UA-101332019-1
Search

tra Scienza & Coscienza

"Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me'' I. Kant

Tag

spazio

COMPLETARE LA RELATIVITÀ CON LA GRAVITA’ QUANTISTICA- INTERVISTA A MAURO PATERNOSTRO

La gravità quantistica è una teoria che ha sviluppato, in questi anni, predizioni accurate e particolari di effetti quantistici molto deboli da registrare. Partendo dalla relatività di einsteiniana memoria si è sviluppata in un contesto teorico che sta mettendo in mostra le più interessanti menti del nostro tempo. Noi abbiamo intervistato il giovane ricercatore Mauro Paternostro, della Queen University of Belfast, che sta studiando le implicazioni e i possibili indizi sperimentali per testare sempre più accuratamente questa teoria.

– Perchè la gravità quantistica in questo periodo, secondo te, è vista come una delle possibili risposte alla tanto cercata Teoria del Tutto? – Quali sono le proprietà quantistiche che si cercano nella gravità?

La teoria della relatività generale formulata da Einstein è incompleta: è in grado di fornire predizioni accurate solo per effetti quantistici molto deboli. Sebbene ciò sia il caso, in genere, la formulazione Einsteiniana della relatività generale fallisce nel descrivere lo spazio-tempo in presenza di effetti quantistici forti. La teoria della gravità quantistica che si ricerca dovrebbe dunque generalizzare la bellissima, seppur incompleta, relatività Einsteiniana.

– Quali implicazioni avrebbe per lo studio del nostro universo sapere che la gravità viene da una qualche fluttuazione/interazione quantistica?

Sono parecchie le implicazioni. Giusto per elencarne qualcuna di particolarmente significativa; 1) lo spazio tempo potrebbe essere connesso “non-localmente” attraverso connessioni, scorciatoie, che attraversano l’universo; 2) in presenza di effetti forti, che inducano forti curvature dello spazio-tempo (as esempio in un buco nero), il tempo potrebbe diventare spazio a causa del forte accoppiamento tra queste ‘dimensioni’; 3) molte delle formulazioni di una teoria della gravità quantistica vedono lo spazio ed il tempo come grandezze risultanti da entità più fondamentali (stringhe, loops, perfino quantum-bits); 4) in meccanica quantistica vale il principio di sovrapposizione; una natura quantistica della gravità dovrebbe comprendere il principio di sovrapposizione in maniera naturale; 5) fluttuazioni dello spazio-tempo dovrebbero avvenire anche in assenza di materia: quantisticamente, il vuoto fluttua, e quindi dovrebbe farlo anche lo spazio tempo. Quella che a me piace di più è affatto detto che una teoria quantistica della gravità risulti in una rivisitazione della gravità. potrebbe essere il contrario: potremmo dover modificare la teoria quantistica, scoprendola non completa. A quel punto, una serie di conclusioni tratte nell’ultimo secolo dovrebbero essere riesaminate criticamente.

– Come si può testare in laboratorio tutto l’amplesso teorico intorno alla gravità quantistica?

Questo è un punto piuttosto delicato. Credo infatti non sia possibile testare ogni aspetto, ogni sfaccettatura di una data teoria quantistica della gravità con un solo esperimento. La fenomenologia è ricchissima e complicata. Spesso, la scala di energie in gioco è troppo elevata per essere testabile in laboratorio. Quel che parte della comunità interessata a questo problema sta realizzando è che possibili aspetti di una plausibile teoria quantistica della gravità (soprattutto a basse energie) possono essere ‘dedotti’ a un approccio in cui la teoria dell’informazione ed i suoi strumenti vengono utilizzati in modo innovativo. Tipicamente implica la formulazione di test di natura interferometrica i cui risultati possono confermare, o confutare, una data assunzione sulla natura della gravità. Questi test sembrano realizzabili sperimentalmente (sebbene richiedano un livello molto alto di controllo e manipolazione del set-up sperimentale di volta in volta proposto).

– I modelli che voi costruite sull’universo come vi aiutano a testare le teorie?Non rischiano, i modelli di universo, di essere troppo semplificati?

