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"Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me'' I. Kant

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ACQUA SOSTENIBILE NELL’ECOSISTEMA URBANO

Le infrastrutture legate all’acqua nelle nostre città sono tante volte obsolete e rischiano di creare grandi problemi di sprechi o di cattiva depurazione. L’acqua è la nostra risorsa più preziosa e David Sedlak a maggio ha parlato al Future Forum, richiedendo attenzione nell’investire in impianti automatizzati e utili per trattare le tracce di contaminanti chimici.

Il video di cinque minuti parte da un omaggio al grande romanzo fantascientifico Dune che viene usato sapientemente come esempio della situazione idrica locale.

 

Alcune città stanno già lavorando molto bene in questo senso usando una membrana ad osmosi inversa che viene integrata con l’uso del perossido di idrogeno e l’esposizione alla luce ultravioletta. Tutto questo procedimento è in grado di rendere fruibile l’acqua anche in zone dove solitamente la qualità dell’acqua è scarsa.

 

 

 

 

LA STORIA DI ROMA NASCOSTA NELLE SUE ACQUE

La rete idrica romana ha sempre stupito gli archeologi e tutti gli studiosi,  infatti la rete di tubature di piombo viene ancora oggi considerata una vera meraviglia architettonica dell’antichità.
I dati sulla costruzione e sulle varie ramificazioni di questa incredibile struttura sono ancora difficili da decifrare, ma finalmente uno studio pubblicato su Pnas è riuscito a risalire a delle date più precise sulla costruzione delle infrastrutture idrauliche.
Partendo da 177 carotaggi nel porto di un’antica città portuale romana (Ostia), si è riuscito ad avere, tramite la datazione al radiocarbonio, un’età più precisa del sistema: i tubi, sono stati infatti installati, secondo le rilevazioni, intorno al 200 avanti Cristo.
Tutto questo è stato fatto durante le guerre civili del primo secolo. La certezza è arrivata proprio dalle analisi del piombo: infatti fino all’anno designato le acque del sito erano totalmente immacolate e prive di qualsiasi contaminazione. A guidare la ricerca è stato Hugo Delile, archeologo del Centro nazionale francese per la ricerca scientifica, il quale per mail ci ha spiegato: ” L’inquinamento da piombo ci informa sulla data di messa in servizio del sistema idrico dell’antica Roma; la sua estensione o la sua contrazione sono variabili nel tempo in base a questioni politiche, geopolitiche o finanziarie”. L’intero sistema idrico è al centro di quello che è lo sviluppo urbano delle varie città romane.

Le fonti storiche, nonostante l’imponenza dell’opera rimangono poche, ma nel primo secolo dopo Cristo comunque un commissario dell’acqua romana, Julius Frontinus, ha scritto un trattato a due volumi per l’imperatore della città, per informarlo su alcuni problemi che potevano essere legati alla pirateria delle acque: il pericolo era rappresentato da quelle persone che potevano rubare illegalmente l’acqua per uso agricolo o per bere.

La concentrazione di piombo indica i periodi di massimo benessere la città, proprio perché infrastrutture del genere venivano costruite in momenti di estrema prosperità.
Delile ci ha ricordato: ” Quando la Roma antica è cresciuta c’era bisogno di assicurarsi più punti di accesso all’acqua fresca per le case per l’utilizzo sanitario e delle botteghe artigiane”.

Collegare  l’aumento dell’inquinamento di piombo all’espansione del sistema e di conseguenza alla prosperità della città è stato fondamentale per i ricercatori.

Anche nella villa di Adriano si sorseggiavano bevande al sapor di piombo, tanto da indurre alcuni storici ad avanzare una tesi molto interessante: l’elite romana, avvelenata da piombo, potrebbe aver contratto malattie come la gotta, accelerando inevitabilmente la caduta dell’impero.

Il primo sistema idrico romano non era costituito da elementi di piombo: i due acquedotti principali, costruiti tra la fine del IV e nell’inizio del III secolo avanti Cristo, servivano solo poche fontane centrali pubbliche e avevano un sistema di canali murari e cavi di terracotta o legno.
Ben diversa è la situazione nella Roma imperiale, che si trovava a gestire centinaia di bagni pubblici e residenze private attraverso appunto una complessa rete di fistole di piombo.

