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"Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me'' I. Kant

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A SPASSO TRA LE KILONOVAE CON ALESSANDRA CORSI

La rilevazione della Kilonova ha messo in moto tantissimi ricercatori, studiosi, dottorandi e studenti in tutto il mondo, tra questi c’è una massiccia quantità di giovani scienziate e scienziati italiani, tra loro c’è Alessandra Corsi, co-autrice dell’articolo uscito sul The Astrophysical Journal proprio sull’incredibile fenomeno registrato.

La professoressa lavora come docente presso il Dipartimento di Fisica e Astronomia della Texas Tech University. Le sue ricerche si concentrano sull’astrofisica e in particolare sulla fisica delle onde gravitazionali. È membro della LIGO Scientific Collaboration e della collaborazionesquadra di GROWTH (Global Relay of Observatories Watching Transients Happen). Nel 2015 ha ricevuto un prestigioso premio NSF “CAREER ” per i suoi studi sulle onde gravitazionali. Noi abbiamo fatto alcune domande per addentrarci ancora di più in questa che si candida ad essere la scoperta scientifica del 2017.

Come è stato possibile coordinare tutti i team di lavoro per osservare un evento del genere?

LIGO e Virgo si erano preparati attentamente per questo evento. Alla fine del 2013, le due collaborazioni avevano di LIGO e Virgo hanno emesso un invito formale per gli astronomi professionisti a firmare accordi per i follow-up delle onde gravitazionali a partire dal 2015, quando i rivelatori avanzati sarebbero stati messi in linea per la loro prima corsa scientifica.

Questo ci ha permesso di disporre di un sistema tramite il qualein cui gli astronomi partner potessero comunicare tra loro e scambiare le loro scoperte in tempo reale emettendo quelleo che chiamiamo “circolari interne LIGO / Virgo”  interni (messaggi facilmente inviabiliti tramite e-mail).

Da cosa deriva l’incredibile potenza rilasciata da queste stelle di neutroni, sotto forma di onde gravitazionali?Quali sono le particolarità di queste stelle?

L’accelerazione di oggetti massicci produce onde gravitazionali. Queste onde sono molto deboli, quindi qui sulla Terra non possiamo generare onde gravitazionaliquelli rilevabili. L’Universo, però, è pieno di oggetti incredibilmente massicci che subiscono accelerazioni rapide. Un paio di stelle di neutroni che si orbitano l’una intorno all’altrao rappresenta un esempio di un sistema che emette efficientemente onde gravitazionali. Le stelle di neutronineutrone sono degli oggetti molto densi nel cimitero stellare. Immagina una massa paragonabile a quella del nostro Sole, impacchettata in una regione di spazio di soli confezionata nella regione a 20 km di distanza: queste stelle ormai “defunte” sono di fatto gli oggettile celesti più densie tra gli oggetti tra quelli cheche chiamiamo chiamiamo “stelle”.

Come le precedenti teorie vi hanno aiutato a scoprire questa Kilonova, quali sono le discrepanze tra le osservazioni e le precedenti teorie?

La teoria precedente ci ha dettoprevedeva che, dopo la collisione tra le due stelle di neutroni, un’emissione diuna “kilonova” da ottico a infrarossi si sarebbe attivata sotto forma di radiazione ottica e infrarossadopo la . Questa emissione sarebbe fusione e poi rapidamente sarebbe scomparsa nel giro di pochi giorni. La teoria ha permesso agli astronomi di organizzarsi e di avere una serie di diversi telescopi pronti a osservare l’area del cielo dove è stato a rivelato il segnale d’onda gravitazionale. Tuttavia, in questi modelli c’erano molte incertezze, e solo ora che abbiamo dati possiamo iniziare a mettere in evidenza la fisica dietro questi modelli. Abbiamo anche rilevato alcune altre cose inaspettate: un flash associato di raggi gamma associato all’evento gravitazionale, molto meno energico di quanto ci aspettassimo; un lampo di luce UV che svanisce rapidamente nel primo giorno dalla fusione;  un riavvio dell’un’emissione ritardata di raggi X (in raggi X (9 giorni dopo la fusionefusione) e nel ) eradio ( della radio (16 giorni dopo la fusione). Tutte queste osservazioni hanno prodotto diverse decine di articoli pubblicati in giornali prestigiosidecine di ricerche. I raggi gamma deboli e il ritardo nell’attivazione dei raggi X  e nel radio, in particolare, suggeriscono che, oltre al materiale ricco di neutroni che alimenta la kilonova, è stato lanciato anche un jet veloce nel mezzo interstellare burst.

 

Dopo la fusione delle due stelle come è stata cambiata la chimica nell’ambiente circostante?