Certamente: il rischio di una semplificazione eccessiva è sempre in agguato. In questo senso, è fondamentale riuscire a identificare test sperimentali che confutino un dato modello. Procediamo per ‘sviluppi successivi’: a partire da un modello semplice, procediamo a ‘complicarlo’ per passi successivi, basandoci sull’evidenza di esperimenti. Al momento, il primo passo è testare la plausibilità’ dell’assunzione “la gravita’ va quantizzata”. Il resto, verrà nel tempo. O nello spazio!!

Gianluigi Marsibilio

2017: L’ANNO NELLO SPAZIO

Classico video di recap annuale dell’ESA che racconta tutte le attività degli astronauti e i lanci dell’Agenzia Spaziale Europea.

 

 

Fonte: ESA

L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE A CACCIA DI SISTEMI PLANETARI

Stiamo raccontando dall’inizio della nostra avventura l’epoca d’oro di scoperta e caccia agli esopianeti. Ora siamo entrati addirittura in una nuova era 2.0: come ha infatti testimoniato la NASA, tramite una ricerca di due scienziati Christopher Shallue e Andrew Vanderburg, un nuovo attore è entrato in questa competizione all’ultimo pianeta, l’intelligenza artificiale.
Intorno alla stella Kepler 90, a 2545 anni luce di distanza dalla Terra, è stato scoperto un sistema planetario molto simile al nostro sistema solare, che vede 8 pianeti ruotare in un ambiente cosmico della distanza simile a quella dell’orbita terrestre.
La novità assoluta è tutta nel modo in cui è stato ritrovato il pianeta. Il professor Andrew Vanderburg dell’ Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics, ci ha spiegato come hanno fatto ad unire i dati di Kepler con una rete neurale: ” Le intelligenze artificiali oggi sono molto flessibili e possono essere utilizzate con un’infinità di tipi di dati. Noi abbiamo preso i dati sulla luminosità raccolti da Kepler, in particolare ci siamo concentrati sui segnali che erano stati rilevati con un metodo di ricerca di transito’ cercando di capire l’orbita del pianeta osservato’’.

Una volta inviati tutti i segnali nella rete neurale è stato possibile distinguere i pianeti e i falsi positivi: ” Appena addestrata la rete a riconoscere i falsi positivi dai pianeti reali, è stato possibile subito avere delle risposte chiare” ha specificato Vanderburg.
Tra i pianeti c’è ad esempio Kepler 90 i, un pianeta caldo e roccioso che orbita intorno alla sua stella ogni 14,4 giorni.

Questa stella ha un ambiente cosmico molto simile a quello del sistema solare , anche se come ci ha spiegato lo scienziato :”Tutti e otto i pianeti che ruotano intorno a Kepler 90 sono in un’orbita simile a quella della Terra”.

La rete neutrale ha identificato i veri pianeti dai falsi positivi nel 96% dei casi: questo ci fa ben sperare perché potremmo avere studi sempre più accurati e meticolosi nel campo degli esopianeti. Le ricerche di Kepler hanno prodotto una quantità enorme di dati che potranno essere scandagliati anche da questo tipo di reti e non solo dallo sguardo attento dei ricercatori.

All’orizzonte c’è per esempio la volontà di utilizzare questo tipo di software sui dati della missione TESS, che verrà lanciata il prossimo anno: “Non solo astronomia- ha chiarito il professore- ci sono applicazioni per l’apprendimento automatico in ogni campo, le intelligenze artificiali sono estremamente eccitanti”.
Ad oggi i quasi 35 mila segnali raccolti da Kepler hanno prodotto tante novità, ma spesso i pianeti più difficili da scovare sono sfuggiti all’occhio umano: ora le reti neurali potranno integrare, approfondire e migliorare il lavoro della comunità scientifica.

Gianluigi Marsibilio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Crediti foto: Nasa/Wendy Stenzel

40 ANNI DI MISSIONE VOYAGER, IL NUOVO NUMERO DI COELUM

Dicembre, festività natalizie, fine dell’anno… momento di bilanci. E per quel che riguarda l’astronomia, di certo è stato un anno emozionante e ricco di novità.

