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"Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me'' I. Kant

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COLUMBUS, JOULE E FEYNMAN- ANNIVERSARI SCIENTIFICI DEL 2018

Quest’anno ricorrerà il decimo anniversario del modulo Columbus, presente tutto ora sulla Stazione Spaziale internazionale.
Il laboratorio è stato fondamentale per l’agenzia spaziale europea e rappresenta un esempio unico nel suo genere, rimanendo la vera pietra angolare del contributo ESA al laboratorio orbitante.
Un ambiente del genere consente agli astronauti di lavorare in totale sicurezza e tranquillità, con i suoi 4 metri e mezzo di diametro consente uno spazio perfetto per esperimenti di microgravità.
Nel Columbus, costruito a Torino, ci sono 5 ISPR e all’esterno vari attracchi e punti di aggancio.

I laboratori Tranquillity e Harmony, che compongono sempre la ISS, insieme a Columbus, furono completati a settembre del 2001 e lanciati tutti nel tra il 2008 e 2010.
Come ricordato dal sito web Science News ci sono altri e importanti appuntamenti da segnare sul calendario degli anniversari scientifici nel 2018.

Il primo anniversario da segnare sul calendario riguarda il venticinquesimo anno dall’invenzione del teletrasporto quantistico: Charles Bennett dell’IBM mostrò venticinque anni fa, in una riunione a Seattle nel marzo del 1993, la sua teoria del teletrasporto quantistico. Pochi giorni dopo uscì su Physical Review Letters un articolo in cui veniva mostrato il primo esperimento sul tema.

Su questo argomento si è sempre sbizzarrita la fantascienza, ma esattamente 25 anni fa due particelle sono state fatte interagire tramite teletrasporto quantistico, integrando per la prima volta scienza e fiction.

Altra data estremamente importante da segnare riguarda il duecentesimo compleanno di James Joule, nato il 24 dicembre 1818.
Il fisico è famoso per gli innovativi studi in termodinamica e oggi viene ricordato tramite una delle unità di misura più famose nella fisica, il Joule. Da notare come lo scienziato che ha portato nei laboratori innovativi strumenti non aveva alcuna formazione scientifica formale ma era semplicemente dotato di un acume sperimentale fuori da ogni logica comune.

Sempre per rimanere nel campo della fisica, nel 2018 saranno celebrati i 100 anni dalla nascita di Richard Feynman sicuramente uno dei fisici e scienziati più anticonformisti nella storia della scienza. Diventato celebre anche grazie a dei lavori con la NASA ha guadagnato un premio nobel nel 1965 per la formulazione della teoria dei campi quantici e per lo studio innovativo nella meccanica quantistica.

Ignaz Semmelweis, nato il primo luglio 1818, rappresenta un esempio anche poco conosciuto di scienziato che ha portato l’uomo e l’idea di salute pubblica verso una modernità senza precedenti.

Semmelweis ha inventato una soluzione per la pulizia delle mani dopo le autopsie, riducendo drasticamente il tasso di morte febbre puerperale, inoltre bisogna sapere che all’ungherese dobbiamo uno dei gesti più comuni della nostra quotidianità, lavarsi le mani. La pratica è infatti stata introdotta da lui prima di operazioni, in particolare per parti e altre procedure invasive.
Segnalateci anche voi alcuni anniversari che ritenete fondamentali per la storia della scienza, noi pubblicheremo un memorandum ad ogni segnalazione che arriverà sulla pagina Facebook o sulla nostra mail.

LA STAMPA 3D STA RIVOLUZIONANDO LA MEDICINA

 

Abbiamo più volte parlato dell’enorme potenziale della stampa 3D nel campo della medicina.

Le tecnologie connesse alla stampa 3D stanno effettivamente cambiando il panorama delle operazioni chirurgiche, ampliando le possibilità di ricreare tessuti umani o di avere protesi personalizzate e su misura o addirittura la capacità di riuscire a produrre dei farmaci personali, in base alle varie patologie.

