA STORIA DELLA NUOVA E STRANA COMETA

Una nuova classe di comete sta catturando le attenzioni degli astronomi: una ricerca di due scienziati dell’Università della Florida centrale, ha mostrato le caratteristiche di 174P/Echeclus, cometa che, rispetto alle altre, appare attiva e emette gas e polveri nonostante la notevole distanza dal sole.

Solitamente l’attività di una cometa inizia una volta che si avvicinaverso il sole, attraverso la perdita di strati ghiacciati, la produzione di getti di vapore, gas e polveri che continuamente vengono espulsi dal corpo.

Ci sono però delle comete atipiche che vengono identificate come attive: i due scienziati Sarid e Womack dell’Università della Florida centrale hanno osservato, usando l’ Arizona Radio Observatory, la cometa Echeclus, che pur collocandosi ad una distanza tra quella di Giove e Nettuno, mostra già un’attività di fuoriuscita di gas e altro materiale,  nonostante la grande distanza dal sole.

I corpi minori sono i principali osservati per lo studio del sistema solare, il professor Gal Sarid ha spiegato: “L’indagine di corpi primitivi affronta le domande sulle fasi iniziali, le condizioni e i processi durante la formazione del sistema solare”.

Gli ultimi anni sono stati fondamentali per la comprensione delle comete: “Questi corpi sono dei segni della formazione precoce di ambienti potenzialmente abitabili”.

Gli oggetti all’interno del sistema solare hanno delle collocazioni abbastanza precise: “Le comete sono collocate in un’ampia gamma di ambienti, soprattutto in funzione delle configurazioni orbitali- ha proseguito lo studioso- Alcuni oggetti occupano nicchie specifiche, come la cintura principale degli asteroidi o la cintura di Kuiper, altri sono fortemente legati a specifiche orbite planetarie, come i Trojan (orbite di Giove e Nettuno) o alle lune irregolari dei pianeti esterni”. Echeclus in particolare appartiene alla categoria dei centauri.

I centauri sono corpi minori che non hanno orbite legate ad un singolo pianeta, le orbite di questi oggetti vanno al di là di Giove, Sarid ha precisato: “ I Centauri sono definiti con orbite con una  distanza al perielio (punto più vicino al Sole in un’orbita) superiore a quella Sole- Giove, pari a 5,2 AU (1 AU = 1 Unità Astronomica = ~ 150 milioni di km). Inoltre i centauri hanno assi semiautomatici (metà dell’asse principale della parabola che descrive l’orbita di un corpo) che sono più piccoli della distanza Sun-Neptune, che è di circa 30 AU”.

Inizialmente 174P/Echeclus aveva ricevuto una classificazione di asteroide, dopo la scoperta di un’attività del corpo, è stata cambiata la designazione in cometa: “ Questa attività è apparentemente continua. È stato osservato che si è verificata un picco di attività nel 2011 e ancora alla fine del 2016. La causa più probabile di picchi di attività simili sulla cometa è dovuto alla sublimazione del ghiaccio d’acqua”.

Il team è stato in grado di compiere una misurazione storica: “Osservare il gas CO, con un grande telescopio sub-mm (radio), in un oggetto lontano (circa 6 AU dal sole)”, le attività rilevate sembrano essere innescate da un meccanismo che parte quando il ghiaccio amorfo comincia a riscaldarsi e trasformarsi in ghiaccio cristallino.
L’iter di studio ci è stato spiegato dal professore dell’Università della Florida centrale.

In principio tutto parte grazie ad un riscaldamento: le molecole del ghiaccio dell’acqua cambiano l’orientamento, rilasciano il gas intrappolato e si riorganizzano in un reticolo ordinato da strutture cristalline. L’ultima forma di ghiaccio è simile a quella che si troverebbe nella scatola di ghiaccio del congelatore, infine Il gas liberato può tranquillamente fluire verso la superficie e trasportare particelle di polvere permettendo di essere visto dai telescopi.
Le comete nascondono ancora tanti segreti che noi proveremo a spiegare e raccontare con Fabrizio Capaccioni durante il nostro evento il 21 luglio alle 18:00 al Cinema Garden di Guardiagrele.

