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tra Scienza & Coscienza

"Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me'' I. Kant

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40 ANNI DI MISSIONE VOYAGER, IL NUOVO NUMERO DI COELUM

Dicembre, festività natalizie, fine dell’anno… momento di bilanci. E per quel che riguarda l’astronomia, di certo è stato un anno emozionante e ricco di novità.

Viviamo così rapidamente e la quantità di informazioni che ci investe è talmente grande che alla fine quasi perdiamo la cognizione di ciò che ci circonda o di ciò che è successo… perciò in questo numero abbiamo riepilogato per voi, in un unico e agile articolo, quanto di più interessante e importante è emerso in questo 2017 che sta per chiudersi! Poi potrete approfondire quello che vi siete persi andando a rileggere i vecchi numeri, sempre disponibili! (E sempre gratuiti e a disposizione nel formato che preferite).

Ma la voglia di proseguire il nostro viaggio e il nostro desiderio di spingerci sempre oltre non si fermano mai: conoscere il percorso fatto serve per capire dove ci stiamo dirigendo e, nell’anno del quarantesimo anniversario del lancio, non potevamo dedicare uno spazio importante a due sonde speciali, che hanno fatto del viaggio il loro emblema portandolo nel loro stesso nome: le sonde Voyager. Nello speciale sulla missione ripercorriamo tutte le tappe del viaggio, le scoperte e le domande in attesa di risposta, con tutte le strabilianti immagini (per l’epoca e, in modo differente, anche per oggi) che le Voyager ci hanno inviato. Anche ora, proprio in questo momento, sono là fuori, tra le stelle, proseguendo il loro cammino verso l’eternità.

Rimaniamo poi nelle propaggini più esterne del Sistema Solare per parlare di un altro curioso corpo celeste che abita quelle remote regioni periferiche: il bizzarro pianeta nano chiamato Haumea. Cosa sappiamo di esso? Scopriamo insieme ad Albino Carbognani (Astronomo presso l’Osservatorio della Valle d’Aosta) e Paolo Bacci (Sezione Asteroidi UAI) quali sono le sue peculiarità e gli ultimi sorprendenti risultati ricavati da una rara occultazione stellare, avvenuta proprio all’inizio di quest’anno. Scopriremo come, anche in questo caso, il contributo degli astrofili si sia rivelato molto importante.

Come sempre non è tutto qui, potrete trovare tutti gli ultimi aggiornamenti e notizie di astronomia, astronautica, la guida completa agli eventi e fenomeni celesti del mese…

Buona lettura e Buone Feste da tutta la Redazione!

Articoli in Copertina Coelum Astronomia n. 217 di dicembre 2017

Il viaggio ha inizio ⬥ Giove, al cospetto del Re

L’Incontro con Saturno ⬥ Urano e Nettuno: rotta verso l’ignoto

Il Ritratto di famiglia e il Pale Blue Dot ⬥ La missione Interstellare

Il Golden Record: un Carico Davvero Speciale.

  • Ripercorrendo il 2017. Gli eventi e le scoperte notevoli dell’anno. Il bilancio di un anno segnato da tappe fondamentali nello studio dell’Universo.
  • HAUMEA il Pianeta Nano con l’Anello. Ai margini del Sistema solare c’è ancora spazio per nuove scoperte grazie anche al contributo degli astrofili
  • L’occultazione di una stella da parte di Tritone, satellite di Nettuno, permette di studiarne l’atmosfera.
  • È arrivato ESASky 2.0! Tutte le novità del software gratuito online ESA a disposizione di professionisti e astrofili
  • ASTROFOTOGRAFIA: La LUNA illumina la notte. Fotografia di paesaggio.
  • LUNA: crateri Langrenus, Vendelinus, Petavius, Furnerius
  • Cielo del Mese: tutti i fenomeni celesti di DICEMBRE
  • COSTELLAZIONI: Rafting celeste lungo l’Eridano

Coelum Astronomia è gratuito per la lettura digitale su PC, tablet e smartphone ed è disponibile anche per il download in PDF. Leggilo online gratis: https://goo.gl/tbbkp1

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LA STELLA ZOMBIE, CAMBIA LA PERCEZIONE SULLE SUPERNOVAE

In una famosa serie TV, che sicuramente alcuni di voi avranno visto, viene detta una frase che suona più o meno così: “I morti quando tornano in vita non fanno razzia nelle dispense”, oggi grazie allo studio della Carnegie Institution for Science, pubblicato su Nature, possiamo applicare questa frase ad una categoria molto particolare di oggetti: le stelle.