 

L’ultimo periodo della storia di Roma è caratterizzato da una diminuzione importante del piombo nell’acqua, questa decrescita è stata osservata contemporaneamente in tutti i siti studiati.

 

In fin dei conti possiamo dire che il piombo potrebbe essere stato croce e delizia dell’Impero Romano. Oggi vediamo che in molti casi, come nel Midwest degli Stati Uniti, che le contaminazioni da piombo nell’acqua sono ancora molto frequenti e spesso pericolose.
Gianluigi Marsibilio

Crediti foto: Elisabetta Bianchi

L’ULTIMO SEGRETO DELL’ACQUA

L’acqua è probabilmente il liquido con cui abbiamo più contatto nella nostra intera esistenza: gli studi sull’acqua alcune volte non hanno particolari conseguenze per la nostra vita di tutti i giorni, ma studiare con attenzione questa meraviglia è fondamentale per capirne le sue proprietà fondamentali.

Oggi, grazie ad una ricerca dell’Università di Stoccolma effettuata ai raggi X con DESY (Deutsches Elektronen-Synchrotron ), sappiamo che l’acqua liquida esiste in due forme differenziate, quando è trattata a temperature estremamente basse.

Anders Nilsson, che abbiamo contattato, ha studiato con il suo team il ghiaccio amorfo, una forma simile a acqua ghiacciata che nonostante conosciamo da decenni, è abbastanza raro trovare sulla Terra: sappiamo comunque che nel sistema solare esista realmente questa forma amorfa.
Il ghiaccio amorfo può essere prodotto, per esempio, raffreddando acqua liquida così rapidamente che le molecole non riescono a formare alcun  reticolo cristallino.

“A basse temperature, dove la formazione del ghiaccio è molto lenta, è possibile- indica Nilsson- avere degli stati amorfi”. Infatti come ci è stato precisato: “Quello che troviamo portando l’acqua a temperature superiori ai 110 K nella forma ad alta densità, implica una trasformazione in uno stato liquido ultra viscoso (fluisce lentamente come il burro di arachidi). Tuttavia quando questo liquido viene riscaldato a 130 K si trasforma nella forma a bassa densità, che è simile uno stato liquido”.

I due stati della nostra amata H20 coesistono durante tutta la trasformazione, sono assimilabili, per fare un esempio, a olio e acqua in un bicchiere, che coesistono separatamente: la differenza di percentuale di densità tra loro è infatti del 25%.

Per scoprire questa differenza di stato, dovuta alla diversa densità, è stato usato uno scattering a raggi x che è andato ad indagare sulla struttura delle due distinte parti di ghiaccio amorfo: “Abbiamo usato una tecnica molto avanzata chiamata spettroscopia di correlazione a raggi X per osservare come le molecole si muovono”.

Inizialmente gli scienziati del National Laboratory negli Stati Uniti avevano notato che la struttura interna di questo ghiaccio è cambiata tra le temperature di -150 e -140 gradi Celsius, notando una differenza di densità.
Gli scienziati hanno scoperto che la transizione avviene tramite uno stato liquido: in primo luogo, il ghiaccio HDA ​​ si trasforma in una forma liquida con elevata densità, subito dopo questo liquido ad alta densità (HDL) raggiunge minore densità (liquido a bassa densità, LDL). Questo passaggio da una forma all’altra prova ci permette di arrivare alle due varietà di acqua liquida.

Mostrare queste differenze tra le fluttuazioni dello strutture locali è molto difficile: “ Queste fluttuazioni sono estremamente veloci e la dimensione della regione osservata è di circa 1nm”.

Quando l’acqua è calda, si comporta come un liquido normale e ci sono solo movimenti termici, quando arriva un raffreddamento : “Le fluttuazioni più anomale in regioni di bassa e alta densità cominciano a apparire intorno a 40-50 C”.

Gli scienziati ora possono guardare queste due forme d’acqua non come dati difficili da catturare, ma come reali fasi microscopiche. Ora andate a bere, l’acqua avrà tutt’altro sapore.