 

 

ONDE GRAVITAZIONALI, IL PUNTO DELLA SITUAZIONE TRA AGGIORNAMENTO DEGLI STRUMENTI E NUOVE TECNOLOGIE

Dove sono finite le onde gravitazionali? Ormai sono passati due anni dal primo storico annuncio e tra una rilevazione e l’altra gli strumenti vanno aggiornati, le tecnologie migliorate e le osservazioni raffinate. Di tutto questo abbiamo parlato con Massimiliano Razzano, ricercatore presso il Dipartimento di Fisica dell’Università di Pisa e dell’INFN-Pisa, e membro della collaborazione internazionale Virgo.

 

– Come si migliora uno strumento come Virgo o Ligo? Cosa cercate nelle nuove tecnologie che applicate agli interferometri?

Gli strumenti attuali, Advanced LIGO e Advanced Virgo, appartengono alla cosiddetta seconda generazione di rivelatori, e avranno aregime una sensibilità di circa 10 volte le versioni precedenti, chiamate LIGO e Virgo. Per migliorare ulteriormente la sensibilità di questi strumenti occorre ridurre al massimo il rumore, cioè le possibili sorgenti si segnale spurio che potrebbero essere confuse con il segnale gravitazionale. Molte sono le nuove tecnologie allo studio, a partire da una maggiore riduzione del rumore sismico alle basse frequenze, del rumore termico e utilizzando laser più potenti, per ridurre il rumore quantistico più importante alle alte frequenze.

– Quali sono le onde gravitazionali più “facili” da captare? Quali oggetti esotici secondo voi potrebbero produrre onde?

E’ sicuramente un campo tutto nuovo, quindi è difficile immaginarsi tutte le sorgenti che potrebbero produrre onde gravitazionali. Quelle più “facili” da rivelare sono le sorgenti per le quali abbiamo delle ragionevoli previsioni sulla forma dell’onda emessa. Una delle tecniche di analisi dati più robuste e sensibili combina infatti i dati raccolti con il modello della forma d’onda attesa, per estrarre in maniera ottimale tutte le informazioni sulla sorgente. Ad esempio nel caso della coalescenza di due stelle di neutroni o buchi neri, la relatività generale ci fornisce gli strumenti per calcolare la forma dell’onda prodotta. A partire da queste previsioni è possibile compiere analisi più sofisticate per estrarre il segnale gravitazionale dal rumore. Ma ci aspettiamo che altri fenomeni celesti possano produrre onde gravitazionali, ad esempio l’esplosione di una supernova. In quel caso però , la rivelazione è più difficile perchè il segnale atteso è più debole e non ci sono ancora modelli teorici per spiegare fino in fondo l’emissione gravitazionale in questi casi. Si tratta tuttavia di un aspetto decisamente interessante, che potrebbe svelarci nuove sorprese sull’Universo gravitazionale.

 

– Abbiamo parlato a fondo delle nuove frontiere dell’astrofisica aperte dalla rilevazione delle onde. Quanto potrebbe aiutare nelle misurazioni avere uno strumento, simile ad un interferometro nello spazio, penso in particolare al programma LISA (eLISA)?

Un interferometro spaziale consentirebbe di andare a esplorare un intervallo di frequenze inferiori a 0.1 Hz molto inferiore a quello visibile con LIGO e Virgo, che sono sensibili all’incirca nella banda 10 Hz – 10 Khz. Per fare un paragone, LISA si confronta con LIGO e Virgo come un radiotelescopio si confronta con un telescopio ottico: entrambi osservano luce, cioè radiazione elettromagnetica, ma di lunghezza d’onda differente. Osservare a frequenze così basse ci permetterà di studiare fenomeni completamente diversi, ad esempio l’emissione di onde gravitazionali da parte di sistemi formati da due buchi neri supermassicci nel nucleo delle galassie.

– Quali sono i maggiori pericoli per uno strumento come VIRGO?

Virgo è uno strumento estremamente sensibile, quindi praticamente tutti i fenomeni fisici naturali, dai microsismi al rumore termico, sono dei “pericoli” che minacciano la rivelazione di segnali gravitazionali. Per questo motivo gran parte del lavoro consiste nel trovare nuovi metodi per abbattere queste fonti di rumore.

– L’ultima domanda è una piccola curiosità sulla vostra vita di scienziati: visto che le onde gravitazionali non vengono captate così spesso dagli strumenti, come si svolge una giornata scientifica di un ricercatore di VIRGO o LIGO?

