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tra Scienza & Coscienza

"Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me'' I. Kant

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L’ETNA NASCONDE NUOVI SEGRETI SUI VULCANI?

 

L’Etna, il più maestoso vulcano del nostro continente, grazie ad una ricerca di Carmelo Ferlito, dell’Università di Catania, può aiutare a ripensare il meccanismo di emissione di gas da parte dei vulcani: “ Il mio lavoro mette in evidenza come l’emissione di grandi quantità di gas osservate per anni non concordino con la teoria attualmente usata per spiegare il funzionamento dei vulcani”. Appena rilasciato lo studio su Earth Science Review alcuni hanno provato a dire che l’Etna non era un vulcano, ma tutti possiamo star sicuri che il Monte Etna è un vulcano attivo sotto ogni punto di vista.

 

Lo scienziato ha mostrato come la maggior parte delle teorie sui vulcani suggeriscono che il vapore, biossido di carbonio , biossido di zolfo e altri gas che sono intrappolati nel magma vengono rilasciati in aria appena il magma si raffredda e viene espulso dal vulcano. Ferlito sottolinea come l’Etna, per produrre tutto il gas che emette, avrebbe bisogno di quantità di lava fuoriuscite oltre 10 volte superiori a quelle attuali. Da qui nasce l’esigenza di un nuovo modello “Il modello di funzionamento dei vulcani – ci ha spiegato lo scienziato- e della natura e composizione del magma costituiscono il nucleo del mio lavoro. Naturalmente il gas viene da zone profonde del nostro pianeta, ma qui si aprono molti interrogativi ai quali il mio lavoro non può rispondere. Il vulcano con tutto questo gas non può funzionare come si è creduto fino ad adesso ed il mio nuovo modello potrebbe fornire una spiegazione, anche se l’esatta origine dei gas è ancora in parte sconosciuta”.

Il vulcano è considerato come un sistema governato da flussi di gas, calore e magma discontinui e un obiettivo dello scienziato è quello di ribaltare definitivamente l’excess degassing problem: il segreto potrebbe essere tutto in un flusso di gas nascosto nelle camere magmatiche di un maestoso vulcano su un’imperscrutabile isola del Mediterraneo.

 

 

LA GENETICA DELL’ORECCHIO E LA SUA COMPLESSITÀ

Oltre 49 geni sono coinvolti nella determinazione dell’attaccamento del lobo dell’orecchio, insomma un tratto estremamente semplice del nostro corpo vede in funzione una galassia genetica estremamente complessa.
Lo studio ha coinvolto il centro di salute pubblica dell’Università di Pittsburgh, e ha avuto il supporto di varie università Uk e centri di ricerca cinese. I dati sono arrivati da un ampissimo campione di oltre 74.600 persone di discendenza europea, asiatica e latino americana.
I ricercatori hanno studiato due gruppi differenti per identificare i geni utili all’anatomia dell’orecchio: in primo luogo hanno reclutato oltre 10000 persone studiandone il DNA e campionando tutte le informazioni, successivamente i dati sono stati presi dal portale dell’azienda  23andMe, che possiede un enorme database utile per ricerche del genere che richiedono un enorme numero di test.
Quello appena realizzato, e uscito sulla rivista American Journal of Human Genetics, è il più grande studio sulla genetica dell’orecchio mai realizzato.

Il video mostra come un singolo gene può risultare determinante per cambiare l’anatomia del nostro lobo; la ricerca va ad intaccare quella credenza che porta a identificare l’attaccamento del lobo dell’orecchio come un derivato del fenotipo mendeliano. Già nei primi anni ‘40 era stata sottolineata la possibile influenza della genetica in questo campo, oggi abbiamo finalmente più elementi per ricercare soluzioni a malattie che portano a deformazioni dell’orecchio, della bocca e del naso.