Viviamo così rapidamente e la quantità di informazioni che ci investe è talmente grande che alla fine quasi perdiamo la cognizione di ciò che ci circonda o di ciò che è successo… perciò in questo numero abbiamo riepilogato per voi, in un unico e agile articolo, quanto di più interessante e importante è emerso in questo 2017 che sta per chiudersi! Poi potrete approfondire quello che vi siete persi andando a rileggere i vecchi numeri, sempre disponibili! (E sempre gratuiti e a disposizione nel formato che preferite).

Ma la voglia di proseguire il nostro viaggio e il nostro desiderio di spingerci sempre oltre non si fermano mai: conoscere il percorso fatto serve per capire dove ci stiamo dirigendo e, nell’anno del quarantesimo anniversario del lancio, non potevamo dedicare uno spazio importante a due sonde speciali, che hanno fatto del viaggio il loro emblema portandolo nel loro stesso nome: le sonde Voyager. Nello speciale sulla missione ripercorriamo tutte le tappe del viaggio, le scoperte e le domande in attesa di risposta, con tutte le strabilianti immagini (per l’epoca e, in modo differente, anche per oggi) che le Voyager ci hanno inviato. Anche ora, proprio in questo momento, sono là fuori, tra le stelle, proseguendo il loro cammino verso l’eternità.

Rimaniamo poi nelle propaggini più esterne del Sistema Solare per parlare di un altro curioso corpo celeste che abita quelle remote regioni periferiche: il bizzarro pianeta nano chiamato Haumea. Cosa sappiamo di esso? Scopriamo insieme ad Albino Carbognani (Astronomo presso l’Osservatorio della Valle d’Aosta) e Paolo Bacci (Sezione Asteroidi UAI) quali sono le sue peculiarità e gli ultimi sorprendenti risultati ricavati da una rara occultazione stellare, avvenuta proprio all’inizio di quest’anno. Scopriremo come, anche in questo caso, il contributo degli astrofili si sia rivelato molto importante.

Come sempre non è tutto qui, potrete trovare tutti gli ultimi aggiornamenti e notizie di astronomia, astronautica, la guida completa agli eventi e fenomeni celesti del mese…

Buona lettura e Buone Feste da tutta la Redazione!

Articoli in Copertina Coelum Astronomia n. 217 di dicembre 2017

Il viaggio ha inizio ⬥ Giove, al cospetto del Re

L’Incontro con Saturno ⬥ Urano e Nettuno: rotta verso l’ignoto

Il Ritratto di famiglia e il Pale Blue Dot ⬥ La missione Interstellare

Il Golden Record: un Carico Davvero Speciale.

  • Ripercorrendo il 2017. Gli eventi e le scoperte notevoli dell’anno. Il bilancio di un anno segnato da tappe fondamentali nello studio dell’Universo.
  • HAUMEA il Pianeta Nano con l’Anello. Ai margini del Sistema solare c’è ancora spazio per nuove scoperte grazie anche al contributo degli astrofili
  • L’occultazione di una stella da parte di Tritone, satellite di Nettuno, permette di studiarne l’atmosfera.
  • È arrivato ESASky 2.0! Tutte le novità del software gratuito online ESA a disposizione di professionisti e astrofili
  • ASTROFOTOGRAFIA: La LUNA illumina la notte. Fotografia di paesaggio.
  • LUNA: crateri Langrenus, Vendelinus, Petavius, Furnerius
  • Cielo del Mese: tutti i fenomeni celesti di DICEMBRE
  • COSTELLAZIONI: Rafting celeste lungo l’Eridano

Coelum Astronomia è gratuito per la lettura digitale su PC, tablet e smartphone ed è disponibile anche per il download in PDF. Leggilo online gratis: https://goo.gl/tbbkp1

Resta aggiornato con tutte le ultime notizie di astronomia e astronautica, seguici su:

BIG BANG, NO GRAZIE: L’UNIVERSO è FRUTTO DI UN RIMBALZO COSMICO?

