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tra Scienza & Coscienza

"Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me'' I. Kant

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UN MARE NON SOSTENIBILE

Il mare è una vera fucina dello schiavismo: a farlo presente grandi inchieste uscite su NYTimes, Guardian e altri importanti testate internazionali. In settimana un articolo pubblicato su Science da vari istituti e ricercatori di enti e associazioni ha evidenziato l’esigenza di cambiare rotta a questo sfruttamento selvaggio di uomini che, attraverso 22 ore di lavoro spesso mal pagate, si aggiunge ad una cattiva condotta in mare che porta ad uno abuso di pesca dei frutti di mare.

Le tre priorità messe in luce dal documento vanno dalla tutela dei diritti umani, la dignità e il rispetto per l’accesso alle risorse; e la garanzia di uguaglianza e opportunità eque a beneficio; migliorando il cibo e il mantenimento di sicurezza.

Il Dr. Cisneros-Montemayor ha spiegato il senso di queste priorità: “Gli oceani sono l’ultima grande fonte di cibo selvatico per gli umani, ma sono molto meno regolamentati dei sistemi di terra,ad esempioil settore dei frutti di mare è incredibilmente complesso e difficile da governare. La ricerca scientifica moderna tende ad essere molto specifica, ma la pesca e il settore frutti di mare coinvolgono molteplici aree ecologiche e sociali, quindi è difficile visualizzare l’intero settore e le sue problematiche”.

L’idea comunque di sviluppare una politica di comportamento per il trattamento dei lavoratori e dello sfruttamento dei mari è un archetipo comune in questi ultimi anni: su Marine Policy, è uscito uno studio di vari autori dell’Università di Washington, l’University of British Columbia e Stanford University, che hanno analizzato la situazione del mare da un punto di vista ecologico e sociale. La ricerca, guidata da Cisneros- Montemayor e altri è una naturale prosecuzione di questi studi.

La sfida rimane l’eccesso di pesca, stiamo catturando semplicemente troppi pesci per continuare con questi ritmi.

“Il problema è che meno pesci ci sono- ha dichiarato Cisneros- Montemayor – più la capacità di pesca (tramite reti e barche più grandi) aumenta nell’oceano, questo significa che la quantità di pesce diminuisce sempre di più”.

Trovare soluzioni adatte agli ecosistemi più influenzati dai cambiamenti climatici è fondamentale per un rinnovamento nel settore del lavoro e ambientale.

 

I frutti di mare sono molto ricercati in alcuni mercati, l’idea migliore è: “Dare incentivi ai vari sistemi per essere più sostenibili, sia che si tratti di proprietà su risorse o altre fonti di reddito che si basano su ecosistemi sani (come l’ecoturismo)”. I benefici delle risorse devono essere distribuiti e ben studiati perché se ricadono su pochi, aumenteranno il tasso di pratiche di pesca illecite e conflitti sociali.

Solo negli USA la pesca genera 200 miliardi di dollari e anche con un leggero calo del profitto del pescato è fondamentale trovare soluzioni. Convincere i pescatori a ottenere benefici attraverso la cura della risorse è la sfida dei prossimi anni: “Se loro pescano in modo sostenibile, ma qualcun altro va a prendere i loro pesci, questo sistema sarà fallimentare”.

Anche le grande aziende vanno monitorate e controllate per far in modo che riescano ad applicare le leggi nazionali ed internazionali. L’OHI (Ocean Health Index), eleborato dall’UC di Santa Barbara sta dipingendo tramite i Big Data un quadro scientifico per monitorare la salute degli oceani del mondo.

La speranza è quella di valutare 220 paesi costieri per una grande scorpacciata di dati, lo sforzo sta occupando più di 30 scienziati e centinaia di database colmi di dati.

Il trend generale è esente da miglioramenti nell’oceano e non c’è nemmeno alcun peggioramento grave: punteggi per ciascun obiettivo vanno da 0 a 100, e il quarto punteggio consecutivo globale è di 71, e mentre l’oceano è rimasto stabile, la sua condizione è lontana dal 100 desiderato che indicherebbe piena sostenibilità.
Oceani, frutti di mare e sostenibilità, quale futuro per le acque del mondo?

COME RISPONDE LA FAUNA MARINA ALLE ESTRAZIONI DI MANGANESE?