 

Crediti video: UPMC

40 ANNI DI MISSIONE VOYAGER, IL NUOVO NUMERO DI COELUM

Dicembre, festività natalizie, fine dell’anno… momento di bilanci. E per quel che riguarda l’astronomia, di certo è stato un anno emozionante e ricco di novità.

Viviamo così rapidamente e la quantità di informazioni che ci investe è talmente grande che alla fine quasi perdiamo la cognizione di ciò che ci circonda o di ciò che è successo… perciò in questo numero abbiamo riepilogato per voi, in un unico e agile articolo, quanto di più interessante e importante è emerso in questo 2017 che sta per chiudersi! Poi potrete approfondire quello che vi siete persi andando a rileggere i vecchi numeri, sempre disponibili! (E sempre gratuiti e a disposizione nel formato che preferite).

Ma la voglia di proseguire il nostro viaggio e il nostro desiderio di spingerci sempre oltre non si fermano mai: conoscere il percorso fatto serve per capire dove ci stiamo dirigendo e, nell’anno del quarantesimo anniversario del lancio, non potevamo dedicare uno spazio importante a due sonde speciali, che hanno fatto del viaggio il loro emblema portandolo nel loro stesso nome: le sonde Voyager. Nello speciale sulla missione ripercorriamo tutte le tappe del viaggio, le scoperte e le domande in attesa di risposta, con tutte le strabilianti immagini (per l’epoca e, in modo differente, anche per oggi) che le Voyager ci hanno inviato. Anche ora, proprio in questo momento, sono là fuori, tra le stelle, proseguendo il loro cammino verso l’eternità.

Rimaniamo poi nelle propaggini più esterne del Sistema Solare per parlare di un altro curioso corpo celeste che abita quelle remote regioni periferiche: il bizzarro pianeta nano chiamato Haumea. Cosa sappiamo di esso? Scopriamo insieme ad Albino Carbognani (Astronomo presso l’Osservatorio della Valle d’Aosta) e Paolo Bacci (Sezione Asteroidi UAI) quali sono le sue peculiarità e gli ultimi sorprendenti risultati ricavati da una rara occultazione stellare, avvenuta proprio all’inizio di quest’anno. Scopriremo come, anche in questo caso, il contributo degli astrofili si sia rivelato molto importante.

Come sempre non è tutto qui, potrete trovare tutti gli ultimi aggiornamenti e notizie di astronomia, astronautica, la guida completa agli eventi e fenomeni celesti del mese…

Buona lettura e Buone Feste da tutta la Redazione!

Articoli in Copertina Coelum Astronomia n. 217 di dicembre 2017

Il viaggio ha inizio ⬥ Giove, al cospetto del Re

L’Incontro con Saturno ⬥ Urano e Nettuno: rotta verso l’ignoto

Il Ritratto di famiglia e il Pale Blue Dot ⬥ La missione Interstellare

Il Golden Record: un Carico Davvero Speciale.

  • Ripercorrendo il 2017. Gli eventi e le scoperte notevoli dell’anno. Il bilancio di un anno segnato da tappe fondamentali nello studio dell’Universo.
  • HAUMEA il Pianeta Nano con l’Anello. Ai margini del Sistema solare c’è ancora spazio per nuove scoperte grazie anche al contributo degli astrofili
  • L’occultazione di una stella da parte di Tritone, satellite di Nettuno, permette di studiarne l’atmosfera.
  • È arrivato ESASky 2.0! Tutte le novità del software gratuito online ESA a disposizione di professionisti e astrofili
  • ASTROFOTOGRAFIA: La LUNA illumina la notte. Fotografia di paesaggio.
  • LUNA: crateri Langrenus, Vendelinus, Petavius, Furnerius
  • Cielo del Mese: tutti i fenomeni celesti di DICEMBRE
  • COSTELLAZIONI: Rafting celeste lungo l’Eridano

