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"Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me'' I. Kant

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ROSS 128b, IL FUTURO VICINO DELLA TERRA SOTTO GLI OCCHI DI HARPS

Scoprire un esopianeta in una zona abitabile di una stella che tra 80.000 anni sarà la nostra vicina più prossima? Fatto.
Noi esseri umani, inutile negarlo, siamo a caccia di un esopianeta simile alla nostra terra in grado di ospitare la vita dove sarà possibile ”trasferirsi” in un futuro non molto remoto. 
Nella nuova ricerca basata sullo studio dei ricercatori del team che controlla HARPS, che da anni si concentra sulle nane rosse (tra le stelle più deboli e comuni e interessanti nell’universo), ha dato un nuovo impulso a questa caccia che si fa sempre più interessante e ci fa attendere con impazienza i prossimi strumenti di terra e spaziali che inizieranno le loro osservazioni nella prossima decade.
L’articolo con tutte le analisi e le caratteristiche, fino ad oggi conosciute del pianeta, è stato pubblicato in Astronomy and Astrophysics con il titolo: “A temperate exo-Earth around a quiet M dwarf at 3.4 parsecs”.

 

Harps è un sistema ad alta precisione dell’ osservatorio di La Silla, in Cile, che ha scoperto nell’orbita della stella Ross 128 un pianeta di massa estremamente contenuta che compie un giro intorno alla sua stella madre ogni 9,9 giorni.

Nel comunicato dell’ESO che ha annunciato la scoperta del pianeta, distante circa 11 anni luce dalla Terra, viene spiegato come questa scoperta si basa su un lavoro decennale di monitoraggio intensivo che ha coniugato tutte le scoperte fatte in questo campo con varie tecniche d’avanguardia.

Per essere chiari si deve specificare che ci troviamo dinanzi ad un gruppo di ricercatori che si può dire sia uno dei più grande team di cacciatori di esopianeti.

 

La rilevazione, alcuni mesi fa, del pianeta intorno a Proxima Centauri, anch’essa una nana rossa, fu una grande novità, tuttavia Proxima, attualmente la stella più vicina al nostro sole, è soggetta a brillamenti occasionali che rischiano di contaminare i pianeti attraverso le radiazioni ultraviolette, queste scariche radioattive sono sostanzialmente mortali per ogni forma di vita.

 Ross 128 sembra una stella molto più tranquilla, rispetto a Proxima, e i suoi pianeti potrebbero avere realmente la capacità di sviluppare vita.

Altro dato estremamente curioso lo scopriamo analizzando l’andamento che sta avendo questa stella nella volta celeste, dai dati infatti sappiamo che Ross si sta muovendo verso di noi e entro 79000 anni sarà il nostro prossimo vicino stellare. 

Insomma ci troveremo Ross 128b dietro la nostra porta cosmica.

Ross 128 b, nome dato al pianeta, è pronto quindi per affrontare questa odissea cosmica che lo porterà a diventare l’esopianeta più vicino alla Terra.

Come specificato dall’ESO: “La temperatura di equilibrio di Ross 128 b è stimata tra i -60 e 20 ° C, tutto questo grazie alla natura fredda e debole della piccola stella che ospita il pianeta; la nana rossa ha poco più della metà della temperatura superficiale del Sole”‘.

Ross 128b sarà sicuramente uno dei pianeti di cui sarà svelata l’atmosfera tramite le future analisi dell’Extremely Large Telescope, c’è da specificare che questa operazione affascinante sarà possibile per pochi pianeti che sono abbastanza vicini alla loro stella madre.

Lee Billings nel suo libro Five Billion Years of Solitude parla della Terra in termini molto chiari:“La vita su questo pianeta ha una data di scadenza”, aggiungendo, “anche perché un giorno il Sole cesserà di brillare”.

Finalmente il team di HARPS e non solo, sono nel bel mezzo della caccia ad una Terra 2.0 e noi stiamo vivendo quest’epoca d’oro della corsa allo studio degli esopianeti consapevoli che la prossima generazione di telescopi può rappresentare la definitiva rivoluzione nel nostro studio del cosmo.

