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tra Scienza & Coscienza

"Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me'' I. Kant

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Scienza

TUTTO PRONTO PER IL LANCIO DI TESS

Il sostituto di Kepler è sempre più vicino al suo lancio: la missione TESS, che amplierà il catalogo degli esopianeti conosciuti, è infatti ai blocchi di lancio a Cape Canaveral.

A mandarlo in orbita sarà il razzo Falcon 9 della Space X, che già dalla scorsa settimana aveva fatto alcuni test.

Una volta compiuto il suo lavoro lo stadio principale del missile tornerà a terra su una nave drone situata nell’Atlantico.

Tess avrà bisogno di alcuni mesi per prepararsi al meglio alla ricerca e raggiungere l’orbita adatta per cacciare pianeti, il F9 metterà in condizione il satellite di cogliere e sfruttare la gravità lunare per raggiungere la sua posizione più velocemente.

Qui potete vedere il lancio previsto per le 6:32 pm EDT.

https://youtu.be/aY-0uBIYYKk

L’EQUIVALENZA STRUTTURALE: COME NASCE UNO SCONTRO IN FORMULA 1?

L’equivalenza strutturale è alla base del conflitto anche in competizioni automobilistiche e sportive come la Formula 1. La vicinanza in griglia e in classifica, come fa notare uno studio su PNAS, è un indicatore importantissimo per prevedere i futuri scontri del nostro pilota preferito o casa automobilistica preferita.

Abbiamo chiesto a Matthew S. Bothner della School of Management and Technology di Berlino cosa fosse alla base del concetto di equivalenza : “ L’equivalenza strutturale è un concetto molto utilizzato nella ricerca sulle reti sociali, risale agli anni ’70. Questo tema lo utilizziamo (in questo documento) in modo intercambiabile con il concetto di somiglianza di stato.”

 

Per intenderci meglio c’è da capire come: “Due piloti sono strutturalmente equivalenti quando hanno battuto o perso con gli altri competitori nelle precedenti gare della stagione”. Sinteticamente due piloti si ritrovano in questa condizioni quando si ritrovano in una situazione di classifica/griglia simile.

 

Il caso si applica anche alle realtà aziendali e non semplicemente a quelle sportive: “Due dirigenti in un’azienda sono strutturalmente equivalenti: ad esempio se altri manager li cercano per un consiglio o se questi due hanno bisogno di consigli dagli stessi membri del consiglio di amministrazione di tale società. Se questi due dirigenti hanno posizioni simili in una gerarchia informale costruita, prevediamo, che saranno particolarmente inclini al conflitto. Non è chiaro chi dovrebbe mollare la presa durante una discussione”.

 

Tornando al caso dell’analisi fatta sui dati del campionato di F1, tra il 1970 e il 2014 : i due piloti più vicini in termini di status hanno dieci possibilità in più di scontrarsi rispetto agli altri in gara.

Anche l’essere coetanei è un fattore incisivo, infatti i ricercatori indicano l’età come qualcosa che va ad intensificare la rivalità.

Lo studio fa notare come avere scontri e collisioni è molto più facile durante la parte centrale della stagione, quando le gare sono veramente importanti per indirizzare il campionato e la classifica.

 

 

Uno dei fattori più importanti – ha spiegato il ricercatore- è semplicemente la vicinanza in termini di posizione di partenza. Sembra abbastanza ovvio: due piloti devono essere vicini l’uno all’altro sulla pista per poter scontrarsi, ma al di là di questo, abbiamo scoperto come il maltempo, l’esperienza inferiore o più punti totali (in classifica) sono associati spesso alle collisioni. Per noi, tuttavia, il fattore più interessante rimane l’equivalenza strutturale”

 

La guerra a diretti concorrenti è uno degli aspetti più interessanti non solo dello sport ma dell’intera esperienza umana: “Casi ben noti vanno dal bullismo e la calunnia di Thomas Edison nei confronti di Nikola Tesla, a Tyson che morde l’orecchio di Evander Holyfield sul ring”.

 

Gianluigi Marsibilio

 

 

 

GALLENENE, COME IL 2D STA RIVOLUZIONANDO I MATERIALI

 

Il grafene non basta e allora su Science Advance è stata pubblicata una ricerca che introduce un nuovo materiale, che sfrutta sempre le potenzialità delle due dimensioni, derivato dal gallio: il gallenene.