Coelum Astronomia è gratuito per la lettura digitale su PC, tablet e smartphone ed è disponibile anche per il download in PDF. Leggilo online gratis: https://goo.gl/tbbkp1

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#DIARIODIBORDO- Fare ricerca all’estero

La maggior parte delle persone che decidono di intraprendere una carriera nella ricerca, si ritrovano ad un certo punto a dover affrontare un periodo di esperienza professionale al di fuori dell’Italia. Questo può avvenire ad ogni stadio della carriera, ad esempio durante il conseguimento di un dottorato di ricerca (il primo passo necessario per poter entrare nel mondo dell’accademia) o una posizione di post-dottorato (un ulteriore perfezionamento della propria capacita di fare ricerca prima di diventare il leader do un gruppo di ricerca o ambire ad una cattedra universitaria), ed il periodo può avere una durata variabile da pochi mesi a vari anni. Vi sono addirittura casi di persone (abbastanza numerosi in verità) che ottengono un lavoro permanente nella ricerca all’estero.

Il mondo della ricerca è internazionale. Questi scambi di persone e conoscenze sono normali, anzi funzionali, al modo in cui la ricerca dovrebbe essere condotta: un libero scambio di idee, informazioni, metodi e risultati. Affinché ciò sia possibile i ricercatori devono poter confrontare le loro esperienze e competenze, e questo è facilitato dal fatto di potersi muovere liberamente e poter condurre le proprie ricerche anche al di fuori del paese di origine. Personalmente, sono ricercatore all’estero da più di sei anni ormai prima in Germania e attualmente negli Stati Uniti, dover confrontarmi ogni giorni con delle realtà completamente diverse da cui ero abituato in Italia ha avuto effetti senz’altro positivi, sia per la mia crescita personale che della mia indipendenza nel fare scienza e confrontarmi con modi di approcciarsi alla ricerca scientifica diversi dal mio.

Prima di descrivere brevemente su come sia fare ricerca all’estero rispetto all’Italia vorrei precisare che sto scrivendo a titolo personale, basandomi sulla mia esperienza diretta e circoscritta al mio campo si studi ossia l’Astronomia. Altre persone, in campi diversi, possono avere avuto esperienze ed una visione di insieme molto diverse dalle mie.

Inizio un po’ controcorrente con una nota riguardo il livello della preparazione fornita dalle università italiane. E’ indubbiamente vero che il sistema universitario “produce” pochi laureati, ma non credo che questo avvenga perché la qualità dell’università è bassa. Anzi ritengo che il livello minimo di competenze l’università italiana richiede sia più elevato rispetto ad altri paesi. Detta in soldoni: i laureati italiani sono bravi e molto, migliori della maggior parte dei pari livello internazionali. In effetti gli studenti italiani, almeno in ambito astronomico, sono molto apprezzati all’estero. L’Italia parte dunque in vantaggio rispetto a molti paesi per quel che riguarda la preparazione dei suoi laureati e una buona preparazione a livello universitario è un pilastro fondamentale per fare ottima ricerca. Purtroppo, però, questo vantaggio non viene capitalizzato quanto meriterebbe.

