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"Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me'' I. Kant

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IL NUOVO CACCIATORE DI PIANETI TESS è PRONTO PER IL LANCIO

Dopo lo straordinario lavoro di Kepler, avviato alla pensione, grazie al quale dal 2009 sono stati individuati oltre 5000 pianeti extrasolari, il testimone passerà a TESS (Transiting Exoplanet Survey Satellite), il cui compito sarà, proprio come per il suo predecessore, quello di segnalare nuovi candidati pianeti da confermare poi con ulteriori studi e dati da altri telescopi. Quello che ci si aspetta è che nell’arco dei prossimi due anni ne individui fino a 20.000!

TESS si concentrerà su stelle vicine e luminose, in modo da  facilitare il compito a telescopi che, dallo spazio e da terra, dovranno poi confermare o smentire la natura planetaria dei candidati individuati. Sempre parlando di aspettative e probabilità, ci si aspetta che tra questi ventimila candidati almeno 500 siano di taglia confrontabile al nostro pianeta (entro il doppio delle dimensioni della Terra), e che quindi possano essere buoni candidati anche per la ricerca di forme di vita.

Il nuovo cacciatore di esopianeti è pronto quindi a partire, dal 16 aprile, dallo Space Launch Complex 40a di Cape Canaveral (in Florida) a bordo del razzo SpaceX Falcon 9. Una volta nello spazio, TESS percorrerà un’orbita elittica particolare attorno a Terra e Luna. Inserito nella sua orbita finale, sarà infatti in grado di utilizzare la gravità della Luna per stabilizzarsi per decenni nella sua orbita senza usare carburante extra. La missione è nominalmente destinata a durare due anni, ma potrebbe continuare a ricevere dati quasi indefinitamente!

Ci vorranno alcuni mesi prima che TESS entri nella sua orbita operativa e inizi a raccogliere dati, ma a quel punto avrà a disposizione un punto di vista privilegiato che le consentirà di osservare fino all’85% del cielo, quasi 350 volte il cielo a disposizione di Kepler. Coprirà ben 26 diversi settori ognuno di 24 x 96 gradi. Le potenti camere a bordo avranno 27 giorni per coprire ogni settore, al ritmo di due brillanti stelle al minuto.

Come dicevamo, più luminosa è la stella, più facile è determinare le caratteristiche dei suoi pianeti, come la sua massa o se ha un’atmosfera, usando un’analogia l’astronoma del MIT Sara Seager spiega: «I fotoni sono la nostra moneta – più se ne ha, meglio è!».

E in effetti è così… Uno dei problemi che ha dovuto affrontare Kepler, infatti, è il fatto che alcune delle stelle studiate erano così lontane e così flebili che l’unico modo per confermare alcuni dei candidati da lui individuati è stato attraverso tecniche statistiche, più che da osservazioni dirette fatte da altri telescopi, e quindi con alti margini di errore. Molti di quei pianeti potrebbero, a un’esame più approfondito, non essere più considerati tali.  Un recente articolo pubblicato su arXiv.org ha mostrato, ad esempio, che Kepler 452b, un pianeta di dimensioni terrestri che orbita attorno a una stella simile al Sole, alla stessa distanza della Terra, potrebbe rivelarsi solo un miraggio.

Ma la maggiorparte delle stelle considerate da Kepler si trovavano a più di 1000 anni luce di distanza, per questo TESS si concentrerà invece su un campione di 200 mila stelle ad al massimo poche centinaia di anni luce da noi, e con una luminosità compresa tra le 30 e le 100 volte più alta di quelle osservate da Kepler.

Al di là del campione che andrà ad indagare, il modo in cui TESS cercherà gli esopianeti è lo stesso di Kepler, come dice anche il nome: il metodo dei transiti, ovvero il satellite osserverà le stelle cercando cali nelle curve di luce, che potrebbero indicare il transito di un pianeta di fronte alla stella. La misura di questi cali di luminosità può dare ai ricercatori un’idea delle dimensioni del pianeta.

Una volta individuato, gli astronomi avranno bisogno di più informazioni per comprenderne le caratteristiche, ad esempio se è roccioso o gassoso, e per fare questo servirà l’uso di altri strumenti.  I telescopi terrestri misureranno l’effetto gravitazionale di un pianeta sulla sua stella ospite, ad esempio, per misurarne la densità, sperando di individuare pianeti di dimensioni minori a quelle di Nettuno e di natura rocciosa, potenzialmente quindi abitabili.