 

In settimana la pubblicazione dell’articolo Bouncing cosmology inspired by regular black holes da parte del professor J.C.S Neves dell’Instituto del Matemática, Estatística e Computação Científica dell’ Universidade Estadual ha ispirato tanti a riconsiderare e a tornare a parlare di teorie alternative al Big Bang, noi nella notte abbiamo sentito lo scienziato che ci ha spiegato il ruolo dei buchi neri nel suo modello, introducendoci a tanti concetti estremamente interessanti, ma anche leggermente complessi.

Il professor Neves ha tenuto un tono sempre molto divulgativo e ha spiegato punto dopo punto il suo modello che prevede, come ogni big bounce che si rispetti, fasi continue di contrazione e espansione per l’universo.

 

– Quali sono i principali problemi nella teoria del big bang?

Il modello standard della cosmologia è chiamato modello Lambda-Cold-Dark-Matter (Lambda-CDM). In generale per le persone (non specialiste) la teoria è stata nominata come : “big bang”. Per i ricercatori, il big bang è solo la singolarità iniziale e rappresenta il problema più importante nel modello standard.

Perché?

La singolarità iniziale promuove un fallimento nella teoria della gravità di Einstein. La relatività generale è la base della cosmologia moderna e con una singolarità, allo stato primoridiale dell’universo, il modello standard fallisce. Le grandezze fisiche e geometriche nella singolarità iniziale non hanno valori finiti per questo, il big bang inteso come singolaritò è il più grande problema in cosmologia, un qualcosa di impossibile!

– Qual è il ruolo dei buchi neri nella cosmologia del big bounce?

Per risolvere questo problema, sono apparsi modelli di cosmologie che prevedono i rimbalzi (bounce). La singolarità iniziale viene dunque sostituita da un rimbalzo regolare, una transizione tra le fasi di contrazione e di espansione. La relatività generale non soffrirà quindi del problema delle singolarità nelle varie teorie del big bounce.

Se l’universo rimbalza, è possibile supporre l’esistenza di buchi neri nella fase precedente, cioè quella di contrazione. I buchi neri non vanno completamente distrutti dopo il rimbalzo, o almeno le loro onde gravitazionali, per questo una sorta di segnale dai buchi neri, tramite onde gravitazionali può essere rintracciato oggi.

– Quali sono le peculiarità di questo modello?

Cosmologie del genere sono una vecchia idea. Il mio modello, in particolare, risolve il problema della singolarità iniziale introducendo nel modello i buchi neri regolari.

I buchi neri regolari sono senza una singolarità all’interno del loro orizzonte degli eventi.

– Che ruolo ha il tempo nel tuo modello?

Nel mio modello, il tempo ha lo stesso ruolo rispetto al modello standard. È una coordinata nelle equazioni di campo di Einstein. Il tempo non ripristina il suo “flusso” nella fase di contrazione.

– Che cos’è un “fattore di scala” in relatività?

In cosmologia, il fattore di scala misura la variazione del tessuto spazio-temporale. Indica se l’universo si sta espandendo, contraendo o se è statico. È solo una funzione nelle soluzioni delle equazioni di Einstein. Nel modello standard, il fattore di scala dipende dal tempo. Nel mio modello, dipende dal tempo e dalla scala cosmologica.

A causa di una diversa concezione del fattore di scala, il mio modello potrebbe descrivere il nostro universo in diversi modi. Sappiamo che per le scale di grandi dimensioni, l’universo è quasi omogeneo mentre per le più piccole è disomogeneo.

Questa caratteristica è osservativa e il modello standard non la descrive a a differenza dal modello che prevede il bounce.

Dove si potrebbero trovare le prove concrete della tua teoria?

Come ho detto, per mezzo dei buchi neri si potrebbe trovare la prova di una fase precedente, uno strumento chiave sono le annesse onde gravitazionali prodotte dalla contrazione dell’universo.

Gianluigi Marsibilio

MAPPARE LA FOTOSINTESI, UNA QUESTIONE DI NUOVE PROSPETTIVE

In un film tanto bello quanto discusso, Nymphomaniac, viene detta questa frase:”Le cose si nascondono quando diventano familiari, Ma se si guardano da un’altra angolazione possono assumere un nuovo significato”.