In realtà uno strumento come LIGO o Virgo richiede un continuo studio, in modo da portarlo ad essere sempre più sensibile. Parte degli sforzi sono ad esempio in questa direzione. C’è poi un’attività di analisi continua dei dati che vengono raccolti, e che si concentrano non solo sui segnali transienti come ad esempio la fusione di due buchi neri, ma anche nel tentare di mettere in evidenza segnali gravitazionali continui, ad esempio dovuti a stelle di neutroni in rotazione oppure al cosiddetto fondo stocastico di onde gravitazionali. Inoltre è presente una continua attività di sviluppo di nuove tecniche di analisi dati, che verranno poi testate sui dati raccolti.

 

Gianluigi Marsibilio

MATERIA OSCURA: DIATRIBA AI MARGINI DELLA VIA LATTEA

Diatriba ai margini della nostra galassia: un nuovo studio mostra che le galassie satelliti della Via Lattea sono compatibili con la presenza dell’elusiva materia oscura, che permea circa un quarto dell’Universo.

 

Un gruppo di galassie satelliti distribuite ai poli della Via Lattea è al centro di una contesa tra scienziati, chiamate in causa da chi nega, nella dinamica di formazione delle galassie, il ruolo e l’esistenza della elusiva materia oscura, a favore di teorie sulla gravitazione modificata (MOND).

Dall’altra parte, in favore del modello cosmologico standard, si schiera adesso uno studio condotto da due astronomi del Rochester Institute of Technology, Andrew Lipnicky e Sukanya Chakrabarti, in corso di pubblicazione su Monthly Notices for the Royal Astronomical Society.
Lo studio mira a rafforzare l’ipotesi a favore della materia oscura, dimostrando che la vasta struttura polare, composta dalle galassie satelliti ai poli della Via Lattea, si è formata ben dopo la Via Lattea stessa trattandosi di una struttura instabile, in via di dispersione, e permettendo così la coesistenza con aloni di materia oscura.
In uno studio precedente, guidato sempre da Chakrabarti, sono stati analizzati i dati raccolti nel vicino infrarosso dalla survey VISTA dell’ESO per trovare quattro giovani stelle a circa 300.000 anni luce di distanza. Queste giovani stelle sono variabili Cefeidi – “candele standard” che gli astronomi usano per misurare le distanze. Secondo Chakrabarti, si tratta delle variabili Cefeidi più distanti trovate sul piano della Via Lattea.

Le stelle sono risultate essere associate con una galassia nana, nascosta da un denso alone di materia oscura che Chakrabarti ha previsto nel 2009 sulla base di una sua analisi delle increspature nel disco esterno della Via Lattea. In questo studio prevedeva massa e posizione della galassia nana, la radiazione emessa dalle variabili Cefeidi ha permesso di ricavare le distanze precise per verificare la sua previsione, che si è dimostrata corretta. In questo modo è stato possibile quindi individuare altre galassie nane probabilmente dominate e nascoste dalla materia oscura.

Analizzando la distribuzione delle galassie satelliti della Via Lattea, e confrontandola con le simulazioni di distribuzione di materia oscura, i due astronomi hanno ora trovato una corrispondenza che indica che le due sono compatibili, ma non solo…

Ricostruendo le orbite delle galassie satelliti e seguendone l’evoluzione nel passato, hanno mostrato una vasta struttura polare in dispersione, non così antica e stabile quindi come si pensava, ma probabilmente transiente. Di conseguenza le galassie polari si sarebbero formate in un secondo momento, nel corso dell’evoluzione della nostra galassia, senza entrare quindi in conflitto con l’ingombrante presenza della materia oscura.

«Se la struttura planare ai poli esistesse da più tempo, sarebbe un altro discorso,» conclude Sukanya Chakrabarti «ma il fatto che le nostre simulazioni mostrino una rapida dispersione delle galassie satelliti, indica che queste strutture non sono dinamicamente stabili. Non c’è quindi alcuna incoerenza tra la struttura planare di galassie nane e l’attuale paradigma cosmologico».