Per analizzarne poi le atmosfere, e cercare molecole che possano suggerire la presenza di vita, sarà invece necessario attendere il telescopio spaziale della NASA James Webb, al momento previsto per il lancio nel 2020, sperando non intervengano ulteriori problemi.

Viste le potenzialità di TESS, ci sia aspetta quindi che la sua missione venga estesa numerose volte. Il lavoro di TESS non dipende da nulla che possa consumarsi nel tempo (come il carburante) e, come conclude Ricker: «Sarà sostanzialmente limitato da quanto a lungo la NASA avrà la pazienza di finanziare la missione».

La NASA seguirà il lancio del satellite come sempre con un nutrito programma di interventi e conferenze in streaming su NASA TV, a partire dal giorno precedente al lancio. Per maggiori informazioni sulla missione e seguirne i prossimi passi:

http://www.nasa.gov/tess

 

Coelum Astronomia

CERERE E IL SUO PROBABILE CICLO DELL’ACQUA

Cerere riesce nuovamente a stupire e a meravigliare gli scienziati che da anni si occupano di questo asteroide/planetoide: un team di scienziati ha scoperto la presenza di un ciclo dell’acqua sul corpo celeste, il gruppo di studiosi è composto da varie eccellenze italiane come Andrea Raponi, dell’INAF di Roma che noi abbiamo sentito per parlare di queste osservazioni.

Lo studio è stato pubblicato su Science Advance.

Il pianeta nano non è morto, statico e ghiacciato e a dimostrarlo sono le analisi fatte dalle osservazioni della sonda spaziale Dawn (NASA). Una parete situata in un cratere ha cambiato, in base alle analisi fatte, ha mostrato il cambiamento dello stato del ghiaccio sulla superficie.
Il cratere di nome Juling si trova a 35° S su Cerere. Raponi ha spiegato: “Lo spettrometro ad immagine VIR, a bordo della missione NASA Dawn, ha osservato il cratere una prima volta, e dall’analisi dei dati abbiamo trovato inequivocabili segnature di ghiaccio d’acqua sulla parete nord del cratere”.
Sul muraglione del cratere nell’emisfero sud di Cerere, il ghiaccio è sembrato in aumento in piena estate, infatti durante i giorni estivi su Cerere, la luce del sole colpisce il fondo del cratere ma il muro rimane per lo più avvolto dall’ombra.
“La parete- ha spiegato il ricercatore- ha un’altezza di circa 4 km, ed è quasi verticale. Non è illuminata quasi mai da luce diretta del sole proprio per la sua posizione, ma è illuminata da luce riflessa dal cratere. Alla base della parete, sul fondo del cratere, vi sono conformazioni simili ai ghiacciai. Esse però non mostrano segnature di ghiaccio d’acqua, che quindi deve essere confinato sotto uno strato di polvere”.
Sono state, come sappiamo dai ricercatori, pianificate successive osservazioni effettuate nell’arco di 6 mesi per osservare le segnature di ghiaccio d’acqua sulla parete fredda.

Le spiegazioni elaborate dal team per capire al meglio il fenomeno sono state principalmente 3:
“1) frane che scoprono ghiaccio pristino. L’aumento progressivo del ghiaccio su tutta la parete però non è molto consistente con eventi come frane;
2) acqua liquida nel sottosuolo che percola e, una volta esposta sulla parete fredda, ghiaccia. La presenza di acqua liquida nel sottosuolo è però molto difficile da spiegare date le condizioni termofisiche di Cerere;
3) vapore che condensa sulla parete fredda. Questa sembra l’ipotesi più ragionevole vista la correlazione tra l’aumento del ghiaccio e il flusso solare crescente sul cratere dovuto al cambiamento stagionale e all’avvicinarsi del perielio di Cerere: il ghiaccio porebbe trovarsi sotto un sottile strato di polvere sul fondo del cratere, e potrebbe sublimare a causa dell’input termico o di particelle ad alta energia provenienti dal sole”.

