UA-101332019-1
Search

tra Scienza & Coscienza

"Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me'' I. Kant

Tag

Trump

STATI UNITI FUORI DALL’ACCORDO DI PARIGI, COME RISPONDE LA SCIENZA?

 

Donald Trump ha deciso di ritirare gli USA dallo storico accordo raggiunto nel 2015 con la COP21; il dibattito durato per mesi è giunto ad una “conclusione” con questa scelta. L’obiettivo dei 190 paesi è quello di impegnarsi a mantenere le temperature in una media di 1.5- 2 gradi centigradi rispetto ai livelli pre-industriali.

Queste le parole esatte del Presidente, pronunciate in una conferenza del 1 giugno: “The United States will withdraw from the Paris climate accord but begin negotiations to re-enter either the Paris accord or an entirely new transaction on terms that are fair to the United States and its businesses, workers and taxpayers”. Noi abbiamo parlato con Jake Schmidt, direttore dell’ International Program del Natural Resources Defense Council (NRDC).

“La decisione di Trump è un assalto al futuro dei nostri figli, alla società americana e a tutti i paesi del globo. Il Presidente sta decidendo di allinearsi contro i desideri del popolo americano, delle imprese americane e dei lavoratori di tutto il mondo. La sua scelta va contro gli interessi degli USA, come si vede anche dalle reazioni delle persone che hanno sostenuto di voler rimanere nell’accordo. Gli Stati Uniti non saranno formalmente esclusi dall’accordo fino al 4 novembre 2020, dopo le prossime elezioni presidenziali. La prossima amministrazione dovrà rientrare rapidamente nell’accordo di Parigi. Mentre Trump cerca di ritirarsi dall’accordo di Parigi, è chiaro che egli è solo nel suo desiderio di ritirare gli Stati Uniti dagli sforzi internazionali per affrontare il cambiamento climatico. Aziende, stati, città e cittadini vogliono che gli Stati Uniti continuino gli sforzi sia in patria che all’estero per affrontare il cambiamento climatico. Questo perchè continuiamo a vedere l’azione sul clima in tutto il paese”.

Gli Stati Uniti comunque rimangono parte della Convenzione delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico (UNFCCC): l’accordo di Parigi non sarà comunque rinegoziato a causa della fuoriuscita di un’unica nazione.

 

L’AGU (American Geophysical Union) ha dichiarato: “Tirando fuori (gli USA) da questo accordo internazionale, il Presidente Trump assesta un duro colpo agli sforzi globali per combattere i cambiamenti climatici e mitigarne gli effetti. La decisione dell’amministrazione è quella che evidenzierà a molti in tutto il nostro paese e in tutto il mondo che il governo degli Stati Uniti non riesce a riconoscere la gravità del cambiamento climatico e l’urgenza con cui si deve agire”.

Chris McEntee, direttore esecutivo e amministratore delegato della American Geophysical Union in un comunicato ha precisato la posizione dell’ente: “Lungi dall’essere un cattivo investimento per gli Stati Uniti, l’accordo di Parigi rappresenta la miglior chance della comunità globale per limitare sia i rischi che i costi per l’economia globale del cambiamento climatico. Solo nel 2012 i disastri climatici sono costati all’economia degli Stati Uniti più di 100 miliardi di dollari.  Inoltre, il coinvolgimento degli Stati Uniti nell’accordo, ci permette di rimanere in corsa per i benefici tecnologici ed economici di un futuro di energia pulita. Al contrario, con il ritiro dall’accordo di Parigi si girano le spalle alla comunità globale, vanificando gli sforzi da parte delle imprese di competere a livello globale”.

Kaisa Amaral, del Carbon Market Watch, ci ha informato della posizione ufficiale dell’associazione: “La decisione del Presidente Trump è spiacevole, ma non cambierà la transizione verso una società a basso tenore di carbonio che sta già ponendo le sue basi negli Stati Uniti e altrove. Il resto del mondo rimane comunque impegnato nel continuare gli sforzi congiunti per limitare il riscaldamento globale entro livelli di sicurezza. Questo è chiaro dalle dichiarazioni dei leader di tutto il mondo – dal Canada all’India e dalla Cina all’UE ».

