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"Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me'' I. Kant

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INQUINAMENTO LUMINOSO, LA SITUAZIONE è CRITICA

 

Se dovessimo raccontare la situazione dell’inquinamento luminoso in termini economici potremmo parlare di: “Cieli in Crisi”. L’avevamo raccontato all’alba del nostro portale e oggi, grazie ad un nuovo studio apparso su Science, possiamo raccontare come a distanza di qualche anno, le aree illuminate artificialmente a livello globale sono aumentate del 2.2% dal 2012 al 2016 e i cambiamenti di illuminazione hanno portato le stelle in cielo ad eclissarsi sempre più velocemente dalle nostre città.

Lo studio ha usato i dati raccolti da VIIRS (Visible Infrared Imaging Radiometer) che è in grado di avere una risoluzione fino ai 750 metri. I dati, nonostante il copioso risparmio energetico, mostrano un aumento dell’inquinamento luminoso con conseguenze per flora, fauna e benessere umano.

L’illuminazione esterna è cresciuta con un tasso che va dal 3% al 6% all’anno dalla metà del 20° secolo; solo alcuni paesi in questi anni hanno visto delle drastiche riduzioni, ma sono pochi e legati a eventi drammatici come le guerre. Spagna e USA hanno mantenuto invece una situazione stabile, non ampliando di molto le zone illuminate rispetto al recente passato.
Europa, Nord America e Asia stanno sperimentando da anni il loro viaggio al termine della notte e questo è, tralasciando il riferimento letterario, un reale problema per flora e fauna: il 30 per cento dei vertebrati e oltre il 60 per cento degli invertebrati sfrutta il buio per vivere.
C’è da specificare che VIIRS non è in grado di captare le radiazioni reali delle varie luminarie sparse per il mondo, infatti lo strumento non riesce a rintracciare le onde dei LED, che nonostante il grande livello di risparmio energetico, sono estremamente pericolosi per animali e per la nostra salute.
Sul Seattle Times il ricercatore  Christopher Kyba, autore dello studio, ha parlato così dei loro progetti: “Siamo molto interessati a lavorare insieme con le città, con i governi locali e con i partner del settore per cercare di trovare modi in cui possiamo finalmente invertire questa tendenza”.
L’impatto della scorretta illuminazione si riflette anche sull’economia, come spiegava uno studio di Ecological Economics, di alcuni anni fa, la situazione globale della mancanza di buio costa al mondo circa 7 miliardi di dollari l’anno in termini ambientali.

 

Crediti foto: Carla Schaffer / AAAS

La notte come si può ben capire ha un valore non solo romantico ma anche ambientale, economico e sanitario, preservare il cielo notturno è un obbligo che va portato all’attenzione degli amministratori locali e non per aiutare uno sviluppo di una corretta e consapevole illuminazione.

 

Gianluigi Marsibilio

FARFALLE IN CITTÀ, L’IMPATTO UMANO è SEMPRE PIÙ ALTO

“Take the word butterfly. To use this word it is not necessary to make the voice weigh less than an ounce or equip it with small dusty wings. It is not necessary to invent a sunny day or a field of daffodils. It is not necessary to be in love, or to be in love with butterflies. The word butterfly is not a real butterfly. There is the word and there is the butterfly. If you confuse these two items people have the right to laugh at you”.

Oggi non parleremo di Leonard Cohen e delle sue poesie legate alle farfalle e al loro significato metaforico, ma piuttosto racconteremo come i lepidotteri siano attaccati sempre più dall’uomo e dalle aree urbane, che stanno minando violentemente gli incroci genetici tra farfalle.

La ricerca guidata dalla studentessa Estelle Rochat, dottoranda presso l’EPFL, mostra come la riduzione della biodiversità nelle aree urbane sta diventando un fenomeno sempre più diffuso: dai ricercatori è stato misurato l’effetto dell’urbanizzazione sulla diversità genetica di una particolare specie di farfalla, la Pieris rapae.

La diversità genetica è diminuita del 60-80% in aree ad alto tasso di urbanizzazione. Nei quartieri con minore densità la perdita si è attestata sul 16-24%.