 

FONTE: COELUM ASTRONOMIA

Crediti foto: Kazantzidis

TRAPPIST-1, LE MERAVIGLIE DI UN ALTRO SISTEMA STELLARE

 

“Le orbite descritte dai pianeti attorno a TRAPPIST-1 sono ellissi di cui TRAPPIST-1 occupa uno dei fuochi”: ecco una parafrasi piuttosto fedele di ciò che Keplero direbbe oggi dinanzi alla pubblicazione su Nature della scoperta del sistema planetario TRAPPIST-1. Le osservazioni sono state possibili grazie al telescopio  TRAPPIST–South telescope dell’ESO a La Silla Observatory, il Very Large Telescope (VLT) a Paranal e lo Spitzer Space Telescope. I pianeti chiamati TRAPPIST-1b, c, d, e, f, g ed h hanno tutti una grandezza simile al nostro mondo e tre di loro si trovano in piena fascia d’abitabilità.

La scoperta è sensazionale ed è stata resa possibile dai transiti avvenuti davanti alla stella, che hanno comportato i cali di luminosità necessari per identificare i pianeti.

Per comprendere l’importanza della rilevazione abbiamo contattato due membri del team che ha condotto l’indagine sul sistema TRAPPIST-1, Amaury Triaud, del Kavli Exoplanet Fellow, Università di Cambridge e Emmanuel Jehin dell’Università di Liegi. I due ricercatori ci hanno parlato dell’impatto della scoperta: “E’ la prima volta- ha specificato il ricercatore belga- che tanti pianeti di dimensioni della Terra vengono trovati in un sistema planetario vicino a noi”. L’astro si trova a soli  39.13 anni luce e il suo sistema ha molte particolarità, come Triaud ci ha spiegato: “ La stella è davvero piccola, ha il 12% delle dimensioni del Sole. I pianeti orbitano in una configurazione molto compatta. Il più interno ruota a 1,5 giorni intorno alla stella, mentre il più esterno dura circa 20 giorni”. Se questa può sembrare un pericolo per l’acqua e la vita non temete, infatti ha aggiunto il ricercatore di Cambridge: “Anche se vicini alla stella, i pianeti sono ben temperati, il che significa che alcune parti della loro superficie sono suscettibili a permettere all’acqua di rimanere liquida. Ulteriori osservazioni dovrebbero essere in grado di confermare se c’è acqua, e se è probabile che sia liquida”.

La similitudine con il sistema TRAPPIST-1 la possiamo trovare con la catena di risonanza delle orbite dei satelliti di Giove: “ I pianeti- come specificato da Jehin- sono una catena di risonanza, cioè le varie orbite sono collegate tra loro, come accade ai satelliti di Giove. Il sistema è molto compatto, i 7 pianeti entrerebbero all’interno dell’orbita di Mercurio. Tra di loro i vari mondi si possono vedere vicini quanto la Luna per noi”.

TRAPPIST-1 ha un’anatomia ben precisa: è una stella ultracool, molto piccola, con solo 2500K. La popolazione di questa tipologia di stelle rappresenta circa il 15% della galassia. A colpire è la presenza di earth like planet in abbondanza, come ha osservato lo studioso di Liegi: “Non ci sono pianeti giganti perché non c’è abbastanza materiale nel disco protoplanetario. Questo potrebbe significare che ci sono decine di miliardi di pianeti simili alla Terra solo nella nostra Via Lattea”.

 

L’iter di ricerca e conferma del sistema TRAPPIST-1 è stato molto lungo. La prima fase è stata la scelta di indagare sulla possibile presenza di pianeti in orbita a stelle del genere, le dimensioni ridotte aiutano a rilevare e studiare pianeti. Triaud ci ha ulteriormente spiegato come hanno sviluppato la tecnica del transito per osservare i mondi: “Per osservare i pianeti dobbiamo aspettare che passi di fronte alla stella. Come questo avviene, si crea un’ombra, chiamata transito. Da un passaggio ripetuto conosciamo il periodo orbitale. Ad esempio nel caso di TRAPPIST-1b, il pianeta più interno, c’è un transito sulla stella ogni 36 ore più o meno”.

 

Nel 2016 gli scienziati avevano già annunciato tre dei pianeti del sistema, ma c’erano varie incertezze sui periodi orbitali. Il telescopio spaziale Spitzer, come ci ha precisato Triaud, ha permesso di trafugare ogni dubbio e ha fatto distinguere ben sette pianeti diversi, in grado di lasciare “ombre” sulla stella attraverso il loro transito.

Ognuno dei pianeti merita di essere conosciuto al meglio: per questo non resta che aspettare la nuova generazione dei telescopi, come il JWT o altri telescopi terrestri da tempo in costruzione.