Dalla scoperta del Grafene nel 2004 ad opera dei due fisici premi Nobel Andrej Gejm e Konstantin Novoselov, la ricerca orientata verso i materiali 2D costituiti da ‘layers’, cioè fogli di spessore atomico sovrapposti, è cresciuta anno dopo anno.

 

Più precisamente, il grafene è un allotropo del carbonio, termine che indica la proprietà dello stesso di esistere in diverse forme a seconda delle condizioni fisiche e delle reazioni chimiche di formazione dei suoi composti. La desinenza -ene fa riferimento alla condizione di ibridizzazione di tipo sp2 dei singoli atomi, caratteristica che consente loro di formare reticoli piani a maglie esagonali con altri atomi perfettamente identici. Rispetto alle dimensioni atomiche, questa struttura si ripete nello spazio per un numero di volte praticamente infinito, formando appunto dei ‘fogli’ che all’analisi macroscopica presentano sorprendenti caratteristiche di leggerezza, trasparenza, conducibilità elettrica e termica, resistenza meccanica e molte altre.

 

Questo genere di materiali presenta perciò pregi tali da destare enorme interesse nella ricerca scientifica, tanto che recentemente se ne stanno producendo molti altri che del grafene riprendono la struttura, ma sono composti da elementi chimici diversi.

Per citarne alcuni, negli ultimi dieci anni si è vista la comparsa del ‘fosforene’, allotropo bidimensionale del Fosforo e del ‘germanene’, analogo composto del Germanio.

Particolare interesse suscitano in queste applicazioni i metalli ed i semi conduttori, per le loro straordinarie capacità di conduzione elettrica e compattezza, che sono fondamentali per applicazioni in campo elettronico.

 

Come sempre però, compare un ostacolo all’utilizzo di questi sorprendenti materiali: un processo di produzione tale che riesca a coniugare una buona purezza e dimensione dei ‘layer’ con costi e tempi convenienti.

 

Nell’articolo comparso su Science il 9 Marzo 2018, si investiga la produzione di ‘layers’ di Gallio, un metallo, tramite un processo chimico denominato ‘Solid-Melt exfoliation’.

In sintesi questo processo consiste nel far depositare minuscole gocce di Gallio scaldato a circa 50 gradi Centigradi per ottenerne la fusione, sopra un substrato piano di Silicio e Diossido di Silicio. Il tutto viene poi raffreddato a temperatura ambiente. Successivamente, questo composto viene sottoposto a un vuoto spinto (circa 10^-8 mbar) mentre il layer di Gallio viene controllato nel suo processo di solidificazione tramite l’applicazione di un carico pressorio controllato tramite indentazione, che aiuta poi a ‘esfoliare’ il foglio prodotto portandolo via. Il processo è per certi versi simile al cucinare wafer tramite una piastra scaldata, ed anche i prodotti di questo metodo sono effettivamente dei ‘wafer’ composti da 4-6 fogli di Gallio di spessore totale circa 4 nanometri, sovrapposti in modo non ordinato.

Nel lavoro si fa riferimento inoltre alla probabile scalabilità del processo ed alla ottima qualità e stabilità dei wafer prodotti, che hanno dimensioni di circa qualche millimetro quadro, che risultano davvero rilevanti in questo campo di ricerca.

I wafer di ‘Gallenene’ presentano inoltre:

-Conducibilità termica bassa rispetto ad analoghi materiali 2D (circa<1 W/mK);

-Alta conducibilità elettrica.

 

Queste due caratteristiche pongono quindi il ‘Gallenene’ in primo piano nell’utilizzo di materiali 2D in diversi campi, per esempio l’elettronica; Inoltre il processo ideato risulta rispondere bene allo scale-up ed è quindi una buona promessa per il futuro di questi utilissimi e innovativi materiali.

 

 

 

Vittorio Ricci

 

ENCELADO, LA CACCIA ALLA VITA PASSA DALLA LUNA DI SATURNO

Abbiamo parlato spesso dell’importanza di Encelado, una delle più grandi lune di saturno, nella ricerca alla vita extraterrestre e nello studio della chimica al di fuori dal nostro pianeta.

La rivelazione della presenza di acqua e molecole organiche nei pennacchi ha reso la Luna ghiacciata un punto caldissimo per la ricerca di una potenziale vita extraterrestre.