Lo studio è stato pubblicato sulla prestigiosa rivista Heredity ed è basato su un preziosissimo database dell’ Aix-Marseille University.

Gli studiosi hanno esaminato il DNA di una popolazione di 145 farfalle nella regione di Marsiglia e sono riusciti a confrontare i dati genetici raccolti e quelli simulati su 1.633 farfalle, coprendo oltre 100 generazioni della specie di farfalla.

Al centro di questa decrescita enorme della popolazione c’è, come ci ha spiegato la studiosa Rochat: “La trasformazione dell’uso di terreni da aree naturali a zone accumulo, con una conseguente perdita di spazi verdi e una successiva perdita di habitat favorevoli alle farfalle”.

Le aree vengono sempre più influenzate dall’uomo, infatti terreni coltivati e aree cementificate riducono le dimensioni e le possibilità per degli habitat potenziali per animali.

Complessivamente, ha indicato la studiosa: “C’è sempre meno mix genetico”

“Lo studio mostra che i più grandi impatti- dal punto di vista dell’abbattimento della popolazione di farfalle- possono essere osservati nella parte più densamente popolata della città, dove gli spazi verdi sono assai limitati e sono presenti edifici molto alti, strade e superfici impenetrabili. La situazione migliora se gli habitat naturali sono più grandi e soprattutto se sono ben collegati tra loro. Infatti, se gli habitat sono relativamente piccoli ma ben collegati, cioè se le farfalle possono facilmente volare da uno spazio all’altro, l’impatto dell’urbanizzazione sarà ridotto”.

Connettere spazi in città è fondamentale per integrare uomo e farfalle: i ricercatori hanno creato una vera mappa della resistenza della città di Marsiglia ed è stato dato un punteggio ad ogni area della città in base alla sua topografia e in base a quanto sia difficile per le farfalle muoversi all’interno di esso.

Favorire nelle nostre città la connessione tra i vari habitat è fondamentale per permettere a piccole farfalle di proliferare in pace. Bisogna non solo ripensare ai luoghi e agli spazi verdi, ci sono infatti altri colpevoli di questa riduzione di popolazione: “Elementi come pesticidi, insetticidi, ecc. possono danneggiare direttamente le farfalle”

Le specie di farfalla possono essere fortemente minacciate in aree urbane estremamente dense, ambienti altamente frammentati o altre aree influenzate dall’uomo.

Il monito degli studiosi indica come: “è incredibilmente importante che le autorità urbane e i progettisti adeguino il modo in cui ideano i centri cittadini per individuare le possibili conseguenze sulle specie autoctone”.

Gianluigi Marsibilio

COME CAMBIARE IL NOSTRO IMPATTO SUL CLIMA?

Il nostro impatto sul cambiamento climatico potrebbe essere sostanzialmente migliorato con poche azioni. Uno studio della Lund University, guidato dai due studiosi Seth Wynes e Kimberly A Nicholas, e pubblicato su Enviromental Research Letters, ha indicato delle aree fondamentali per diminuire l’impatto delle nostre azioni sulle emissioni di CO2: una dieta a base vegetale, evitare viaggi in aereo, usare poco l’auto privata e vivere in famiglie ristrette.

“Attualmente – come ha spiegato Wynes- la metà delle emissioni nel mondo è prodotta dal 10% della popolazione mondiale che ha elevati tassi di consumo”. Trovare dei modi sostenibili per vivere sarà fondamentale per il futuro dell’uomo sulla Terra.

Lo studio ha analizzato oltre 30 rapporti, ricerche e analisi sul carbonio. Calcolare il potenziale di queste scelte e il loro impatto, l’apporto dei vari accordi sul clima dei governi è fondamentale per capire la scienza del clima, ma per cambiare lo stile di vita delle persone c’è bisogno di spiegare questi accordi: “I governi che hanno firmato l’accordo di Parigi hanno accettato di abbassare le loro emissioni di gas a effetto serra al fine di limitare il pericolo di riscaldamento planetario”. Spiegare ai singoli cittadini queste decisioni è complesso e va fatto con l’ausilio di una sostanziale rivoluzione nello stile di vita.