Cambiare la prospettiva intorno a un problema può effettivamente portare ad una soluzione o almeno ad un’analisi più completa: gli scienziati dell’università di Sydney e della NASA  hanno sviluppato una nuova tecnica per reinventare l’immagine della fotosintesi, attraverso il telerilevamento satellitare. Lo studio è stato pubblicato su Science questa settimana.

Ad essere tracciata è stata la fluorescenza della clorofilla tramite il sistema satellitare OCO-2, satellite NASA che traccia “il respiro” del nostro pianeta dallo spazio ed è dedicato esclusivamente allo studio dell’anidride carbonica atmosferica.

Quando parliamo di fotosintesi, stiamo facendo i conti con la base fondamentale della vita sulla terra: lo scienziato Bradley Evans, co-autore dello studio e professore della School of Life and Environmental Sciences ha spiegato a Tra Scienza & Coscienza, in sommi capi, come è stata svolta la ricerca:” Il nostro studio vuole raccontare la fotosintesi, non fornire un’analisi sul suo stato e i suoi cambiamenti”.

Per capire, dal punto di vista scientifico, questo processo abbiamo bisogno di vari ingredienti come CO2, luce e acqua, Evans ci ha raccontato quali sono i principali propulsori di questo processo: “I principali motori della fotosintesi sono la CO2, la luce, la presenza di acqua e i nutrienti. Ma se i nutrienti rimangono sempre uguali; la luce, l’acqua e il CO2 cambiano in base al clima. Le piante possono adattarsi a determinati limiti e la CO2 può “arricchire” una certa quantità di fotosintesi, ma la maggior parte delle piante è altamente ottimizzata per il suo clima. Possiamo dire che per ora la fotosintesi si sta adattando al meglio, ma rimane comunque abbastanza limitata nella sua capacità”.

Lo studio dunque vuole diventare un reale strumento per aiutare a studiare i flussi di carbonio, permettendo così un’analisi del cambiamento climatico ancor più sottile che vada a monitorare come stanno reagendo i vari ecosistemi del nostro pianeta.

“Ancora non comprendiamo completamente l’ottimizzazione della fotosintesi, probabilmente perché cambia e si adatta entro un intervallo di tempo che coinvolge intere generazioni di piante” ha spiegato Evans.

Il miglioramento nel raccogliere dati e stime sulla crescita delle piante, con una risoluzione di fatto senza precedenti, è il fulcro dello studio: “Dobbiamo gestire meglio gli ecosistemi naturali in declino e le risorse agricole finite. Ad esempio, verso le singole piante in un campo analizzando la loro condizione, il tasso di crescita e le necessità biochimiche”. Una volta compresi questi fattori allora potremmo ottenere un tasso di crescita più elevato anche con meno acqua e sostanze nutritive nel terreno.

Le foglie che assorbono anidride carbonica e la loro conversione di zuccheri durante la fotosintesi, sono e saranno al centro della nostra biosfera, allora occorre ripensare il nostro posto nel mondo ancora una volta e tramite dei satelliti, dei progetti di ricerca o le parole di uno scienziato, siamo chiamati a cambiare prospettiva.

Gianluigi Marsibilio

 


L’ENERGIA OSCURA E LE SUE DINAMICHE

Il binomio costante cosmologica/energia oscura è sempre stato uno dei più interessanti nella storia della cosmologia: oggi un team di ricerca internazionale della University of Portsmouth ha rivelato un tassello in più sulle dinamiche seguite dall’energia oscura.

Scoprire delle chiavi per comprendere l’energia oscura è sempre stato uno degli obiettivi degli scienziati nel XXI secolo, la costante cosmologica elaborata da Albert Einstein è sempre stata un ostacolo duro da sormontare nello studio di questa misteriosa “forza”, troppo spesso direttamente associata alla costante.
Uno studio apparso su Nature Astronomy, grazie al grande database utilizzato per svolgere la ricerca, ha portato a risultati interessanti sulla comprensione del binomio costante cosmologica in rapporto all’energia oscura.