Gianluigi Marsibilio

 

 

LA GRANDE BARRIERA CORALLINA, L’INARRESTABILE SBIANCAMENTO DEI CORALLI

Le temperature record tra il 2015 e il 2016 hanno creato un nuovo fenomeno di sbiancamento dei coralli tra gli abissi della fascia tropicale. Il grande patrimonio rappresentato dalla barriera corallina è stato pesantemente minato, e come hanno sottolineato su Nature i ricercatori guidati da Terry Hughes dell’Australian Research Council Centre of Excellence for Coral Reef Studies, non basterà fermare la pesca o ridurre l’inquinamento in alcune zone dell’oceano.

Il primo evento di sbiancamento documentato è stato registrato nel 1980, grazie al coordinamento di satelliti che scandagliavano le temperature e la superficie dei mari.

Noi abbiamo parlato con Andrew Hoey, scienziato proveniente dal Center of Excellence for Coral Reef Studies, che ci ha confermato la delicatezza della situazione: “La circostanza più preoccupante è la crescente frequenza di eventi massicci di sbiancamento, ciò significa che il tempo in cui le barriere possono recuperare è in rapido declino”.

I reef hanno tempi molto ampi per ricostituirsi: “Almeno 10-15 anni per recuperare da eventi del genere”, in due anni per la GBR ci sono stati due casi ugualmente drammatici che rischiano di minare per sempre almeno una parte della barriera.

I 2300 km di GBR sono stati influenzati da vari fattori e oggi la regione settentrionale è una delle più colpite. Attualmente le soluzioni per cambiare la situazione, come ci ha testimoniato il ricercatore, servirebbero politiche di protezione massicce : “Lo sbiancamento è indissolubilmente legato ai cambiamenti climatici – ha continuato Hoey – noi dobbiamo tenere la grande barriera corallina, e anche le altre negli abissi del pianeta, intatte. Le azioni più efficaci possono essere locali, come il miglioramento della qualità dell’acqua o la protezione di alcuni pesci, ma il nostro lavoro ha dimostrato che tutto ciò non è abbastanza”.

Il futuro delle barriere è legato ad una gestione efficace di parchi marini e interventi urgenti per ridurre il riscaldamento globale.

Facendo un piccolo passo indietro. Come si è arrivati ad avere dei cimiteri di coralli sbiancati? Hoey è sicuro su questo: “I cimiteri bianchi sono stati creati in realtà da una risposta dei coralli alle alte temperature delle acque, quando il calore si alza i coralli vengono stressati e espellono piccoli impianti unicellulari (zooxantelle) che solitamente vivono nel loro tessuto. Le zooxantelle conferiscono ai coralli i loro colori caratteristici, ma una volta espulsi il tessuto del corallo in sé è trasparente e proprio per questo si può vedere lo scheletro bianco sotto. Gli organismi non solo forniscono ai coralli il loro colore, ma forniscono anche la nutrizione”.

Molti funzionari in giro per il mondo si stanno adoperando per riprendere in mano la situazione, la Grande Barriera Corallina è un patrimonio assoluto e come ha ricordato lo scienziato: “Sostiene numerose industrie e vale miliardi per l’economia australiana”.

La bellezza dei coralli è economica, scientifica e naturale; la perdita di un simile patrimonio a chi conviene?

Gianluigi Marsibilio

PLUTONE, POSSIBILE PRESENZA D’ACQUA NEL SOTTOSUOLO

Plutone potrebbe avere una heart shaped box piena d’acqua nel suo sottosuolo. L’oceano sarebbe posizionato sotto la Sputnik Planitia, celebre per la sua forma, e ripresa da New Horizons. A suggerire questa ipotesi sono delle ricerca apparse su Nature: la curiosità sta anche nello scoprire che le risorse idriche del nano pianeta ai confini del sistema solare si trovino in linea esattamente opposta alla luna Caronte, il satellite di Plutone si trova in rotazione sincrona con il pianeta e rivolge sempre la stessa faccia al suo mondo.