C’è stato un forte aumento, negli ultimi anni, nell’interesse per l’estrazione di manganese dalle acque profonde. Molti imprenditori infatti stanno chiedendo informazioni all’ISA (Autorità Internazionale dei fondali marini) per le licenze d’esplorazione: per la comunità scientifica è importante accertare le condizioni di base e definire i tipi di disagi che potrebbero portare queste estrazioni, chiamate anche coltivazioni, dal punto di vista ambientale.

Il verbo “coltivare” è utilizzato tanto in agronomia quanto in mineralogia per indicare l’estrazione di materiali da cava o miniera. I “noduli di manganese” sono aggregati polimetallici di circa 20 cm di lunghezza a forma di patata che ricoprono circa il 75% dei fondali oceanici.

Lo studioso Daniel O. B. Jones, dell’Università di Southampton, e il suo team hanno trattato con una pubblicazione su Plos One, il tema delle conseguenze dal punto di vista ambientale dello sfruttamento, sempre più intensivo, di questa risorsa.

 

Gli effetti della coltivazione di noduli polimetallici sono ancora poco conosciuti.

Il team di ricercatori ha preso in esame un arco di tempo di 7 anni dopo un primo input o disturbo rappresentato da una coltivazione in dieci siti offshore. I risultati della ricerca pubblicata da PLOS indicano come gli effetti maggiori sulla fauna marina siano visibili nell’immediato, nel lungo termine le conseguenze tendono a scomparire, con una lenta ma costante ripresa della normale attività biotica.

 

La più grande riduzione di densità in una popolazione marina, è stata registrata nella macrofauna di Polychaeta (una classe di anellidi marini, che comprende circa 13.000 specie) del sito JET, nel Pacifico settentrionale.

Le macrofaune a carattere sessile (ancorate al fondale) che vivono più profondamente nei sedimenti sono quelle che hanno subito, soprattutto nel sito INDEX, una minore riduzione di densità. Per quanto riguarda il maggiore calo di diversità invece si è avuto, sempre a ridosso del disturbo, nel sito DISCOL dove la ricchezza di megafauna ha avuto cambiamenti in negativo sia per quanto riguarda gli organismi sessili che quelli motili.

 

Ci sono anche eccezioni al modello generale di riduzione di densità dovute ad un disturbo simulato di estrazione mineraria: nel sito BIE – esistono due gruppi di macrofauna che mostrano addirittura un aumento di densità: i Polychaeta, popolazione già citata in precedenza, e i crostacei Isopoda. Giusto per dare un po’ di numeri: isopodi e policheti rappresentano, rispettivamente, il 24% ed il 52% della fauna presente nei “siti di controllo”, con i primi che costituiscono addirittura il 44% del totale dei crostacei.

Gli isopodi, invece, esprimono una densità relativamente bassa nei campioni raccolti prima e dopo l’esperimento (<10 individui a campione) mentre i policheti rimangono relativamente numerosi (28-35 indivudui a campione). Nel sito DISCOL la macrofauna ad echinoidi ed ofiuroidi (due classi di Echinodermi) aumenta anch’essa in densità. Nel sito JET i crostacei sono stati rilevati come più presenti in densità immediatamente dopo il disturbo rispetto ai dati raccolti due anni dopo.

In alcuni siti il recupero non è stato rilevato nemmeno a distanza di quattro anni.

I noduli di manganese, come il tellurio della Tropic Seamount (a largo delle Canarie) o le Terre Rare, sono elementi di grandissima importanza strategica per l’uomo, dato il loro utilizzo nelle tecnologie che usiamo ogni giorno. Ma la domanda è sempre quella: possiamo rendere sostenibile un tale sfruttamento di risorse?

Camillo Affinita

LA GRANDE BARRIERA CORALLINA, L’INARRESTABILE SBIANCAMENTO DEI CORALLI

Le temperature record tra il 2015 e il 2016 hanno creato un nuovo fenomeno di sbiancamento dei coralli tra gli abissi della fascia tropicale. Il grande patrimonio rappresentato dalla barriera corallina è stato pesantemente minato, e come hanno sottolineato su Nature i ricercatori guidati da Terry Hughes dell’Australian Research Council Centre of Excellence for Coral Reef Studies, non basterà fermare la pesca o ridurre l’inquinamento in alcune zone dell’oceano.