Noi abbiamo parlato con Bob Nichol,  direttore dell’ICG  ( istituto di cosmologia e gravitazione) che ci ha aiutato a districarci in questo complesso campo di studi: “La migliore spiegazione per l’energia oscura rimane la costante cosmologica, ma non con lo stesso valore e le stesse ragioni di introdotte da Einstein. Una costante cosmologica rimane insoddisfacente per la maggior parte di noi perché il valore osservato (tramite i vari esperimenti) è molto lontano da quello atteso”.
La proprietà fisica dell’energia oscura è rappresentata dall’equazione di Stato che è il rapporto della pressione con la densità di energia.

La squadra del professor Zhao, che ha contribuito attivamente nello svolgimento di questo studio, ha trovato una prova della dinamica dell’energia oscura ad un livello di 3.5 Sigma, questo va a indicare che la natura dell’energia oscura non può essere collegata a quella del vuoto ma piuttosto alla presenza di un campo dinamico.

Il futuro dello studio dell’energia oscura è affidato allo strumento DESI che proporrà una nuova mappa cosmica in 3D dal 2018 in poi, fino ad oggi i lavori hanno utilizzato dati della temperatura della radiazione cosmica di fondo, gli spettri della polarizzazione, lo studio delle supernove e i vari studi dei cluster di galassie.

Abbiamo chiesto a Nichols in che modo le attuali osservazioni sono in grado di fornire le varie dinamiche dell’energia oscura, lo scienziato ci ha spiegato che ad oggi: ” Non siamo sicuri che l’energia oscura impatti sulla formazione di determinati ambienti cosmici, dato che è ovunque nell’universo, essa potrebbe fluire, secondo la teoria di Kashlinsky, in “flussi oscuri”. Resta comunque importante studiare l’influenza gravitazionale dell’energia oscura sull’universo, infatti nella relatività generale di Einstein qualsiasi forma di materia o energia può in un certo senso stravolgere lo spazio-tempo.

Ad oggi sappiamo che l’effetto principale dell’energia oscura è stato quello di causare un’accelerazione nelle espansione dell’universo.

Nichols ha chiuso l’intervista ricordando che: ” C’è bisogno di un modello che spiega come l’universo si sia potuto evolvere, tutto questo va poi confrontato con le varie misurazioni e se il modello si adatta alle misurazioni, possiamo indicarlo come coerente e valido”.

 

Questa considerazione finale ci fa effettivamente capire quanto sia importante, anche con il modello teorico più astratto, ricollegarsi a delle misurazioni reali su alcune costanti dell’universo.

 

 

Image credit: Gong-Bo Zhao, NAOC and the ICG, University of Portsmouth

La costante cosmologica (illustrata dalla linea gialla) viene introdotta per spiegare l’espansione accelerata dell’Universo (mostrato come il cono azzurro) a causa della presenza di energia oscura. Lo studio suggerisce che il contributo di energia oscura a questa espansione dipende dal tempo (curva grigia)

UNA CULLA DI STELLE NELLA NOSTRA GALASSIA

La foto nel suo magnifico splendore mette in luce una delle nubi molecolari più significative del nostro ambiente cosmico, stiamo parlando nel particolare  delle regioni  W3, W4, W5.

 

Il complesso situato nella costellazione di Cassiopea è indicato dagli astronomi come una delle più importanti culle di stelle della nostra galassia.

Le regioni come si vede dalla panoramica sono ben distinte e presentano molti punti d’interesse che gli astronomi continuano a studiare.

 

Il telescopio Herschel ha dato vita ad una lunghissima serie di pubblicazioni scientifiche  ed è stato una vera innovazione per gli scienziati, in particolare quelli europei.

 

Herschel, con i suoi 3,5 m di diametro, è stata fondamentale per l’agenzia spaziale Europea e  tra i suoi strumenti principali ricordiamo:  PACS, spettrofotometro ad immagini operante tra 60-210 µm che utilizza matrici di bolometri per osservazioni a banda larga e uno spettrometro a reticolo e matrici di fotoconduttori per le immagini in riga.