Gianluigi Marsibilio

Crediti: ESO/M.Kornmesser

PIANETI RIBELLI A SPASSO NELL’UNIVERSO

Figli avventurieri dell’Universo, che vagano nello spazio interstellare. Non sto parlando dell’equipaggio dell’Enterprise ma di pianeti che stufi di rimanere ancorati alla loro stella, decidono di estromettersi dal loro sistema, o vengono gettati fuori, e vagano nello spazio.

Dal punto di vista meramente teorico si è visto come queste espulsioni dovrebbero essere abbastanza comuni, ma studiare le proprietà di questi corpi è estremamente difficile anche se fondamentale per capire le origini, ancora poco chiare, dei vari sistemi stellari.

 

I pianeti ribelli possono iniziare il loro viaggio in due modi: possono essere espulsi dai loro sistemi planetari madri o formarsi tramite una palla di gas e polveri.

Un nuovo studio pubblicato su Nature, condotto da vari studiosi dell’Università di Varsavia e dell’osservatorio astronomico polacco, ha stabilito come i mondi erranti possano essere 1/10 rispetto alle stime precedenti effettuati.

Przemek Mróz dell’Osservatorio Astronomico dell’Università di Varsavia ci ha spiegato l’origine della discrepanza tra le ricerche precedenti e il nuovo tassello appena aggiunto: “La differenza può essere spiegata, in parte, dal numero relativamente ridotto degli eventi riscontrati nell’analisi precedente- ha proseguito Mròz- inoltre grazie alla migliore qualità dell’immagine (scala dei pixel minori, migliore visione) e filtro più stretto la nostra fotometria è meno soggetta a tali effetti sistematici”.

La tecnica per provare a rintracciare i pianeti interstellari è quella del microlensing: un oggetto con massa grande che passa davanti al pianeta permette alla gravità di comportarsi come una lente di ingrandimento che va a concentrarsi sul pianeta.

“Il microlensing gravitazionale è complementare ad altre tecniche di rilevamento, questa permette di scoprire pianeti su grandi orbite o pianeti ribelli, inaccessibili ad altre tecniche- ha spiegato lo scienziato- Il segnale di microlensing è indipendente dalla luminosità dell’obiettivo, questo fa in modo di poter osservare anche oggetti scuri (come i pianeti)”.

Mróz e colleghi hanno esaminato 2.617 eventi di microlensing registrati tra il 2010 e il 2015. La statistica che è venuta fuori è che ci sono 0,25 pianeti ribelli di massa simile a Giove.

Le precedenti stime parlavano però di cifre di rogue planet estremamente maggiori, nel 2011 uno studio aveva affermato che i pianeti ribelli in circolazione fossero circa due volte più comuni rispetto alle stelle della sequenza principale. Il problema del vecchio studio è nella piccola mole di eventi osservati, rispetto alle novità introdotte da questo studio.

Non solo pianeti simili a Giove, infatti come ci ha spiegato lo studioso: “La maggior parte dei pianeti ribelli (rogue) dovrebbero avere una massa simil-Terra o di una Super-Terra. Questo perché è molto più facile espellere un pianeta di massa simile al nostro pianeta rispetto ad un corpo della massa di Giove”.

Un gigante di gas infatti ha una massa sufficiente a indurre una velocità di rilascio più grande rispetto alla velocità di fuga, quindi attraverso le perturbazioni della sua gravità è possibile espellere pianeti più piccoli da un sistema. D’altro canto un corpo più piccolino non potrà mai espellere pianeti simili a Giove da un sistema stellare.

 

Per trovare gli altri pianeti ribelli ci sarà bisogno di nuovi strumenti, in grado di rintracciare anche pianeti più piccoli che vagano nello spazio interstellare.

Ad oggi studi del genere vengono compiuti tramite l’OGLE (Optical Gravitational Lensing Experiment), lo strumento è composto da un telescopio di 1.3 metri che si trova in Cile.

Per avere una visione complessiva più accurata dovremo aspettare il Wide-Field Infrared Survey Telescope (WFIRST) della NASA, con un lancio previsto per il 2020, l’osservatorio avrà tra i suoi obiettivi principali proprio lo studio di corpi tramite il microlensing.

Gianluigi

Crediti foto:Nasa-JPL-Caltech

 

I SUONI DI SATURNO CATTURATI DA CASSINI

 

Cassini a settembre si tufferà nell’atmosfera di Saturno. Prima di allora l’aspettano 22 incontri, uno di questi già avuto, con le fasce di anelli del pianeta.