Il primo evento di sbiancamento documentato è stato registrato nel 1980, grazie al coordinamento di satelliti che scandagliavano le temperature e la superficie dei mari.

Noi abbiamo parlato con Andrew Hoey, scienziato proveniente dal Center of Excellence for Coral Reef Studies, che ci ha confermato la delicatezza della situazione: “La circostanza più preoccupante è la crescente frequenza di eventi massicci di sbiancamento, ciò significa che il tempo in cui le barriere possono recuperare è in rapido declino”.

I reef hanno tempi molto ampi per ricostituirsi: “Almeno 10-15 anni per recuperare da eventi del genere”, in due anni per la GBR ci sono stati due casi ugualmente drammatici che rischiano di minare per sempre almeno una parte della barriera.

I 2300 km di GBR sono stati influenzati da vari fattori e oggi la regione settentrionale è una delle più colpite. Attualmente le soluzioni per cambiare la situazione, come ci ha testimoniato il ricercatore, servirebbero politiche di protezione massicce : “Lo sbiancamento è indissolubilmente legato ai cambiamenti climatici – ha continuato Hoey – noi dobbiamo tenere la grande barriera corallina, e anche le altre negli abissi del pianeta, intatte. Le azioni più efficaci possono essere locali, come il miglioramento della qualità dell’acqua o la protezione di alcuni pesci, ma il nostro lavoro ha dimostrato che tutto ciò non è abbastanza”.

Il futuro delle barriere è legato ad una gestione efficace di parchi marini e interventi urgenti per ridurre il riscaldamento globale.

Facendo un piccolo passo indietro. Come si è arrivati ad avere dei cimiteri di coralli sbiancati? Hoey è sicuro su questo: “I cimiteri bianchi sono stati creati in realtà da una risposta dei coralli alle alte temperature delle acque, quando il calore si alza i coralli vengono stressati e espellono piccoli impianti unicellulari (zooxantelle) che solitamente vivono nel loro tessuto. Le zooxantelle conferiscono ai coralli i loro colori caratteristici, ma una volta espulsi il tessuto del corallo in sé è trasparente e proprio per questo si può vedere lo scheletro bianco sotto. Gli organismi non solo forniscono ai coralli il loro colore, ma forniscono anche la nutrizione”.

Molti funzionari in giro per il mondo si stanno adoperando per riprendere in mano la situazione, la Grande Barriera Corallina è un patrimonio assoluto e come ha ricordato lo scienziato: “Sostiene numerose industrie e vale miliardi per l’economia australiana”.

La bellezza dei coralli è economica, scientifica e naturale; la perdita di un simile patrimonio a chi conviene?

Gianluigi Marsibilio

ABBRONZATURA SPAZIALE, UN VIAGGIO A COLPI DI FOTONI

Nella sua tela Edward Hopper ritrae una donna davanti alla finestra intenta ad osservare e prendere il sole, tuttavia sia la musa che il pittore statunitense non sapevano una cosa: in quella luce, ripresa anche nel quadro, è presente una quantità enorme di fotoni proveniente dall’universo profondo.

morning

L’estate è per noi sinonimo di mare e sole, ma badate bene: quando siete spiaggiati sul vostro lettino venite bombardati da 1036 fotoni, i pacchetti di particelle pronti ad abbattersi contro la vostra pelle provengono principalmente dal sole, tuttavia una ricerca pubblicata oggi sull’Astrophysical Journal ha messo in luce la provenienza di un trilione di particelle che collidono con la nostra pelle: l’origine di questi fotoni è da ritrovare in nuclei stellari e galassie lontane dalla nostra Via Lattea.

Ad aver guidato lo studio è stato l’astronomo dell’University of Western Australia Simon Driver. La ricerca è stata possibile grazie alle osservazioni raccolte da vari strumenti come il Galaxy Evolution Explorer (NASA), il telescopio ad infrarossi Wide-field Infrared Survey Explorer (NASA), l’Herschel Space Observatory dell’Agenzia Spaziale Europea, il telescopio spaziale Hubble e altri,

Nel comunicato stampa dell’ICRAR (Centro Internazionale per la Ricerca Radio Astronomica) lo studioso ha parlato dell’origine di queste particelle: “ Siamo inondati dalle radiazioni provenienti da oltre la nostra galassia, chiamata la luce di fondo extra-galattica. Questi fotoni sono coniati nei nuclei stellari delle galassie lontane, e dalla materia come spirali in buchi neri supermassivi”.