Con gli Stati Uniti che hanno perso la rotta, Cina e India stanno amplificando i loro sforzi in questo settore: saranno loro la bandiera contro il cambiamento climatico?
Gianluigi Marsibilio

IL MURO DI TRUMP RAPPRESENTA UNA MINACCIA PER L’ECOSISTEMA?

“Costruiremo un muro”, ecco come Trump tuonò durante la campagna elettorale per la presidenza. Da Presidente ha confermato di voler sigillare l’intero confine USA- Messico di 3.200 chilometri con un muro alto 10-20 metri. La zona intorno alla frontiera è tutt’altro che povera di fauna, infatti il ricco ecosistema ora è seriamente minacciato dalla colata di cemento che il muro rappresenterebbe.

Una recinzione, o comunque una barriera fisica, non distrugge in se l’habitat in modo diretto, infatti come ci ha precisato Lesley Evans Ogden, giornalista freelance che collabora con Scientific American, BBC Earth e altre importanti riviste scientifiche: “Le recinzioni occupano uno spazio lineare relativamente piccolo”. I problemi nascono quando la fauna viene divisa attraverso pezzi di habitat sempre più piccoli, questi infatti vanno a colpire: “La loro diversità genetica”.

Un più piccolo assortimento di individui disponibili per la razza- ha affermato Lesley Evans Ogden- può portare a problemi come l’inbreeding se la dimensione della popolazione si restringe in modo netto”. L’inbreeding è un incrocio genetico tra individui strettamente imparentati o consanguinei, come ad esempio un’unione fra fratello e sorella.

È ancora difficile pensare a quali animali sarebbero le prime vittime di questa selezione forzata, ad esempio come ha precisato la giornalista: “La genetista della conservazione Melanie Culver ha esaminato la connettività di molte specie di frontiera, tra cui la lucertola cornuta della pianura, la Chiricahua leopard frog e il Giaguaro, dimostrando una correlazione (tra barriere e conservazione)”.

Il confine in questione è lunghissimo e presenta varie zone e habitat, anche molto diversi tra loro, infatti come ci ha raccontato Lesley Evans Ogden, nel corso del tempo, si sono create vere e proprie sky island, con flora e fauna completamente diverse.

Preservare la zona è importante per la conservazione di mammiferi e animali che ormai da tempo immemore vivono in quelle aree. Ad oggi è ancora raro trovare studi sulle scienze della conservazione (in aree con recinzioni, barriere e muri) tuttavia noi avevamo parlato di questo tema analizzando la situazione nell’est Europa, dove addirittura alcune specie reintrodotte da pochi anni sono minacciate di estinzione, ad esempio il gatto delle montagne tornato sulle Alpi Dinariche solo nel 1973.

Lesley Evans Ogden ha concluso chiedendo più ricerca e attenzione ad un tema del genere: “è un campo di studio impegnativo da intraprendere perché i fondi sono difficili da acquisire e ci sono segreti e problemi di sicurezza associati alle regioni delle frontiere”.

Se i muri e le recinzioni diventano una caratteristica permanente potrebbero annullare decenni di conservazione e gli sforzi di collaborazione internazionale, e la situazione che si sta delineando non è delle migliori.

Gianluigi Marsibilio

IL RISPETTO DEGLI OBIETTIVI CLIMATICI è ANCHE UN PROBLEMA EUROPEO?

Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha firmato martedì un ordine volto a allentare la pressione fatta, dal punto di vista normativo, sulle industrie del carbone. Ad oggi questo è il più grande attacco a tutti gli sviluppi contro il cambiamento climatico. L’EPA, guidata da Scott Pruitt, è legittimata ad abbattere i cordoli sulle emissioni di carbonio centrali elettriche. La direzione è chiara e l’obiettivo sembra essere l’abrogazione dell’accordo della Cop21.

In Europa c’è sconcerto per la decisione, ma come si stanno comportando i paesi del nostro continente nell’applicare gli accorgimenti portati avanti nella conferenza sul clima?

Un report di Carbon Market Watch indica un quadro piuttosto chiaro: Svezia, Francia e Germania sono le uniche nazioni in linea con gli obiettivi della Cop21.