I nuovi strumenti permetteranno analisi dettagliate delle atmosfere, Jehin ha concluso: “E’ un momento emozionante per tutti noi: attualmente stiamo costruendo un nuovo osservatorio a Paranal, in Cile, per continuare a studiare al meglio gli esopianeti intorno a queste piccole stelle”.

La caccia è appena iniziata e quotidianamente si fa sempre più interessante, per noi potervela raccontare è un onore.

Gianluigi Marsibilio

Crediti:ESO/M. Kornmesser/spaceengine.org

LA SCIENZA UNITA CONTRO IL DECRETO ANTI RIFUGIATI DI TRUMP

In questi mesi abbiamo documentato l’ascesa di Donald Trump alla Casa Bianca, con le annesse conseguenze nella comunità scientifica. In questi giorni una petizione di oltre 3000 ricercatori sta mobilitando una grande fetta del mondo accedemico internazionale dopo l’ordine esecutivo di divieto di 90 giorni che nega l’ingresso negli USA per i cittadini di Iran, Iraq, Siria, Yemen, Sudan, Libia e Somalia.

 

Tra gli studiosi che hanno firmato la petizione c’è anche un gran numero di ricercatori italiani. Noi abbiamo parlato con uno di loro, Fabio Perocco dell’Università Ca’ Foscari di Venezia che ci ha spiegato le sue ragioni: “L’ordine di Trump mette dei paletti alla mobilità dei ricercatori e alla ricerca, che non devono invece essere intralciati da ostacoli di questo tipo”.

Non solo i nostri ricercatori si sono schierati contro il provvedimento: nel Regno Unito è stata lanciata la campagna #WeAreInternational, guidata da l’Università di Sheffield, che si impegna a opporsi ad azioni che inibiscono gli spostamenti di studenti e professori in base alla religione.

L’ordine è pericoloso, secondo gli scienziati, non solo perché istituzionalizza un razzismo geografico e religioso ma perché colpisce la scienza in modo diretto, limitando la libera comunicazione delle idee tra studenti e accademici provenienti dai 7 paesi inclusi nell’ordine.

John Holdern, ex consigliere scientifico di Barack Obama, ha condannato su Nature la decisione del Presidente Trump e ha attaccato l’ordine etichettando con parole dure: “è perverso, un abominio, è una pessima idea”.

Perocco anche è stato chiaro con noi sul decreto: “Barriere mentali simboliche all’interno della comunità scientifica sono assolutamente deleterie”. Lo stesso ricercatore dell’università veneta ha chiarito che solo due sono le modalità per permettere agli scienziati di essere ascoltati per i prossimi quattro anni: “Dovranno esser fatte campagne di sensibilizzazione, boicottaggi, prese di posizione, pressioni sull’opinione pubblica e sugli organi di governo, e per di più non deve mancare l’esercizio della critica nelle tradizionali sedi della ricerca scientifica in modo da distruggere e contrastare idee, politiche, pratiche e discorsi all’insegna della discriminazione”.

 

Gianluigi Marsibilio

 

 

IL NUMERO DI GALASSIE NELL’UNIVERSO, DIECI VOLTE MAGGIORE ALLE PRECEDENTI STIME

L’universo ha cambiato faccia, le stime di uno studio di Christopher Conselice dell’Università di Nottigham: l’astrofisico, grazie alla sua ricerca effettuata con l’aiuto delle immagini del Telescopio Hubble, ha cambiato definitivamente l’immagine del nostro universo: le precedenti stime sulla presenza di 100-200 miliardi di galassie nell’orizzonte cosmico si sono rivelate sbagliate. Nell’articolo accettato dall’Astrophysical Journal infatti si arriva a calcolare un numero di galassie presenti nell’universo circa dieci volte superiore alle stime precedenti.

“I precedenti dati non erano abbastanza accurati per fare queste osservazioni” ci ha detto Conselice, oggi però il team è riuscito a comprendere come: “Per ogni galassia nell’universo di oggi, troviamo 10 galassie nell’universo distante”.

I dati sono arrivati grazie alla seguente intuizione di Conselice: “Sondando la forma di distribuzione delle galassie nell’universo possiamo derivare il numero totale di galassie presenti in ogni epoca della storia dell’universo”.