Franscis Nimmo, primo ricercatore del gruppo che ha portato all’ipotesi, ci ha argomentato così l’idea degli studiosi: “Sputnik Planitia si sta comportando come se avesse un peso in più, in altre parole, ha più massa rispetto alle regioni circostanti (si tratta di una “positiva anomalia di gravità”)”, da qui l’idea che nel cuore del pianeta si nasconda l’acqua formatasi dopo un grande impatto al centro del pianeta: “Il modo più ragionevole di spiegare la massa in più è che una parte del ghiaccio sotto Sputnik Planitia sia stato rimosso e sostituito con l’acqua”.

 

Al principio dell’idea di Nimmo c’è il grande impatto subito da Plutone, che avrebbe letteralmente spostato e formato la piana tanto celebre, producendo anche l’anomalia gravitazionale.

“L’asse di rotazione non è cambiata, è solo la superficie che si è spostata”: Sputnik Planitia infatti si sarebbe spostata prepotentemente verso l’equatore del nano pianeta.

 

Le ipotesi per spiegare il peso superiore di questa zona sono due, entrambe pubblicate su Nature: la prima, elaborata dal team di James Keane, della University of Arizona, riconducibile all’anomalia gravitazionale e alla redistribuzione dei pesi a causa dell’accumulo dell’azoto, la seconda è proprio quella elaborata dal team di Nimmo, che ha spiegato tutto con l’introduzione del mare fangoso interno.

 

L’età di questo deposito d’acqua sotterraneo, secondo Nimmo, è riconducibile: “Al primo miliardo di anni del pianeta”.

 

Le domande sono ancora molte e irrisolte, Nimmo e colleghi cercheranno di capire ancora di più dai dati di New Horizons, passata accanto a Plutone nel luglio del 2015 per svelare finalmente quale delle due ipotesi sia corretta.

 

Gianluigi Marsibilio

LA STORIA DELLA “POMPEI D’ORIENTE” RISCRITTA DAI RICERCATORI

Per anni in Cina  è stata tramandata una leggenda secondo la quale l’Imperatore Yu riuscì a controllare un’inondazione del Fiume Giallo, grazie alla bonifica dei terreni e alla aggiunta di canali; decisione la quale costruì le basi per la prima dinastia Xia e per la grande civiltà cinese.

Questa leggenda è rimasta tale fino a quando è stato possibile stabilire con prove scientificamente valide la veridicità dei fatti. Un gruppo di geologi ha collocato nel 1900 a.C. un importante evento catastrofico, dovuto alla rottura di una diga, i quali frammenti avrebbero provocato lo sbarramento del Fiume Giallo.

Quando la diga si è frantumata, fino a 16 chilometri cubici di acqua hanno inondato la valle, provocando probabilmente il conseguente abbandono di Lajia, una valle preistorica adesso conosciuta come la “Pompei d’Oriente”.

Secondo Darryl Granger, della Purdue University, questo evento, tra i più distruttivi e catastrofici negli ultimi 10 000 anni, considerando la sua portata di circa 300 000-500 000 metri cubi al secondo è equiparabile all’inondazione più grande mai avvenuta nel Rio delle Amazzoni.

I sedimenti creati dall’alluvione sono principalmente situati nella gola di Jishi, dove gli studiosi hanno potuto inoltre riscontrare la presenza di altri depositi che hanno spiegato quindi l’esistenza di un’altra successiva alluvione, probabilmente successiva al terremoto che seppellì il sito di Lajia.

Il dottor Wu Qinglong, della Nanjing Normal University e leader della ricerca, afferma :“Nel luglio 2008 ho improvvisamente capito che la sabbia nera rinvenuta precedentemente dagli archeologi nel sito di Lajia sarebbe potuta appartenere ai depositi della nostra inondazione”, riferendosi ai sedimenti sui quali è stata effettuata la datazione al carbonio per accertamenti.

A seguito di questa analisi, la datazione dei sedimenti sfora di circa 200-300 anni quella della storia dell’imperatore Yu, ma si tratta di una leggenda tramandata oralmente, che non è possibile collegare nel tempo con certezza.

