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tra Scienza & Coscienza

"Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me'' I. Kant

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SPAZZATURA 2.0, LA SITUAZIONE DEI RIFIUTI ELETTRONICI NEL MONDO

Cristiano Ronaldo, per la vittoria del suo quinto pallone d’oro, è stato premiato in cima alla Torre Eiffel, ma il mondo, nell’anno in cui il campione portoghese è salito sulla prestigiosa cima parigina, ha prodotto ben 4500 equivalenti alla torre francese di scarti e rifiuti elettronici. A riferire tutti i dati recenti sulla creazione di spazzatura 2.0 è il  The Monitor Global E-Waste 2017  rilasciato dall’Unione Internazionale delle Telecomunicazioni (ITU), dall’agenzia delle Nazioni Unite specializzata per la tecnologia dell’informazione e della comunicazione e dall’Università delle Nazioni Unite (UNU).

Il valore generato dal recupero dei rifiuti elettronici (dai frigoriferi, ai televisori, ai pannelli solari e dai PC) ha toccato i 55 miliardi di dollari nel 2016. Gli esperti prevedono un ulteriore aumento del 17% nella produzione degli scarti: si arriverà a 52,2 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici entro il 2021, la più rapida crescita dei rifiuti domestici nel mondo.

Capire la definizione di e-rifiuto o rifiuto 2.0 è abbastanza semplice: il rifiuto elettronico è un’apparecchiatura elettrica o elettronica con parti scartate e senza alcun intento di riutilizzo. I rifiuti elettronici sono anche denominati RAEE e sono divisi in categorie che comprendono schermi, monitor, attrezzature di raffreddamento o congelamento, lampade e attrezzature mediche o GPS.

C’è da specificare che ogni singola categoria di rifiuto elettronico ha uno smaltimento diverso.
Uno studio del genere, come ha detto il Segretario generale dell’ITU Houlin Zao:” E’ fondamentale per i governi in via di sviluppo, in modo da applicare le necessarie strategie di gestione e implementare le politiche per ridurre gli impatti negativi dei rifiuti sull’ambiente”.

I più grandi generatori di rifiuti pro capite sono Stati come la Nuova Zelanda o l’Australia, che producono esattamente 17,3 kg per abitante di rifiuti e di questa grande quantità solo il 6% viene formalmente riciclato.

L’Europa è la seconda potenza in questo campo, con oltre 16 kg di rifiuti per abitante, ma il grande vantaggio del nostro continente è nell’ alto tasso di raccolta, circa il 35%.

Nel corso dei prossimi anni, secondo le analisi, sappiamo che i monitor diminuiranno il loro impatto di oltre il 3%, data l’alta diffusione di schermi piatti dall’impatto più basso.

Alcuni dati messi in luce dalla relazione sono ad esempio che con una popolazione di 7,4 miliardi  sono attivi oltre 7,7 miliardi di abbonamenti ai cellulari mobili. Questo significa che più di 8 persone su 10 sono coperte da un segnale di banda larga. Ovviamente tutti questi strumenti vanno ricaricati e oggi sappiamo che il peso complessivo di tutti i caricabatterie per smartphone e laptop supera un miliardo di tonnellate.

Attualmente il 66% della popolazione mondiale che vive in 67 paesi è coperto da leggi di gestione di rifiuti elettronici nazionali, un significativo aumento dal 44% del 2014.

Con il 53% delle famiglie nel mondo che hanno accesso a internet sarà quindi opportuno avvicinare sempre di più le persone alle politiche di riciclo e rendere consapevoli i Paesi che possono risparmiare danni all’ambiente producendo benessere e un sensibile guadagno.

Gianluigi Marsibilio

ARMI AUTONOME, COSA SONO E COME BLOCCARNE LO SVILUPPO

 

Alcune settimane fa avevamo fatto delle domande ad Alessio Bonfietti per farci spiegare quanto sia importante, in un’epoca di grandi trasformazioni tecnologiche e scientifiche, limitare le applicazioni dell’intelligenza artificiale in determinati settori “a rischio”. Proprio in questa direzione è andata la lettera dell’Istituto Future of Life mandata all’Onu per chiedere un’azione contro le armi autonome. Il professor Bonfietti è stato uno dei firmatari di questa lettera e ci ha mandato un suo pensiero per farci capire l’importanza di questo documento.