Queste galassie ad oggi non sono ancora osservabili, Conselice e i suoi colleghi aspettano la prossima generazione di telescopi. Probabilmente molte galassie comprese nella nuova stima non esistono più e fanno parte di altre, molte infatti hanno subito fusioni e fenomeni simili.

I risultati della ricerca danno uno spunto molto importante: “(Lo studio) ci dice che la fusione o l’idea gerarchica è probabile che sia vera”.

Studiare l’evoluzione del nostro universo è fondamentale, l’astrofisico Davide Massari ci ha confermato l’importanza delle nuove stime: “Con questa scoperta si è capito per la prima volta che il numero di aloni di materia oscura, ovvero le prime strutture formatisi, in cui la formazione stellare è riuscita ad accendersi in modo efficace è molto maggiore di quanto previsto in precedenza. Questo ha grosse implicazioni sui modelli che cercano di spiegare come la materia oscura e la materia barionica (visibile) hanno interagito nelle prime fasi dell’universo, per originare le galassie che noi vediamo oggi”.

Le osservazioni, come ci ha spiegato Massari: “Riservano, a volte, grandi sorprese”, proprio grazie a queste è stato possibile sovvertire le precedenti stime fatte dai modelli teorici.

Le galassie in questione non sono visibili per una serie di fattori: il redshift, la natura dinamica dell’universo e l’assorbimento della luce dalle polveri intergalattiche e dai gas.

Lo studio ha messo al centro dunque un fattore chiave per l’astronomia e l’astrofisica: l’oscurità del cielo.

“Ciò che non si vede è sicuramente uno stimolo ed una sfida per l’Astronomia, e la spinge ad evolvere le sue tecniche e le strumentazioni per superare i propri limiti attuali e rispondere alle domande che ancora non hanno soluzione”. Non solo l’astrofisico italiano la pensa così, anche Conselice è dello stesso parere e ha precisato: “Capire perché qualcosa non c’è, è spesso tanto importante quanto capire perché qualcosa c’è”.

Gianluigi Marsibilio

Crediti Foto: NASA, ESA/HUBBLE

 

OBIETTIVO PROXIMA CENTAURI, INTERVISTA AD AMEDEO BALBI

La scoperta del pianeta intorno a Proxima Centauri ha lasciato un segno nella ricerca di nuovi mondi. Noi di Tra Scienza e Coscienza, dopo aver raccolto le voci dei ricercatori nel nostro articolo sullo studio, abbiamo chiesto a due vecchie conoscenze del blog, Amedeo Balbi e Renè Heller, di commentare la rilevazione.

Oggi pubblichiamo la prima delle due interviste.

L’astrofisico Amedeo Balbi ci ha parlato dell’esopianeta di Proxima Centauri, catalogandolo come un oggetto di straordinaria importanza per raggiungere un bersaglio come la vita extraterrestre.

Con la ricerca appena pubblicata siamo entrati in una nuova era per la ricerca agli esopianeti?

Sapere che la stella più vicina alla nostra ha un pianeta potenzialmente abitabile darà certamente un impeto forte alla ricerca nel campo degli esopianeti e all’astrobiologia. Basta pensare che i grandi telescopi di prossima generazione (penso ad esempio all’E-ELT, di cui è iniziata la costruzione) potrebbero riuscire a osservare direttamente Proxima b e investigare la sua composizione atmosferica. Ora che sappiamo che c’è un esopianeta “dietro l’angolo”, abbiamo un chiaro bersaglio su cui concentrare gli sforzi per cercare la vita fuori dal nostro sistema solare.

È possibile stabilire se Proxima Centauri sta influenzando il suo pianeta? Si può veramente parlare di “earth like planet”?

Per ora sappiamo davvero molto poco su Proxima b: abbiamo una stima della sua massa minima, e conosciamo la distanza dalla stella. Quest’ultima è compatibile con una temperatura superficiale moderata, che potrebbe consentire all’acqua, se ce ne fosse, di restare allo stato liquido. Tuttavia, ci sono probabilmente differenze molto forti con il nostro pianeta. Intanto, Proxima Centauri è una “nana rossa”, una stella molto più piccola e debole del nostro Sole. Poi, il pianeta orbita così vicino alla stella da essere esposto a radiazioni molto forti, e non sappiamo quali conseguenze ciò potrebbe avere sul suo ambiente. C’è da aggiungere che molto probabilmente il pianeta è bloccato in un’orbita “sincrona”, cioè tale da rivolgere sempre la stessa faccia verso la stella. Se fosse così, non ci sarebbe alternanza fra giorno e notte. Insomma, Proxima b non sarà certo come la Terra. Tuttavia, potrebbe essere adatto alla vita, magari in forme diverse da quelle del nostro pianeta. Solo ulteriori studi potranno chiarire come stanno davvero le cose.