Quando una stella arriva a diventare una supernova, sappiamo di trovarci dinanzi ad un evento di fine vita per il corpo celeste e dagli studiosi viene raccolta la luce emessa da queste esplosioni tanto spettacolari quanto importanti dal punto di vista cosmico.
Una stella però ha deviato in modo irreparabile il corso delle ricerche sulle Supernovae: l’astro iPTF14hls è il primo caso di stella esplosa più volte in un periodo di circa 50 anni e come in un film di Romero è tornata dall’aldilà cosmico.

La curiosa e esplosiva stella era stata categorizzata dal team come supernova II-P; la prima anomalia è stata registrata quando il team del Paloma Transient Factory ha rilevato che l’astro che doveva rimanere luminoso, post-esplosione, per circa 100 giorni ha registrato una luminosità intensa per un periodo di oltre 600 giorni.

Continue analisi inoltre mostravano come la graziosa iPTF14hls aveva subito un fenomeno esplosivo già nel 1954, insomma in mezzo secolo è sopravvissuta ed ha avuto la forza di risplodere nel 2014.

Parlando con Iair Arcavi, lo scienziato del Las Cumbres Observatory che ha guidato le analisi e il progetto, abbiamo notato il suo completo stupore sulla faccenda: “Ancora possiamo capire l’importanza di questo evento dato che non riusciamo a capacitarci di come sia stato possibile”. 

Manca effettivamente un chiaro e importante pezzo sull’evoluzione stellare in particolare per quanto riguarda gli astri estremamente massicci che vanno a esplodere nel loro fine vita: “Le teorie attuali- ha precisato Iair – non ci dicono nulla su questo evento”.

Un modello chiamato di instabilità pulsazionale può essere effettivamente ricondotto a questa stella,  gli scienziati infatti pensano che: “Una stella molto massiccia può subire molteplici esplosioni per espellere i suoi strati esterni”.

Cercando di dare una carta d’identità all’astro notiamo come sia 50 volte più massiccio del sole e ricco di idrogeno schizzato via durante l’ultima esplosione, ma questa indicazione fa presagire che la stella originaria (prima della morte numero 1 per capirci) sia stata massiccia ben oltre le 100 masse solari.

“Non abbiamo mai visto questo tipo di esplosione. inizialmente gli spettri ci hanno fatto capire che iPTF14hls facesse parte della Supernova di tipo 2P”, ovviamente dopo la seconda esplosione tutte le idee degli scienziati a riguardo sono andate a farsi benedire.

Lo spettro ottico osservato l’8 gennaio del 2015 mostrava già alcune anomalie, una volta superati i 100 giorni di fase di costante luminosità gli studiosi hanno visto come le caratteristiche spettroscopiche della stella avevano proprietà assolutamente uniche e non riconducibili a nessun precedente storico.

Altra caratteristica molto particolare è racchiusa nella potenza di espulsione del materiale:  il team ha misurato la velocità di espulsione del materiale che è stata calcolata tra i 4000 e 8000 Km al secondo, questa cifra è rimasta molto più alta rispetto ai casi simili osservati in precedenza.

“L’energia richiesta da un processo del genere è molta e noi non siamo sicuri da dove provenga questa potenza” ha concluso Arcavi.

L’osservazione e la catalogazione della Supernova è stata possibile grazie ad uno strumento chiamato Sed che viene utilizzato per classificare tutti gli eventi esplosivi sparsi nel cosmo.

Studiare le esplosioni cosmiche è fondamentale anche per capire l’origine del nostro sistema solare, su questa affascinante anomalia rimarranno per molti anni alcuni dubbi ma forse con il passare del tempo riusciremo ad elaborare modelli adatti a spiegare anche le stelle zombie, trovando una scusa ulteriore per andare al cinema o in un osservatorio per vedere i non-morti e stupirci ancora una volta.

 

Gianluigi Marsibilio

ELT, LA PRIMA PIETRA VERSO UNA NUOVA ERA ASTRONOMICA

L’inizio della costruzione di uno strumento come l’ELT (Extremely Large Telescope) ci fa sempre ben sperare nel futuro dell’astronomia, non solo studiata da strumenti nello spazio, come il prossimo James Webb Telescope, ma anche da osservatori terrestri. A Paranal, nel nord del Cile, è stata posata la prima pietra di un progetto che, una volta concluso nel 2024, avrà questa struttura.