Nel campo delle scienze astronomiche la ricerca condotta in Italia è ad ottimi livelli. Durante il mio dottorato ho potuto dedicarmi ad un progetto di ricerca che ha prodotto risultati rilevanti e mi ha dato la possibilità’ che il mio lavoro fosse riconosciuto ed apprezzato dalla comunità’ scientifica. La differenza maggiore che però ho notato subito andando all’estero (in Germania) dopo il dottorato è la penuria di risorse con cui in Italia si è “costretti” a combattere. Le risorse per viaggiare (non per andare in vacanza, ma presentare lavori a conferenze, partecipare a meeting di collaborazioni scientifiche, ecc…) sono risicate, e lo stesso dicasi per l’acquisto di materiale per l’ufficio o per creare un gruppo di ricerca (per non parlare degli stipendi…). Anche con gli Stati Uniti il confronto è impietoso: un professore che inizia ha di solito a disposizione un pacchetto di finanziamenti congruo per iniziare a mettere insieme un suo gruppo e portare avanti con più facilità, almeno nei primi anni, i suoi progetti di ricerca. Questa endemica scarsità di risorse spinge molte persone ad abbandonare la ricerca in Italia e portare le proprie competenze fuori. Emblematico è il caso dei grant europei ERC: i ricercatori italiani sono terzi in Europa per numero di grant vinti (in media un progetto ogni 8 viene premiato). Di per sé questo non sarebbe negativo nell’ottica di scambio di conoscenze e competenze nella ricerca a cui accennavo sopra. Purtroppo l’opposto accade molto di rado: ricercatori provenienti dall’estero vincitori di grant non scelgono l’Italia per condurre le loro ricerche. Pertanto non si può parlare di scambio, ma di un sostanziale impoverimento. In queste condizioni competere diventa sempre più’ difficile. Concludendo, la disponibilità’ di risorse incide in modo non marginale sulla possibilità di condurre ricerca ad alto livello ed è quasi incredibile come in Italia, nonostante la costante penuria di finanziamenti, si continui tutto sommato a fare ricerca con standard molto elevati.

L’estero però non è la terra promessa. Le possibilità sono maggiori, è vero, ma maggiori sono anche le pressioni per ottenere risultati ed essere il più produttivi possibile in un mondo, come quello della ricerca, estremamente competitivo nel quale, per eccellere, occorre avere sempre idee nuove ed originali che possano portare a nuove scoperte o a una nuova teoria. Queste maggiori pressioni derivano anche dal modo differente di intendere la ricerca tra gli Stati Uniti e l’Europa e non sempre hanno una ricaduta positiva sulla qualità scientifica dei lavori che vengono svolti. Questo è vero soprattutto negli Stati Uniti dove, purtroppo, il metro di giudizio che viene quasi esclusivamente considerato è il numero di articoli pubblicati. Talvolta la pressione di pubblicare risultati è tale che va a scapito della qualità di un lavoro o di una visione a lungo termine di un filone di ricerca, sacrificate per un ritorno più immediato: un altro articolo pubblicato che poco aggiunge alle nostre conoscenze attuali.

Federico Marinacci

SETTIMANA TRA SCIENZA & COSCIENZA, PRONTI AL LANCIO DEL DIARIO DI BORDO

Oggi vi diamo alcune anticipazioni sulla settimana di Tra Scienza & Coscienza, in particolare per quanto riguarda l’inizio di una nuova avventura.

Il ricercatore Federico Marinacci, originario di un piccolo paese vicino Perugia, trasferitosi dopo la maturità a Bologna per iniziare i suoi studi in astronomia, che attualmente lavora al MIT come post doctoral associates, inizierà il suo diario di bordo sullo stato della ricerca scientifica.

Marinacci ci parlerà non solo delle sue ricerche sull’evoluzione delle galassie, sui campi magnetici galattici e la dinamica dei gas, ma ci spiegherà in un appuntamento tra scienza, romanticismo e attualità, cosa significa per un giovane italiano fare ricerca all’estero. L’appuntamento sarà mensile e sarà sviluppato come un vero diario di bordo sulla ricerca scientifica e sulle sue implicazioni.

Questa settimana non solo questo su tra Scienza Coscienza, ci sarà infatti anche un articolo che spiegherà le funzionalità di  MasSpec pen e delle sue importanti applicazioni durante gli interventi chirurgici.

Nel frattempo godetevi questo video sulle funzionalità di questo incredibile strumento, a domani.