La NASA ha rilasciato la registrazione audio dei suoni catturati dalla sonda nell’inizio del Grand Finale.

 

Molti si aspettavano una vera tempesta di particelle che avrebbe creato un grande caos sui rilevatori, in realtà da quello che potete sentire è tutto molto silenzioso. L’origine di questo silenzio ci è stata spiegata da William Kurth, uomo dietro i rilevatori di plasma e suono di Cassini e studioso dell’Università dell’Iowa: “Sono rimasto sorpreso che non abbiamo rilevato una maggior quantità di polvere durante questo primo attraversamento sul piano dell’anello”. I rumori di fondo hanno comunque un’origine ancora non chiara: “Ciò che si sente, pensiamo, deriva dalle onde plasmatiche presenti nella ionosfera di Saturno”.

Si può comunque far caso al passaggio della sonda nel gap con l’anello: “Se ascoltate la registrazione con molta attenzione – ha messo in luce Kurth- all’ora del passaggio sulla freccia contrassegnata di nero, si possono scoprire pochi clic e schiocchi”. La regione attraversata potrebbe infatti essere ricca di polvere ma lo strumento, dato che potrebbe essere inferiore al micron di grandezza, non è riuscito a rilevare nulla.

 

Le strisce strette rilevate non ancora hanno una causa e allora il team si sta concentrando proprio su quelle. Questa registrazione è molto diversa rispetto a quella del 18 dicembre, quando Cassini aveva attraversato un anello debole: “Il suono in questo caso è il risultato di 100 micron di polvere che hanno colpito la nave a 10 km/s”. Il gas creato, probabilmente a causa delle collisioni, ha raggiunto i 100.000 K.

 

L’antenna dunque, grazie alla nube al plasma e agli ioni creati dalla “fuga” degli elettroni, è stata capace di rilevare un campo elettrico.

Kurth ha spiegato: “Quando un simile impulso viene amplificato e riprodotto attraverso un altoparlante, suona come un clic o uno schiocco”.

Osservando anche il video è possibile vedere la parte più densa dell’anello nel picco rosso sul display.
Nella discesa sono state catturate anche delle immagini raccolte dalla NASA in un video, che mostra anche come la sonda si sia dovuta proteggere durante la discesa.

I fotogrammi raccolti sono stati presi da un’altitudine che va dai 72.400 km iniziali ai 6.700. Ora la sonda proseguirà il suo cammino e noi aspettiamo altre testimonianze della sua odissea nello spazio.

Godetevi i video e i suoni di questo pianeta spettacolare.

Gianluigi Marsibilio

Crediti foto e video: NASA

I FOSSILI TROVATI IN CANADA RIDISEGNERANNO LA STORIA DELLA VITA SULLA TERRA?

Un’equipe di scienziati guidata da Dominic Papineau, dell’University College London, ha pubblicato su Nature un documento in cui viene riportata la scoperta di fossili, ritrovati in Canada, che sembrano avere un’età a cavallo tra i 3.77 miliardi e 4.28 miliardi di anni.

Le tracce ritrovate sono quelle di antiche colonie e resti di batteri che, una volta sott’acqua, sono state capaci di prosperare tra i camini idrotermali. La scoperta se confermata porterebbe alla luce un dato incredibile: la vita sulla terra è stata capace di svilupparsi in un tempo relativamente breve dato che l’età del nostro pianeta si aggira sui 4.5 miliardi di anni.

In ogni caso del genere c’è sempre una piccola parte di controversia da risolvere e per questo abbiamo chiamato l’uomo più vicino alla scena del “delitto”: lo scienziato Papineau.

La sua è un’emozione forte, decisa e incontenibile, tuttavia non nasconde l’esigenza di andare avanti nello studio attraverso ulteriori verifiche: “Dobbiamo misurare l’abbondanza di oligoelementi, isotopi stabili, la composizione elementare del carbonio grafitico e dell’ematite associata a questi microfossili”. Gli esami ancora da compiere sono ancora molti e tutti dovranno studiare i campioni raccolti in Quebec dal punto di vista microscopico.

Per capire quanto sia difficoltosa l’analisi di elementi del genere, il ricercatore ci ha raccontato come sono state fatte le indagini: “Abbiamo prodotto delle fette sottili di roccia proveniente dal Quebec settentrionale, i campioni sono stati resi fini come foglietti, inoltre abbiamo trattato la roccia con della carta abrasiva e resina per poterla incollare su un vetrino”.