Le tre azioni che le varie amministrazioni dovrebbero compiere vanno dalla sensibilizzazione sui temi, all’influenza sui vari datori di lavoro fino alle scelte dei vari istituti scolastici per incentivare programmi educativi sul clima.

 

I governi attualmente sono poco chiari sulla comunicazione delle azioni ad alto impatto: “ La guida australiana è stata l’unica a consigliare una vita sostenibile, mentre il Canada e l’UE hanno precisato di evitare il viaggio aereo- Wynes insiste su questo punto- I governi potrebbero migliorare, fornendo informazioni precise ai cittadini circa le azioni che hanno il maggior effetto sulle loro emissioni di gas a effetto serra”.

Ovviamente, come in qualsiasi campo scientifico, migliore sarà la comunicazione intorno ai vari problemi e più adatte saranno le risposte da parte della popolazione.

I ricercatori hanno anche scoperto che né i libri di testo scolastici canadesi né le varie guide pubbliche messe a disposizione da UE, USA, Canada e Australia sottolineano l’importanza di azioni sostenibili.

L’obiettivo dei due gradi centigradi è da centrare in pieno: nonostante i modelli attuali siano ben più pessimistici, partire dalla sensibilizzazione e da piccole scelte sarebbe comunque un grande passo.

Considerate che vivere “car-free” porterebbe un risparmio che va dai 1000 ai 5300 kg di CO2, e anche l’acquisto di una macchina più efficiente rappresenterebbe un’ottima opzione. Ora sta a tutti noi scegliere da che parte stare.

Gianluigi Marsibilio
 

 

CAMBIAMENTO CLIMATICO, L’ECONOMIA USA RISCHIA GRAVI DANNI

Il cambiamento climatico è un danno anche per i singoli stati e con un nuovo studio su Science viene mostrato come gli Stati Uniti, nel corso degli anni, diventeranno più poveri e disuguali in caso del mancato rispetto degli impegni contro il clima. Alcune contee potrebbero pagare un danno di oltre 20% sul reddito.

Amir Jina, Assistente Professore dell’Harris School of Public Policy e coautore dello studio ha spiegato: “Nel documento conduciamo un’analisi che stima una funzione dei danni, cioè la relazione tra la modifica della temperatura media della superficie globale e l’attività economica”.

Quello che viene fuori sono danni complessivi per 6 settori che sono stati analizzati; inoltre i danni al PIL USA saranno compresi tra l’1% e il 5% all’anno alla fine del secolo (media del 2080-2099), per un livello di uno 0,5% al ​​2% in uno scenario di emissioni moderate. Gli stati non saranno colpiti nello stesso modo, quelli meridionali saranno i più colpiti: “ Texas, Louisiana e Florida avranno danni particolarmente elevati. – ha precisato lo scienziato- Una delle ragioni di questo è che la nostra analisi mostra molti effetti di soglia aumento della temperatura” .

Lo studio è un unicum e accende il dibattito intorno al cambiamento climatico, i danni principali per gli USA sono stati calcolati in base a sei settori: l’agricoltura, la criminalità, la salute, la domanda di energia, lavoro e il tema delle comunità costiere.

I giorni superiori ai 30 gradi C sono assolutamente dannosi per la salute rispetto ad altri giorni sui 27 o 28 ° C:“Soglie simili possono intaccare la produttività del lavoro, l’utilizzo di energia e provocare danni nell’agricoltura. Molti luoghi negli Stati Uniti meridionali sono vicini a queste soglie”.

Gli stati settentrionali saranno ancora lontani da queste soglie, le zone atlantiche però potranno soffrire dell’aumento del livello del mare.

Dal punto di vista globale, gli impatti sulla salute e sulla mortalità saranno devastanti, come ha spiegato Jina: “Attualmente stiamo lavorando ad un’analisi globale, che include anche l’adattamento. Nella comunità scientifica ci aspettiamo che gli impatti sulla salute siano uno dei maggiori costi, ma ci sono anche altri settori che possono avere anche grandi costi. La ricerca sarà molto utile per la politica globale e l’azione”.“Il cambiamento climatico non influirà ugualmente in tutti gli stati” ha precisato lo scienziato, ogni zona reagirà in modo diverso.