Ecco la struttura di ELT che comincerà la sua attività nel 2024, con alcuni suoi strumenti che saranno attivi solo dal 2025

 

Il Cile ha donato l’area all’ESO e ha esteso i permessi ad un vastissimo campo circostante per evitare ogni futuro possibile inquinamento luminoso o intromissione nell’attività scientifica di ELT.

Il sito di costruzione è stato anche attaccato alla rete elettrica cilena.

Lo specchio principale sarà di 39 metri e permetterà allo strumento di essere il più grande telescopio ottico/infrarosso sulla terra. La cupola che ospiterà lo specchio primario sarà di 85 metri di diametro. Un enorme campo da calcio che ruoterà in base alle esigenze di osservazione.

 

 

Nell’immagine potete osservare la differenza di diametro con i vari specchi di altri telescopi in costruzione in giro per il mondo (ESO)

Proprio pochi minuti fa sono stati inoltre firmati i contratti per la fabbricazione dello specchio primario, a Monaco Di Baviera, presso la sede ESO. Erano presenti tutti i dirigenti delle varie società che cureranno la costruzione di questa meraviglia dell’ingegneria.

 

Complessivamente il sistema ottico dell’ELT  si compone di cinque specchi, ognuno dei quali rappresenta una significativa sfida. Lo specchio primario sarà composto da 798 singoli segmenti esagonali ciascuno dei quali misura 1,4 metri di diametro. I segmenti raccoglieranno decine di milioni di volte più luce come l’occhio umano e permetteranno di compiere osservazioni uniche.

I 798 segmenti esagonali, che insieme costituiscono lo specchio primario dell’ ELT, saranno principalmente composti di un materiale ceramico.

L’occhio più grande della terra verso il cielo sarà puntato tra meno di dieci anni e permetterà di studiare segni di vita, la natura dell’energia oscura e la materia oscura.

Le domande sulla nostra origine potrebbero avere una risposta proprio da quella cupola che rappresenta una speranza per l’intera comunità scientifica.

ONDE GRAVITAZIONALI, IL PUNTO DELLA SITUAZIONE TRA AGGIORNAMENTO DEGLI STRUMENTI E NUOVE TECNOLOGIE

Dove sono finite le onde gravitazionali? Ormai sono passati due anni dal primo storico annuncio e tra una rilevazione e l’altra gli strumenti vanno aggiornati, le tecnologie migliorate e le osservazioni raffinate. Di tutto questo abbiamo parlato con Massimiliano Razzano, ricercatore presso il Dipartimento di Fisica dell’Università di Pisa e dell’INFN-Pisa, e membro della collaborazione internazionale Virgo.

 

– Come si migliora uno strumento come Virgo o Ligo? Cosa cercate nelle nuove tecnologie che applicate agli interferometri?

Gli strumenti attuali, Advanced LIGO e Advanced Virgo, appartengono alla cosiddetta seconda generazione di rivelatori, e avranno aregime una sensibilità di circa 10 volte le versioni precedenti, chiamate LIGO e Virgo. Per migliorare ulteriormente la sensibilità di questi strumenti occorre ridurre al massimo il rumore, cioè le possibili sorgenti si segnale spurio che potrebbero essere confuse con il segnale gravitazionale. Molte sono le nuove tecnologie allo studio, a partire da una maggiore riduzione del rumore sismico alle basse frequenze, del rumore termico e utilizzando laser più potenti, per ridurre il rumore quantistico più importante alle alte frequenze.

– Quali sono le onde gravitazionali più “facili” da captare? Quali oggetti esotici secondo voi potrebbero produrre onde?

E’ sicuramente un campo tutto nuovo, quindi è difficile immaginarsi tutte le sorgenti che potrebbero produrre onde gravitazionali. Quelle più “facili” da rivelare sono le sorgenti per le quali abbiamo delle ragionevoli previsioni sulla forma dell’onda emessa. Una delle tecniche di analisi dati più robuste e sensibili combina infatti i dati raccolti con il modello della forma d’onda attesa, per estrarre in maniera ottimale tutte le informazioni sulla sorgente. Ad esempio nel caso della coalescenza di due stelle di neutroni o buchi neri, la relatività generale ci fornisce gli strumenti per calcolare la forma dell’onda prodotta. A partire da queste previsioni è possibile compiere analisi più sofisticate per estrarre il segnale gravitazionale dal rumore. Ma ci aspettiamo che altri fenomeni celesti possano produrre onde gravitazionali, ad esempio l’esplosione di una supernova. In quel caso però , la rivelazione è più difficile perchè il segnale atteso è più debole e non ci sono ancora modelli teorici per spiegare fino in fondo l’emissione gravitazionale in questi casi. Si tratta tuttavia di un aspetto decisamente interessante, che potrebbe svelarci nuove sorprese sull’Universo gravitazionale.