Gli archea metanogenici sono tra gli organismi potenzialmente perfetti per essere ospitati in queste condizioni e spesso sono stati indicati come dei potenziali abitanti della Luna.
Delle ulteriori conferme sono arrivate da uno studio Nature Communications: il CH4 rilevato nel pennacchio di Encelado è infatti in linea con la presenza di metanogeni.

La missione che ha portato avanti tutte queste rilevazioni e ricerche è stata Cassini, che nel polo sud della Luna aveva trovato dei getti d’acqua che sono stati studiati a fondo da INMS, lo spettrometro di massa a bordo di Cassini.

Organismi monocellulari del genere sono stati spesso ritrovati negli ambienti più estremi della Terra, ad esempio in prossimità di bocche idrotermali o in acque profonde in cui si converte il biossido di carbonio e l’idrogeno in metano.

Come fa notare un articolo su Wired: i metanogeni non sono l’unica fonte possibile di metano sulla Luna: sulla Terra alcune bocche idrotermali riescono a produrre gas anche in assenza di vita, e le comete che non sono così diverse dalla Luna sembrano essere colme di metano raccolto dalle nubi interstellari.

Hunter Waite del Southwest Research Institute ha dichiarato: ” Probabilmente il microbo che cerchiamo non è simile ad uno terrestre e forse non è nemmeno basato sul DNA”.

L’idrogeno per sostenere queste piccole forme di vita, come è stato affermato nello studio, potrebbe essere preso dai processi geochimici nel nucleo roccioso di encelado.

Insomma alla deriva, vicino al sesto pianeta del sistema solare, c’è questa luna che, in mezzo ad un’altra dozzina di satelliti naturali, è un forte indiziato per la vita grazie ai cocktail di composti come metano anidride carbonica e ammoniaca: la loro forte attività idrotermale produce una combinazione estremamente interessante da approfondire.

Progettare future missioni su questa ed altre lune promettenti nel sistema solare passa da un’attenta analisi chimica fatta dagli scienziati con i dati presi dalle passate missioni Nasa e dalle future rilevazioni.

Crediti foto: NASA

 

LA PRIMA COMUNICAZIONE QUANTISTICA TRA PECHINO E VIENNA AVVIENE GRAZIE AL SATELLITE MICIUS

L’Accademia delle Scienze e della Tecnologie Cinese e l’omonimo istituto austriaco, hanno trasmesso da Vienna a Pechino delle minuscole fotografie, in piccoli pacchetti fotonici, crittografate producendo la prima comunicazione quantistica a lungo raggio.

Lo studio, in cui è illustrata l’intera operazione, è stato pubblicato su Physical Review Letters.

La comunicazione quantistica a lunga distanza è avvenuta e ha collegato, tramite una rete di satelliti nello spazio, la capitale cinese con la città europea. Ad essere inviate, tramite un pacchetto di fotoni, sono state due immagini di Mozi e Schrodinger.

Il file, che si sono trasmesse le due accademie, non era contenuto in una semplice chat ma in una vera comunicazione quantistica crittografata avvenuta grazie al satellite Micius.

Il satellite è stato lanciato nell’agosto 2016 e si trova ad una quota di 500 km di altitudine, questo strumento è una vera risorsa ed ha permesso di registrare la comunicazione dalla più grande distanza mai ottenuta da una tecnologia del genere.

A dare il nome a satellite e il filosofo cinese Mozi, in questa comunicazione sono stati scambiati file (foto) della piccola dimensione di 5,34 KB e 4,9 kb, la prima immagine apparteneva Erwin Schrodinger, uno dei fondatori della meccanica quantistica e la seconda proprio al filosofo cinese.

Per capire come funzioni una comunicazione quantistica abbiamo chiesto allo scienziato Jian Wei Pan, dell’istituto scientifico cinese: “Nella distribuzione quantistica delle chiavi, identifichiamo due elementi chiave “Alice” come il trasmettitore che invia fotoni e “Bob” come un ricevitore che cattura queste particelle per le analisi. Usando il protocollo BB84 come esempio, sappiamo che ci sono quattro diodi laser che emettono un singolo fotone che corrisponde a 4 stati di polarizzazione differente: orizzontale e verticale, lineare a + 45 gradi e lineare a – 45 gradi”.

Ciascun fotone coinvolto nella comunicazione porta in sé un bit di informazione casuale che può essere noto solo a Alice e Bob, senza permettere intromissioni esterne.