 

 

Le temperature globali, secondo alcuni scenari, aumenteranno di 4 gradi C, la nuova analisi afferma: “Una probabilità di 1 a 20 che si tocchino circa 8 gradi C in più”.

Quando il presidente Trump ha deciso di ignorare l’impatto del clima sul pianeta con la decisione drastica di uscire dall’accordo della Cop21 ha dimenticato di analizzare i contributi che gli USA danno al cambiamento climatico, come secondo più grande inquinatore al mondo.

Gli scienziati stanno facendo ricerche fondamentali e che devono essere ascoltate dalla comunità globale, non c’è più spazio, né tempo.

 

 

ACCORDO DI PARIGI, C’È BISOGNO DI PIÙ CHIAREZZA?

Gli impegni assunti con l’accordo di Parigi si fanno sempre più difficili da mantenere e le stime delle emissioni di CO2 potrebbero essere, come afferma un nuovo studio su Nature Communications, al di sotto rispetto a quelle che realmente si raggiungeranno nel 2030, con un aumento di gas serra da 47 a 67 miliardi di tonnellate di CO2 emesse.

Joeri Rogerlj, del programma ENE dell’Istituto Internazionale dei sistemi applicati, grande studioso del cambiamento climatico e firmatario dello studio ha precisato: “L’accordo è forte solo se l’ambizione dei paesi che l’hanno ratificato, è alta”.

La grande forza dell’accordo è quella di fornire un’architettura di dimensione internazionale. L’idea è quella di evitare un aumento di 2 gradi centigradi della temperatura media.

C’è effettivamente un prima e un dopo la Cop21 di Parigi: la conferenza ha segnato una svolta per la comunità scientifica, da anni impegnata a combattere il cambiamento climatico. L’obiettivo raggiunto negli accordi è rappresentato dalla volontà degli stati di limitare l’aumento delle temperature a meno 2°C rispetto ai livelli pre-industriali, cercando di rimanere sulla soglia del grado e mezzo per ridurre i rischi legati al clima.

Alcuni mesi fa uno studio pubblicato su Nature da Niklas Höhne, dell’International Institute for Applied Systems Analysis (IIASA) a Laxenburg, in Austria, ha esaminato in dettaglio gli accordi e per ora, se le condizioni non saranno rafforzate, l’aumento delle temperature si certificherà fra i 2,6 e i 3,1°C.

La ricerca del gruppo dell’IIASA, uscita pochi giorni fa, è ancora più desolante: le mappe che determinano gli impegni presi dai vari paesi, noti come NDC (Contributi Determinati nazionali) rimangono infatti incomplete e molti dettagli non riescono a chiarire il panorama dell’accordo della COP21. Le NDC sono effettivamente i programmi presentati dalle varie nazioni per aderire all’accordo internazionale.

Proprio in questo panorama è fondamentale il monitoraggio della situazione attraverso le varie politiche:”L’analisi degli indicatori chiave sarà cruciale – ha spiegato Rogerlj- Ciò significa non solo monitoraggio e segnalazione dei dati relativi alle emissioni, ma anche degli investimenti e dell’installazione di infrastrutture energetiche o di politiche che possono contribuire a rendere effettiva una transizione verso una società a basse emissioni di carbonio”.

Alcuni piccoli chiarimenti nei programmi dei paesi possono aiutare a chiarire la situazione con una sicurezza sulle stime di oltre il 10%. Per mantenere il riscaldamento entro i 2 ° C i paesi dovrebbero aumentare la severità delle loro NDC prima del 2030. Proprio questa data rischia di essere una pericolosa deadline per il cambiamento climatico.

Gianluigi Marsibilio

DIESEL, I PROBLEMI SONO MAGGIORI DEL PREVISTO

Le emissioni di NOx a livello globale dei veicoli diesel possono rivelarsi superiori del 50% rispetto a ciò che precedentemente si credeva. L’aggiornamento di queste cifre viene dallo studio pubblicato su Nature da parte di un team di ricercatori dell’International Council on Clean Transportation and Environmental Health Analytics che fanno capo a diversi istituti universitari.