L’ultimo scenario è effettivamente vicino alla spiegazione dell’esistenza di un ciclo completo dell’acqua.
Dawn sta per finire il carburante e i ricercatori stanno quindi spingendo per avere altri dati da Cerere, una cosa sicuramente è chiara sul planetoide: “è un corpo geologicamente e chimicamente attivo grazie alla presenza di acqua sulla superficie e nel sottosuolo”.

Gianluigi Marsibilio

Crediti foto: Alessandro Frigeri

ENCELADO, LA CACCIA ALLA VITA PASSA DALLA LUNA DI SATURNO

Abbiamo parlato spesso dell’importanza di Encelado, una delle più grandi lune di saturno, nella ricerca alla vita extraterrestre e nello studio della chimica al di fuori dal nostro pianeta.

La rivelazione della presenza di acqua e molecole organiche nei pennacchi ha reso la Luna ghiacciata un punto caldissimo per la ricerca di una potenziale vita extraterrestre.

Gli archea metanogenici sono tra gli organismi potenzialmente perfetti per essere ospitati in queste condizioni e spesso sono stati indicati come dei potenziali abitanti della Luna.
Delle ulteriori conferme sono arrivate da uno studio Nature Communications: il CH4 rilevato nel pennacchio di Encelado è infatti in linea con la presenza di metanogeni.

La missione che ha portato avanti tutte queste rilevazioni e ricerche è stata Cassini, che nel polo sud della Luna aveva trovato dei getti d’acqua che sono stati studiati a fondo da INMS, lo spettrometro di massa a bordo di Cassini.

Organismi monocellulari del genere sono stati spesso ritrovati negli ambienti più estremi della Terra, ad esempio in prossimità di bocche idrotermali o in acque profonde in cui si converte il biossido di carbonio e l’idrogeno in metano.

Come fa notare un articolo su Wired: i metanogeni non sono l’unica fonte possibile di metano sulla Luna: sulla Terra alcune bocche idrotermali riescono a produrre gas anche in assenza di vita, e le comete che non sono così diverse dalla Luna sembrano essere colme di metano raccolto dalle nubi interstellari.

Hunter Waite del Southwest Research Institute ha dichiarato: ” Probabilmente il microbo che cerchiamo non è simile ad uno terrestre e forse non è nemmeno basato sul DNA”.

L’idrogeno per sostenere queste piccole forme di vita, come è stato affermato nello studio, potrebbe essere preso dai processi geochimici nel nucleo roccioso di encelado.

Insomma alla deriva, vicino al sesto pianeta del sistema solare, c’è questa luna che, in mezzo ad un’altra dozzina di satelliti naturali, è un forte indiziato per la vita grazie ai cocktail di composti come metano anidride carbonica e ammoniaca: la loro forte attività idrotermale produce una combinazione estremamente interessante da approfondire.

Progettare future missioni su questa ed altre lune promettenti nel sistema solare passa da un’attenta analisi chimica fatta dagli scienziati con i dati presi dalle passate missioni Nasa e dalle future rilevazioni.

Crediti foto: NASA

 

L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE A CACCIA DI SISTEMI PLANETARI

Stiamo raccontando dall’inizio della nostra avventura l’epoca d’oro di scoperta e caccia agli esopianeti. Ora siamo entrati addirittura in una nuova era 2.0: come ha infatti testimoniato la NASA, tramite una ricerca di due scienziati Christopher Shallue e Andrew Vanderburg, un nuovo attore è entrato in questa competizione all’ultimo pianeta, l’intelligenza artificiale.
Intorno alla stella Kepler 90, a 2545 anni luce di distanza dalla Terra, è stato scoperto un sistema planetario molto simile al nostro sistema solare, che vede 8 pianeti ruotare in un ambiente cosmico della distanza simile a quella dell’orbita terrestre.
La novità assoluta è tutta nel modo in cui è stato ritrovato il pianeta. Il professor Andrew Vanderburg dell’ Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics, ci ha spiegato come hanno fatto ad unire i dati di Kepler con una rete neurale: ” Le intelligenze artificiali oggi sono molto flessibili e possono essere utilizzate con un’infinità di tipi di dati. Noi abbiamo preso i dati sulla luminosità raccolti da Kepler, in particolare ci siamo concentrati sui segnali che erano stati rilevati con un metodo di ricerca di transito’ cercando di capire l’orbita del pianeta osservato’’.