Il processo, seguito anche dal dottorando Matt Dodd, è proseguito attraverso l’uso di un microscopio ottico che ha elaborato e permesso lo studio delle immagini.

La scoperta dei campioni è stata, in un certo senso, fortunata. Il professore stava studiando delle rocce chiamate BIF ad alto contenuto ferroso, un piccolo affioramento di colore rosso però ha catturato l’attenzione di Papineau che ha catturato il materiale: “In uno stato abbastanza emozionato”.

È evidente come da una pubblicazione del genere la storia della vita sul pianeta venga elaborata in maniera decisamente diversa: “L’origine della vita deve essere avvenuta prima rispetto alla formazione di queste rocce, cioè forse più o meno entro i 250 milioni di anni di vita della Terra”.

Lo sguardo viene lanciato anche allo spazio: “Questi indizi ci dicono che la probabilità dell’esistenza di vita extraterrestre si fa sempre più concreta perché si ha solo bisogno di acqua allo stato liquido e attività vulcanica per qualche centinaio di milioni di anni affichè questo tipo di biochimica si evolva”.

Lo scienziato ha concluso: “Ci sono molti luoghi nel sistema solare in cui questo processo potrebbe essersi verificato”; effettivamente come abbiamo spesso documentato stiamo scoprendo nel nostro sistema solare luoghi sempre più adatti alla vita.

Ora la priorità per il team è la conferma della loro scoperta, successivamente siamo tutti pronti a scoprire la vita tra stelle, lune e pianeti.

 

Gianluigi Marsibilio

Crediti foto: Matthew Dodd / PA

TRAPPIST-1, LE MERAVIGLIE DI UN ALTRO SISTEMA STELLARE

 

“Le orbite descritte dai pianeti attorno a TRAPPIST-1 sono ellissi di cui TRAPPIST-1 occupa uno dei fuochi”: ecco una parafrasi piuttosto fedele di ciò che Keplero direbbe oggi dinanzi alla pubblicazione su Nature della scoperta del sistema planetario TRAPPIST-1. Le osservazioni sono state possibili grazie al telescopio  TRAPPIST–South telescope dell’ESO a La Silla Observatory, il Very Large Telescope (VLT) a Paranal e lo Spitzer Space Telescope. I pianeti chiamati TRAPPIST-1b, c, d, e, f, g ed h hanno tutti una grandezza simile al nostro mondo e tre di loro si trovano in piena fascia d’abitabilità.

La scoperta è sensazionale ed è stata resa possibile dai transiti avvenuti davanti alla stella, che hanno comportato i cali di luminosità necessari per identificare i pianeti.

Per comprendere l’importanza della rilevazione abbiamo contattato due membri del team che ha condotto l’indagine sul sistema TRAPPIST-1, Amaury Triaud, del Kavli Exoplanet Fellow, Università di Cambridge e Emmanuel Jehin dell’Università di Liegi. I due ricercatori ci hanno parlato dell’impatto della scoperta: “E’ la prima volta- ha specificato il ricercatore belga- che tanti pianeti di dimensioni della Terra vengono trovati in un sistema planetario vicino a noi”. L’astro si trova a soli  39.13 anni luce e il suo sistema ha molte particolarità, come Triaud ci ha spiegato: “ La stella è davvero piccola, ha il 12% delle dimensioni del Sole. I pianeti orbitano in una configurazione molto compatta. Il più interno ruota a 1,5 giorni intorno alla stella, mentre il più esterno dura circa 20 giorni”. Se questa può sembrare un pericolo per l’acqua e la vita non temete, infatti ha aggiunto il ricercatore di Cambridge: “Anche se vicini alla stella, i pianeti sono ben temperati, il che significa che alcune parti della loro superficie sono suscettibili a permettere all’acqua di rimanere liquida. Ulteriori osservazioni dovrebbero essere in grado di confermare se c’è acqua, e se è probabile che sia liquida”.

La similitudine con il sistema TRAPPIST-1 la possiamo trovare con la catena di risonanza delle orbite dei satelliti di Giove: “ I pianeti- come specificato da Jehin- sono una catena di risonanza, cioè le varie orbite sono collegate tra loro, come accade ai satelliti di Giove. Il sistema è molto compatto, i 7 pianeti entrerebbero all’interno dell’orbita di Mercurio. Tra di loro i vari mondi si possono vedere vicini quanto la Luna per noi”.