 

– Abbiamo parlato a fondo delle nuove frontiere dell’astrofisica aperte dalla rilevazione delle onde. Quanto potrebbe aiutare nelle misurazioni avere uno strumento, simile ad un interferometro nello spazio, penso in particolare al programma LISA (eLISA)?

Un interferometro spaziale consentirebbe di andare a esplorare un intervallo di frequenze inferiori a 0.1 Hz molto inferiore a quello visibile con LIGO e Virgo, che sono sensibili all’incirca nella banda 10 Hz – 10 Khz. Per fare un paragone, LISA si confronta con LIGO e Virgo come un radiotelescopio si confronta con un telescopio ottico: entrambi osservano luce, cioè radiazione elettromagnetica, ma di lunghezza d’onda differente. Osservare a frequenze così basse ci permetterà di studiare fenomeni completamente diversi, ad esempio l’emissione di onde gravitazionali da parte di sistemi formati da due buchi neri supermassicci nel nucleo delle galassie.

– Quali sono i maggiori pericoli per uno strumento come VIRGO?

Virgo è uno strumento estremamente sensibile, quindi praticamente tutti i fenomeni fisici naturali, dai microsismi al rumore termico, sono dei “pericoli” che minacciano la rivelazione di segnali gravitazionali. Per questo motivo gran parte del lavoro consiste nel trovare nuovi metodi per abbattere queste fonti di rumore.

– L’ultima domanda è una piccola curiosità sulla vostra vita di scienziati: visto che le onde gravitazionali non vengono captate così spesso dagli strumenti, come si svolge una giornata scientifica di un ricercatore di VIRGO o LIGO?

In realtà uno strumento come LIGO o Virgo richiede un continuo studio, in modo da portarlo ad essere sempre più sensibile. Parte degli sforzi sono ad esempio in questa direzione. C’è poi un’attività di analisi continua dei dati che vengono raccolti, e che si concentrano non solo sui segnali transienti come ad esempio la fusione di due buchi neri, ma anche nel tentare di mettere in evidenza segnali gravitazionali continui, ad esempio dovuti a stelle di neutroni in rotazione oppure al cosiddetto fondo stocastico di onde gravitazionali. Inoltre è presente una continua attività di sviluppo di nuove tecniche di analisi dati, che verranno poi testate sui dati raccolti.

 

Gianluigi Marsibilio

SUPERNOVA LUMINOSA IN NGC 6946, 100 ANNI DOPO LA PRIMA SCOPERTA

Sono passati esattamente 100 anni dalla prima supernova scoperta in NGC 6946, la SN1917A, e in questa stupenda galassia a spirale vista di faccia è stata individuata la decima supernova!

Mai nessuna galassia ha visto esplodere al suo interno un numero così elevato di supernovae conosciute. Questa nuova scoperta è stata realizzata nella notte del 14 maggio dall’astrofilo americano Patrick Wiggins (alla sua terza scoperta) con la supernova che splendeva di mag. +12,8.

NGC6946, che si trova sul confine fra le costellazioni del Cefeo e del Cigno, a circa 20 milioni di anni luce da noi, è conosciuta anche con il nome di galassia “fuochi d’artificio”, sia perché nelle foto a colori sembra di essere davanti a uno stupendo gioco pirotecnico, ma anche grazie a questo elevato numero di esplosioni di supernovae verificatesi al suo interno. Non fa parte del catalogo di Messier, ma per vicinanza e bellezza estetica non ha niente da invidiare alle galassie che ne fanno parte.