ALLA SCOPERTA DEI CEBI BARBUTI CON ELISABETTA VISALBERGHI

I cebi barbuti tramandano di generazione in generazione i comportamenti derivati dall’uso di strumenti per rompere le noci di palma, lo studio ha ottenuto la pubblicazione e la copertina su PNAS e noi abbiamo parlato, in una breve intervista, con Elisabetta Visalberghi dell’Istituto di scienze e tecnologie della cognizione del Cnr, che ha curato lo studio e si occupa dei cebi da ormai molti anni.

Può presentarci i  cebi barbuti? Quali sono le loro caratteristiche?

I cebi barbuti sono scimmie Platirrine la cui linea evolutiva si è separata da quella umana circa 35 milioni di anni fa. Sono primati di taglia media con un moderato dimorfismo sessuale: le femmine adulte pesano intorno ai 2 kg e i maschi adulti 3,5-4 kg. Hanno una lunga coda semiprensile. Queste scimmie hanno un’elevata destrezza manuale in compiti di manipolazione e un elevato indice di encefalizzazione, vale a dire un cervello più grande di quanto atteso sulla base delle dimensioni corporee.

Durante le varie attività svolte dai membri del gruppo come viene attirata l’attenzione da parte dei membri più inesperti? Può spiegarci questa differenza tra membri esperti e inesperti?

Nessun adulto esperto attira di proposito l’attenzione dei giovani inesperti. Sono questi ultimi che non appena vedono gli adulti fare qualcosa di interessante, si avvicinano, si interessano: se gli adulti usano sassi per rompere le noci la probabilità che i giovani eseguano alcuni comportamenti, come il battere sassi sull’incudine o sopra le noci, aumenta in maniera significativa.

 

Come è stato possibile raccogliere i dati per il vostro studio?

Ci sono voluti anni di osservazioni per capire come i giovani cebi imparano ad usare strumenti. A tal fine abbiamo sviluppato una metodologia in cui un osservatore umano registrava in un data-log il comportamento di un cebo inesperto mentre un altro osservatore registrava quello di individui esperti che si trovavano nel raggio di 10 metri. I due tipi di dati sono stati poi combinati e analizzati congiuntamente.

Come usano principalmente gli strumenti i cebi barbuti?

Il comportamento più frequente e riportato in più popolazioni è l’utilizzo di un percussore per rompere un frutto dal guscio duro. Ad esempio a Fazenda Boa Vista, dove si trova la stazione dove il progetto EthoCebus opera da ormai più di dieci anni (http://www.ip.usp.br/ethocebus/), i cebi usano sassi che a volte pesano anche più di loro stessi per rompere delle noci di palma dal guscio durissimo. Inoltre le femmine per “corteggiare” il maschio usano rami e sassi per toccarlo pur mantenendosi a distanza. In altre località i cebi usano sassi anche per scavare il terreno e bastoni per tirare fuori cibo dalle fessure della roccia o degli alberi. Insomma il loro comportamento è abbastanza vario. Detto questo sembra proprio strano che questi comportamenti siano stati documentati solo in questo millennio.

Come si comportano, dal punto di vista “emozionale”, tra loro i cebi?

 

Le interazioni all’interno del gruppo sono prevalentemente di tipo affiliativo con frequenti comportamenti di gioco e grooming. Il grooming è un’attività che, oltre alla pulizia del pelo, serve come “collante sociale” e permette di creare rapporti positivi con gli altri individui del gruppo.

 

Gianluigi Marsibilio

IL SEGNALE DELLA STELLA ROSS 128 ARRIVATO DA SATELLITI GEOSTAZIONARI

La nana rossa Ross 128 e il suo presunto segnale anomalo hanno infiammato la comunità scientifica per quasi una settimana, ancora una volta però non dobbiamo farci colpire dai facili allarmismi o da dati prematuri: il segnale, che un gruppo di astronomi aveva ricondotto alla stella Ross 128 (nana rossa a circa 11 anni luce di distanza) è stato associato a semplice attività satellitare in orbita. In realtà per gli scienziati le possibilità sull’origine dei segnali si aggiravano su un 50% a testa tra un’attività anomala della stella o un satellite in orbita.