Cristiana Picchi

IL “CICLO DELLA SETE” È CONTROLLATO DAL CERVELLO

L’assunzione di liquidi viene controllata da due principali variabili fisiologiche: l’osmolarità tissutale e il volume del liquido intravascolare. Ciò ha indotto Alan Epstein a ipotizzare che i principali segnali che controllano la sete operino quando si verifica la deplezione di entrambe queste grandezze fisiologiche (ipotesi della doppia deplezione). I segnali relativi a questi due parametri raggiungono formazioni cerebrali che controllano l’assunzione di liquidi attraverso fibre afferenti provenienti da recettori periferici o per il tramite di azioni ormonali su recettori che si trovano all’interno del cervello. Questi segnali controllano i meccanismi fisiologici della conservazione dell’acqua in modo tale che l’assunzione di liquidi sia coordinata con il controllo dell’eliminazione di liquidi al fine di conservare l’equilibrio idrico.

L’ipotalamo integra segnali di natura ormonale ed osmotica concernenti il volume del liquido intracellulare e lo stato del liquido extracellulare. Il volume dell’acqua del compartimento intracellulare in condizioni normali è circa il doppio di quello dello spazio extracellulare.


La sete motiva gli animali a bere al fine di mantenere l’equilibrio dei fluidi corporei. La sete è stata convenzionalmente considerata come una risposta omeostatica alle variazioni di volume del sangue o della sua concentrazione salina. Tuttavia, il bisogno comportamentale di bere è regolato troppo rapidamente per essere controllato direttamente dalla composizione del sangue, e sembra invece anticipare squilibri omeostatici prima che essi insorgano. Come il corpo riesca ad ottenere questi stupefacenti risultati in così breve tempo rimane sconosciuto. Nel loro studio Zimmerman, Li net al. ci rivelano un ruolo inaspettato ricoperto dall’organo subfornicale (SFO) nella regolazione preventiva della sete nei topi. Monitorando le dinamiche del calcio nelle zone cerebrali profonde, questi studiosi hanno dimostrato che i neuroni SFO promotori della sete rispondono agli input dalla cavità orale mentre il soggetto in esame mangia e beve, integrando poi successivamente queste informazioni in input con informazioni sulla composizione del sangue. Questa integrazione permette ai neuroni OFS di prevedere come il cibo in corso di masticazione e il consumo di acqua altereranno l’equilibrio dei fluidi nel futuro e quindi regolare il comportamento alimentare , ma soprattutto la sete, preventivamente. Manipolazioni optogenetiche complementari hanno dimostrano che questa modulazione anticipatoria è necessaria per bere in diversi contesti. Questi risultati forniscono un meccanismo neurale per spiegare osservazioni comportamentali di lunga data, tra cui la prevalenza di bere durante i pasti, la rapida sazietà di sete, e il fatto che il raffreddamento orale è dissetante.

L’organo subfornicale è un piccolo aggregato neuronale che protrude nel terzo ventricolo e possiede capillari fenestrati che consentono il passaggio di molecole di origine ematica. L’organo subfornicale è sensibile a basse concentrazioni ematiche di angiotensina II ed invia all’ipotalamo le informazioni che rileva circa la concentrazione ematica di questa sostanza per il tramite proiezioni nervose che raggiungono l’area pre-ottica. La stessa sostanza è in grado di regolare l’assunzione di liquidi agendo sia Ida ormone che da neurotrasmettitore. Tutte queste informazioni vengono convogliate a diverse regioni cerebrali implicate nel comportamento che conduce alla ricerca di acqua e alla sua assunzione. I segnali che fanno cessare l’assunzione dei liquidi sono meno noti di quelli che ne inducono l’assunzione.

 

Uno specifico ” circuito della sete ” viene rapidamente attivato dal cibo e calmato dal raffreddamento delle bocche degli animali . Le stesse cellule cerebrali erano già note agli scienziate nello stimolare il bisogno di bere, per esempio quando la disidratazione concentra il sangue, riducendo la parte liquida a vantaggio della parte corpuscolata. I risultati di questo nuovo studio descrivono una risposta molto più veloce, che prevede e anticipa quale sarà la domanda futura del corpo per l’acqua. Gli studiosi si sono dedicati alla ricerca di questo tipo di sistema perché erano perplessi dal fatto che il comportamento del bere, negli esseri umani così come gli animali , sembra essere regolato molto rapidamente, ma non se ne conoscevano ancorano i meccanismi cerebrali.