La classifica è stata compilata utilizzando le istruzioni ministeriali e i documenti ufficiali presentati alla Commissione europea, inoltre c’è stato un forte controllo incrociato tra i vari enti nella redazione dello studio.

Kaisa Amaral di Carbon Market Watch ci ha precisato: “In Europa c’è una schiacciante azione contro i cambiamenti climatici, i governi amano presentarsi come leader in questa lotta. Il nostro rapporto rivela come, i grandi discorsi non sempre si traducono in un’azione determinata”.

La classifica confronta le diverse posizioni dei paesi in ambito energetico e governativo.

La Svezia si colloca al primo posto anche grazie alla sua proposta di abbattere entro il 2040 le emissioni interne del 73% e diminuire del 40% le emissioni domestiche già nel 2030.

L’Italia è punita con una ventesima posizione a causa della mancanza di un piano per le emissioni interne post 2030, per quella data la riduzione è fissata ad un povero 33%.

I tre paesi virtuosi come ha precisato la Amaral: “Sono sulla strada giusta verso il raggiungimento degli obiettivi di Parigi, e siamo fiduciosi che gli altri seguiranno l’esempio”.

La divisione tra paesi virtuosi e meno non è una distinzione nord-sud, infatti l’Irlanda si classifica solo al 18° posto e Cipro si attesta appena un gradino sotto al podio.

Il rapporto, come ci è stato precisato, vuole: “Sostenere l’impostazione del giusto punto di partenza nei vari paesi, chiudendo le scappatoie nella legge”.

La Svezia guarda tutti dall’alto perché ha una posizione: “chiaramente ambiziosa su questi obiettivi”.

 

COME SI ARRIVA AL VERTICE DELLA CLASSIFICA?

– Sostenere un obiettivo alto per il 2030 e uno ancora più ambizioso per il 2050

– Rimuovere ogni forma di scappatoia legata alle emissioni volte ad aggirare i trattati.

– Promuovere un sistema di governance che effettui controlli annuali e preveda sanzioni in caso di mancato rispetto degli obiettivi

– Riflettere su un sistema che non premia in alcun modo i paesi che non rispettano gli obiettivi.

 

 

 

Per quanto riguarda l’uso di combustibili fossili basta vedere che l’uso di carbone in Cina è passato da una crescita del 3,7% nel 2013 ad un calo del 3,7% nel 2015. L’Europa si dimostra colpevole di alcuni investimenti pericolosi per l’ambiente: “La Commissione Europea ha approvato fino a € 12 miliardi di investimento nella modernizzazione dei sistemi energetici in Europa centrale e orientale tra il 2013 e il 2019, ma la maggioranza dei quali è progettato per essere utilizzato per la produzione di energia da combustibili fossili”.

Il post 2020 sarà fondamentale per cambiare rotta agli investimenti, la Cina si prepara nel frattempo a diventare nel 2021 leader nell’energia pulita. Ad oggi infatti il dragone ha: “Appiattito i consumi di carbone negli ultimi tre anni e sta chiudendo attivamente le miniere e le centrali elettriche a carbone, ben prima della fine della loro vita utile”. Entro il 2020 si prevedono oltre 350 miliardi di dollari in investimenti sull’energia pulita.

L’obiettivo di decarbonizzare l’economia non riguarda solo gli USA, anche noi abbiamo i nostri problemi e l’Italia dal basso della sua maglia nera deve reagire insieme a gran parte del continente.

 

Gianluigi Marsibilio

 

IL SISTEMA SANITARIO USA E I POTENZIALI EFFETTI DELLE NUOVE POLITICHE SULL’IMMIGRAZIONE

Il sistema sanitario degli Stati Uniti rischia di rimanere colpito dalle politiche contro l’immigrazione. Oltre il 16% degli operatori sanitari e il 25% dei medici negli USA sono nati all’estero e più del 24% dello staff impegnato in programmi di ricerca o specialistici proviene da altri paesi.

Gli Stati Uniti nel corso degli anni hanno subito un drastico ridimensionamento interno in termini di personale addetto al settore sanitario: nel 2025, secondo uno studio di Center for Workforce Studies , la domanda sarà superiore all’offerta di oltre 125.000 unità.