 

Le armi autonome sono macchine ( come droni o robot) in grado di prendere decisioni da sole. Le armi autonome letali a cui si riferisce la lettera firmata, sono armi che possono prendere la decisione di uccidere in modo autonomo.
Lo scopo finale della lettera è pertanto quello di accendere un dibattito sulla pericolosità di lasciare decisioni etiche (uccidere o no) ad un computer.
L’intelligenza artificiale non può, ne potrà nel breve periodo (ne vi sono prove che potrà nel lungo periodo) prendere decisioni morali/etiche, poichè non è in grado di sviluppare quella forma di coscienza che differenzia l’essere umano dalla macchina.

L’intelligenza artificiale può aiutare l’uomo a prendere decisioni e può semplificare i lavori più complessi: a livello militare con ricognizioni, identificazioni e supporto a decisioni strategiche/operative. E’ purtroppo molto difficile riuscire a creare una vera e propria regolamentazione in grado di vincolare l’uso dell’AI.
Solitamente l’intelligenza artificiale è un programma software, pertanto è in grado di essere eseguito ovunque vi sia un computer (anche nelle televisioni, lavatrici, frigoriferi, missili, cannoni, droni).

Le tecnologie che fanno parte della branca dell’intelligenza artificiale, per citarne alcune Reasoning, Learning, Planning, sono trasversali ed applicabili pertanto in quasi tutti i contesti.

In futuro (anche se in alcuni ambiti è già presente) le macchine intelligenti si integreranno nella forza lavoro delle industrie andando a supportare l’uomo nel migliore dei modi.
Concludo ricordando una citazione di Patrice Caine, amministratore delegato di Thales, società specializzata proprio nel settore della difesa: “However unpredictable they may be, humans with their consciousness must remain sole masters of their decisions and their destiny.”

RECINZIONI ANTI-IMMIGRAZIONE, IN PERICOLO MIGLIAIA DI SPECIE

La risposta alla crisi dei rifugiati nell’Est Europa è stata rappresentata dal copioso aumento delle recinzioni: 30 mila chilometri di filo spinato e muri sono stati posizionati dal 2015 nella regione eurasiatica. L’effetto provocato dalle barriere non ha solo un impatto umano molto forte, anche la fauna viene pesantemente bersagliata da questi provvedimenti presi dai governi nazionali.

Dopo lunghi decenni di crescita e ripresa della fauna in seguito a accordi ratificati dal 1980 in poi, come la Convenzione sul Commercio Internazionale delle specie minacciate di estinzione (CITES), la Convenzione sulle specie migratorie (CMS) o la Convenzione di Berna sulla conservazione della fauna selvatica europea, il numero degli animali selvatici rischia di nuovo un pesante decremento.

Alcune specie reintrodotte da pochi anni sono minacciate di estinzione, ad esempio il gatto delle montagne tornato sulle Alpi Dinariche nel 1973.

Se le barriere saranno lungo i confini per oltre dieci anni tutta la fauna selvatica potrà essere notevolmente compromessa. Uno studio pubblicato su Plos One ha messo in luce tanti dati interessanti per capire come le recinzioni stiano danneggiando effettivamente l’ambiente. La popolazione degli orsi in Slovenia e Croazia, ora relativamente in buona salute, potrebbe nel corso degli anni completamente impoverirsi, nella ricerca gli studiosi affermano: “La recinzione – riferita al caso ungherese- è in diretto conflitto con uno dei principali obiettivi della strategia dell’UE sulla biodiversità fino al 2020 e della strategia per le infrastrutture verdi dell’UE, volti a ripristinare e mantenere la connettività habitat per una vasta gamma di specie”.

L’allarme, come indicano i ricercatori, è chiaro: “Se la recinzione diventa una caratteristica permanente può annullare decenni di conservazione e gli sforzi di collaborazione internazionale”.

Il documento vuole far partire una riflessione all’interno della comunità di biologi, che devono elaborare una risposta chiara a problemi del genere.

Gli scienziati, che hanno coordinato il lavoro, non dimenticano di chiarire che in alcuni casi le recinzioni possono involontariamente aiutare alla conservazione, creando spazi con un impatto umano minimo, agevolando persino la ricostituzione della fauna selvatica per alcune specie.

Nel 1992 la direttiva HABITAT è stata introdotta dall’UE con lo scopo di proteggere la fauna selvatica in via d’estinzione. Oggi l’insieme di norme che hanno guidato il recupero dei grandi carnivori e di molte altre specie è sotto attacco e i ricercatori sono chiamati a trovare soluzioni immediate e politicamente efficaci.