Delle precedenti supernovae, oltre alla già citata SN1917A, che fra l’altro è stata scoperta da un certo Sig. George Ritchey, inventore del telescopio Ritchey-Chretien, abbiamo avuto la SN1939C, scoperta da un pioniere della ricerca professionale di supernovae, Fritz Zwicky che fu anche il primo a coniare il termine “supernova”. Poi sono venute la SN1948B, la SN1968D e la SN1969P, scoperta dall’astronomo italiano Leonida Rosino che è stato direttore dell’Osservatorio di Asiago (dopo la sua morte nel 1997, la Stazione Osservativa di Asiago Cima Ekar è stata intitolata alla sua memoria). Ancora la SN1980K, la supernova più luminosa esplosa in NGC 6946, di tipo IIL, che raggiunse la notevole magnitudine di +11,4. Seguirono la SN2002hh e la SN2004et, scoperta dall’astrofilo forlivese di origini toscane Stefano Moretti e la SN2008S.

Delle dieci supernovae nessuna sembra essere stata di tipo Ia (le più luminose). Usiamo il condizionale perché per tre di loro non è stato possibile ottenere lo spettro di conferma, ma la SN1917A, la SN1939C e la SN1969P a cui manca lo spettro, non hanno superato come luminosità la mag.+13. Come noto, invece, le supernovae di tipo Ia raggiungo tutte la stessa luminosità assoluta pari alla magnitudine –19,3; motivo per cui sono utilizzate per calcolare con precisione la distanza delle galassie che le ospitano. NGC6946 ha un modulo di distanza pari a 29 quindi una supernova di tipo Ia dovrebbe raggiungere la mag. +9,7 (29-19,3=9,7), ma nessuna delle dieci supernovae esplose in NGC6946 lo ha fatto.

Tornando alla SN2017eaw, così il nome assegnato all’attuale supernova, nella notte seguente la scoperta tre Osservatori professionali hanno ottenuto lo spettro di conferma. I primi sono stati i cinesi del Lulin Observatory in Taiwan con il telescopio di un metro di diametro, che sono riusciti nell’impresa anche se ostacolati da condizioni meteo sfavorevoli. A distanza di poche ore è arrivato il secondo spettro ripreso sempre da astronomi cinesi del Xinglong Station Observatory con il telescopio da 2,16 metri. Il terzo spettro è stato invece ripreso dall’Osservatorio Roque de los Muchacos a La Palma nelle isole Canarie con il moderno telescopio NOT Nordic Optical Telescope da 2,56 metri.

Grazie a questi spettri è stato possibile classificare la supernova di tipo II giovane che quasi sicuramente evolverà in una supernova di tipo IIP, nello spettro elaborato sono visibili le righe di idrogeno (H-alpha – 6563A, H-beta – 4861A), tipico di questo genere di supernovae. Al momento della scoperta si trovava quindi a circa una settimana prima del massimo di luminosità, con i gas eiettati dall’esplosione che viaggiano a una velocità di circa 14300 km/s.

Con galassie così vicine è spesso possibile individuare la stella progenitore della supernova. Purtroppo non è riuscito a individuarlo, nell’ottico, il telescopio spaziale Hubble ma ci è riuscito nell’infrarosso il telescopio spaziale Spitzer: il progenitore è una supergigante rossa con dimensioni iniziali pari a circa 13 masse solari. È stato quindi chiamato in campo il telescopio spaziale a raggi X Swift che ha osservato per due volte la supernova evidenziando un’emissione a raggi X in incremento fra la prima e la seconda osservazione. Emissioni che non sono state trovate nelle immagini d’archivio prese fra il 2001 e il 2012 dal telescopio Chandra (anch’esso nei raggi X).

Vista la notevole luminosità di questo transiente, si tratta infatti della supernova più luminosa del 2017 esplosa nell’emisfero settentrionale, è possibile effettuare riprese dello spettro anche con strumenti amatoriali. È sufficiente utilizzare un reticolo di diffrazione a trasmissione da 100 linee/mm (star analyzer) e un semplice programma di elaborazione.

Anche se NGC6946 non fa parte del catalogo di Messier, questa è sicuramente una ghiotta occasione per immortalare una luminosa supernova, facile da individuare perché lontana dal nucleo, posta in una stupenda e fotogenica galassia a spirale.

Coelum Astronomia

Crediti foto: NGC6946 di archivio realizzata da Marco Burali Osservatorio MTM con Takahashi RC 300 f7.8 + CCD FLI 1001E per Luminanza tempi di posa 300 minuti e per H-alfa 6nm 300 minuti, per il colore Takahashi TOA 150 f 5.8 + CCD G2 4000 filtri RGB 100+100+100 minuti. Aggiunto segnale supernova ottenuto con 30 minuti di posa con Takahashi TOA 150 f 5.8 + CCD G2 4000.