L’analisi delle emissioni in Australia, Brasile, Canada, Cina, i 28 Stati membri dell’UE, India, Giappone, Messico, Russia, Corea del Sud e Stati Uniti ha portato a delle novità assolutamente rilevanti sulle quantità di NOx che vengono emesse. Noi abbiamo parlato con Daven Henze, autore dello studio e ricercatore all’Università del Colorado, che ci ha spiegato perché le emissioni dei veicoli possono essere così nocive: “Le emissioni di NOx possono portare alla formazione di particelle particolarmente sottili e di ozono. – poi ha continuato- Queste hanno un impatto sulla qualità dell’aria, che a sua volta influenza la salute umana, i rendimenti delle colture e il clima”. I veicoli diesel su strada generano circa il 20% delle emissioni antropogeniche di ossido d’azoto, tutto ciò condiziona infinitamente l’ambiente.

Non è bastato aumentare gli standard dei livelli di emissione, su strada infatti questi veicoli supererebbero di 10-20 volte i valori ottenuti durante i test. Il grande scarto è incredibile ma Henze ci ha spiegato le reali motivazioni di questa differenza: “ Il divario si verifica a causa di molte ragioni, come la rappresentazione inefficace delle condizioni di guida del mondo reale (ad es. basse temperature o alte altezze) rispetto alle prove di certificazione e le manomissioni durante i test”. Attraverso lo studio è stato compilato un vero database globale di tutti questi eccessi.

I paesi più inquinati logicamente subiscono problemi rilevanti, basta osservare l’esempio della Cina, dove secondo un recente studio, pubblicato su Plos One, circa 1,6 milioni di persone muoiono ogni anno, circa 4.000 al giorno, a causa di disagi al cuore, ai polmoni e disturbi legati ad infarti, causati da una cattiva qualità dell’aria. Logicamente nel quadro drammatico non c’è solo da colpevolizzare il diesel ma tutta una serie di fattori industriali,  tuttavia in Europa la situazione si prova a migliorare.

A testimonianza di questo, come ci ha precisato lo studioso: “Nell’Unione Europea hanno già adottato gli standard Euro6 / EuroIV o equivalenti e l’UE si sono preparati anche gli Stati Uniti o l’India”.

I due unici modi per migliorare la situazione ci sono stati indicati da Henze: “L’adozione di standard Euro6 / EuroIV in paesi che non lo fanno ancora, come la Cina, il Brasile, il Messico e la Russia e migliorare l’attuazione delle normative vigenti, cioè l’adozione di programmi Real Emissions Driving (RDE) per far rispettare gli standard stabiliti che devono essere effettivamente soddisfatti nella pratica”.

L’obiettivo è quello di diminuire quel terrificante numero di 38.000 morti dovute alle 4,6 milioni di tonnellate di emissioni in eccesso di NOx. Per ridurre lo scarto c’è bisogno di lavoro sul fronte scientifico e politico, noi nel frattempo ci mettiamo la divulgazione.

Gianluigi Marsibilio

DISASTRO BP, 17.2 MILIARDI DI DOLLARI DI DANNI CAUSATI DAL PETROLIO IN MARE

Il disastro avvenuto nel 2010 nel golfo del Messico a causa di un rilascio di petrolio da parte della Deepwater Horizon, piattaforma di trivellazione della BP, è costato un danno naturale di 17,2 miliardi di dollari. Ad evidenziarlo è stato uno studio pubblicato su Science, da parte del team guidato dalla scienziata Kelly Smith. Nello studio sono stati intervistati uomini e donne che si sono dichiarati disposti a pagare una media di 143 euro ($ 153) per prevenire un disastro simile.

La società ha riversato in mare, a causa di un problema sulla piattaforma, 134 milioni di galloni di greggio e ha danneggiato fauna e vita marina di tutto il golfo. Dopo il disastro l’azienda ha dovuto vendere molti beni e ha cambiato AD creando un ufficio con funzioni di sicurezza e salvaguardia. Il costo per il risarcimento ha superato i 50 miliardi di dollari.