Una volta inviati tutti i segnali nella rete neurale è stato possibile distinguere i pianeti e i falsi positivi: ” Appena addestrata la rete a riconoscere i falsi positivi dai pianeti reali, è stato possibile subito avere delle risposte chiare” ha specificato Vanderburg.
Tra i pianeti c’è ad esempio Kepler 90 i, un pianeta caldo e roccioso che orbita intorno alla sua stella ogni 14,4 giorni.

Questa stella ha un ambiente cosmico molto simile a quello del sistema solare , anche se come ci ha spiegato lo scienziato :”Tutti e otto i pianeti che ruotano intorno a Kepler 90 sono in un’orbita simile a quella della Terra”.

La rete neutrale ha identificato i veri pianeti dai falsi positivi nel 96% dei casi: questo ci fa ben sperare perché potremmo avere studi sempre più accurati e meticolosi nel campo degli esopianeti. Le ricerche di Kepler hanno prodotto una quantità enorme di dati che potranno essere scandagliati anche da questo tipo di reti e non solo dallo sguardo attento dei ricercatori.

All’orizzonte c’è per esempio la volontà di utilizzare questo tipo di software sui dati della missione TESS, che verrà lanciata il prossimo anno: “Non solo astronomia- ha chiarito il professore- ci sono applicazioni per l’apprendimento automatico in ogni campo, le intelligenze artificiali sono estremamente eccitanti”.
Ad oggi i quasi 35 mila segnali raccolti da Kepler hanno prodotto tante novità, ma spesso i pianeti più difficili da scovare sono sfuggiti all’occhio umano: ora le reti neurali potranno integrare, approfondire e migliorare il lavoro della comunità scientifica.

Gianluigi Marsibilio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Crediti foto: Nasa/Wendy Stenzel

ROSS 128b, IL FUTURO VICINO DELLA TERRA SOTTO GLI OCCHI DI HARPS

Scoprire un esopianeta in una zona abitabile di una stella che tra 80.000 anni sarà la nostra vicina più prossima? Fatto.
Noi esseri umani, inutile negarlo, siamo a caccia di un esopianeta simile alla nostra terra in grado di ospitare la vita dove sarà possibile ”trasferirsi” in un futuro non molto remoto. 
Nella nuova ricerca basata sullo studio dei ricercatori del team che controlla HARPS, che da anni si concentra sulle nane rosse (tra le stelle più deboli e comuni e interessanti nell’universo), ha dato un nuovo impulso a questa caccia che si fa sempre più interessante e ci fa attendere con impazienza i prossimi strumenti di terra e spaziali che inizieranno le loro osservazioni nella prossima decade.
L’articolo con tutte le analisi e le caratteristiche, fino ad oggi conosciute del pianeta, è stato pubblicato in Astronomy and Astrophysics con il titolo: “A temperate exo-Earth around a quiet M dwarf at 3.4 parsecs”.

 

Harps è un sistema ad alta precisione dell’ osservatorio di La Silla, in Cile, che ha scoperto nell’orbita della stella Ross 128 un pianeta di massa estremamente contenuta che compie un giro intorno alla sua stella madre ogni 9,9 giorni.

Nel comunicato dell’ESO che ha annunciato la scoperta del pianeta, distante circa 11 anni luce dalla Terra, viene spiegato come questa scoperta si basa su un lavoro decennale di monitoraggio intensivo che ha coniugato tutte le scoperte fatte in questo campo con varie tecniche d’avanguardia.

Per essere chiari si deve specificare che ci troviamo dinanzi ad un gruppo di ricercatori che si può dire sia uno dei più grande team di cacciatori di esopianeti.

 

La rilevazione, alcuni mesi fa, del pianeta intorno a Proxima Centauri, anch’essa una nana rossa, fu una grande novità, tuttavia Proxima, attualmente la stella più vicina al nostro sole, è soggetta a brillamenti occasionali che rischiano di contaminare i pianeti attraverso le radiazioni ultraviolette, queste scariche radioattive sono sostanzialmente mortali per ogni forma di vita.

 Ross 128 sembra una stella molto più tranquilla, rispetto a Proxima, e i suoi pianeti potrebbero avere realmente la capacità di sviluppare vita.

Altro dato estremamente curioso lo scopriamo analizzando l’andamento che sta avendo questa stella nella volta celeste, dai dati infatti sappiamo che Ross si sta muovendo verso di noi e entro 79000 anni sarà il nostro prossimo vicino stellare. 