 

 

 

 

 

AIDS, LO STATO DELL’EPIDEMIA

Le morti a causa dell’AIDS sono diminuite costantemente dal 2005: in un decennio, grazie alla terapia antiretrovirale e al miglioramento delle condizioni sanitarie, in molti paesi colpiti sono stati abbattute di quasi un milone di unità le vittime della sindrome.

A preoccupare rimane ancora il numero di contagi che, nonostante le numerose misure di prevenzione, resta piuttosto stabile con quasi 3 milioni di nuovi casi.

Tutto questo viene fuori dal rapporto del Global Burden of Disease Study 2015 che ha analizzato la situazione anche in Paesi dove solitamente è molto difficile reperire i dati. Per avere stime complete su nazioni africane, molto colpite dal Virus, la ricerca si è basata sulll’incidenza di dati provenienti da cliniche prenatali e le indagini di sieroprevalenza basate sulla popolazione”.

I Paesi più colpiti dall’AIDS rimangono quelli africani. Proprio in queste settimane è stata pubblicata un’inchiesta sulle cause della trasmissione dell’HIV in Sud Africa: la causa principale, secondo una ricerca sostenuta dal Pulitzer Center on Crisis Reporting, è legata ai rapporti sessuali che uomini adulti hanno con le giovani sudafricane, tutto questo instaurebbe un circolo vizioso che, nel corso degli anni, ha portato la patria di Nelson Mandela ad un’epidemia senza precedenti.

Il Sud Africa è il Paese con la maggiore epidemia del mondo di AIDS, sono oltre 7 milioni i malati su un totale nel mondo di 36.7 milioni.

L’aspettativa di vita, grazie alle terapie, è aumentata nel periodo 2005-2015 di quasi dieci anni; il numero delle infezioni, dopo una flessione avuta intorno al 2008-2009 è tornato a salire negli ultimi anni.

Nel Paese solo alcuni dei farmaci antiretrovirali disponibili sono forniti gratuitamente attraverso il sistema sanitario del paese, e le visite non sono frequenti come quelle effettuate nei reparti occidentali; tutto questo non permette, anche se con condizioni sanitarie migliorate, un totale controllo del virus.

Il numero di morti a livello globale è sicuramente sceso, anche se in alcune zone, come l’Africa Sub-Sahariana, è tornato dopo alcuni anni a salire drasticamente.

Ad oggi comunque le misure attivate sono importanti: i programmi di cura e prevenzione hanno avuto risultati particolarmente positivi in Africa: in Kenya la trasmissione per via sessuale è passata dal 27% del 2013 al 3%; in Botswana programmi di educazione nelle scuole hanno diminuito di oltre l’8% la probabilità di contrarre l’AIDS e in alcuni paesi delle Americhe sono stati installati centri appositi per la prevenzione.

Nel nostro paese si registrano circa 1000 decessi l’anno, l’Italia rimane il paese più contagiato dell’Europa occidentale. Gli italiani sieropositivi sono circa 140 mila e oltre il 15% di questi non ha dei controlli regolari, aumentando la possibilità di trasmissione.

Ad oggi la fondazione Bill e Melinda Gates sta finanziando molte ricerche per studiare al meglio le cause sociali dell’AIDS ed attuare metodi efficaci di prevenzione.

Prevenzione, diagnosi tempestiva, costi ridotti o annullati per le terapie e controllo sistematico della malattia porteranno, come auspica l’UNAIDS (United Nations Programme on HIV/AIDS), alla sconfitta della malattia entro il 2030.È questo il momento per continuare a sviluppare la ricerca.

Gianluigi Marsibilio

LE STATISTICHE SUL PESCATO GLOBALE: ANCORA TROPPE LACUNE NEI DATI

Circa il 30% del pesce cacciato, annualmente, non è segnalato dai dati ufficiali elaborati dalla FAO, la colpa sarebbe di alcuni fattori quali: la pesca illegale e di sussistenza.

Un team di ricercatori provenienti da diverse parti del mondo ha deciso di approfondire le statistiche dell’organizzazione, con uno studio:Catch reconstructions reveal that global marine fisheries catches are higher than reported and declining“, valutando anche il prodotto della caccia di piccola scala, ovvero quella dei pescatori che lavorano in proprio, e la pesca illegale. I risultati sono stati riportati nella rivista Nature Communications.