Un nuovo studio dell’Università di Melbourne ha messo in luce in  quali potrebbero essere i grandi vantaggi della stampa 3D applicata in medicina, facendo un’analisi completa in base a vari settori che già oggi sono influenzati dalle varie tecnologie.

Il documento è stato scritto da Jasmine Colle-Black e da Jason Chuen e pubblicato sul Medical Journal of Australia.

In base a quello che hanno analizzato i ricercatori, attualmente sono 5 i settori al centro di questa rivoluzione e oggi già si riesce, seppur in minima parte, a osservare i benefici di questi cambiamenti.

Il primo settore ad essere influenzato sarà quello del bioprinting ovvero, si riuscirà a stampare degli organi umani o comunque dei tessuti tramite tramite il 3D.

Attualmente si riesce a costruire degli organoidi, che riescono ad imitare su una scala molto piccola gli organi e le loro funzioni, abbiamo visto ad esempio il caso del cuore costruito con una particolare fibra,  proprio sul nostro sito alcune settimane fa.

Stampare un vero e proprio organo umano comunque rimane molto complesso dato che è molto difficile tenere in vita le cellule durante il processo di stampa, tuttavia rimane assolutamente plausibile la possibilità di sostituire dei tessuti in grado di eseguire funzioni di base di un organo.

La medicina di precisione è un altro settore in cui si potrebbe verificare grandi miglioramenti: molte persone soffrono di una serie di disturbi e dipendono da varie pillole prese in tutta la giornata ma una singola compressa può effettivamente, secondo Chuen e la sua collega, sostituire tutto il fabbisogno di medicine di una singola persona. Una “polipillola” stampata in 3D potrebbe contenere 3 o più farmaci, un esempio è stato già testato per pazienti con diabete e ipertensione.

Anche i chirurghi potrebbero beneficiare di questi modelli 3D che porterebbero ad uno studio più veloce degli interventi, riducendo i problemi durante le operazioni e anche la permanenza nelle sale operatorie.

La stampa 3D, già usata da alcune persone per creare delle piccole protesi amatoriali per gli animali domestici, potrà essere utilizzata per creare una vera rivoluzione nella personalizzazione delle protesi. Tramite lo studio dei modelli infatti i chirurghi sarebbero capaci di evitare alcuni passaggi nelle sale operatorie adattando direttamente le protesi ad un singolo paziente.

I ricercatori comunque hanno avvertito nel loro paper che bisognerà stare molto attenti a garantire un controllo sulla qualità dei prodotti finali, che siano farmaci o protesi.

Permettere un’assistenza medica veloce e personalizzata è quello che serve alla medicina oggi, tuttavia bisogna portare i medici a stare al passo con tutte queste tecnologie, altrimenti una rivoluzione del genere passerà come un capitolo totalmente incompreso della storia della medicina e tutte le tecnologie rimarranno non sfruttate da dottori e pazienti.

Gianluigi Marsibilio

 