 

La situazione quindi vede ¼ di tutto il personale medico proveniente dall’estero che ha frequentato scuole di medicina al di fuori del Paese.

Negli Stati Uniti c’è una media di 7.3 dottori per 100.000 abitanti, in Italia superiamo gli 11 medici per lo stesso numero di cittadini.

 

Il ruolo di questi professionisti si fa particolarmente importante nelle cure dei malati psichiatrici o altri settori delicati: un terzo delle donne, di origine straniera, sono impiegate in occupazioni di assistenza sanitaria come in reparti di maternità, psichiatria o di assistenza domiciliare; le donne native invece sono principalmente infermiere ma il loro numero scende anno dopo anno.

Al contrario, i loro colleghi maschi sono più propensi a lavorare come medici e chirurghi (32 per cento) o come tecnici sanitari (19 per cento).

La composizione degli occupati è costituita principalmente da uomini e donne provenienti dall’Asia (41 per cento); seguita dall’America Latina (escluso il Caraibi) (18 per cento); Caraibi (17 per cento); del Nord America (Canada e Bermuda), Europa e Oceania (14 per cento); e l’Africa (10 per cento).

Come abbiamo precisato le mansioni coperte dagli stranieri sono spesso molto importanti, ad esempio nei centri di trapianto il 30% non proviene dagli Stati Uniti.

Dalle nazioni coinvolte dal ban emesso provengono oltre 8000 medici che lavorano stabilmente nelle strutture sanitarie del Paese.

Uno studio dell’Harvard Medical School attesta come ci sia un problema di visti, per i sette paesi coinvolti, anche per oltre 80 studenti che sono già nei college e per oltre 1000 con una borsa di studio in fase di approvazione.

I medici già in azione hanno avuto una formazione avvenuta nel 13.3% dei casi in India ma anche in Pakistan con una percentuale del 5.9%.

Il divieto o ban è di soli 90 giorni ma con delle future politiche di immigrazione potranno essere colpiti settori importantissimi, come spesso accade in casi del genere la scienza dimostra di trovare nella pluralità una forza e non una debolezza.

Gianluigi Marsibilio

 

 

 

Fonti articolo: http://jaoa.org/article.aspx?articleid=2213422, https://data.oecd.org/chart/4JWk, https://fivethirtyeight.com/features/trumps-new-travel-ban-could-affect-doctors-especially-in-the-rust-belt-and-appalachia/, https://newsatjama.jama.com/2017/03/08/jama-forum-immigration-reforms-potential-effects-on-us-health-care/

LA SCIENZA UNITA CONTRO IL DECRETO ANTI RIFUGIATI DI TRUMP

In questi mesi abbiamo documentato l’ascesa di Donald Trump alla Casa Bianca, con le annesse conseguenze nella comunità scientifica. In questi giorni una petizione di oltre 3000 ricercatori sta mobilitando una grande fetta del mondo accedemico internazionale dopo l’ordine esecutivo di divieto di 90 giorni che nega l’ingresso negli USA per i cittadini di Iran, Iraq, Siria, Yemen, Sudan, Libia e Somalia.

 

Tra gli studiosi che hanno firmato la petizione c’è anche un gran numero di ricercatori italiani. Noi abbiamo parlato con uno di loro, Fabio Perocco dell’Università Ca’ Foscari di Venezia che ci ha spiegato le sue ragioni: “L’ordine di Trump mette dei paletti alla mobilità dei ricercatori e alla ricerca, che non devono invece essere intralciati da ostacoli di questo tipo”.

Non solo i nostri ricercatori si sono schierati contro il provvedimento: nel Regno Unito è stata lanciata la campagna #WeAreInternational, guidata da l’Università di Sheffield, che si impegna a opporsi ad azioni che inibiscono gli spostamenti di studenti e professori in base alla religione.

L’ordine è pericoloso, secondo gli scienziati, non solo perché istituzionalizza un razzismo geografico e religioso ma perché colpisce la scienza in modo diretto, limitando la libera comunicazione delle idee tra studenti e accademici provenienti dai 7 paesi inclusi nell’ordine.