La Food and Agricolture Organization of the United Nations (FAO) aveva cercato di fare una stima riguardo l’argomento, secondo i ricercatori però l’errore più grande commesso dall’agenzia delle Nazioni Unite è stato quello di incentrare la ricerca sulle grandi industrie, attribuendo valore zero a tutti i dati non noti.

La FAO aveva calcolato una pesca media annua di 77 milioni di tonnellate tra il 1950 e il 2010. Il nuovo studio ha affermato che in realtà vengono cacciati circa il 50% di pesci in più rispetto a quanto riportato dall’organizzazione, per un totale di circa 109 milioni di tonnellate l’anno. Le stime sono ancora incerte in quanto sarebbe impossibile calcolare precisamente il prodotto di ogni singolo marinaio che lavora per il proprio sostentamento, soprattuto nei paesi meno sviluppati.

Il pesce rimane uno dei principali alimenti non solo per i paesi più sviluppati ma soprattutto per gli stati più poveri, perchè ricco di nutrienti e facilmente reperibile. In Paesi come gli USA, la domanda è superiore a quella che è l’offerta, questo ha portato diverse conseguenze: l’importazione dei prodotti, flotte industriali straniere orientate all’esportazione che svolgono la loro attività nelle acque di Paesi non industializzati, pesce che diventa una merce globalizzata, scambiata e venduta in nazioni in cui non è stata catturata, attività di piccola scala si trovano a competere con quelle che sono le grandi aziende.

Molte persone nei Paesi in via di sviluppo basano la propria sussistenza e la propria occupazione sulla pesca.”: questo è quanto dichiara Daniel Pauly, colui che ha guidato la nuova ricerca. Inoltre aggiunge e augura che, con dati più precisi, gli stati possano migliorare la gestione delle grandi industrie della pesca per tutelare la condizione dei pescatori di sussistenza.

Diletta Tatonetti

AIDS: IL 2030 SARÀ L’ANNO DELLA VITTORIA?

La medicina ha fatto passi da gigante, tuttavia non esiste ancora una cura capace di debellare il virus. Gli scienziati affermano che entro il 2030 l’umanità riuscirà a distruggere l’HIV

”Il mondo avrà sconfitto l’AIDS entro il 2030” questo è l’obiettivo di Michel Sidibé, presidente dell’UNAIDS (United Nations Programme on HIV/AIDS). La giornata per la lotta all’AIDS si è celebrata il primo dicembre e per l’occasione proprio l’agenzia per lotta e prevenzione a questa malattia ha rilasciato un rapporto: ”On the Fast-Track to end AIDS by 2030: Focus on location and population”.

Oltre 15,8 milioni di pazienti hanno accesso alle cure, nel 90% dei casi i trattamenti risultano efficaci e i malati riescono a controllare la malattia. Sidibè nel report scrive: ”Oggi abbiamo molte opzioni per fare prevenzione, il migliore sviluppo dei dati a nostra disposizione ci fa trovare giuste opzioni di prevenzione per le persone adatte”. I dati sono migliorati negli ultimi vent’anni: alla fine del 2014 il numero di nuovi infetti era sceso di oltre il 35% dal 2000 e i decessi causati sono crollati di oltre il 42% dal 2004.

I programmi attivati hanno avuti risultati particolarmente positivi in Africa: in Kenya la trasmissione per via sessuale è passata dal 27% del 2013 al 3%; in Botswana programmi di educazione nelle scuole hanno diminuito di oltre 8% la probabilità di contrarre l’AIDS e in alcuni paesi delle Americhe sono stati installati centri appositi per la prevenzione.

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Nel nostro paese si registrano circa 1000 decessi l’anno, l’Italia rimane il paese più contagiato dell’Europa occidentale. Gli italiani sieropositivi sono circa 140 mila e oltre il 15% di questi non ha dei controlli regolari, aumentando la possibilità di trasmissione.

Per battere l’AIDS entro il 2030 siamo sulla buona strada: ”Ogni cinque anni vediamo raddoppiare il numero delle persone sottoposte alle cure salvavita” così il direttore dell’UNAIDS esprime la sua gioia per l’efficacia delle cure. La ricerca non smette di essere fondamentale per distruggere il virus, un team di ricercatori della Rockefeller University di New York ha individuato la molecola che permette la duplicazione dell’HIV ed è riuscita a stoppare questo processo di crescita del virus.