“C’è questo modello da manuale per la regolazione omeostatica della sete , che è stato considerato unico per quasi 100 anni e che si basa sul sangue “, ha dichiarato in un’intervista alla BBC uno degli autori dello studio, Zachary Knight, presso la University of California di San Francisco . “Ci sono questi neuroni nel cervello che generano … la sete quando il sangue diventa troppo salato o il volume del sangue scende troppo . Ma un sacco di aspetti del bere tutti i giorni non può assolutamente essere spiegato con quel modello omeostatico perché avvengono troppo in fretta . ”

Prendere la ” sete prandiale ” che arriva mentre noi consumiamo un grande pasto salato – o il fatto che la sentiamo placata non appena si prende un drink. La sete , ha spiegato il Dottor Knight , spesso anticipa i cambiamenti nel nostro bilancio idrico piuttosto che rispondere ad essi.

Gli esperimenti di questo gruppo di ricerca sono stati pubblicati recentemente sulla rivista Nature , offrendo la prima spiegazione di come l’anticipazione e la regolazione della sete potrebbero essere garantiti da meccanismi cerebrali e non solo da un controllo omeostatico del sangue.

 

Per svelare l’attività cerebrale in questione, i ricercatori hanno monitorato l’attività neurale in topi geneticamente ingegnerizzati . Nel profondo del cervello di questi animali, un tipo specifico di cellule del cervello – in una zona conosciuta per esse regolatrice del la sete – quando la zona in questione era attiva emanava un bagliore.Questo ha significato per il team di ricercatori la possibilità di utilizzare una fibra ottica per registrare come e quanto i neuroni dell’area in studio fossero occupati. I topi utilizzati nello studio sono stati lasciati a mangiare o bere in varie condizioni sperimentali, liberi di muoversi e di bere liberamente senza alcuna forzatura.

Il gruppo di studio ha inoltre fatto un’altra importante scoperta: il potere dissetante delle bevande fredde.

Quando gli animali erano assetati , queste cellule del cervello nella regione dell’organo subfornicale , o SFO erano molto attivi e quindi “accesi”, mentre non appena gli animali bevevano l’attività dell’area scemava e i neuroni si “spegnevano”. Data l’incredibile velocità di risposta da parte del circuito e dei suoi neuroni al bere, è plausibile pensare che la risposta sia innescata già quando l’acqua si trova nella bocca dell’animale.

 

“L’attività sembra andare su e giù molto rapidamente durante il mangiare e bere, in base ai segnali dalla cavità orale”, ha detto il dottor Knight alla BBC. Il ricercatore ha anche aggiunto che “Liquidi più freddi inibiscono questi neuroni più rapidamente. Infatti, mostriamo che anche semplicemente raffreddando la bocca di un topo è sufficiente a ridurre l’attività di questi neuroni sete. Indipendente da qualsiasi consumo di acqua.”

L’idea che il sistema della sete sia monitorato dalla temperatura bocca – nella misura in cui l’applicazione di una barra di metallo freddo sulla lingua accende i neuroni OFS – ha molto senso senso, il dottor Knight ha dichiarato sempre alla BBC “Non a caso se si va in ospedale e non si può inghiottire, ti danno cubetti di ghiaccio da succhiare, proprio per placare la sete.” La temperatura sembra essere dunque uno dei segnali che questi neuroni percepiscono per inibire la sensazione di sete.”

Il Dr Yuki Oka, neuroscienziato presso il California Institute of Technology, che non è stato coinvolto in questa ricerca, ma ha condotto uno studio precedente sulla stessa popolazione di neuroni OFS. Il suo team ha scoperto che stimolando artificialmente questi neuroni della sete, riuscivano a stimolarne il bisogno anche se non avevano sete – una constatazione che il dottor Knight e colleghi replicano anche in parte del loro lavoro. Dr Oka ha dichiarato che le nuove osservazioni sono state molto interessanti, soprattutto perché hanno mostrato come una popolazione di cellule del cervello viene influenzata da diversi tipi di informazioni provenienti da sedi differenti.