TRAPPIST-1 ha un’anatomia ben precisa: è una stella ultracool, molto piccola, con solo 2500K. La popolazione di questa tipologia di stelle rappresenta circa il 15% della galassia. A colpire è la presenza di earth like planet in abbondanza, come ha osservato lo studioso di Liegi: “Non ci sono pianeti giganti perché non c’è abbastanza materiale nel disco protoplanetario. Questo potrebbe significare che ci sono decine di miliardi di pianeti simili alla Terra solo nella nostra Via Lattea”.

 

L’iter di ricerca e conferma del sistema TRAPPIST-1 è stato molto lungo. La prima fase è stata la scelta di indagare sulla possibile presenza di pianeti in orbita a stelle del genere, le dimensioni ridotte aiutano a rilevare e studiare pianeti. Triaud ci ha ulteriormente spiegato come hanno sviluppato la tecnica del transito per osservare i mondi: “Per osservare i pianeti dobbiamo aspettare che passi di fronte alla stella. Come questo avviene, si crea un’ombra, chiamata transito. Da un passaggio ripetuto conosciamo il periodo orbitale. Ad esempio nel caso di TRAPPIST-1b, il pianeta più interno, c’è un transito sulla stella ogni 36 ore più o meno”.

 

Nel 2016 gli scienziati avevano già annunciato tre dei pianeti del sistema, ma c’erano varie incertezze sui periodi orbitali. Il telescopio spaziale Spitzer, come ci ha precisato Triaud, ha permesso di trafugare ogni dubbio e ha fatto distinguere ben sette pianeti diversi, in grado di lasciare “ombre” sulla stella attraverso il loro transito.

Ognuno dei pianeti merita di essere conosciuto al meglio: per questo non resta che aspettare la nuova generazione dei telescopi, come il JWT o altri telescopi terrestri da tempo in costruzione.

I nuovi strumenti permetteranno analisi dettagliate delle atmosfere, Jehin ha concluso: “E’ un momento emozionante per tutti noi: attualmente stiamo costruendo un nuovo osservatorio a Paranal, in Cile, per continuare a studiare al meglio gli esopianeti intorno a queste piccole stelle”.

La caccia è appena iniziata e quotidianamente si fa sempre più interessante, per noi potervela raccontare è un onore.

Gianluigi Marsibilio

Crediti:ESO/M. Kornmesser/spaceengine.org

EUROPA, POSSIBILI PENNACCHI D’ACQUA RILEVATI DALLA NASA

Nuovi evidenti pennacchi su Europa sono stati catturati dal telescopio spaziale Hubble. Le immagini sono state presentate dalla NASA nella giornata di ieri.

Le rilevazioni lasciano intravedere possibili colonne di vapore acqueo che fuoriescono dalla superficie della luna.

Il satellite di Giove è da tempo al centro di indagini: nel 2012 Lorenz Roth del Southwest Research Institute di San Antonio evidenziò che nella zona polare a sud di Europa, c’erano eruzioni di vapore acqueo.

Oggi con la nuova rilevazione si è riuscita ad avere una stima più precisa del fenomeno: il team di astronomi, guidato da William Sparks dello Space Telescope Science Institute, ha captato in 10 situazioni diverse, nell’arco di 15 mesi, 3 eruzioni.

Le fuoriuscite di vapore acqueo, se confermate nel tempo, sarebbero fondamentali per studiare uno dei posti più affascinanti del sistema solare: l’oceano sottorreaneo di Europa, da molti considerato come un luogo favorevole allo sviluppo della vita.

Una visione completa sui pennacchi ci è stata offerta da Curt Niebur, program scientist NASA che si occupa da anni di Europa: “I pennacchi rilevati, in modo indipendente da Roth e Sparks, sono abbastanza simili. Entrambi sono alti circa 200 km e hanno all’incirca la stessa quantità di acqua”.

Sparks ha precisato di non voler dare una certezza sull’esistenza di questo fenomeno, tuttavia con le nuove conferme arrivate dalle nuove osservazioni, la strada verso ulteriori conferme sembra spianata.