John Holdern, ex consigliere scientifico di Barack Obama, ha condannato su Nature la decisione del Presidente Trump e ha attaccato l’ordine etichettando con parole dure: “è perverso, un abominio, è una pessima idea”.

Perocco anche è stato chiaro con noi sul decreto: “Barriere mentali simboliche all’interno della comunità scientifica sono assolutamente deleterie”. Lo stesso ricercatore dell’università veneta ha chiarito che solo due sono le modalità per permettere agli scienziati di essere ascoltati per i prossimi quattro anni: “Dovranno esser fatte campagne di sensibilizzazione, boicottaggi, prese di posizione, pressioni sull’opinione pubblica e sugli organi di governo, e per di più non deve mancare l’esercizio della critica nelle tradizionali sedi della ricerca scientifica in modo da distruggere e contrastare idee, politiche, pratiche e discorsi all’insegna della discriminazione”.

 

Gianluigi Marsibilio

 

 

TRUMP E IL CAMBIAMENTO CLIMATICO, COSA CI ASPETTA?

Donald Trump sta analizzando tutto con attenzione e il suo desiderio è quello di mantenere una mente aperta sul tema del cambiamento climatico, ma cosa ci aspetta veramente?

Il Presidente eletto Donald Trump si è concesso per un colloquio con la redazione del New York Time:nel corso dell’incontro si è parlato più volte di cambiamento climatico e dell’accordo di Parigi, ratificato da Obama alcuni mesi fa.

Durante la campagna elettorale vi avevamo illustrato in vari articoli le posizioni dei due candidati principali: quelle del tycoon hanno sempre preoccupato molto gli scienziati del clima e i leader che per anni hanno lottato per raggiungere l’accordo di Parigi dello scorso dicembre.

Il Presidente ha affermato di disporre di una “mente aperta”, precisando: “Stiamo analizzando tutto con molta attenzione”.

Karl Mathiesen, giornalista collaboratore anche del The Guardian ed esperto di tematiche ambientali ci ha precisato: “Tutta la comunità scientifica ora deve continuare a produrre un ottimo lavoro e deve comunicarlo a lui nel migliore dei modi”, tuttavia non nasconde alcune perplessità su questa comunicazione tra il Presidente e gli scienziati: “è difficile capire come gli scienziati potranno fare direttamente appello a Trump”.

Le origini di Trump e delle sue idee sul cambiamento climatico sono per Mathiesen: “Il prodotto di un movimento anti-intellettuale della cultura occidentale, gli scienziati sono suscettibili di attacchi e demonizzazioni più che mai in questi anni”.

 

Nel colloquio Trump ha detto che la sua priorità è quella di avere: “Aria pulita”, vista la sua importanza, ricordando che “La sicurezza è di vitale importanza”.

 

Le indicazioni che però arrivano dalle sue idee per il bilancio NASA fanno sentire la comunità scientifica meno sicura: Bob Walker, un consulente della campagna del Presidente eletto, proprio al The Guardian ha espresso la necessità di ricollocare i progetti di monitoraggio del pianeta presso altre agenzie, diverse dalla NASA.

Questa azione sarebbe dannosa e minerebbe la leadership dell’agenzia spaziale in questo settore.

 

Alla domanda di James Bennet, editorialista del NYTimes, sull’impronta umana nel cambiamento climatico, il Presidente ha detto di vedere una certa connettività tra questi due fattori, ma non si è dilungato più di tanto.

L’accordo di Parigi non è un totem e il nuovo inquilino della Casa Bianca vuole “dare un’occhiata” a tutto quello che è stato deciso dalla comunità internazionale.

Mathiesen ci ha parlato dell’importanza della Cop21 e dei risultati raggiunti dalla comunità internazionale: “L’accordo di Parigi rappresenta un enorme quantità di fiducia: costruire un accordo tra le nazioni che hanno negoziato è molto difficile e sono state date grandi concessioni l’uno all’altro. Tra i negoziatori più difficili nel corso degli anni ci sono stati gli Stati Uniti. Così l’idea che essi possano recedere dal contratto o semplicemente andare indietro sui loro impegni è destinata a irritare paesi in tutto il mondo che hanno patteggiato in buona fede”.