La battaglia, come ricorda il rapporto, ha come orizzonte il 2030. I miglioramenti potranno essere controllati anno per anno da enti di ricerca e dall’UNAIDS, per debellare completamente il numero di nuove infezioni tutti sono d’accordo: bisogna insistere sulla prevenzione.

 

Gianluigi Marsibilio

COP21: UN PIANETA DA SALVARE

Inizia oggi a Parigi la Conferenza Mondiale sul clima (Cop 21), un evento coordinato dalle Nazioni Unite. E’ il XXI incontro tra potenze per parlare del futuro e della sostenibilità del pianeta Terra

Alla conferenza saranno presenti oltre 150 capi di stato. L’obiettivo è chiaro: raggiungere un accordo giuridicamente vincolante sulle emissioni dei gas serra e riuscire a contenere entro 1,5 gradi centigradi l’innalzamento delle temperature dall’era pre-industriale. La storia delle conferenze internazionali sul clima inizia nel 1992 a Rio de Janeiro. L’approccio delle nazioni fu confuso, ma si cominciò a parlare di questi temi poiché le ricerche scientifiche stavano facendo emergere una realtà preoccupante legata alle emissioni di gas.

Nel 1997 viene firmato il protocollo di Kyoto: il problema principale legato a questo accordo è stato l’inesistenza di un vincolo a rispettare i patti di diminuire del 5% le emissioni, inoltre l’accordo non venne ratificato nè dai paesi in crescita, nè dagli Usa e nemmeno dalla Russia, che firmò solo nel 2004. L’ultimo incontro in ordine di tempo si svolse a Copenaghen nel 2009, il vertice però si dimostrò fallimentare a causa di mancati accordi sui problemi discussi.

A Parigi si arriva con la prospettiva di creare qualcosa che abbia come orizzonte il 2030, l’Unione Europea si è portata avanti impegnandosi a ridurre del 40% i propri dati sulle emissioni. La consapevolezza su questo vertice è diversa rispetto agli altri appuntamenti, Obama e i suoi consiglieri hanno ripetuto più volte che stavolta non si può più sbagliare.

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I punti principali da discutere sono: fissare un tetto sul riscaldamento globale con un aumento massimo di 1,5-2 gradi centigradi, ridurre le emissioni entro il 2050 del 40-70% e avere un accordo tra nazioni che sia vincolante e preveda sanzioni, creare un borsino annuo di circa 100 miliardi per permettere lo sviluppo dei Paesi in difficoltà e incentivare le rinnovabili.

Il 2015, secondo le stime degli scienziati, sarà l’anno più caldo mai registrato sul nostro pianeta, i dati sono arrivati proprio alcuni giorni fa e caricano di ulteriori responsabilità i rappresentanti dei paesi e delle organizzazioni internazionali.

Gianluigi Marsibilio

RICERCA SCIENTIFICA: IN ITALIA SIAMO ANCORA INDIETRO

Sono stati divulgati i risultati di uno studio che analizza la realtà della ricerca scientifica a livello globale: il rapporto evidenzia uno scenario per l’Italia non molto confortante

La ricerca nell’Unione Europea è in grande sviluppo nell’area baltica: il numero di studi per milione di abitante cresce sempre di più in paesi come Danimarca, Svezia e Finlandia;  se l’Italia rimane indietro con un rapporto di 941 ricerche per milione di abitanti, la vetta invece spetta ai danesi con un numero di 2.628 indagini. Questi dati emergono dal rapporto: ”UNESCO Science Report”, che è stato rilasciato in occasione della giornata :”Scienza per la Pace e lo Sviluppo”; lo studio ha coinvolto oltre 60 esperti che hanno analizzato lo stato della scienza in ogni regione del mondo.

”Il ruolo della ricerca”, dice Irina Bokova, direttore generale UNESCO, ”è per la prima volta riconosciuto come parte per lo sviluppo”; l’ultima pubblicazione di un rapporto simile risale al 2010, le rilevazioni ottenute da questo studio saranno fondamentali per compilare ”2030 Agenda for Sustainable Development”, questo documento sarà basilare per dettare le linee guida della ricerca per il prossimo decennio.