Perchè i probabili sbuffi d’acqua su Europa sono così importanti? Facile, Niebur ha spiegato: “I pennacchi espellono materiale dal sottosuolo, raggiungendo grandi altezze nello spazio. Il nostro veicolo spaziale potrebbe quindi volare attraverso di loro e raccogliere piccole quantità di campioni. Possiamo quindi analizzare quei campioni e ottenere un accenno a quelle che sono le condizioni nell’oceano”. Il principio è lo stesso applicato per Encelado, luna di Saturno, con un grande oceano sottorreaneo.

Il metodo della squadra di Sparks utilizza i transiti della luna sul pianeta Giove, infatti quando Europa transita davanti al pianeta gigante, i pennacchi presenti vengono retroilluminati fornendo prove della loro esistenza.

Uno dei protagonisti assoluti delle osservazioni è ovviamente il telescopio Hubble: Ray Villard, del Space Telescope Science Institute, ci ha spiegato che: “Solo Hubble ha la risoluzione e la sensibilità per la luce ultravioletta per rilevare le caratteristiche di un pennacchio”.

La storia dell’osservatorio è legata a tanti successi ma la NASA da anni si sta preparando per lanciare il James Webb Telescope, secondo lo scienziato il nuovo strumento sarà capace di: “Indicare , spettoscopicamente, se i pennacchi sono effettivamente un segnale di presenza d’acqua”.

Ora rimane di grande importanza capire, come si è chiesto Villard se: “L’acqua dell’oceano – sotterraneo- può veramente emergere in superficie?”. Spostare più in là le nostre conoscenze su Europa ci permette di sperare, non solo di trovare vita in questo ambiente, ma anche di poggiare un nostro rover che vada alla ricerca di prove dirette dell’oceano, dei pennacchi e della vita stessa.

Gianluigi Marsibilio

Crediti foto: Credits: NASA/ESA/W. Sparks (STScI)/USGS Astrogeology Science Center

JUNO IN ORBITA, LA NASA FESTEGGIA L’ARRIVO DELLA SONDA

Alle 23:53, ora della costa orientale, un segnale dalla sonda Juno ha annunciato di aver portato a compimento correttamente le manovre e di essere entrata correttamente nell’orbita del gigante gassoso.

Con l’entrata nell’orbita della sonda, Juno vuole a tutti costi scoprire i segreti del pianeta che appare come una vera macchina del tempo del nostro sistema solare.

La sonda Juno, costruita dalla NASA e lanciata nel 2011, ha percorso circa 2,8 miliardi di chilometri, trascorrerà 20 mesi in orbita a scrutare il gigante gassoso. Se tutto va bene, Juno misurerà la quantità di acqua presente sotto l’atmosfera, mapperà l’interno del pianeta e fornirà delle informazioni importanti sui poli del pianeta.

STORIA DELLE SONDE SU GIOVE

Da 43 anni il re dei mondi è continuamente esplorato da sonde robotiche: la prima ad aver sorvolato Giove fu la sonda Pioneer 10 nel 1973, l’altra curiosità della missione guidata dall’Ames Research è legata al superamento della velocità di fuga del sistema solare; per aspettare la messa in orbita di una sonda intorno al gigante gassoso bisogna attendere Galileo nel 1995.

Un particolare legato alla missione dedicata allo scienziato italiano, durata ben 14 anni complessivamente, si intreccia con una ricerca riportata su Nature da Carl Sagan sulla ricerca della vita, che evidenziava la presenza di quattro criteri: “forte assorbimento di luce nell’estremità rossa dello spettro visibile (in particolare sopra i continenti), causata dall’assorbimento della clorofilla durante la fotosintesi delle piante; assorbimento nello spettro dell’ossigeno molecolare, come risultato dell’attività delle piante; assorbimento nello spettro dell’infrarosso provocato dal metano in quantità di 1 micromole per mole; trasmissione di onde radio modulate a banda stretta, che non possono provenire da alcuna sorgente naturale”.

Gli Strumenti di Juno sono stati progettati per misurare con precisione i campi magnetici e gravitazionali di Giove. Ci saranno importanti novità sullo studio della Grande Macchia Rossa, che secondo alcuni studi recenti sta diminuendo la sua estensione nell’atmosfera del pianeta.

