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"Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me'' I. Kant

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REALTÀ VIRTUALE E ROBOT, UNA NUOVA SFIDA PER IL FUTURO DEL LAVORO

https://youtu.be/4a-W3Od5-t8

Robotica e realtà virtuale uniti in questa nuova tecnologia di telepresenza che consente agli esseri umani di eseguire in remoto dei lavori molto pericolosi o sgradevoli.

A sviluppare questa tecnologia sono stati i ricercatori del laboratorio di informatica e intelligenza artificiale del MIT che hanno trovato un modo intelligente per combinare la realtà virtuale con la robotica. I robot utilizzati sono della Rethink Robotics e comprendono una cuffia VR e un braccio robotico altamente sofisticato, da poter utilizzare tramite il display che gli operatori umani indossano nel loro casco VR.
L’idea è quella di portare i lavoratori, che solitamente si occupano di mansioni su petroliere o aerei, ad essere in situazioni di totale comodità e portarli ad operare in modo completamente sicuro.

Su Digital Trend il ricercatore Jeffrey Lipton ha spiegato come loro sperano di estendere al meglio i vari tipi di mansioni a dei robot diversi e magari complementari tra loro.

Il tasso di successo del gruppo è stato del 100%, rispetto ai classici metodi automatizzati che prevedono una possibilità di riuscita del 66%, questo sistema può essere utilizzato per attività di posizionamento, montaggio e produzione.

L’INSONNIA è UNA QUESTIONE DI GENI?

Una visione molto romantica dell’insonnia viene presentata nel film e nel libro cult Fight Club: “Con l’insonnia nulla è reale. Tutto è lontano. Tutto è una copia di una copia di una copia”, la ricerca apparsa su Nature Genetics firmata da Konrad Oexle, dell’Istituto di Neurogenomica di Monaco; Eus J W Van Someren, del dipartimento dell’istituto di neuroscienze olandese e Danielle Posthuma del Center for Neurogenomics e Cognitive Research, che abbiamo raggiunto via mail, ha aggiunto un tassello alla comprensione dell’insonnia, che troppo spesso viene indicata come una causa di problemi di natura psicologica.

Sette sono infatti i geni indicati come responsabili dei problemi legati al sonno, anche tre loci, posizioni di un gene o sequenze all’interno di un cromosoma, hanno degli effettivi collegamenti con l’insonnia.

La Posthuma ha scavato nell’idea dietro la ricerca: “Lo studio dimostra che l’insonnia non è semplicemente qualcosa “tra le nostre orecchie” infatti c’è una base biologica che può spiegare perché alcune persone soffrono di questa patologia e altre no”.

Il disturbo indagato dallo studio è il secondo più diffuso, con stime di incidenza del 10% in adulti e oltre il 22% negli anziani; l’insonnia è un importante fattore di rischio per la depressione e per le malattie cardiovascolari.

Il campione analizzato sfiora i 115.000 individui e proprio tra queste persone sono stati trovati i geni ribelli come ad esempio il MEIS1, precedentemente accostato ad altri disturbi del sonno come i movimenti degli arti nel sonno e la sindrome delle gambe senza riposo.

I fattori che portano all’insonnia sono molteplici e ancora tutti conosciuti: “Una percentuale del 40%-60% deriva dall’ereditarietà e dall’ambiente- ha indicato la Posthuma- i geni da noi rintracciati spiegano solo una piccola parte delle ragioni indicate come cause scatenanti dell’insonnia”.

I vari geni hanno effetti diversi: l’MEIS1, regola la trascrizione del DNA ed è importante per lo sviluppo di una cellula. Per avere un quadro più quadro della situazione la scienziata ha precisato: “Due altri geni sono coinvolti anche nella trascrizione e altri giocano un ruolo nell’esocitosi”.

Per chiarezza vogliamo nominare l’intero parco di geni coinvolto nella ricerca: DCBLD1, MEIS1, MED27, HHEX, RHCG, IPO7 e TSNARE1.