Le pubblicazioni scientifiche nello scorso anno sono aumentate: il numero di articoli ammonta a 1.270.425, nell’unione europea sono stati redatte circa 498.000 ricerche, mentre nelle Americhe circa 417.000. L’Europa resta la regione più prolifica per i ricercatori, con una percentuale che tocca il 22,2% anche perchè in alcuni paesi come la Finlandia e la Danimarca i budget messi a disposizione dai governi crescono annualmente.

appunti ricerca studiosi

La Cina è notevolmente cresciuta dal punto di vista dello sviluppo scientifico: nel paese asiatico viene infatti prodotto il 19% degli studi, inoltre secondo le stime nel 2019 il dragone rosso sarà il paese che investirà maggiormente in ricerca e sviluppo. Buone notizie arrivano dall’Africa, grazie all’incremento di oltre il 60% della propria produzione scientifica nel periodo dal 2008-2014; questi notevoli miglioramenti hanno permesso lo sviluppo del settore agricolo e un’ importante crescita nel settore delle geo-scienze.

Analizzate nel rapporto anche le singole realtà aziendali, per l’Unione Europea osserviamo che le industrie più potenti nel settore della ricerca e dello sviluppo sono le tedesche, infatti al vertice ci sono Wolksvagen, Bmw e Daimler, mentre per l’Italia sono inserite nelle tabelle Finmeccanica e Telecom Italia. L’obiettivo è chiaro: il mondo ha bisogno di sviluppo e innovazione per superare difficoltà dovute all’eccesso di sfruttamento di risorse, l’UNESCO indica la strada della sostenibilità come quella da seguire.

Gianluigi Marsibilio

70 ANNI DI ONU, ARRIVANO LE “PIETRE DELLA PACE”

Davanti al Palais de Nations un’opera d’arte per ricordare i 70 anni dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite

Centonovantatre pietre adagiate su un prato. Un’opera d’arte con un doppio obiettivo: avviare il mondo sulla strada della concordia, dell’unità, della pace, e per ricordarci che non ci può essere futuro senza l’impegno di tutti per raggiungere un nuovo livello di civiltà. Le Nazioni Unite compiono 70 anni e Michelangelo Pistoletto le celebra con “The Rebirth”, nuova versione del suo Terzo Paradiso, carica di significati e nello stesso tempo di speranza. “Ognuno di noi si deve sentire parte di un disegno comune”, esorta in un’intervista l’artista che solo pochi mesi fa ha offerto a Milano, per Expo, la sua “Mela Reintegrata”.

Inastallata sul Parco Ariana, davanti al Palais de Nations, la scultura, donata dall’autore attraverso la mediazione del Governo italiano, è stata inaugurata a Ginevra. Ma l’incontro con la gente c’era stato già prima, seguito con trepidazione appassionata da Pistoletto che ha curato come sempre ogni particolare della realizzazione, dalla scelta delle pietre al loro modellamento fino al posizionamento sull’erba, una accanto all’altra per disegnare i tre cerchi del simbolo che riconfigura il segno matematico dell’infinito, il “simbolo della rinascita – dice Pistoletto -. Un triplice cerchio che è simbolo di nascita perché i due cerchi esterni rappresentano elementi diversi, anche contrari, che devono trovare il modo di connettersi per sviluppare una nuova situazione, qualcosa che non esisteva”.

Pistoletto, The Rebirth, Onu

“L’arte ha sempre avuto una funzione simbolica. In questo caso – sottolinea l’autore -, il simbolo è la ragione stessa delle Nazioni Unite, questo mettere insieme tante nazioni ma anche tante contrapposizioni, per creare una situazione nuova, una nuova società”. Dunque “una speranza per tutti, e in qualche maniera un impegno, perché ognuno di noi si deve sentire come parte di un grande disegno comune”. The Rebirth nasce quindi proprio come simbolo per i 70 anni dell’Onu, nel segno di un nuovo inizio.

Un’opera che diventa emblema di rinascita che incarna lo scopo e la missione delle Nazioni Unite: la ricerca di un equilibrio tra idee divergenti, la creazione di un nuovo mondo di armonia attraverso un dialogo tra gli opposti, l’ispirazione a governare e fare politica secondo modelli alternativi, la promozione di uno sviluppo inclusivo e sostenibile. Nasce da qui l’idea delle pietre, tutte diverse, eppure tutte vicine. Pietre che arrivano dai vari paesi del mondo, “scelte per le loro caratteristiche naturali, ognuna diversa per aspetto e per colore”. A rappresentare l’Italia una pietra bianca di Carrara. Su ognuna è inciso il nome della nazione che rappresenta. Il terzo paradiso, ovvero quel mondo più sostenibile che dovrà nascere dall’incontro di natura e artificio, da oggi è forse un po’ più vicino.

Fabio Beretta

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