Per ora prevedere quali saranno i reali provvedimenti del Presidente su questo tema è molto difficile, come ha ricordato anche Mathiesen: “Il lavoro più importante in questo momento è la scelta di consulenti saggi e preparati”.

Noi staremo a vedere, sempre pronti a raccontare lo stato del nostro pianeta.

 

Gianluigi Marsibilio

 

 

 

70 PREMI NOBEL AFFIANCANO LA CLINTON

70 Premi Nobel si schierano a favore di Hilary Clinton nella corsa alla Casa Bianca.

La lettera pubblicata alcuni giorni fa arriva dopo la conclusione delle assegnazioni dei Premi Nobel e poco dopo l’ultimo dibattito tra Hillary Clinton e Donald Trump.

Spesso in queste settimane ci siamo occupati del futuro scientifico degli USA, oggi i protagonisti del mondo della ricerca sono a favore della Clinton.

In queste settimane molte testate anche scientifiche si sono schierate, Nature ha dedicato uno speciale alle prossime elezioni, parlando anche con dei membri della comunità scientifica che appoggeranno Trump.

L’endorsement della rivista britannica per la candidata democratica ha avuto la seguente motivazione: “Clinton è una politica per eccellenza”.

La lettera dei Nobel pro- Clinton  (che trovate qui) non fa altro che rafforzare la sua posizione nella comunità scientifica. Toccherà a lei dare importanti risposte dal punto di vista scientifico: primo problema fra tutti sarà sicuramente il cambiamento climatico.

Non resta quindi che aspettare l’8 novembre.

Gianluigi Marsibilio

LA SCIENZA SECONDO TRUMP E CLINTON

La scienza è tornata al centro della campagna elettorale tra Hilary Clinton e Donald Trump. Le venti domande fornite dal portale sciencedebate.org hanno finalmente ricevuto una risposta da parte dei candidati. Anche la pretendente alla Casa Bianca Jill Stein (Partito dei verdi) ha affrontato i quesiti posti dalle organizzazioni da tempo riunite sotto il progetto, in grado di rappresentare oltre 10 milioni di uomini e donne all’interno della comunità scientifica.

Le risposte più attese sicuramente si concentravano su temi come cambiamento climatico, sviluppo della ricerca e sanità pubblica. Concentriamoci perciò sulle risposte fornite dai due principali candidati, Trump e Clinton.

Con la ratifica di Stati Uniti e Cina dell’accordo di Parigi, puntare lo sguardo su un tema come il cambiamento climatico è cruciale per scoprire la politica del futuro Presidente. Le previsioni dell’EIA (Energy Information Administration) non sono ottime e prevedono un aumento di un terzo delle emissioni di CO2 legate alla produzione d’energia.

Hilary Clinton è stata decisa e pronta sulla sfida imposta dal clima: “Il cambiamento climatico è una minaccia urgente ed una competizione che definisce il nostro tempo, inoltre le sue conseguenze sono già visibili in casa e nel mondo intero”. Dall’altra parte Trump, storicamente avverso al tema, ha difatti rinviato la domanda al mittente: “C’è ancora molto che deve essere indagato nel campo del “cambiamento climatico”. Forse il miglior uso delle nostre limitate risorse finanziarie dovrebbe andare nel lavorare e fare in modo che ogni persona nel mondo abbia a disposizione acqua pulita”.

La candidata nata a Chicago ha esposto un programma preciso che prevede un investimento da 60.000.000.000$.

I budget di molte agenzie governative sono ancora indecisi e per i prossimi anni la vittoria di un candidato sull’altro potrebbe influenzare fondi e futuro della ricerca. Clinton non ha dubbi sui pochi fondi destinati ad alcuni settori nella ricerca per questo insiste su quanto: “Sia essenziale rafforzare la capacità di ricerca, attraverso il finanziamento di giovani ricercatori di talento, in modo da dare priorità ai progetti “ad alto rischio, con alta ricompensa” che hanno il potenziale di trasformare interi campi, e riescono a potenziare il partenariati fra governi, università, e il settore privato”.