L’innovazione dello studio è da rintracciare anche nell’analisi della disparità di genere: le donne hanno una predisposizione più elevata per l’insonnia rispetto agli uomini, le divergenze potrebbero derivare da differenze sessuali legate all’architettura genetica.

La Posthuma ci ha chiarito: “Abbiamo visto che in questo campione il 33% delle donne con un’età superiore ai 50 anni, ha riferito di soffrire di insonnia, mentre è stata rinvenuta in solo il 24% degli uomini”.

L’insonnia è connessa in percentuale più o meno elevata all’asma, obesità, disordini depressivi gravi, diabete e disturbi coronarici; è importante scavare nell’origine di una malattia che colpisce una gran fetta silenziosa di uomini e donne.

Gianluigi Marsibilio

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SALARI MINIMI NEL MONDO: AUSTRALIA IN TESTA ALLA CLASSIFICA

Il World Economic Forum ha recentemente redatto una classifica che stima i livelli minimi dei salari di tutto il mondo: al primo posto compare l’Australia con un salario minimo di 9,54 dollari (corrispondente a circa 8,50 euro), seguita da Lussemburgo e Belgio, con, rispettivamente, salari minimi di 9,24 $ e 8,50 $.

Pur non comparendo tra le prime posizioni di questa lista, gli Stati Uniti ed il Regno Unito hanno registrato dei dati piuttosto positivi, soprattutto in relazione ai nuovi provvedimenti presi a riguardo. Entrambi, infatti, stanno approvando nuove legislazioni che provvedono all’aumento graduale del salario minimo annuo: il Regno Unito ha incrementato questo valore fino a 10,25 $, mentre gli Stati della California e di New York lo ammontano a 15 $.

E’ uno dei più grandi aumenti di salario minimo legale che un governo abbia mai fatto nel mondo occidentale a memoria d’uomo”.

Così il ministro Nicholas Boles accoglie la nuova politica intrapresa dal Regno Unito che, accrescendo il salario medio inglese e portandolo nel 2020 a 14,60 $ (circa 13 euro), ha innescato una sorta di reazione a catena  che ha reso alcuni Paesi più sensibili all’argomento. Ad esempio la Germania ha introdotto il suo primo salario minimo; il Presidente del Giappone ha chiesto un aumento dei salari del 3%; altri Stati americani hanno innalzato questi valori a 15 $.

Ciononostante, il partito conservatore inglese non è sempre stato favorevole ai salari minimi: nel 1998 si oppose appunto alla sua introduzione, perché avrebbe potuto diminuire i posti di lavoro.

Alcuni economisti hanno affermato, in base ai loro studi, che i salari minimi costano posti di lavoro, perché, aumentando la paga e superando quindi quella offerta dal datore di lavoro, la domanda di lavoro viene ridotta.

Questa teoria è però opponibile ai risultati finora riscontrati. Nel Regno Unito non sono stati infatti registrati abbassamenti dei posti di lavoro, nonostante i salari minimi siano stati aumentati costantemente.

In ogni caso è ancora impossibile prevedere gli effetti su larga scala di questi nuovi provvedimenti.

Cristiana Picchi

FUTURO DEL LAVORO: TRA INTELLIGENZA ARTIFICIALE E NUOVE FRONTIERE

Intelligenza artificiale, architettura, ingegneria e business : queste sono le aree che subiranno un maggiore sviluppo per posti di ambito lavorativo nei prossimi cinque anni. I risultati sono riportati nello studio “The future of jobs” realizzato dal World Economic Forum .

Le principali cause che influenzeranno la crescita delle attività commerciali sono determinate, non solo, da fattori indipendenti dall’uomo, come i cambiamenti climatici e la disponibilità di risorse naturali, ma anche da aspetti come la flessibilità dei lavori, lo sviluppo di nuove fonti di energia, di tecnologie e l’adattamento delle strategie produttive alle nuove innovazioni.

Il rapporto mette in luce come l’effetto di questi cambiamenti si riverserà negativamente soprattutto sulla classe operaia, in particolare sugli addetti al montaggio, sui gestori di impianti di trasformazione chimica e sulle professioni legate all’estrazione mineraria e petrolifera. Un leggero aumento di posti ci sarà invece i campi come l’architettura, l’ingegneria (prevalentemente chimica e civile).