Come ci ha confermato lo scienziato:” La sicurezza è la peculiarità di questo tipo di comunicazione, la distribuzione quantistica delle chiavi utilizza singoli quanti di luce mista in stati di sovrapposizione quantistica per garantire la sicurezza incondizionata tra due parti, anche distanti”. I due utenti che condividono le coppie di particelle garantiscono un nuovo tipo di comunicazione sicura.

La Cina dal 2004 ha preso atto delle limitazioni della tecnologia quantistica portando avanti questo tipo di studi, oggi finalmente si stanno cominciando a raccogliere i frutti di questo lavoro che comprende e comprenderà una galassia di satelliti orbitali e una serie di studi avanzati.

Micius sorvola il cielo notturno a 18 miglia all’ora da diversi anni, per adesso lo strumento ha ancora forti limitazioni, ad esempio il segnale può essere sfruttato solo durante il giorno, perchè la luminosità del sole può potenzialmente sopraffare il segnale satellitare.

Siamo comunque, grazie a questa cooperazione tra le varie accademie scientifiche, ad un nuovo punto di svolta per la comunicazione quantistica: oggi per noi è come essere struzzi e mettere le testa fuori dal buco per la prima volta, finalmente possiamo ammirare quello che succederà grazie ad una piattaforma potenzialmente più potente di internet e della blockchain.

Gianluigi Marsibilio

FOTO: University of Science and Technology of China

QUALE SCOPERTA SCIENTIFICA HA SEGNATO IL 2017?

Adesso tocca a voi scegliere la scoperta scientifica del 2017, potete indicare nel sondaggio al massimo tre opzioni per contribuire a indicare la scoperta dell’anno.  Il 1 gennaio 2018 riveleremo il vincitore dell’ormai classico sondaggione targato Tra Scienza & Coscienza, inoltre sulla nostra pagina Facebook in questi giorni, per rinfrescarvi anche la memoria , ripubblicheremo i vari articoli al centro di questa speciale competizione a colpi di scienza.

 

Qual è la scoperta scientifica del 2017?

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L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE A CACCIA DI SISTEMI PLANETARI

Stiamo raccontando dall’inizio della nostra avventura l’epoca d’oro di scoperta e caccia agli esopianeti. Ora siamo entrati addirittura in una nuova era 2.0: come ha infatti testimoniato la NASA, tramite una ricerca di due scienziati Christopher Shallue e Andrew Vanderburg, un nuovo attore è entrato in questa competizione all’ultimo pianeta, l’intelligenza artificiale.
Intorno alla stella Kepler 90, a 2545 anni luce di distanza dalla Terra, è stato scoperto un sistema planetario molto simile al nostro sistema solare, che vede 8 pianeti ruotare in un ambiente cosmico della distanza simile a quella dell’orbita terrestre.
La novità assoluta è tutta nel modo in cui è stato ritrovato il pianeta. Il professor Andrew Vanderburg dell’ Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics, ci ha spiegato come hanno fatto ad unire i dati di Kepler con una rete neurale: ” Le intelligenze artificiali oggi sono molto flessibili e possono essere utilizzate con un’infinità di tipi di dati. Noi abbiamo preso i dati sulla luminosità raccolti da Kepler, in particolare ci siamo concentrati sui segnali che erano stati rilevati con un metodo di ricerca di transito’ cercando di capire l’orbita del pianeta osservato’’.

Una volta inviati tutti i segnali nella rete neurale è stato possibile distinguere i pianeti e i falsi positivi: ” Appena addestrata la rete a riconoscere i falsi positivi dai pianeti reali, è stato possibile subito avere delle risposte chiare” ha specificato Vanderburg.
Tra i pianeti c’è ad esempio Kepler 90 i, un pianeta caldo e roccioso che orbita intorno alla sua stella ogni 14,4 giorni.

Questa stella ha un ambiente cosmico molto simile a quello del sistema solare , anche se come ci ha spiegato lo scienziato :”Tutti e otto i pianeti che ruotano intorno a Kepler 90 sono in un’orbita simile a quella della Terra”.

La rete neutrale ha identificato i veri pianeti dai falsi positivi nel 96% dei casi: questo ci fa ben sperare perché potremmo avere studi sempre più accurati e meticolosi nel campo degli esopianeti. Le ricerche di Kepler hanno prodotto una quantità enorme di dati che potranno essere scandagliati anche da questo tipo di reti e non solo dallo sguardo attento dei ricercatori.