Kelly Smith, dell’Arizona State University, ci ha spiegato il senso del documento: “ Abbiamo calcolato in che modo gli abitanti di 48 stati degli Stati Uniti pagherebbero per evitare un’altra fuoriuscita proprio come quella del golfo”. Calcoli del genere sono utili in materia legale, infatti: Questi tipi di stime vengono utilizzati in controversie associate alla legge sull’inquinamento dell’olio per quanto riguarda i danni causati dalle risorse naturali”.

Le leggi che oggi regolano eventi simili sono l’Oil Pollution Act of 1990 e il Clean Water Act, ci sono inoltre vari negoziati e regolamenti tra governo e parti responsabili in questi disastri. I danni alle risorse naturali nello specifico sono costati 8,8 miliardi di dollari, tramite l’OPA è stato possibile determinare il valore economico totale perso con i danni.

Questa stima, fatta con il documento pubblicato pochi giorni fa, deve guidare la comunità politica a spendere soldi in prevenzione e sicurezza su piattaforme a rischio. Uno studio del genere aiuterà a stimare i danni e i risarcimenti in caso in cui in futuro si verificheranno casi del genere.

Gianluigi Marsibilio

IL RISPETTO DEGLI OBIETTIVI CLIMATICI è ANCHE UN PROBLEMA EUROPEO?

Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha firmato martedì un ordine volto a allentare la pressione fatta, dal punto di vista normativo, sulle industrie del carbone. Ad oggi questo è il più grande attacco a tutti gli sviluppi contro il cambiamento climatico. L’EPA, guidata da Scott Pruitt, è legittimata ad abbattere i cordoli sulle emissioni di carbonio centrali elettriche. La direzione è chiara e l’obiettivo sembra essere l’abrogazione dell’accordo della Cop21.

In Europa c’è sconcerto per la decisione, ma come si stanno comportando i paesi del nostro continente nell’applicare gli accorgimenti portati avanti nella conferenza sul clima?

Un report di Carbon Market Watch indica un quadro piuttosto chiaro: Svezia, Francia e Germania sono le uniche nazioni in linea con gli obiettivi della Cop21.

La classifica è stata compilata utilizzando le istruzioni ministeriali e i documenti ufficiali presentati alla Commissione europea, inoltre c’è stato un forte controllo incrociato tra i vari enti nella redazione dello studio.

Kaisa Amaral di Carbon Market Watch ci ha precisato: “In Europa c’è una schiacciante azione contro i cambiamenti climatici, i governi amano presentarsi come leader in questa lotta. Il nostro rapporto rivela come, i grandi discorsi non sempre si traducono in un’azione determinata”.

La classifica confronta le diverse posizioni dei paesi in ambito energetico e governativo.

La Svezia si colloca al primo posto anche grazie alla sua proposta di abbattere entro il 2040 le emissioni interne del 73% e diminuire del 40% le emissioni domestiche già nel 2030.

L’Italia è punita con una ventesima posizione a causa della mancanza di un piano per le emissioni interne post 2030, per quella data la riduzione è fissata ad un povero 33%.

I tre paesi virtuosi come ha precisato la Amaral: “Sono sulla strada giusta verso il raggiungimento degli obiettivi di Parigi, e siamo fiduciosi che gli altri seguiranno l’esempio”.

La divisione tra paesi virtuosi e meno non è una distinzione nord-sud, infatti l’Irlanda si classifica solo al 18° posto e Cipro si attesta appena un gradino sotto al podio.

Il rapporto, come ci è stato precisato, vuole: “Sostenere l’impostazione del giusto punto di partenza nei vari paesi, chiudendo le scappatoie nella legge”.

La Svezia guarda tutti dall’alto perché ha una posizione: “chiaramente ambiziosa su questi obiettivi”.

 

COME SI ARRIVA AL VERTICE DELLA CLASSIFICA?

– Sostenere un obiettivo alto per il 2030 e uno ancora più ambizioso per il 2050

– Rimuovere ogni forma di scappatoia legata alle emissioni volte ad aggirare i trattati.