L’universo stesso ci protegge dalla lunghezza d’onda elevata di questa luce ultravioletta, attraverso una barriera naturale costituita dai grani di polvere che abbattono la pericolosità di questa luce.

Per renderci conto della mole di particelle provenienti dal sole e dall’universo ecco un piccolo chiarimento: dal Sole provengono 1,000,000,000,000,000,000,000 fotoni per metro quadrato al secondo; 10,000,000,000,000,000 fotoni per metro quadrato al secondo sono i residui del Big Bang; 10.000.000.000 di fotoni per metro quadrato al secondo dallo sfondo extra-galattico.

Se state leggendo queste cifre sotto l’ombrellone probabilmente avrete un leggero mal di testa: tranquilli, non è un’ insolazione fotonica ma è solo una temporanea confusione dovuta alla lettura di queste enormi quantità difficilmente immaginabili.

 

Gianluigi Marsibilio

 

LE STATISTICHE SUL PESCATO GLOBALE: ANCORA TROPPE LACUNE NEI DATI

Circa il 30% del pesce cacciato, annualmente, non è segnalato dai dati ufficiali elaborati dalla FAO, la colpa sarebbe di alcuni fattori quali: la pesca illegale e di sussistenza.

Un team di ricercatori provenienti da diverse parti del mondo ha deciso di approfondire le statistiche dell’organizzazione, con uno studio:Catch reconstructions reveal that global marine fisheries catches are higher than reported and declining“, valutando anche il prodotto della caccia di piccola scala, ovvero quella dei pescatori che lavorano in proprio, e la pesca illegale. I risultati sono stati riportati nella rivista Nature Communications.

La Food and Agricolture Organization of the United Nations (FAO) aveva cercato di fare una stima riguardo l’argomento, secondo i ricercatori però l’errore più grande commesso dall’agenzia delle Nazioni Unite è stato quello di incentrare la ricerca sulle grandi industrie, attribuendo valore zero a tutti i dati non noti.

La FAO aveva calcolato una pesca media annua di 77 milioni di tonnellate tra il 1950 e il 2010. Il nuovo studio ha affermato che in realtà vengono cacciati circa il 50% di pesci in più rispetto a quanto riportato dall’organizzazione, per un totale di circa 109 milioni di tonnellate l’anno. Le stime sono ancora incerte in quanto sarebbe impossibile calcolare precisamente il prodotto di ogni singolo marinaio che lavora per il proprio sostentamento, soprattuto nei paesi meno sviluppati.

Il pesce rimane uno dei principali alimenti non solo per i paesi più sviluppati ma soprattutto per gli stati più poveri, perchè ricco di nutrienti e facilmente reperibile. In Paesi come gli USA, la domanda è superiore a quella che è l’offerta, questo ha portato diverse conseguenze: l’importazione dei prodotti, flotte industriali straniere orientate all’esportazione che svolgono la loro attività nelle acque di Paesi non industializzati, pesce che diventa una merce globalizzata, scambiata e venduta in nazioni in cui non è stata catturata, attività di piccola scala si trovano a competere con quelle che sono le grandi aziende.

Molte persone nei Paesi in via di sviluppo basano la propria sussistenza e la propria occupazione sulla pesca.”: questo è quanto dichiara Daniel Pauly, colui che ha guidato la nuova ricerca. Inoltre aggiunge e augura che, con dati più precisi, gli stati possano migliorare la gestione delle grandi industrie della pesca per tutelare la condizione dei pescatori di sussistenza.

Diletta Tatonetti

BATTERI, MERCURIO E ISOTOPI DELL’OSSIGENO: IL NUOVO METODO PER L’IDENTIFICAZIONE DELLE CORRENTI MARINE

Conoscere l’origine e l’evoluzione delle acque profonde dell’oceano è di importanza fondamentale per la comprensione delle lente dinamiche degli abissi, che contribuiscono a determinare il clima del pianeta e le sue variazioni” è quanto afferma il professor Angelo Rubino, docente di Oceanografia presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia.