All’orizzonte c’è per esempio la volontà di utilizzare questo tipo di software sui dati della missione TESS, che verrà lanciata il prossimo anno: “Non solo astronomia- ha chiarito il professore- ci sono applicazioni per l’apprendimento automatico in ogni campo, le intelligenze artificiali sono estremamente eccitanti”.
Ad oggi i quasi 35 mila segnali raccolti da Kepler hanno prodotto tante novità, ma spesso i pianeti più difficili da scovare sono sfuggiti all’occhio umano: ora le reti neurali potranno integrare, approfondire e migliorare il lavoro della comunità scientifica.

Gianluigi Marsibilio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Crediti foto: Nasa/Wendy Stenzel

UN GETTO LUMINOSO NELLO SPAZIO: LA STORIA DI CTA 102 è UNA PIETRA MILIARE DELL’ASTROFISICA

CTA 102 è un blazar, cioè un nucleo galattico attivo, che ha però una grande particolarità: essere il più luminoso mai osservato.

L’osservazione è avvenuta con l’aiuto di 40 strumenti e ha prodotto un paper su Nature; la ricerca è stata guidata da Claudia M. Raiteri, prima autrice dello studio uscito sulla prestigiosa rivista e in forze all’osservatorio di Torino. Noi l’abbiamo intervistata e lei ha compilato per noi la “carta d’identità” di CTA 102.

La scienziata nell’intervista ci ha raccontato come è avvenuta la scoperta. Il monitoraggio di CTA 102 è una pietra angolare in questo campo dell’astrofisica che negli anni sta portando alla luce tante buone provenienti dal cielo.

– Sembra che CTA 102 sia il blazar più potente mai registrato. Cos’ha di tanto speciale? Cos’è esattamente un blazar?

Un blazar è un nucleo galattico attivo, potente sorgente di radiazione il cui motore è situato al centro della galassia ospite. La sua particolarità è data dal fatto che uno dei due getti di plasma che fuoriescono dal motore centrale è rivolto verso di noi, per cui la sua emissione di onde elettromagnetiche viene amplificata a causa di effetti relativistici.
Il blazar CTA 102 si è distinto perchè alla fine del 2016 e` diventato così luminoso da battere tutti i record precedenti. La nostra interpretazione, pubblicata in un articolo su Nature, è che questo sia stato possibile perché il suo getto, da cui proviene la luce osservata, si sia allineato con la linea di vista, spingendo al massimo gli effetti relativistici di cui sopra.

– Come lavorano oltre 40 telescopi per rintracciare un evento del genere?

Esiste una collaborazione internazionale , il Whole Earth Blazar Telescope (WEBT; http://www.oato.inaf.it/blazars/webt/), di cui Massimo Villata dell’INAF-Osservatorio Astrofisico di Torino è diventato Presidente nel 2000, che organizza e coordina campagne osservative su questi oggetti. Gli astronomi di tutto il mondo che vogliono partecipare devono rispettare certe procedure e mandare i loro dati a chi si occupa di analizzarli e di pubblicarli su riviste scientifiche internazionali. Nel caso della campagna su CTA 102 io e Massimo abbiamo assunto questo compito.

– Come si è comportato Cta 102 dal punto di vista della variabilità delle sue emissioni?

Nella banda ottica CTA 102 aveva mostrato un flare (aumento di emissione importante) nel 2012, dopodiché era rimasto in stato basso fino al 2016, quando abbiamo assistito ad un’improvvisa crescita della sua luminosità ottica che lo ha portato ai livelli straordinari di fine 2016.
Come WEBT abbiamo registrato un aumento di luminosità importante anche nell’infrarosso e nelle onde radio millimetriche, mentre nelle onde radio centimetriche la variazione non e` stata cosi` estrema. CTA 102 si è quindi comportato in modo diverso in bande osservative differenti. Questo ci ha suggerito l’immagine di un getto sinuoso, in cui la parte di getto che produceva l’emissione osservata nella banda ottica  puntava verso di noi, mentre la parte radio era meno allineata.

– Che ruolo hanno i buchi neri in queste esplosioni?

Il motore centrale di un nucleo galattico attivo e` un buco nero con massa da milioni a miliardi di volte quella del nostro Sole. Intorno ad esso ruota un disco di polveri e gas che vengono progressivamente risucchiate dal buco nero, rilasciando energia. Parte di questa energia puo` essere convogliata in due getti di plasma che escono dal buco nero in direzione perpendicolare al disco.

