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REALTÀ VIRTUALE E ROBOT, UNA NUOVA SFIDA PER IL FUTURO DEL LAVORO

https://youtu.be/4a-W3Od5-t8

Robotica e realtà virtuale uniti in questa nuova tecnologia di telepresenza che consente agli esseri umani di eseguire in remoto dei lavori molto pericolosi o sgradevoli.

A sviluppare questa tecnologia sono stati i ricercatori del laboratorio di informatica e intelligenza artificiale del MIT che hanno trovato un modo intelligente per combinare la realtà virtuale con la robotica. I robot utilizzati sono della Rethink Robotics e comprendono una cuffia VR e un braccio robotico altamente sofisticato, da poter utilizzare tramite il display che gli operatori umani indossano nel loro casco VR.
L’idea è quella di portare i lavoratori, che solitamente si occupano di mansioni su petroliere o aerei, ad essere in situazioni di totale comodità e portarli ad operare in modo completamente sicuro.

Su Digital Trend il ricercatore Jeffrey Lipton ha spiegato come loro sperano di estendere al meglio i vari tipi di mansioni a dei robot diversi e magari complementari tra loro.

Il tasso di successo del gruppo è stato del 100%, rispetto ai classici metodi automatizzati che prevedono una possibilità di riuscita del 66%, questo sistema può essere utilizzato per attività di posizionamento, montaggio e produzione.

HOMO SAPIENS, DATAZIONE DA RIPENSARE?

Il più antico reperto proveniente da un Homo Sapiens è stato trovato in Marocco. In un sito archeologico, intorno alla costa atlantica, sono stati trovati reperti di cranio, mascella e viso. La datazione è di 315 mila anni fa e questo indica come la nostra specie sia apparsa 100.000 anni prima rispetto a quello che si pensava. I dati pubblicati su Nature, attraverso due ricerche, attestano come la specie si sia evoluta in tutto il continente africano nel corso di migliaia di anni.

L’origine della nostra specie probabilmente ha effettivamente coinvolto l’Africa con un grande scambio di geni: l’esempio più antico di H.Sapiens era stato trovato in Etiopia con una datazione di 195.000 anni.

Daniel Richter, del dipartimento di Human Evolution del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology, ci ha spiegato così l’homo sapiens: “La linea evolutiva non cambia con questa scoperta. I primi homo sapiens erano raccoglitori e cacciatori di successo, probabilmente dominavano diversi habitat e sono stati in grado di adattarsi in diversi ambienti”. Il sito è la grotta di Irhoud, un rifugio dei primi ominidi, che veniva usata per produrre fuoco e da appoggio per le attività di caccia. Il motivo dell’occupazione, quasi totale, dell’Africa è dovuto: “Alla grande mobilità dei gruppi che seguivano le loro prede”.

Richter ci ha precisato che i primi uomini: “ Non avevano naturalmente un obiettivo preciso di conquista, poiché non conoscevano la mappa dell’Africa, pur avendo capito i dintorni del continente”.

Il team dello scienziato e dell’archeologo Shannon McPherron ha effettivamente fatto la datazione di un sito storico come quello di  Jebel Irhoud. Richter, parlandoci della diffusione da questo sito al resto del mondo ha chiarito: “L’ homo sapiens si è spostato dall’Africa, con tentativi falliti per circa 100.000 anni, seguito certamente da molti altri. Successivamente uno o più successi hanno portato alla colonizzazione del resto del mondo (circa 60.000 anni fa)”. Questo ha ovviamente portato all’affermazione dell’Homo sapiens su altre specie umane.

Il sito ha una storia comunque complessa che si intreccia continuamente con molte specie. Il primo scavo è partito nel 1960, ma nel 2004 è arrivata la novità: i tre reperti che stanno cambiando la datazione della nostra specie, sono stati rinvenuti nel nuovo scavo. I ricercatori, per compiere la datazione, hanno usato due metodi fondamentali l’ESR e il TL, ovvero la Risonanza di Spin Elettronico e la Termoluminscenza.

Il primo metodo ha il vantaggio di non essere particolarmente invasivo e di funzionare con campioni molto piccoli. L’età dell’oggetto è misurata attraverso il conto degli elettroni intrappolati, al pari della termoluminescenza. Il secondo metodo invece va a indagare sugli elementi radioattivi e permette di datarli, attraverso lo studio delle radiazioni. Richter, alla guida dello studio, ha indicato: “ ESR e TL concordano, e tutti fissano i 300.000 anni in entrambi i metodi”.

Siti del genere con età e capacità di datazione del genere sono eccezionalmente rari in Africa, la fortuna probabilmente è dovuta alla storicità di Jebel Irhoud. Alcuni pezzi, come la mandibola, erano già stati datati erroneamente a 160 mila anni fa: l’incrocio dei dati con le nuove tecniche applicate ha però permesso questo balzo in avanti nella comprensione dei reperti.

Oggi noi sappiamo che i primi fossili di  Homo sapiens si trovano in tutto il continente africano e con varie datazioni: da Jebel Irhoud, Marocco (300 mila anni) a Florisbad in Sud Africa (260 mila anni), e Omo Kibish in Etiopia (195 mila anni). La storia evolutiva dell’uomo coinvolge il continente africano a 360 gradi.

L’idea di un giardino dell’Eden è onnipresente in miti e religioni e probabilmente questo paradiso, culla della civiltà è esattamente l’Africa, un grande, enorme Eden.

Gianluigi Marsibilio

 

Crediti foto: Jean-Jacques Hublin, MPI-EVA, Leipzig

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