Francesca Romana Piccioni

BATTERI, MERCURIO E ISOTOPI DELL’OSSIGENO: IL NUOVO METODO PER L’IDENTIFICAZIONE DELLE CORRENTI MARINE

Conoscere l’origine e l’evoluzione delle acque profonde dell’oceano è di importanza fondamentale per la comprensione delle lente dinamiche degli abissi, che contribuiscono a determinare il clima del pianeta e le sue variazioni” è quanto afferma il professor Angelo Rubino, docente di Oceanografia presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia.

La relazione completa dello studio in questione è stata pubblicata sulla rivista scientifica PLOS ONE il 13 gennaio 2016, a cura del gruppo di ricerca internazionale coinvolto nell’indagine.

Al fine di provare che le variazioni climatiche sono in parte determinate dai moti convettivi di ingenti quantità di acqua, sono stati studiati vari campioni prelevati nel Mar Mediterraneo, dapprima nell’ottobre 2009, poi nel luglio 2010 ed infine nel giugno 2011.

Tuttavia una precisa identificazione delle acque e delle correnti marine può essere molto complicata.

Questi studi, effettuati nella zona orientale del Mar Mediterraneo, hanno infatti rivelato che le differenze di salinità e temperatura tra le profonde masse d’acqua (appartenenti al Mar Adriatico, al Mar Ionio ed al Mar Egeo) diminuiscono nel corso del tempo, rendendole quasi indistinguibili.

Pertanto il nuovo metodo utilizzato non è più impostato sui criteri di temperatura e di salinità dell’acqua. È invece basato sull’uso del mercurio, degli isotopi dell’ossigeno, del carbonio biopolimerico e anche sull’impiego di particolari indicatori di attività batterica; un approccio diverso, più progredito ed efficace per analizzare il moto delle correnti marine e delle determinate conseguenze.

In seguito a queste osservazioni si è rilevata la presenza di due diverse masse d’acqua negli abissi del Mar Ionio: esse sarebbero le correnti adriatiche ed egee, che, propagatesi tramite il movimento dei fondali marini, avrebbero trasportato marcatori biologici, batteri e microrganismi nelle profondità ioniche.

Gli scienziati, tra cui genetisti, oceanografi fisici e biogeochimici, sperano che questa nuova tecnica venga anche utilizzata nello studio delle vaste acque oceaniche: grazie ad essa è effettivamente possibile accertare la presenza di specifiche e determinate masse d’acqua anche se poco percepibili, essendo comparabili ad altre masse d’acqua appartenenti agli abissi circostanti.

Cristiana Picchi

LA SONDA CASSINI PRONTA “A TUFFARSI” NELLE ACQUE DI ENCELADO

Nata da una collaborazione tra le maggiori agenzie spaziali del globo, la sonda Cassini potrebbe rivelare la presenza di vita
extraterrestre sulla luna di Saturno

La sonda Cassini sta sorvolando Encelado, il sesto satellite naturale, in ordine di grandezza di Saturno. L’obiettivo è di catturare l’acqua lanciata nello spazio dai geyser della luna permettendo agli scienziati di studiare a fondo l’oceano nascosto sotto la superficie ghiacciata del satellite. Il passaggio è previsto alle 11:22 (ora italiana); avverrà a circa quarantanove chilometri di altezza dal polo sud di Encelado e sarà fondamentale per capire il livello di attività idrotermale all’interno del mare sotterraneo. Lo strumento utilizzato è l’analizzatore di polveri, il cui compito è di individuare eventuali particelle come l’idrogeno molecolare, formato da due atomi d’idrogeno.

“Siamo alla ricerca di oceani di acqua liquida che siano vecchi e ricchi da un punto di vista chimico”; così diceva lo scienziato Kevin Hand del Jet Propulsion Laboratory, alla conferma della scoperta dell’oceano su Encelado. Quello di oggi sarà il penultimo sorvolo di Cassini della luna di Saturno. L’ultimo è previsto il 19 dicembre e servirà per misurare le temperature presenti sul satellite. I dati attesi potrebbero farci scoprire qualcosa di nuovo su questi mondi ghiacciati tanto silenziosi quanto affascinanti.

Gianluigi Marsibilio

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