Il costo della missione si aggira intorno agli 1.1 miliardi di dollari, i suoi principali obiettivi scientifici saranno quelli di capire il ruolo di Giove nella formazione del sistema solare.

 

LEGO COSMICI

A bordo dello strumento targato NASA ci sono tre pupazzi LEGO, l’iniziativa nata dalla collaborazione tra l’ente spaziale e la ditta di giocattoli ha come obiettivo quello di avvicinare i bambini alla scienza. I tre protagonisti sono Galileo, Giunone e Giove; tre personaggi molto importanti sia simbolicamente che scientificamente.

 

Il 27 agosto tutti gli strumenti (10 sono quelli principali per la raccolta di dati) della sonda saranno operativi e la NASA potrà finalmente dare il via a quella che è stata definita la più grande impresa di sempre dell’agenzia: proprio attraverso l’account Twitter dell’agenzia spaziale questa notte sono state dati continui aggiornamenti sui passi compiuti dalla sonda nel suo avvicinamento decisivo verso il pianeta.

La dotazione di Juno è anche made in Italy: sia il JIRAM (Jovian InfraRed Auroral Mapper) che il KaT (Ka-Band Translator) sono stati infatti realizzati o progettati nel nostro Paese.

 

La sonda resterà in attività per 20 mesi e cercherà di rispondere a domande fondamentali sulla formazione, non solo di Giove, ma dell’intero sistema solare. Buon lavoro Juno, ora tocca a te portarci più in là.

Gianluigi Marsibilio

(Crediti immagine: NASA/JPL)

ALLA SCOPERTA DEL NUOVO NUMERO DI COELUM: GRANDE SPAZIO A JUNO

Si rinforza sempre di più la collaborazione tra noi di Tra Scienza & Coscienza e Coelum Astronomia. Nel numero di luglio – agosto grande spazio alla scoperta della missione Juno, si va anche alla scoperta delle “stelle cadenti”.

È tempo di estate e il clima caldo ci porta a pensare alle vacanze per un po’ di meritato relax e magari per compiere qualche bella osservazione del cielo!

Coelum esce con un numero doppio, come sempre, per luglio e agosto. Appuntamento a settembre dunque con il prossimo Coelum? Non proprio!

Il vantaggio di disporre di un supporto digitale, al di là delle possibilità multimediali e di interazione che offre, è anche quello di poter apportare degli aggiornamenti! Novità assoluta per una rivista di astronomia: ad agosto potrete trovare in questo stesso numero, già molto ricco, alcuni aggiornamenti e nuovi contenuti!

Tornate quindi a leggerlo spesso per scoprirne le novità e non dimenticate di riscaricare il PDF!

Con più di 200 pagine, sono ben due gli speciali presenti: lo speciale sulla Missione Juno e lo speciale sulle Perseidi. Inoltre questo mese ospitiamo un interessante articolo sugli enigmatici Fast Radio Burst di Corrado Lamberti.

La notte tra il 4 e il 5 luglio la sonda NASA Juno (che porta con sé anche importanti contributi italiani) entrerà nell’orbita di Giove, il re dei pianeti del Sistema Solare, dando il via a una nuova grande missione di esplorazione spaziale! Il suo obiettivo è quello di svelare i numerosi segreti e misteri avvolti nelle fitte nubi del pianeta. Se volete sapere proprio tutto sulla missione leggete lo speciale di Pietro Capuozzo.

Parte dello speciale è anche l’articolo sulla Missione Galileo, la precedente missione di esplorazione di Giove, per ricordarne i passaggi fondamentali, le scoperte scientifiche e le questioni rimaste aperte. Rossella Spiga ci guiderà in un riepilogo del viaggio, corredando il tutto con magnifiche immagini. E proprio sulla base delle informazioni forniteci dalla sonda Galileo, con Stefano Severico scopriamo cosa potrebbe accadere simulando un ipotetico viaggio nell’atmosfera del gigante gassoso.

Il secondo speciale è dedicato alle Perseidi, le famose “lacrime di San Lorenzo”. Tutto ciò che serve sapere, dalla storia ai dettagli osservativi di quest’anno, sono trattati nel completo articolo di Remondino Chavez. E se desiderate immortalare le fugaci “stelle cadenti” in una fotografia, sappiate che vi basta uno smartphone! Sebina Pulvirenti ci fornisce utili indicazioni sulle app e sugli accessori necessari per scattare fantastiche immagini. Daniele Gasparri completa il quadro con utilissimi consigli per la ripresa fotografica con Reflex e CCD.