 

 

VIA LATTEA, IL CUORE ANTICO DELLA NOSTRA GALASSIA

La Via Lattea ha un cuore antico. Le stelle, classificate come RR Lyrae, sono state osservate per la prima volta nel fulcro della nostra galassia, questi astri sono dei veri e propri indicatori connessi all’età del nucleo galattico.

Le rilevazioni sono state rese possibili dal telescopio ad infrarossi VISTA (Visible and Infrared Survey Telescope for Astronomy), gestito dall’ESO.

Il team è stato guidato da Dante Minniti dell’Universidad Andrés Bello, Santiago, Cile.

La posizione degli astri suggerisce che il centro galattico e il suo rigonfiamento siano stati originati da collisioni di ammassi stellari.

Il ricercatore a capo dello studio ci ha guidato alla scoperta del nostro centro galattico.

La tipologia di stella rilevata è sicuramente fondamentale per datare il cuore della Via Lattea, nel caso delle RR Lyrae: “Si tratta di stelle variabili che sono tra le più antiche delle stelle conosciute nell’universo. Sono facilmente riconoscibili a causa delle loro variazioni di luminosità, sono inoltre indicatori eccellenti di distanza, così per noi è facile sapere dove sono”. L’età di questa categoria di stelle si aggira solitamente sui 10 miliardi di anni, da qui possiamo capire l’età d’origine del nostro cuore galattico.

Le loro caratteristiche sono importanti per capire cosa si nasconde nel cuore lontano della nostra galassia: “Sono vecchie e povere di metalli, le stelle più vecchie della nostra Via Lattea. Si trovano  lontane  dal disco galattico, e nei vecchi ammassi globulari”.

Il telescopio VISTA , situato nell’osservatorio del Paranal in Cile, ha in dotazione la camera VIRCAM (Vista InfraRed CAMera), che permette, grazie ai suoi rilevatori a infrarossi, fotografie nello spettro dell’infrarosso, evidenziando anche Nane Brune all’interno della galassia.

Ovviamente tutta l’attrezzatura del telescopio ha aiutato nello studio di stelle così vecchie al centro della galassia: “Questa è la prima volta che rileviamo vecchie stelle nel centro galattico”.

L’implicazione teorica sull’origine del nostro centro galattico, secondo Minniti è la seguente: “Il centro della nostra galassia è molto antico, e deve essere stato formato da collisioni di molti ammassi globulari”.

A spiegare gli studi teorici dietro la rilevazione è stato per noi, l’altro scienziato a capo del progetto: Rodrigo Contreras, dell’Instituto Milenio de Astrofísica.

“Diversi modelli supportano l’idea che le stelle più vecchie della Galassia dovrebbero trovarsi nelle regioni molto centrali delle galassie. Le nostre RR Lyrae, sappiamo per certo abbiano un’età superiore a 10 miliardi di anni, potrebbero essere tra le più antiche stelle in tutta la Galassia”, così ha precisato lo scienziato.

Queste stelle presentano caratteristiche simili alle Cefeidi, infatti mostrano una relazione tra la velocità e il cambio di luminosità. I periodi più lunghi indicano stelle più luminose. Tutto questo è utile per comprendere tempi di variazione e luminosità apparente.

Ora bisogna concentrarsi sulle prove lasciate da questo processo di cluster globulari che si mangiano, Contreras non manca di esprimere alcune preoccupazioni : “Se i vecchi ammassi globulari che formano la regione interna della galassia sono stati assolutamente distrutti nel processo, è piuttosto difficile trovare prove concrete”.

L’astrofisico ha definito le RR Lyrae come una “pistola fumante”, ulteriore prova del cannibalismo galattico.

Ora i modelli o le ipotesi intorno alla formazione e evoluzione del centro galattico sono due: “Uno di loro suggerisce che le stelle nella regione interna sono accresciute grazie al gas dal disco galattico, l’altra invece sostiene la ricaduta di vecchi ammassi globulari verso il centro della Galassia”.

Niente paura, i modelli non si escludono a vicenda: “Abbiamo trovato prove inequivocabili che supportano il secondo modello, perché i nostri RR Lyrae sono molto simili a quelli trovati negli ammassi globulari”.

Il centro galattico, rimane un mistero, e altre prove dovranno essere scovate per una teoria definitiva sulla formazione della nostra Via Lattea.

Gianluigi Marsibilio

Crediti foto: ESO/VVV Survey/D. Minniti

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