Insomma ci troveremo Ross 128b dietro la nostra porta cosmica.

Ross 128 b, nome dato al pianeta, è pronto quindi per affrontare questa odissea cosmica che lo porterà a diventare l’esopianeta più vicino alla Terra.

Come specificato dall’ESO: “La temperatura di equilibrio di Ross 128 b è stimata tra i -60 e 20 ° C, tutto questo grazie alla natura fredda e debole della piccola stella che ospita il pianeta; la nana rossa ha poco più della metà della temperatura superficiale del Sole”‘.

Ross 128b sarà sicuramente uno dei pianeti di cui sarà svelata l’atmosfera tramite le future analisi dell’Extremely Large Telescope, c’è da specificare che questa operazione affascinante sarà possibile per pochi pianeti che sono abbastanza vicini alla loro stella madre.

Lee Billings nel suo libro Five Billion Years of Solitude parla della Terra in termini molto chiari:“La vita su questo pianeta ha una data di scadenza”, aggiungendo, “anche perché un giorno il Sole cesserà di brillare”.

Finalmente il team di HARPS e non solo, sono nel bel mezzo della caccia ad una Terra 2.0 e noi stiamo vivendo quest’epoca d’oro della corsa allo studio degli esopianeti consapevoli che la prossima generazione di telescopi può rappresentare la definitiva rivoluzione nel nostro studio del cosmo.

Gianluigi Marsibilio

Crediti: ESO/M.Kornmesser

PIANETI RIBELLI A SPASSO NELL’UNIVERSO

Figli avventurieri dell’Universo, che vagano nello spazio interstellare. Non sto parlando dell’equipaggio dell’Enterprise ma di pianeti che stufi di rimanere ancorati alla loro stella, decidono di estromettersi dal loro sistema, o vengono gettati fuori, e vagano nello spazio.

Dal punto di vista meramente teorico si è visto come queste espulsioni dovrebbero essere abbastanza comuni, ma studiare le proprietà di questi corpi è estremamente difficile anche se fondamentale per capire le origini, ancora poco chiare, dei vari sistemi stellari.

 

I pianeti ribelli possono iniziare il loro viaggio in due modi: possono essere espulsi dai loro sistemi planetari madri o formarsi tramite una palla di gas e polveri.

Un nuovo studio pubblicato su Nature, condotto da vari studiosi dell’Università di Varsavia e dell’osservatorio astronomico polacco, ha stabilito come i mondi erranti possano essere 1/10 rispetto alle stime precedenti effettuati.

Przemek Mróz dell’Osservatorio Astronomico dell’Università di Varsavia ci ha spiegato l’origine della discrepanza tra le ricerche precedenti e il nuovo tassello appena aggiunto: “La differenza può essere spiegata, in parte, dal numero relativamente ridotto degli eventi riscontrati nell’analisi precedente- ha proseguito Mròz- inoltre grazie alla migliore qualità dell’immagine (scala dei pixel minori, migliore visione) e filtro più stretto la nostra fotometria è meno soggetta a tali effetti sistematici”.

La tecnica per provare a rintracciare i pianeti interstellari è quella del microlensing: un oggetto con massa grande che passa davanti al pianeta permette alla gravità di comportarsi come una lente di ingrandimento che va a concentrarsi sul pianeta.

“Il microlensing gravitazionale è complementare ad altre tecniche di rilevamento, questa permette di scoprire pianeti su grandi orbite o pianeti ribelli, inaccessibili ad altre tecniche- ha spiegato lo scienziato- Il segnale di microlensing è indipendente dalla luminosità dell’obiettivo, questo fa in modo di poter osservare anche oggetti scuri (come i pianeti)”.

Mróz e colleghi hanno esaminato 2.617 eventi di microlensing registrati tra il 2010 e il 2015. La statistica che è venuta fuori è che ci sono 0,25 pianeti ribelli di massa simile a Giove.

Le precedenti stime parlavano però di cifre di rogue planet estremamente maggiori, nel 2011 uno studio aveva affermato che i pianeti ribelli in circolazione fossero circa due volte più comuni rispetto alle stelle della sequenza principale. Il problema del vecchio studio è nella piccola mole di eventi osservati, rispetto alle novità introdotte da questo studio.