– Quali altri eventi degni di nota avete registrato con la collaborazione internazionale WEBT?

Il WEBT è nato nel 1997 e in 20 anni di attività abbiamo condotto decine di campagne osservative, molto spesso avvalendoci anche delle osservazioni di satelliti per osservazioni astronomiche lanciati dall’ente spaziale europeo, l’ESA, o da quello americano, la NASA. Un altro oggetto, per esempio, che ci ha dato molta soddisfazione è stato il blazar 3C 454.3, soprannominato “Crazy Diamond”, che abbiamo studiato a lungo anche in collaborazione con i colleghi del team del satellite italiano per astronomia gamma AGILE.

 

Gianluigi Marsibilio

Crediti: Gianluigi Bodo e Paola Rossi (INAF)

LE ROCCE SUL PIANETA TERRA, UNO SGUARDO D’INSIEME

Oggi concludiamo la nostra piccola guida che in queste settimane abbiamo tenuto sui principi della geologia, come capitolo finale parliamo delle regine di questa scienza: le rocce e le differenze tra loro.

Le rocce ignee sono le prime di cui parliamo:  si formano dopo il raffreddamento di materiale mantellico attraverso eruzioni vulcaniche o raffreddamenti sotterranei e più lenti (plutoni). La Terra è costituita da tre macro livelli concentrici (come una cipolla per intenderci): Crosta, Mantello e Nucleo. Il gradiente di temperatura sotterraneo è di circa 1°C ogni 30 metri, il che significa che ogni 100 metri “scesi” in profondità si ha un aumento di 3 gradi Celsius. Questo, combinato con un contemporaneo aumento di pressione con la profondit,  fa si che il livello intermedio della Terra (il Mantello) sia formato da materiale fluido ad altissima temperatura, mentre il Nucleo è addirittura solido nella sua parte più interna (immaginate che immense pressioni si hanno a quelle profondità). Tornando però al Mantello, che è il livello che ci interessa per spiegare questa famiglia di rocce, esso è in fase liquida finché non subisce delle risalite dovute a fratture ed abbassamenti di pressione dei livelli superiori. Questo porta a veloci venute a giorno (vulcani) con origine di rocce perlopiù vetrose e amorfe come le ossidiane o lente fasi di stallo a profondità, temperature e pressioni minori che permettono la formazione di rocce cristalline o plutoniche (i cristalli hanno bisogno di tempo per organizzarsi in una loro struttura) come i graniti.
Le rocce sedimentarie si formano in archi di tempo lunghi milioni di anni attraverso un processo chiamato diagenesi che consiste nel lentissimo depositare di micro particelle sui fondali marini (e lacustri o fluviali) le quali andranno a stratificarsi e poi compattarsi formando roccia nuova. Il travertino che trovate diffusissimo a Roma, i calcari in genere, le argille e le arenarie sono tutti di origine sedimentaria, anche se di diversi ambienti deposizionali. Questa tipologia di rocce rappresenta un’importante record per la ricostruzione della storia del Pianeta poiché in esse restano impresse testimonianze che coprono lassi di tempo di mlioni di anni e, se la tettonica non ha agito sulle rocce dopo la diagenesi, le possiamo trovare in posizione perfettamente orizzontale (principio fondamentale dell’orizzontalità originale di Stenone), come dei fogli di un faldone che raccoglie, partendo dalla base, gli elementi dal più antico al più recente.

Il Grand Canyon scavato dal fiume Colorado è l’esempio che tutti hanno chiaro negli occhi: centinaia di milioni di anni conservati in modo perfettamente orizzontale e portati alla luce dall’azione erosiva del fiume.
Le rocce metamorfiche sono il risultato degli sforzi tettonici ai quali sono sottoposte le due precedenti tipologie. Se le condizioni di temperatura e pressione lo permettono, la “semplice” deformazione visibile a livello macroscopico diventa una riorganizzazione della struttura cristallina che dà origine, a tutti gli effetti, ad un nuovo tipo di roccia. Il marmo e l’ardesia (la lavagna) ne sono esempi celebri. In questi casi la combinazione tra pressione e temperatura del sottosuolo, modificate dagli sforzi tettonici, non sono sufficienti ad un nuovo melting quindi alla formazione di nuova roccia ignea.

Con questo breve excursus diviso in tre parti speriamo di aver fissato al lettore concetti che spesso capita di trovare nei nostri pezzi.

Camillo Affinita

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