Chiaramente un segnale apparentemente strano fa scattare l’interesse per possibili trasmissioni con chissà quale civiltà aliena. Per ora però niente da fare: il SETI ha concluso che “La spiegazione migliore è che appartengano a satelliti geostazionari”.

 

Sono tanti quelli che ad ogni minimo “segnale” scatenano l’inferno, pronti per scrutare E.T.: questo indica effettivamente quanto il pubblico sia estremente legato ad un tema del genere.

I segnali in origine sono stati captati da Abel Mendez, direttore del laboratorio dell’Università di Puerto Rico, che insieme al suo team stava lavorando a varie ricerche sulle nane rosse, tuttavia è stato lo stesso studioso nella giornata del 21 a smentire ogni strana idea: “La spiegazione migliore è che il satellite sia stato trasmesso da uno o più satelliti geostazionari”.

La spiegazione è importante anche per capire il perché il segnale fosse presente solo al passaggio all’equatore celeste, dove effettivamente i satelliti sono presenti in gran quantità.

 

La telenovela, iniziata praticamente più di una settimana fa dal radio telescopio di Arecibo, sembra finita: i problemi erano legati anche alla mancata ripetizione del segnale, che facevano escludere la possibile presenza di E.T. dietro la rilevazione.

Il team di Mendez ha comunque dichiarato di voler continuare a osservare la stella e magari trovare altri dati sulle possibili anomalie legate all’astro.

 

Il nostro orecchio è teso nello spazio, comunque vada a finire la ricerca sarà fruttuosa e ricca di spunti per migliorare la comprensione diretta di noi stessi.

 

L’ATLANTE DEI PASSI E DELL’ATTIVITÀ FISICA, QUALE PAESE è PIÙ ATLETICO?

1, 2, 3, 4, 5, 10, 100 passi. Non sto per iniziare a cantare nessuna canzone o chissà cosa, sto semplicemente iniziando a contare i passi che state facendo con il vostro smartphone in mano mentre leggete questo articolo.

Una ricerca pubblicata su Nature, redatta dagli scienziati dell’NIH e di Stanford, ha messo in luce le differenze tra oltre 100 Paesi, sulla varia intensità dell’attività fisica, in particolare sull’ampio o meno spettro di passi percorsi a piedi durante una singola giornata. Le cifre sono state raccolte in 111 diversi stati e rielaborate grazie ad un’ applicazione per lo smartphone, precisamente Argus.

Questa è la mappa uscita fuori dalle varie misurazioni del pionieristico studio.

 

La scienziata Grace Peng, direttrice del NIBIB (Computational Modeling, Simulation and Analysis at the National Institute of Biomedical Imaging and Bioengineering), ci ha spiegato come interpretare la cartina facendoci alcuni esempi: “Il Giappone è rappresentato in blu più scuro con 6.000 passi medi giornalieri per gli utenti, mentre l’Arabia Saudita è raffigurata in arancione con 3.500 passi quotidiani medi. Molti paesi sono invece in fasi intermedie rispetto a queste”.

 

Solitamente un minor numero di passi è legato ad una maggiore obesità, la classifica finale elaborata dagli scienziati parla chiaro:

 

 

Rank Country Activity Inequality
1 Hong Kong 22.2
2 China 24.5
3 Sweden 24.6
4 South Korea 24.7
5 Czech Republic 24.8
6 Japan 24.8
7 Singapore 24.9
8 Norway 25.2
9 Ukraine 25.2
10 Netherlands 26.1
11 Spain 26.1
12 Taiwan 26.2
13 Denmark 26.2
14 Russia 26.2
15 Chile 26.3
16 Switzerland 26.3
17 Turkey 26.4
18 Finland 26.6
19 Germany 26.6
20 France 26.8
21 Poland 26.9
22 Brazil 27.2
23 Israel 27.2
24 Thailand 27.2
25 Hungary 27.3
26 Italy 27.5
27 Portugal 27.6
28 Belgium 27.6
29 Mexico 27.9
30 United Arab Emirates 28.1
31 Indonesia 28.3
32 Romania 28.3
33 South Africa 28.4
34 Ireland 28.5
35 Malaysia 28.8
36 United Kingdom 28.8
37 Qatar 29.1
38 India 29.3
39 Greece 29.5
40 Philippines 29.8
41 New Zealand 30.1
42 United States 30.3
43 Egypt 30.3
44 Canada 30.3
45 Australia 30.4
46 Saudi Arabia 32.5