Crediti foto:  Austin Health 3D Medical Printing Laboratory via U. Melbourne

HIV, PIANI SANITARI E PREVISIONI GLOBALI

Le cure primarie per l’HIV sono fondamentali per salvare vite umane: una diagnosi precoce riduce mortalità, probabilità di trasmissione e relativi costi per la sanità. Werner Leber e i suoi colleghi hanno pubblicato su The Lancet HIV un nuovo studio contenente una proposta per incentivare la prevenzione nei piccoli centri medici e nelle cittadine. I casi di HIV se diagnosticati presto e con un tempestivo trattamento permettono alle persone con HIV di avere una aspettativa di vita normale e ridurre le possibilità di essere infette, ad oggi circa 18.000 persone nel solo Regno Unito non sanno di avere l’HIV.
Lo studio ha mostrato come per estendere il programma alle aree più remote con l’aiuto delle autorità locali, dal punto di vista economico c’è bisogno di quattro milioni di sterline l’anno.
Su the Lancet è stato esaminato come in un quartiere londinese come Hackney c’è un’incidenza di 8 su 1.000 adulti affetti da HIV: la pratica di capillarizzazione del controllo ha portato ad un tasso di diagnosi quattro volte più ampio.
Per la diagnosi, come ci ha spiegato Leber, ci sono molti problemi: “In primo luogo, i pazienti possono non voler andare dal loro medico per paura di discriminazione da parte del medico/infermiera o dalla loro comunità una volta effettuata la diagnosi”. La colpa però è anche del personale sanitario che spesso: “Non offre il test perché si pensa che i pazienti non vogliano sottoporsi al test”, sempre a causa di lacune sanitarie e educative: “molti medici non offrono test perché non hanno ricevuto una formazione o denaro di uno specialista HIV”.
Lo screening ha vari effetti importanti ed è inteso come processo. Un’operazione del genere significa intervenire in un determinato ambiente con pazienti spesso ad alto rischio. Lo screening è anche un criterio che rende responsabili le istituzioni nei confronti dell’HIV: “Per lo screening devono essere soddisfatti certi criteri, come fornire informazioni sul servizio ai pazienti, valutare e monitorare il servizio e garantire della qualità. Ovviamente, i governi sono riluttanti a farlo perché costa soldi e risorse extra (personale)”.
Come ci ha spiegato lo studioso: “ Il costo medio di un trattamento perenne di un paziente, con una diagnosi effettuata all’età di 20 anni, è di circa 300.000 sterline. Tuttavia, questa cifra finirà per scendere dato che i farmaci antivirali generici sono sempre più disponibili sul mercato”.

Il costo che gestisce un programma di screening, come quello presentato dallo studio, è di circa £ 50.000 per una cittadina (di circa 250.000 abitanti) all’anno. Il costo di un solo test HIV è compreso tra £ 5 e £ 10.

La storia contenuta nello studio di The Lancet è un esempio di come sia imprescindibile far lavorare insieme governi, istituzioni locali e pazienti per migliorare complessivamente i servizi e allungare la vita delle persone.
In Italia i controlli sono gratuiti nelle strutture pubbliche, come specifica il centro nazionale dell’Istituto Superiore di Sanità: “Nelle strutture pubbliche, il test è gratuito, come specificato dal Decreto Ministeriale del 1° Febbraio 1991, che individua le malattie che danno diritto all’esenzione dal ticket”.
L’AIDS attraverso l’infezione da HIV ha portato più di 35 milioni di morti, oggi circa 37 milioni ne sono affetti e molti di loro non ne sono effettivamente consapevoli.

L’editoriale uscito su Science spiega che: “Gli attuali sforzi ridurranno le nuove infezioni del 90% nel corso del prossimo decennio, ma ci saranno ancora 200.000 nuove infezioni ogni anno”. Oltre 40 milioni di persone vivranno con l’HIV, siamo ancora nel mezzo di una guerra.
Gianluigi Marsibilio

L’ATLANTE DEI PASSI E DELL’ATTIVITÀ FISICA, QUALE PAESE è PIÙ ATLETICO?

1, 2, 3, 4, 5, 10, 100 passi. Non sto per iniziare a cantare nessuna canzone o chissà cosa, sto semplicemente iniziando a contare i passi che state facendo con il vostro smartphone in mano mentre leggete questo articolo.

Una ricerca pubblicata su Nature, redatta dagli scienziati dell’NIH e di Stanford, ha messo in luce le differenze tra oltre 100 Paesi, sulla varia intensità dell’attività fisica, in particolare sull’ampio o meno spettro di passi percorsi a piedi durante una singola giornata. Le cifre sono state raccolte in 111 diversi stati e rielaborate grazie ad un’ applicazione per lo smartphone, precisamente Argus.

Questa è la mappa uscita fuori dalle varie misurazioni del pionieristico studio.

 

La scienziata Grace Peng, direttrice del NIBIB (Computational Modeling, Simulation and Analysis at the National Institute of Biomedical Imaging and Bioengineering), ci ha spiegato come interpretare la cartina facendoci alcuni esempi: “Il Giappone è rappresentato in blu più scuro con 6.000 passi medi giornalieri per gli utenti, mentre l’Arabia Saudita è raffigurata in arancione con 3.500 passi quotidiani medi. Molti paesi sono invece in fasi intermedie rispetto a queste”.