Non solo pianeti simili a Giove, infatti come ci ha spiegato lo studioso: “La maggior parte dei pianeti ribelli (rogue) dovrebbero avere una massa simil-Terra o di una Super-Terra. Questo perché è molto più facile espellere un pianeta di massa simile al nostro pianeta rispetto ad un corpo della massa di Giove”.

Un gigante di gas infatti ha una massa sufficiente a indurre una velocità di rilascio più grande rispetto alla velocità di fuga, quindi attraverso le perturbazioni della sua gravità è possibile espellere pianeti più piccoli da un sistema. D’altro canto un corpo più piccolino non potrà mai espellere pianeti simili a Giove da un sistema stellare.

 

Per trovare gli altri pianeti ribelli ci sarà bisogno di nuovi strumenti, in grado di rintracciare anche pianeti più piccoli che vagano nello spazio interstellare.

Ad oggi studi del genere vengono compiuti tramite l’OGLE (Optical Gravitational Lensing Experiment), lo strumento è composto da un telescopio di 1.3 metri che si trova in Cile.

Per avere una visione complessiva più accurata dovremo aspettare il Wide-Field Infrared Survey Telescope (WFIRST) della NASA, con un lancio previsto per il 2020, l’osservatorio avrà tra i suoi obiettivi principali proprio lo studio di corpi tramite il microlensing.

Gianluigi

Crediti foto:Nasa-JPL-Caltech

 

I SUONI DI SATURNO CATTURATI DA CASSINI

 

Cassini a settembre si tufferà nell’atmosfera di Saturno. Prima di allora l’aspettano 22 incontri, uno di questi già avuto, con le fasce di anelli del pianeta.

La NASA ha rilasciato la registrazione audio dei suoni catturati dalla sonda nell’inizio del Grand Finale.

 

Molti si aspettavano una vera tempesta di particelle che avrebbe creato un grande caos sui rilevatori, in realtà da quello che potete sentire è tutto molto silenzioso. L’origine di questo silenzio ci è stata spiegata da William Kurth, uomo dietro i rilevatori di plasma e suono di Cassini e studioso dell’Università dell’Iowa: “Sono rimasto sorpreso che non abbiamo rilevato una maggior quantità di polvere durante questo primo attraversamento sul piano dell’anello”. I rumori di fondo hanno comunque un’origine ancora non chiara: “Ciò che si sente, pensiamo, deriva dalle onde plasmatiche presenti nella ionosfera di Saturno”.

Si può comunque far caso al passaggio della sonda nel gap con l’anello: “Se ascoltate la registrazione con molta attenzione – ha messo in luce Kurth- all’ora del passaggio sulla freccia contrassegnata di nero, si possono scoprire pochi clic e schiocchi”. La regione attraversata potrebbe infatti essere ricca di polvere ma lo strumento, dato che potrebbe essere inferiore al micron di grandezza, non è riuscito a rilevare nulla.

 

Le strisce strette rilevate non ancora hanno una causa e allora il team si sta concentrando proprio su quelle. Questa registrazione è molto diversa rispetto a quella del 18 dicembre, quando Cassini aveva attraversato un anello debole: “Il suono in questo caso è il risultato di 100 micron di polvere che hanno colpito la nave a 10 km/s”. Il gas creato, probabilmente a causa delle collisioni, ha raggiunto i 100.000 K.

 

L’antenna dunque, grazie alla nube al plasma e agli ioni creati dalla “fuga” degli elettroni, è stata capace di rilevare un campo elettrico.

Kurth ha spiegato: “Quando un simile impulso viene amplificato e riprodotto attraverso un altoparlante, suona come un clic o uno schiocco”.

Osservando anche il video è possibile vedere la parte più densa dell’anello nel picco rosso sul display.
Nella discesa sono state catturate anche delle immagini raccolte dalla NASA in un video, che mostra anche come la sonda si sia dovuta proteggere durante la discesa.

I fotogrammi raccolti sono stati presi da un’altitudine che va dai 72.400 km iniziali ai 6.700. Ora la sonda proseguirà il suo cammino e noi aspettiamo altre testimonianze della sua odissea nello spazio.

Godetevi i video e i suoni di questo pianeta spettacolare.