Il numero è arricchito dalle rubriche relative all’astrofotografia, all’osservazione del cielo e alle ultime notizie di astronomia, astronautica e del mercato.

Giorgia Hofer ci guida nella fotografia della “danza dei pianeti”, suggerendoci un’originale tecnica per fotografare le congiunzioni planetarie.

Nella sezione astrofotografica, dopo le belle immagini di PhotoCoelum, potrete ammirare un affascinante nuovo Hubble Deep Field e Michele Diodati nel suo “Tutti insieme appassionatamente” ci fa riflettere sull’immensità del cosmo.

Nella sezione dedicata all’osservazione, il Cielo del Mese fornisce tutte le indicazioni utili per pianificare le osservazioni per l’estate. Con Giorgio Bianciardi dell’Unione Astrofili Italiani andiamo alla scoperta del cielo estivo mentre Stefano Schirinzi ci fornisce tutte le informazioni e le curiosità per conoscere la costellazione della Corona Boreale.

Nella sezione appuntamenti, segnalo l’articolo di approfondimento sulla Notte dei Ricercatori, evento che ci attende a settembre, da non perdere!

Più nell’immediato invece, il 30 giugno, si celebra l’Asteroid Day, di cui vi abbiamo parlato il mese scorso. Una novità è la grande “Maratona degli Asteroidi”: si tratta di un’entusiasmante sfida tra appassionati del cielo che si metteranno a caccia di asteroidi. Coloro che metteranno a segno il maggior numero di osservazioni di singoli asteroidi saranno proclamati vincitori della maratona! Partecipate numerosi dunque alla prima maratona italiana per l’osservazione delle “Fiamme Volanti” (dal 30 giugno all’11 luglio). Potete trovare maggiori informazioni nella rubrica Asteroidi o sul nostro sito web.

Ci sono poi numerosi altri contenuti interessanti che vi lascio però scoprire da soli!

Vi auguro quindi buone vacanze e spero potrete trascorrere piacevolmente il tempo in compagnia di Coelum Astronomia: leggetelo online o scaricatelo per portarlo con voi sotto l’ombrellone.

Buona lettura!

Leggi Coelum n.202 Online o in PDF: https://goo.gl/oGLXBZ

Sito web: http://www.coelum.com

Pagina Facebook: https://www.facebook.com/coelumastronomia

“Sette Giorni di Scienza”: dai provvedimenti dopo Astro-H in casa Jaxa, all’arrivo di Juno

Torniamo a parlare, anche se avevamo promesso di non farlo, di Astro-H. Tre direttori della Jaxa (Agenzia Spaziale Giapponese) hanno pagato per gli errori commessi durante la messa in orbita di Hitomi. Nonostante le cause non siano del tutto chiare i dirigenti, tra cui il Presidente Naoki Okumura, hanno operato sul loro stipendio un taglio di oltre il 10% per quattro mesi.

Lo scorso 28 aprile l’agenzia spaziale nipponica aveva fermato i tentavi per ripristinare i sistemi di comunicazione del satellite. Lo strumento era progettatto per osservare meglio fenomeni come buchi neri, cluster galattici e stelle di neutroni.

Uno per tutti, tutti per JUNO

Partita nel 2011 la sonda Juno della Nasa sta per entrare nell’orbita di Giove. Il prossimo 4 luglio arriverà e intraprenderà la sua avventura scientifica studiando parametri come composizione, gravità e campo magnetico.

Una delle missioni principali sarà studiare l’origine del pianeta, in modo da avere dati più chiari sull’origine del nostro sistema planetario.

Gli ingegneri della missione hanno studiato un modo anche per minimizzare l’esposizione alle radiazioni, e dalle 5 di mattina (ora italiana) del 4 luglio Juno sarà pronta a cominciare la sua caccia ai misteri di Giove.

Questa settimana Nature si è concentato su un tema a noi molto caro, lo sviluppo scientifico della Cina. Per chiudere la rubrica volevamo indirizzarvi a questo articolo uscito sulle colonne della rivista, che mostra come la Cina è diventata in meno di un decennio il leader mondiale per il sequenziamento del DNA.

Gianluigi Marsibilio

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