 

Solitamente un minor numero di passi è legato ad una maggiore obesità, la classifica finale elaborata dagli scienziati parla chiaro:

 

 

Rank Country Activity Inequality
1 Hong Kong 22.2
2 China 24.5
3 Sweden 24.6
4 South Korea 24.7
5 Czech Republic 24.8
6 Japan 24.8
7 Singapore 24.9
8 Norway 25.2
9 Ukraine 25.2
10 Netherlands 26.1
11 Spain 26.1
12 Taiwan 26.2
13 Denmark 26.2
14 Russia 26.2
15 Chile 26.3
16 Switzerland 26.3
17 Turkey 26.4
18 Finland 26.6
19 Germany 26.6
20 France 26.8
21 Poland 26.9
22 Brazil 27.2
23 Israel 27.2
24 Thailand 27.2
25 Hungary 27.3
26 Italy 27.5
27 Portugal 27.6
28 Belgium 27.6
29 Mexico 27.9
30 United Arab Emirates 28.1
31 Indonesia 28.3
32 Romania 28.3
33 South Africa 28.4
34 Ireland 28.5
35 Malaysia 28.8
36 United Kingdom 28.8
37 Qatar 29.1
38 India 29.3
39 Greece 29.5
40 Philippines 29.8
41 New Zealand 30.1
42 United States 30.3
43 Egypt 30.3
44 Canada 30.3
45 Australia 30.4
46 Saudi Arabia 32.5

 

 

Gli Usa non godono certo di una situazione vantaggiosa, rischiando delle conseguenze davvero pesanti: “L’inattività fisica aumenta il rischio di molte patologie che portano a condizioni di salute avverse, comprese le principali malattie non trasmissibili come le malattie cardiache, il diabete di tipo 2, i tumori del seno e del colon e inoltre c’è una riduzione generale dell’aspettativa di vita”.

 

Sommariamente si stima che 5,3 milioni di persone muoiono ogni anno per cause associate alla mancanza di attività fisica.

Le varie stime di disuguaglianza tra i vari Paesi sono un problema per le donne, infatti in nazioni con gravi deficit nell’attività fisica le donne hanno sempre problemi a poter svolgere un numero di passi congruo ad un corretto stile di vita.

 

La ricerca svolta mette in luce come lo smartphone può effettivamente essere un dispositivo utile allo studio delle nostre abitudini, aiutando a sviluppare nuovi modelli di città a misura d’uomo e dove è possibile svolgere le attività muovendosi tramite aree pedonali, senza l’utilizzo di mezzi pubblici o privati.

 

Gianluigi Marsibilio

IL SISTEMA SANITARIO USA E I POTENZIALI EFFETTI DELLE NUOVE POLITICHE SULL’IMMIGRAZIONE

Il sistema sanitario degli Stati Uniti rischia di rimanere colpito dalle politiche contro l’immigrazione. Oltre il 16% degli operatori sanitari e il 25% dei medici negli USA sono nati all’estero e più del 24% dello staff impegnato in programmi di ricerca o specialistici proviene da altri paesi.

Gli Stati Uniti nel corso degli anni hanno subito un drastico ridimensionamento interno in termini di personale addetto al settore sanitario: nel 2025, secondo uno studio di Center for Workforce Studies , la domanda sarà superiore all’offerta di oltre 125.000 unità.

 

La situazione quindi vede ¼ di tutto il personale medico proveniente dall’estero che ha frequentato scuole di medicina al di fuori del Paese.

Negli Stati Uniti c’è una media di 7.3 dottori per 100.000 abitanti, in Italia superiamo gli 11 medici per lo stesso numero di cittadini.

 

Il ruolo di questi professionisti si fa particolarmente importante nelle cure dei malati psichiatrici o altri settori delicati: un terzo delle donne, di origine straniera, sono impiegate in occupazioni di assistenza sanitaria come in reparti di maternità, psichiatria o di assistenza domiciliare; le donne native invece sono principalmente infermiere ma il loro numero scende anno dopo anno.