I settori che vedranno una crescita notevole saranno legati alle nuove tecnologie e all’intelligenza artificiale.

Il nuovo piano per lo sviluppo è costituito da vari punti: investire nella riqualificazione dei dipendenti, migliorare le istituzioni educative, attrarre talenti stranieri, incentivare collaborazioni tra varie compagnie.

Obiettivo fondamentale sottolineato da molti Paesi è quello di raggiungere la parità dei sessi. Circa il 10% percepisce la potenza economica in mano alle donne come un motore di cambiamento; il 35% reputa il talento femminile una chiave per la futura forza- lavoro; un altro 35% fa notare il netto divario salariale di genere tra dipendenti qualificati nello stesso ruolo.

Analizzando nello specifico l’Italia, in continua crescita sono i settori di architettura, ingegneria, scienze, matematica, informatica, logistica e business. Sono sempre più in calo mestieri legati all’agricoltura, alla pesca e alla manifattura. La nazione punta molto sull’investimento nelle nuove tecnologie e nell’attirare menti straniere.

Le professioni tradizionali stanno ormai scomparendo in tutto il mondo e circa 5,1 milioni di posti lasceranno spazio alla robotica. Infatti, come afferma David Creelman, uno studioso della società di analisi delle risorse umane a Toronto, gran parte del lavoro svolto dagli uomini può essere sostituito da altri mezzi. Egli aggiunge:”A causa di ciò, vedremo meno posti di lavoro”. L’attuale rivoluzione tecnologica non deve però diventare una gara tra uomo e macchina, ma un’opportunità per l’uomo di sfruttare a pieno il proprio potenziale.

(Voglio segnalare, in relazione al rapporto tra futuro del lavoro e intelligenze artificiali, una riflessione comparsa sul The Guardian alcuni giorni fa.)

Diletta Tatonetti.

DONNE IN CARRIERA, LA STRADA PER LE PARI OPPORTUNITÀ È ANCORA LUNGA

È stato pubblicato il rapporto annuale sulle pari opportunità nel lavoro: le donne soffrono ancora il predominio maschile. In Italia sono stati compiuti passi avanti rispetto allo scorso anno

La differenza fra il salario medio femminile e maschile è aumentata a discapito delle donne e ci sono meno rappresentanti del sesso femminile nella classe dirigente. E’ quanto emerge da un rapporto pubblicato dalla rivista britannica “The Economist”. Il “glass-ceiling index” è un indice che descrive la barriera che limita le donne nella loro carriera lavorativa. Per il secondo anno consecutivo, la rivista ha reso noti i dati registrati durante il 2015, permettendo una visione d’insieme della situazione.

Il nord Europa si conferma all’avanguardia. La nazione in cui il gentil sesso ha maggiore possibilità di fare carriera, come i loro colleghi, è la Finlandia con un punteggio di 80/100. Questa nazione ha finanziato molti progetti nel campo delle pari opportunità e il 42% dei parlamentari è donna: la percentuale più alta registrata nel mondo. A seguire nella classifica troviamo la Norvegia, la Svezia e la Polonia, anch’esse molto egualitarie nella divisione del lavoro fra uomini e donne.

donna-in-carriera

La Turchia, entrata quest’anno nel sondaggio, si classifica ultima, preceduta da Giappone e Corea del Sud. In questi paesi, essere una donna che lavora, vuol dire dover fronteggiare una situazione di grande svantaggio rispetto agli uomini. La nazione guidata da Erdogan ha la più alta differenza tra la percentuale di uomini che lavorano e quella delle donne. L’Italia si registra al diciannovesimo posto, salendo di cinque posizioni rispetto allo scorso anno.

Quella per l’acquisizione delle pari opportunità è una lunga battaglia che non si è ancora conclusa. Tutt’oggi, in moltissimi paesi, gli uomini prevalgono nel mondo del lavoro. Qui i risultati dell’indagine: Glass-ceiling index 2015

Gaia Di Federico

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