Gianluigi Marsibilio

Crediti foto e video: NASA

I FOSSILI TROVATI IN CANADA RIDISEGNERANNO LA STORIA DELLA VITA SULLA TERRA?

Un’equipe di scienziati guidata da Dominic Papineau, dell’University College London, ha pubblicato su Nature un documento in cui viene riportata la scoperta di fossili, ritrovati in Canada, che sembrano avere un’età a cavallo tra i 3.77 miliardi e 4.28 miliardi di anni.

Le tracce ritrovate sono quelle di antiche colonie e resti di batteri che, una volta sott’acqua, sono state capaci di prosperare tra i camini idrotermali. La scoperta se confermata porterebbe alla luce un dato incredibile: la vita sulla terra è stata capace di svilupparsi in un tempo relativamente breve dato che l’età del nostro pianeta si aggira sui 4.5 miliardi di anni.

In ogni caso del genere c’è sempre una piccola parte di controversia da risolvere e per questo abbiamo chiamato l’uomo più vicino alla scena del “delitto”: lo scienziato Papineau.

La sua è un’emozione forte, decisa e incontenibile, tuttavia non nasconde l’esigenza di andare avanti nello studio attraverso ulteriori verifiche: “Dobbiamo misurare l’abbondanza di oligoelementi, isotopi stabili, la composizione elementare del carbonio grafitico e dell’ematite associata a questi microfossili”. Gli esami ancora da compiere sono ancora molti e tutti dovranno studiare i campioni raccolti in Quebec dal punto di vista microscopico.

Per capire quanto sia difficoltosa l’analisi di elementi del genere, il ricercatore ci ha raccontato come sono state fatte le indagini: “Abbiamo prodotto delle fette sottili di roccia proveniente dal Quebec settentrionale, i campioni sono stati resi fini come foglietti, inoltre abbiamo trattato la roccia con della carta abrasiva e resina per poterla incollare su un vetrino”.

Il processo, seguito anche dal dottorando Matt Dodd, è proseguito attraverso l’uso di un microscopio ottico che ha elaborato e permesso lo studio delle immagini.

La scoperta dei campioni è stata, in un certo senso, fortunata. Il professore stava studiando delle rocce chiamate BIF ad alto contenuto ferroso, un piccolo affioramento di colore rosso però ha catturato l’attenzione di Papineau che ha catturato il materiale: “In uno stato abbastanza emozionato”.

È evidente come da una pubblicazione del genere la storia della vita sul pianeta venga elaborata in maniera decisamente diversa: “L’origine della vita deve essere avvenuta prima rispetto alla formazione di queste rocce, cioè forse più o meno entro i 250 milioni di anni di vita della Terra”.

Lo sguardo viene lanciato anche allo spazio: “Questi indizi ci dicono che la probabilità dell’esistenza di vita extraterrestre si fa sempre più concreta perché si ha solo bisogno di acqua allo stato liquido e attività vulcanica per qualche centinaio di milioni di anni affichè questo tipo di biochimica si evolva”.

Lo scienziato ha concluso: “Ci sono molti luoghi nel sistema solare in cui questo processo potrebbe essersi verificato”; effettivamente come abbiamo spesso documentato stiamo scoprendo nel nostro sistema solare luoghi sempre più adatti alla vita.

Ora la priorità per il team è la conferma della loro scoperta, successivamente siamo tutti pronti a scoprire la vita tra stelle, lune e pianeti.

 

Gianluigi Marsibilio

Crediti foto: Matthew Dodd / PA

TRAPPIST-1, LE MERAVIGLIE DI UN ALTRO SISTEMA STELLARE

 

“Le orbite descritte dai pianeti attorno a TRAPPIST-1 sono ellissi di cui TRAPPIST-1 occupa uno dei fuochi”: ecco una parafrasi piuttosto fedele di ciò che Keplero direbbe oggi dinanzi alla pubblicazione su Nature della scoperta del sistema planetario TRAPPIST-1. Le osservazioni sono state possibili grazie al telescopio  TRAPPIST–South telescope dell’ESO a La Silla Observatory, il Very Large Telescope (VLT) a Paranal e lo Spitzer Space Telescope. I pianeti chiamati TRAPPIST-1b, c, d, e, f, g ed h hanno tutti una grandezza simile al nostro mondo e tre di loro si trovano in piena fascia d’abitabilità.