Al contrario, i loro colleghi maschi sono più propensi a lavorare come medici e chirurghi (32 per cento) o come tecnici sanitari (19 per cento).

La composizione degli occupati è costituita principalmente da uomini e donne provenienti dall’Asia (41 per cento); seguita dall’America Latina (escluso il Caraibi) (18 per cento); Caraibi (17 per cento); del Nord America (Canada e Bermuda), Europa e Oceania (14 per cento); e l’Africa (10 per cento).

Come abbiamo precisato le mansioni coperte dagli stranieri sono spesso molto importanti, ad esempio nei centri di trapianto il 30% non proviene dagli Stati Uniti.

Dalle nazioni coinvolte dal ban emesso provengono oltre 8000 medici che lavorano stabilmente nelle strutture sanitarie del Paese.

Uno studio dell’Harvard Medical School attesta come ci sia un problema di visti, per i sette paesi coinvolti, anche per oltre 80 studenti che sono già nei college e per oltre 1000 con una borsa di studio in fase di approvazione.

I medici già in azione hanno avuto una formazione avvenuta nel 13.3% dei casi in India ma anche in Pakistan con una percentuale del 5.9%.

Il divieto o ban è di soli 90 giorni ma con delle future politiche di immigrazione potranno essere colpiti settori importantissimi, come spesso accade in casi del genere la scienza dimostra di trovare nella pluralità una forza e non una debolezza.

Gianluigi Marsibilio

 

 

 

Fonti articolo: http://jaoa.org/article.aspx?articleid=2213422, https://data.oecd.org/chart/4JWk, https://fivethirtyeight.com/features/trumps-new-travel-ban-could-affect-doctors-especially-in-the-rust-belt-and-appalachia/, https://newsatjama.jama.com/2017/03/08/jama-forum-immigration-reforms-potential-effects-on-us-health-care/

ALLA SCOPERTA DEI SUPERBATTERI, L’OMS STILA UN ELENCO DEI MAGGIORI PERICOLI

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato, nei giorni scorsi, il primo elenco di agenti patogeni, identificati come superbatteri, ritenuti pericolosi. Nella lista vengono citate 12 famiglie di batteri giudicate dagli esperti con tre categorie di priorità: critica, alta e media.

Nel 2016 la World Health Organization ha parlato di resistenza agli antibiotici definendola: “Una delle più grandi minacce per la salute globale”.

 

Antibiotici.jpg

 

 

 

La lista è stata varata durante una riunione dei membri delle Nazioni Unite dello scorso autunno: la preoccupazione maggiore legata ai superbugs è legata ai pochi antibiotici in commercio o in sperimentazione utili a trattare e eliminare i batteri.

Nell’elenco sono inseriti anche gli Enterobacteriaceae, soprannominati “batteri incubi” perché presentano una grande resistenza ad antibiotici e potrebbero potenzialmente provocare una serie di infezioni mortali.

Le politiche suggerite dalla WHO in questo campo vanno dal miglioramento della sorveglianza delle infezioni da superbatteri alla divulgazione del maggior numero di informazioni sull’impatto della resistenza agli antibiotici.

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Come spesso accade l’organismo umano diventa resistente agli antibiotici a causa di carni provenienti da animali tempestati da medicinali, proprio per questo la Norvegia ha tagliato drasticamente l’uso degli antibiotici nel salmone, alimento chiave per il Paese.

Le principali cause di resistenza secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità sono prescrizioni in eccesso di antibiotici, trattamento errato da parte dei pazienti, sfrenato utilizzo di medicinali in allevamenti di carne e pesce, mancanza di sviluppo di nuove ricerche, scarsa pulizia di ospedali e luoghi pubblici e scarsa igiene da parte delle persone.