La relazione completa dello studio in questione è stata pubblicata sulla rivista scientifica PLOS ONE il 13 gennaio 2016, a cura del gruppo di ricerca internazionale coinvolto nell’indagine.

Al fine di provare che le variazioni climatiche sono in parte determinate dai moti convettivi di ingenti quantità di acqua, sono stati studiati vari campioni prelevati nel Mar Mediterraneo, dapprima nell’ottobre 2009, poi nel luglio 2010 ed infine nel giugno 2011.

Tuttavia una precisa identificazione delle acque e delle correnti marine può essere molto complicata.

Questi studi, effettuati nella zona orientale del Mar Mediterraneo, hanno infatti rivelato che le differenze di salinità e temperatura tra le profonde masse d’acqua (appartenenti al Mar Adriatico, al Mar Ionio ed al Mar Egeo) diminuiscono nel corso del tempo, rendendole quasi indistinguibili.

Pertanto il nuovo metodo utilizzato non è più impostato sui criteri di temperatura e di salinità dell’acqua. È invece basato sull’uso del mercurio, degli isotopi dell’ossigeno, del carbonio biopolimerico e anche sull’impiego di particolari indicatori di attività batterica; un approccio diverso, più progredito ed efficace per analizzare il moto delle correnti marine e delle determinate conseguenze.

In seguito a queste osservazioni si è rilevata la presenza di due diverse masse d’acqua negli abissi del Mar Ionio: esse sarebbero le correnti adriatiche ed egee, che, propagatesi tramite il movimento dei fondali marini, avrebbero trasportato marcatori biologici, batteri e microrganismi nelle profondità ioniche.

Gli scienziati, tra cui genetisti, oceanografi fisici e biogeochimici, sperano che questa nuova tecnica venga anche utilizzata nello studio delle vaste acque oceaniche: grazie ad essa è effettivamente possibile accertare la presenza di specifiche e determinate masse d’acqua anche se poco percepibili, essendo comparabili ad altre masse d’acqua appartenenti agli abissi circostanti.

Cristiana Picchi

“Mare Nostrum”

Il protagonista assoluto dell’anno appena trascorso è il Mar Mediterraneo. Nelle prime pagine dei quotidiani, nei servizi televisivi, non c’è stato giorno in cui gli eventi che si sono susseguiti nel 2015 non avevano come sfondo il “Mare Nostrum”. Un termine antico, di cui forse è bene riprenderne il significato.

Le innumerevoli tragedie legate all’imigrazione, le barbarie dello Stato Islamico, i venti di guerra che soffiano da occidente e oriente: tutto è passato, è continua a passare, per la vasta distesa di acua salata che bagna le coste italiane.

Un mare che, mai come in questo anno, si è spesso tinto di rosso. Un rosso sangue. Quella in alto è un fermo immagine di un video realizzato dai miliziani jihadisti. Decapitarono sulle coste dell’Egitto circa venti persone. La loro colpa? Essere di altro credo religioso.

Il Mediterraneo si è poi colorito di rosso durante le gelide notti invernali di febbraio e marzo, quando l’odissea dei migranti ha cominciato a raggiungere cifre esorbitanti. Gente in fuga dalla guerra, che ha visto perdere tutto quello che aveva in nome di un estremismo che di religioso ha ben poco.

Ma l’Europa è rimasta immobile, così come tutti gli altri paesi del mondo. L’opinione pubblica internazionale si è intenerita solo mesi dopo, quando è stata diffusa la foto di un bimbo di tre anni, Aylan, disteso con la testa nella sabbia, morto annegato, con le onde che cullavano il suo corpo, ormai senza vita. Quelle stesse onde che lo stavano portando verso la speranza di un futuro migliore gli sono state fatali.

Un mare meraviglioso, ricco di ecosistemi (troppo spesso alterati dalla mano dell’uomo) che, ben presto, si è trasformato nel più grande cimitero del continente: sono ben 3771 i migranti che hanno perso la vita nel tentativo di salvarla. Non possiamo restare inermi dinanzi a questa distesa di acqua, culla delle civiltà e delle democrazie, che continua a tingersi del sangue di innocenti. L’Europa e il mondo tutto si mobiliti per riportare il blu del cielo anche sulle increspature del Mediterraneo.

Fabio Beretta

(Foto fermo immagine video)

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