Trump anche ha espresso la ricetta per finanziare la scienza:“I progressi scientifici richiedono investimenti a lungo termine. Questo è il motivo per cui dobbiamo avere programmi come un programma spaziale attivo e una ricerca istituzionale che fungono da incubatori per l’innovazione e il progresso della scienza e dell’ingegneria in un certo numero di settori”.

Proprio sullo spazio sia la Clinton che Trump trovano un terreno comune, il repubblicano infatti attesta: “Un programma spaziale forte incoraggerà i nostri figli a cercare risultati scolastici e porterà milioni di posti di lavoro e migliaia di miliardi di dollari di investimenti in questo paese”, la Clinton persevera chiedendo di puntare, non solo sull’esplorazione umana, ma anche attraverso la promozioni di “iniziative spaziali, realizzabili, e a prezzi accessibili”.

Altro terreno di scontro tra Repubblicani e Democratici, come l’Obamacare ha mostrato, è la sanità pubblica. Le proposte per la tornata elettorale vanno dalla creazione di un fondo per l’amministrazione degli enti addetti alla salute pubblica (Clinton) alla critica di Trump verso istituzioni accusate di prendere troppi soldi senza “applicare i fondi in quelle aree dove ci sarebbe bisogno della maggior parte del lavoro”.

Le promesse fatte nel campo della scienza sono tante e ambiziose, ora non resta che aspettare l’8 novembre, da lì in poi tutti i dubbi saranno sciolti.

Gianluigi Marsibilio

“Sette Giorni di Scienza”

In questi giorni alle Olimpiadi, in discipline come Dressage e Equitazione abbiamo più volte visto i cavalli come protagonisti ora, grazie ad un gruppo internazionale di ricercatori, sappiamo che i cavalli possono essere cavalcati grazie ad una mutazione del gene DMRT3.

La genotipizzazione fatta dagli studiosi ha portato alla luce come attualmente l’allele mutato è distribuito in tutto il mondo con una frequenza particolarmente elevata nei cavalli gaited (addestrati a vari tipi di movimento) e nelle razze utilizzate per il trotto.

Lo studio è stato reso possibile grazie all’estrazione di DNA di cavalli antichi, appartenenti ad un periodo vicino al 3500 a.C.: la diffusione di questa mutazione che porta allo sviluppo del midollo spinale, è stata portata dal Regno Unito all’Islanda e successivamente ha viaggiato per tutta Europa, cambiando per sempre la struttura genetica di uno degli animali più utilizzati al mondo per commerci, corse e trasporto.

DOMANDE PRESIDENZIALI

La comunità scientifica, come abbiamo raccontato, è spesso preoccupata dalle elezioni e dalle candidature quando non vengono date risposte su temi molto importanti legati alla scienza.

Per questo il portale Science Debate ha vagliato, tra oltre 400 domande, un set di 20 quesiti da recapitare ai due concorrenti alla Casa Bianca.

La Clinton e Trump dovranno rispondere ai temi sollevati da 56 organizzazioni scientifiche: le principali richieste riguardano innovazione, privacy, ricerca, il problema della salute mentale, il potenziamento di internet, la sanità pubblica e altri temi al centro del dibattito scientifico.

I CHIMICI A CACCIA DEL PREPRINT

L’American Chemical Society ha annunciato l’intenzione di creare il suo servizio di preprint per la comunità chimica globale sul modello di arXiv, bioRxiv e altri servizi di preprint lanciati nel 2016 come SocArXiv per le scienze sociali e engrXiv per l’ingegneria.

Il 21 agosto inizierà l’incontro dell’associazione americana e sicuramente si discuterà di questo servizio da lanciare per convogliare ancora di più gli sforzi della comunità scientifica nelle ricerche chimiche.

La strada è ancora lunga da percorrere, ma Thomas Connelly Jr, CEO dell’ACS ha spiegato: “L’ACS sta avanzando il progetto per ChemRxiv, in quanto così facendo si allinea sugli aspetti chiave della missione e gli obiettivi della nostra Società, in particolare con il progresso della scienza la diffusione di informazioni diventa indispensabile”.

Gianluigi Marsibilio

Powered by WordPress.com.

Up ↑