Ecco la lista compilata dalla WHO:

Priorità 1: Critica

1. Acinetobacter baumannii
2. Pseudomonas aeruginosa
3. Enterobacteriaceae

Priorità 2: Alta

4. Enterococcus faecium
5. Staphylococcus aureus
6. Helicobacter pylori
7. Campylobacter spp.
8. Salmonellae
9. Neisseria gonorrhoeae

Priorità 3: Media

10. Streptococcus pneumoniae
11. Haemophilus influenzae
12. Shigella spp.

 

 

Gianluigi Marsibilio

Foto copertina: Center For Disease Control

Foto articolo: WHO

AUTISMO, NUOVI ELEMENTI SULLE CAUSE SCATENANTI

Una grande novità nella ricerca sull’autismo è arrivata in settimana grazie ad uno studio pubblicato su Nature guidato dalla ricercatrice Heather Cody Hazlett del Dipartimento di Psichiatria della University of North Carolina.

Lo studio è stato effettuato su 106 neonati ad alto rischio, a causa di un componente famigliare effetto da autismo, e su 42 infanti a basso rischio. La ricerca ha evidenziato come a cavallo tra i 12 e i 24 mesi di vita i bambini, che poi svilupperanno l’autismo, subiscono un accrescimento nel volume del cervello.

Nelle famiglie con un membro già affetto da autismo c’è una possibilità di 1 su 5 di riavere altri figli colpiti da questo disagio.

Lo studio ha evidenziato che i caratteristici deficit sociali dell’ ASD emergono tra l’ultima parte del primo anno di vita e il secondo. La Hazlett ci ha chiarito l’importanza della ricerca: “Abbiamo trovato nei bambini che hanno sviluppato l’autismo all’età di due anni, delle dimensioni maggiori del cervello. Questo allargamento del cervello è avvenuto nel secondo anno (quindi tra i 12 e i 24 mesi di età) ed è stato associato all’emergere di deficit sociali. Osservando il cervello nel primo anno, abbiamo scoperto che questo allargamento è stato preceduto da una superespansione della superficie del cervello che stava accadendo tra i 6 e i 12 mesi di età”.

Il risultato, comunque importante, raggiunto dal team è stato ottenuto con l’ausilio della MRI (Risonanza magnetica) che è stata fatta sui bambini ai 6, 12 e 24 mesi.

Nei neonati con diagnosi di autismo si è osservata una crescita legata in particolare alle aree connesse al trattamento delle informazioni sensoriali.
Lo studio non è ancora completo sotto ogni punto di vista, infatti la ricercatrice ci ha precisato che per rispondere alla domanda sulle effettive peculiarità di un cervello affetto da autismo, c’è bisogno ancora di tempo. Il numero di bambini analizzati è ancora minimo e ci sarà bisogno di ripetere più volte lo studio per confermare i risultati e ampliare la nostra conoscenza dell’autismo.
Si dovrà continuare a indagare per capire sempre più i marcatori legati all’autismo per prevenirlo e capirlo in fondo.

Gianluigi Marsibilio

UN NUOVO MODELLO PER LO STUDIO DELLE MALATTIE, BIG DATA E MEDICINA

Un nuovo modello matematico per lo studio delle malattie complesse è stato elaborato da Stephen Thurner e colleghi dell’Università di Vienna: scopo principale del loro approccio è scoprire la causa della malattia, che può ritrovarsi in fattori genetici o ambientali.

 

Fornire un trattamento di successo con dei pazienti affetti da malattie croniche presenta una grande difficoltà, stabilire il fattore del morbo è chiave: “Si possono fare due cose – ci ha dichiarato Thurner- se si conosce la malattia si conoscono quali farmaci non funzionano, evitando approcci dannosi. L’altra cosa è più scientificamente accurata, una volta scoperta l’origine del disagio si passa al trovare medicine e progettare una cura: rispetto a quando si è ciechi sull’origine, questo percorso è molto più facile”.

L’obiettivo dello studio è anche quello di capire le cause di malattie multifattoriali come diabete, asma e altre patologie.

La banca dati della MedUni di Vienna ha permesso di incrociare i dati e stabilire un indice “genetico”: se l’infermità ha un elevato punteggio le probabilità che sia di origine genetica sono maggiori.

 

Thurner ci ha spiegato il rapporto tra i farmaci e la ricerca effettuata dal team: “Lo studio dimostra che i farmaci di più recente sviluppo si concentrano sulle malattie con origine genetica. Questo può significare che è più facile sviluppare farmaci per malattie del genere, ma bisogna stare attenti a questa conclusione”.