 

 

Gli Usa non godono certo di una situazione vantaggiosa, rischiando delle conseguenze davvero pesanti: “L’inattività fisica aumenta il rischio di molte patologie che portano a condizioni di salute avverse, comprese le principali malattie non trasmissibili come le malattie cardiache, il diabete di tipo 2, i tumori del seno e del colon e inoltre c’è una riduzione generale dell’aspettativa di vita”.

 

Sommariamente si stima che 5,3 milioni di persone muoiono ogni anno per cause associate alla mancanza di attività fisica.

Le varie stime di disuguaglianza tra i vari Paesi sono un problema per le donne, infatti in nazioni con gravi deficit nell’attività fisica le donne hanno sempre problemi a poter svolgere un numero di passi congruo ad un corretto stile di vita.

 

La ricerca svolta mette in luce come lo smartphone può effettivamente essere un dispositivo utile allo studio delle nostre abitudini, aiutando a sviluppare nuovi modelli di città a misura d’uomo e dove è possibile svolgere le attività muovendosi tramite aree pedonali, senza l’utilizzo di mezzi pubblici o privati.

 

Gianluigi Marsibilio

#LIBRODELLASETTIMANA- THE EVOLUTION OF IMAGINATION

Appoggiare il nostro successo evolutivo all’immaginazione e alle capacità creative: ecco lo scopo del libro del brillante filosofo Stephen Asma. Dietro il volume : “The evolution of imagination” c’è proprio il bisogno di comprendere questo motore della creatività, un’immaginazione che è origine della stessa cultura umana. Il punto di vista del filosofo parte da una vera indagine sul come la creatività vada oltre l’esperienza e ci porti a fare qualcosa di completamente nuovo.

Il linguaggio, per lo studioso, viene anticipato dalla facoltà di immaginazione per il filosofo, ma questa grande capacità di poter elaborare i pensieri in codici (quindi tramite un linguaggio) non è una limitazione del linguaggio, che rimane il più grande contributo all’immaginazione e alla fantasia. La componente musicale, vista la passione per il jazz dell’autore, è grande e gli esempi raccontati sono molti, dai freestyle hip hop a Miles Davis, senza dimenticare artisti e filosofi come Aristotele, Freud, Kant.

 

La definizione più bella dell’immaginazione viene offerta quando l’autore la definisce: “the adaptive meeting place between the organism and the environment”.

L’immaginazione viene vista come un motore per la scienza e l’arte, in una delle nostre prime interviste, Amedeo Balbi ci ha raccontato: “La scienza, sia quella sperimentale che teorica, può essere molto creativa, anche se poi le nostre idee devono sempre confrontarsi con la realtà. E senza la capacità di stupirsi non c’è la molla per capire come stanno davvero le cose. Asimov diceva che la frase più entusiasmante nella scienza non è “Eureka!” ma “Che strano!”. Agli scienziati piace risolvere i puzzle”.

Al centro di questo libro c’è proprio questo bisogno di capire da dove ha origine il bisogno di confrontarsi con creatività nei confronti della realtà.

 

Einstein disse: “play is the highest form of research”, in questo volume ricerca, gioco, filosofia e intuizione si mescolano e formano un volume imprescindibile per ricercatori, studenti o semplici curiosi.

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