SPIRE, un spettrofotometro ad immagini operante tra 200-620 µm che utilizza solo matrici di bolometri. Le immagini in riga sono ottenute mediante uno spettrometro a trasformata di Fourier.

HIFI, strumento che copre con continuità l’intervallo spettrale fra 500 GHz e 1100 GHz con una finestra a 2500 GHz. 

 

 

 

CREDITI FOTO: ESA, HERSCHEL, NASA

LA TERRA VISTA DALLO SPAZIO, DECINE DI MONDI POSSONO OSSERVARCI

 

 Ormai da più di vent’anni siamo abituati a scoprire mondi esterni al sistema solare, ma oggi proviamo a capovolgere la situazione e domandiamoci come un osservatore alieno potrebbe rilevare la terra  attraverso i nostri metodi, ad esempio quello del transito.

Non siamo i primi a porci questa domanda, infatti sul Monthly Notices of the Royal astronomical Society, un gruppo di Scienziati della Queen University di Belfast e dell’Istituto Planck ha analizzato in uno studio questa domanda.

La missione intrapresa dagli scienziati è stata quella di scandagliare e dividere il cielo in varie parti, l’obiettivo era capire da quali regioni il nostro sistema solare può essere osservato e il nostro pianeta  riconosciuto attraverso un transito davanti al sole.

I pianeti come Mercurio, Venere, Marte e proprio la terra sono in realtà  più facili da osservare rispetto ai pianeti gioviani come Giove, Saturno, Urano e nettuno. Il tutto è dovuto alla vicinanza dal corpo alla stella madre.

Robert Wells, dell’università di Belfast ci ha spiegato come è stata eseguita la ricerca: “Il nostro compito è stato quello di trovare le coordinate dei confini della zona di transito terrestre, successivamente abbiamo trovato tutte le stelle simili al sole in questa regione in dei database”. Spulciando nel database SIMBAD è  stato possibile vedere come in questo quartiere che abitiamo ci siano circa 3000 stelle simili al sole che occupano l’area di transito della terra.

La dimensione di una zona di transito è data da due volte il raggio  stella- distanza dal pianeta, proprio un attributo come la distanza è fondamentale per rendere un pianeta visibile da un altro sistema solare.

Nel nostro quartiere i pianeti più piccoli sono molto più vicini al sole rispetto a quelli giganti per questo  la loro possibilità di essere catturati dai telescopi è nettamente superiore.

Wells ci ha anche spiegato quanto sia ininfluente la dimensione del pianeta: “Questa variabile ha un effetto molto più piccolo sulla dimensione della zona di transito”.

Partendo dagli esopianeti attualmente scoperti riusciamo a calcolare come dei 3600 esopianeti attualmente riconosciuti, solo 9 potrebbero osservare dei transiti della terra.

Il team per allargare  il campo ha identificato 68 mondi in cui gli osservatori potrebbero aver visto uno o più pianeti del nostro sistema solare.

Parlando in percentuale, un osservatore casuale ha una possibilità di 1 su 40 di osservare il transito di almeno un pianeta del sistema solare

Wells ci ha anche spiegato come:” La missione Kepler non ha puntato il suo sguardo nella regione in cui è possibile osservare il transito della terra”.

Il futuro di questo settore è legato all’obiettivo di allargare il cerchio delle zone di transito e osservare meglio esopianeti proprio in queste aree, in cui si spera ci siano pianeti abitabili.

 

La scoperta dovrebbe innescare un senso di responsabilità quando facciamo azioni poco consone alla nostra permanenza su questo pianeta.

Non sappiamo effettivamente se E.T. dai suoi telescopi ci stia guardando nel bel mezzo di un transito davanti al nostro sole, ma il pensiero di essere “studiati” dovrebbe bastare a innalzare la nostra consapevolezza nel proteggere e salvaguardare il pianeta, la responsabilità che abbiamo dinanzi è cosmica.

 Gianluigi Marsibilio

Crediti foto: 2MASS/R.WELLS

Powered by WordPress.com.

Up ↑