 

Una comprensione del morbo ci da una possibilità di cura superiore, lo studio indica anche come sia estremamente difficile trovare una malattia causata, contemporaneamente, da un meccanismo ambientale e genetico.

 

 

Nei prossimi anni la matematica e i big data sono destinati a cambiare per sempre la comprensione della medicina e Thurner ci spiega perché: “Ci auguriamo che questo sia un inizio di un nuovo modo di fare medicina. Per la prima volta attraverso big data e la matematica possiamo analizzare il paziente studiando le cause molecolari della malattia, tutto ciò rende possibile vedere ciò che sta realmente accadendo in ogni pazienti”.

Anche il modo di assumere farmaci cambierà, si potrà controllare come: “Stanno lavorando” e sarà possibile studiare una malattia a 360 gradi.

 

 

Gianluigi Marsibilio

(Per ulteriori informazioni qui c’è il paper su Scientific Reports)

LO STRESS DI IERI COMPROMETTE LA DIETA DI DOMANI

I benefici di una dieta priva di grassi saturi possono essere annullati dallo stress del giorno precedente.

La ricerca “Depression, daily stressors and inflammatory responses to high-fat meals: when stress overrides healthier food choices”, pubblicata su Molecular Psychiatry lo scorso 20 settembre, evidenzia come agenti stressanti tipici della vita quotidiana originino nell’organismo umano, e specialmente in quello femminile, reazioni biologiche simili in seguito al consumo di un pasto ricco di grassi saturi, oppure di uno preparato con grassi salutari.

L’indagine si è occupata dell’infiammazione, una risposta biologica normale alla base dei processi fisiologici e patologici, ma che diventa pericolosa se si trasforma in un fenomeno cronico. La scienza sta cercando il nesso fra l’infiammazione cellulare e malattie comuni come tumore, diabete, depressione o problemi cardiovascolari.

58 donne, con età media di 53.1 anni, sono state sottoposte a un esperimento dal team della Prof.ssa Janice Kiegolt-Glaser, Direttrice dell’Ohio State University’s Institute for Behavioral Medicine Research. Divise in due gruppi, le partecipanti hanno assunto due tipi di colazione: il primo gruppo ha optato per un tipico pasto da fast food, carico di grassi saturi e preparato con burro; il secondo, invece, ha provato gli stessi cibi, ma cucinati con olio di girasole e altri grassi insaturi. Questi ultimi sono grassi contenuti in alimenti sani per l’organismo, alla base della dieta mediterranea: olii vegetali, pesce, noci e nocciole.

In seguito, attraverso l’analisi del sangue delle partecipanti, sono stati tracciati i cambiamenti di quattro indicatori dell’infiammazione. I valori registrati sono più alti nelle donne del primo gruppo rispetto alle altre: niente di nuovo, poiché l’assunzione di grassi saturi è collegata ad un aumento dell’infiammazione cellulare.

Ma questa differenza è stata annullata se le donne hanno accusato stress nel giorno precedente l’esperimento. Infatti, nei casi in cui sono presenti agenti stressanti significativi nella vita della partecipante, gli indicatori raggiungono gli stessi livelli in entrambi i gruppi. Inoltre, nelle donne con casi di depressione cronica negli anni passati, non si verifica il normale cambiamento nella pressione sanguigna in seguito all’assunzione di un pasto.

Cosa possiamo dedurre? Lo stress non è un buon alleato nel tentativo di avere una dieta sana ed equilibrata. Anzi, annulla gli effetti benefici derivanti dall’eliminazione dei grassi insaturi. Lo stress di ieri non permette all’organismo di funzionare correttamente, generando una reazione a catena che potrebbe portare all’infiammazione cronica dei tessuti. Una dieta ricca di alimenti buoni non basta per prevenire malattie cardiovascolari, diabete e altri fenomeni patologici. Fare attenzione alle dosi quotidiane di stress a cui si è sottoposti potrebbe migliorare la dieta e, di conseguenza, la nostra salute.

Gaia Di Federico

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