– Promuovere un sistema di governance che effettui controlli annuali e preveda sanzioni in caso di mancato rispetto degli obiettivi

– Riflettere su un sistema che non premia in alcun modo i paesi che non rispettano gli obiettivi.

 

 

 

Per quanto riguarda l’uso di combustibili fossili basta vedere che l’uso di carbone in Cina è passato da una crescita del 3,7% nel 2013 ad un calo del 3,7% nel 2015. L’Europa si dimostra colpevole di alcuni investimenti pericolosi per l’ambiente: “La Commissione Europea ha approvato fino a € 12 miliardi di investimento nella modernizzazione dei sistemi energetici in Europa centrale e orientale tra il 2013 e il 2019, ma la maggioranza dei quali è progettato per essere utilizzato per la produzione di energia da combustibili fossili”.

Il post 2020 sarà fondamentale per cambiare rotta agli investimenti, la Cina si prepara nel frattempo a diventare nel 2021 leader nell’energia pulita. Ad oggi infatti il dragone ha: “Appiattito i consumi di carbone negli ultimi tre anni e sta chiudendo attivamente le miniere e le centrali elettriche a carbone, ben prima della fine della loro vita utile”. Entro il 2020 si prevedono oltre 350 miliardi di dollari in investimenti sull’energia pulita.

L’obiettivo di decarbonizzare l’economia non riguarda solo gli USA, anche noi abbiamo i nostri problemi e l’Italia dal basso della sua maglia nera deve reagire insieme a gran parte del continente.

 

Gianluigi Marsibilio

 

INQUINAMENTO, ANCHE IL PROFONDO DEGLI OCEANI è COLPITO DALL’UOMO

Un ambiente come l’oceano, da sempre identificato con il selvaggio e l’incontaminato, è invece corrotto dal DDT e dai policlorobifenili. Una nuova ricerca pubblicata su Nature Ecology & Evolution ha indicato la presenza dei composti, fuori produzione da oltre 30 anni, a profondità superiori ai 10.000 metri.

Ad oggi non era mai stata documentata la presenza di elementi del genere così distanti dalle coste e a queste profondità. Il DDT e i policlorobifenili si spargono molto velocemente nelle acque e non subiscono alcun effetto di deterioramento, danneggiando la più grande biosfera del mondo.

Con grande stupore i ricercatori hanno rinvenuto una forte quantità dei composti anche nella Fossa delle Marianne.

Per raggiungere la più profonda depressione oceanica del mondo vuol dire che i POP (inquinanti organici persistenti) hanno sfruttato, secondo il team guidato da Alan Jamieson, dell’Università di Aberdeen, la dispersione tramite pezzi di plastica contaminati e anche il contatto con le carcasse animali che vengono mangiate dagli animali che vivono in quest’ambiente estremo, e fino a qualche anno fa incontaminato.

L’origine della forte contaminazione potrebbe arrivare dall’1,3 milioni di tonnellate di PCB prodotte a cavallo tra il 1930 e il 1970. Secondo le stime di un articolo del 2007 oltre il 35% della quantità totale prodotta si è dispersa e riversata in mare; gli inquinanti organici sono inoltre pericolosi per la loro capacità di compromettere la riproduttività delle varie specie.

I biologi marini hanno usato nasse e sottomarini per raccogliere i campioni di acqua e di animali, che una volta pesati e analizzati hanno rivelato la triste verità: i luoghi a più alti livelli di PCB sono cinquanta volte più contaminati dei granchi delle risaie alimentate dal fiume Liaohe, uno dei fiumi più contaminati della Cina.

L’unica zona paragonabile alla fossa delle Marianne è la baia di  Suruga in Giappone, zona altamente industrializzata dove vengono prodotti da anni prodotti chimici (organoclorurati).

La sfida ora sta nel comprendere quali danni subirà a lungo termine l’ecosistema sottoposto all’invasione di POP. Jamieson al Guardian ha fatto presente che: “Noi continuiamo a pensare all’oceano profondo come un regno remoto e incontaminato, al sicuro da impatto umano, ma la nostra ricerca dimostra che, purtroppo, questo è ciò che di più lontano c’è dalla verità”.

 

 

Gianluigi Marsibilio

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