La scoperta è sensazionale ed è stata resa possibile dai transiti avvenuti davanti alla stella, che hanno comportato i cali di luminosità necessari per identificare i pianeti.

Per comprendere l’importanza della rilevazione abbiamo contattato due membri del team che ha condotto l’indagine sul sistema TRAPPIST-1, Amaury Triaud, del Kavli Exoplanet Fellow, Università di Cambridge e Emmanuel Jehin dell’Università di Liegi. I due ricercatori ci hanno parlato dell’impatto della scoperta: “E’ la prima volta- ha specificato il ricercatore belga- che tanti pianeti di dimensioni della Terra vengono trovati in un sistema planetario vicino a noi”. L’astro si trova a soli  39.13 anni luce e il suo sistema ha molte particolarità, come Triaud ci ha spiegato: “ La stella è davvero piccola, ha il 12% delle dimensioni del Sole. I pianeti orbitano in una configurazione molto compatta. Il più interno ruota a 1,5 giorni intorno alla stella, mentre il più esterno dura circa 20 giorni”. Se questa può sembrare un pericolo per l’acqua e la vita non temete, infatti ha aggiunto il ricercatore di Cambridge: “Anche se vicini alla stella, i pianeti sono ben temperati, il che significa che alcune parti della loro superficie sono suscettibili a permettere all’acqua di rimanere liquida. Ulteriori osservazioni dovrebbero essere in grado di confermare se c’è acqua, e se è probabile che sia liquida”.

La similitudine con il sistema TRAPPIST-1 la possiamo trovare con la catena di risonanza delle orbite dei satelliti di Giove: “ I pianeti- come specificato da Jehin- sono una catena di risonanza, cioè le varie orbite sono collegate tra loro, come accade ai satelliti di Giove. Il sistema è molto compatto, i 7 pianeti entrerebbero all’interno dell’orbita di Mercurio. Tra di loro i vari mondi si possono vedere vicini quanto la Luna per noi”.

TRAPPIST-1 ha un’anatomia ben precisa: è una stella ultracool, molto piccola, con solo 2500K. La popolazione di questa tipologia di stelle rappresenta circa il 15% della galassia. A colpire è la presenza di earth like planet in abbondanza, come ha osservato lo studioso di Liegi: “Non ci sono pianeti giganti perché non c’è abbastanza materiale nel disco protoplanetario. Questo potrebbe significare che ci sono decine di miliardi di pianeti simili alla Terra solo nella nostra Via Lattea”.

 

L’iter di ricerca e conferma del sistema TRAPPIST-1 è stato molto lungo. La prima fase è stata la scelta di indagare sulla possibile presenza di pianeti in orbita a stelle del genere, le dimensioni ridotte aiutano a rilevare e studiare pianeti. Triaud ci ha ulteriormente spiegato come hanno sviluppato la tecnica del transito per osservare i mondi: “Per osservare i pianeti dobbiamo aspettare che passi di fronte alla stella. Come questo avviene, si crea un’ombra, chiamata transito. Da un passaggio ripetuto conosciamo il periodo orbitale. Ad esempio nel caso di TRAPPIST-1b, il pianeta più interno, c’è un transito sulla stella ogni 36 ore più o meno”.

 

Nel 2016 gli scienziati avevano già annunciato tre dei pianeti del sistema, ma c’erano varie incertezze sui periodi orbitali. Il telescopio spaziale Spitzer, come ci ha precisato Triaud, ha permesso di trafugare ogni dubbio e ha fatto distinguere ben sette pianeti diversi, in grado di lasciare “ombre” sulla stella attraverso il loro transito.

Ognuno dei pianeti merita di essere conosciuto al meglio: per questo non resta che aspettare la nuova generazione dei telescopi, come il JWT o altri telescopi terrestri da tempo in costruzione.

I nuovi strumenti permetteranno analisi dettagliate delle atmosfere, Jehin ha concluso: “E’ un momento emozionante per tutti noi: attualmente stiamo costruendo un nuovo osservatorio a Paranal, in Cile, per continuare a studiare al meglio gli esopianeti intorno a queste piccole stelle”.

La caccia è appena iniziata e quotidianamente si fa sempre più interessante, per noi potervela raccontare è un onore.

Gianluigi Marsibilio

Crediti:ESO/M. Kornmesser/spaceengine.org

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