Con questa conferma quanto può essere importante la missione proposta da Hawking e Milner?

Be’, a questo punto l’idea di mandare una sonda interstellare nel sistema di Proxima Centauri diventa davvero allettante. Per ora, è bene dirlo, siamo nel campo delle congetture. Ma, certamente, sapere che adesso abbiamo un obiettivo concreto potrebbe accelerare le cose. Mi auguro di vivere abbastanza a lungo per vedere come andrà!

La fantascienza racconta le realtà esoplanetarie da anni. Voi scienziati siete ispirati anche da racconti fantascientifici? È possibile coniugare fantascienza e scienza nel campo degli esopianeti?

Credo che molti di noi si siano avvicinati alla scienza anche grazie al senso di meraviglia trasmesso dalle opere fantascientifiche. Penso che sia questa la connessione più forte tra scienza e fantascienza. Naturalmente, come scienziati poi dobbiamo dimenticare la fantasia e seguire le evidenze.

LA SCIENZA PROTESTA: LA PETIZIONE DEGLI STUDIOSI PER SALVARE LA RICERCA

Giorgio Parisi, ricercatore dell’Università La Sapienza di Roma, ha lanciato online la campagna “Salviamo la ricerca italiana” dando voce alla protesta dell’intera comunità scientifica nei confronti del governo dell’Italia. La petizione ha già raccolto 50.000 firme.

“La ricerca di base è sempre più in difficoltà perché mancano i fondi. È come avere una macchina con dei bravi piloti, ma senza benzina. Non mettere tanti brillanti cervelli in condizione di funzionare non è la scelta più saggia. Si arriva al paradosso che spesso i fondi europei vadano a ricercatori italiani che però lavorano in istituti stranieri”. Così Piero Angela descrive la situazione nel Bel Paese, mettendo in luce due aspetti fondamentali: la mancanza di finanziamenti adeguati e la conseguente fuga all’estero di molti studiosi.

Secondo la strategia di Lisbona, firmata nel 2000 dai capi politici europei, il 3% del prodotto interno lordo nazionale dovrebbe essere destinato alla ricerca. Oggi l’Italia investe nel campo solo l’1,25% delle risorse, una percentuale carente rispetto ad altri paesi concorrenti dell’EU. Dal 2009 i finanziamenti destinati all’università italiana sono diminuiti del 13%, corrispondente circa a 1 miliardo di euro.

Fabiola Gianotti ha affermato: “Al CERN osservo che molti italiani vanno a lavorare in Germania, Francia o negli U.S.”, confermando la teoria dei “cervelli in fuga”: sono 15.000 i ricercatori trasferitisi all’estero negli ultimi anni. E i giovani non hanno le garanzie necessarie per restare. Per il 2016 il ministero ha creato circa 1000 nuovi posti di lavoro nella ricerca, ma si teme che questi non saranno distribuiti in base al merito, bensì secondo gli anni di servizio a tempo determinato.

Secondo Parisi, “In 8 anni abbiamo perso il 20% dei finanziamenti, il 20% del personale, il 20% delle strutture”. Inoltre, la burocrazia soffocante e la mancanza di un’agenzia nazionale che gestisca le risorse destinate alla scienza sono avverse allo sviluppo e rallentano le possibilità di crescita.

Gli scienziati firmatari della petizione portano avanti una protesta “spesso ben fondata”, come ha puntualizzato il ministro per la Ricerca Giannini. E nella giornata del 2 marzo anche Matteo Renzi ha risposto alla protesta della comunità scientifica durante la visita del laboratorio che ha isolato il virus Ebola, a Pomezia. Il premier ha annunciato che «nelle prossime settimane uscirà un piano per la ricerca da 2,5 miliardi di euro». Gli studiosi attendono azioni concrete: dopotutto, la scienza non si accontenta di supposizioni, ma cerca sempre di ottenere certezze con ogni mezzo a sua disposizione.

Gaia Di Federico

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