Crediamo che, dopo la collisione delle due stellesmashup, il sito dove è avvenuta lai fusione si sia è arricchito con gli elementi più pesanti della tavola periodica, come l’oro e il platino. Pensiamo che le collisioni binarie di stelle di neutronineutroniche contribuiscano sostanzialmente all’abbondanza di tali elementi nel nostro sistema solare. Quanto esattamente contribuiscaono, però, diventerà più chiari, mentrepiù chiaro quando saremo in grado di rivelare rileviamo altri sistemi del genere con LIGO e Virgo, e con  i vari telescopi che da un angolo all’altro del mondo partecipano a questa avventurain tutto il mondo!

Gianluigi Marsibilio

IL GRAFENE A ZERO G, IL FUTURO SPAZIALE DELL’INNOVATIVO MATERIALE

Portare il grafene nello spazio. Questo è l’obiettivo di una delle più grandi e innovative iniziative che unisce il CNR e l’Agenzia Spaziale Europea.

La collaborazione ha dato vita al progetto Flagship Graphene ea novembre partirà il grande esperimento che testerà il grafene in condizioni di assenza di gravità a bordo di un volo parabolico.
Noi abbiamo parlato con la comunità dei ricercatori dell’esperimento e delle sue implicazioni, a rispondere alle nostre domande sono stati Vincenzo Palermo, vicedirettore del progetto  e Maddalena Scandola, responsabile della comunicazione del CNR.

Come è strutturato esattamente l’esperimento Zero Gravity Graphene?

Il programma ZeroGravity Graphene si compone di due ambiziosi esperimenti, promossi dalla iniziativa europea Graphene Flagship in collaborazione con l’Agenzia Spaziale Europea (ESA), per valutare le prestazioni del grafene in condizioni di gravità zero. L’Italia, con il Cnr, ha un ruolo di primo piano in uno degli esperimenti in programma.

Entrambi gli esperimenti si svolgeranno tra il 6 e il 17 novembre 2017, e testeranno il grafene in condizioni di micro-gravità per valutare il suo potenziale nelle applicazioni spaziali, in particolare per la propulsione con la luce (vele solari) e per la gestione termica di satelliti.

L’esperimento ‘Solar sails’ (Vele solari) testerà il grafene come materiale per realizzare vele solari, un ambizioso metodo di propulsione delle navicelle spaziali che sfrutta la luce dal sole o dai laser a terra. Quando la luce è riflessa o assorbita da una superficie, esercita una forza che spinge la superficie lontano dalla sorgente luminosa: questa pressione di radiazione può essere sfruttata per spingere oggetti nello spazio senza utilizzare combustibili. Poichè la spinta della pressione di radiazione è molto bassa, per avere una propulsione efficace la “vela” deve avere una grande superficie e essere il più leggera possibile. Il grafene è molto leggero e al contempo resistente e potrebbe essere un buon candidato per le vele solari. Il team di ‘Solar sails’ studierà come il graphene possa funzionare come una vela solare in un esperimento che simula le condizioni di gravità e vuoto di spazio.

L’esperimento ‘Satellite Heat Pipes’ testerà il grafene a bordo di un volo parabolico che simula le condizioni di assenza di gravità per verificare il suo impiego nei dispositivi termici impiegati nei satelliti. La gestione termica è molto importante nei satelliti, poiché la mancanza di aria richiede soluzioni tecnologiche specifiche per disperdere il calore verso lo spazio profondo. La differenza di temperatura tra due lati di un satellite, quello rivolto verso il sole e quello al buio può arrivare fino a 200 gradi. Gli scambiatori di calore (Heat Pipes) trasferiscono il calore dalle parti calde a quelle fredde, e disperdono quello in eccesso verso lo spazio.

Frutto di una collaborazione tra l’italiana Leonardo Spa, leader mondiale nel settore aerospaziale, due istituti del CNR, l’Istituto per la Sintesi Organica e Fotoreattività (ISOF) e l’Istituto per la Microelettronica e i Microsistemi di Bologna (IMM-Bo), l’Università libera di Bruxelles e l’Università di Cambridge, l’esperimento indagherà come i rivestimenti a base di grafene possono migliorare l’efficienza negli scambiatori di calore, noti come loop heat pipes, fondamentali sistemi di raffreddamento usati nei satelliti e negli strumenti aerospaziali.

Il team si riunirà a Bordeaux, in Francia, tra il 6 e il 17 novembre 2017 per testare gli scambiatori di calore contenti grafene in condizioni di microgravità in un volo parabolico, gestito dall’Agenzia spaziale europea (ESA) e da Novespace (Francia).

Il team di ricercatori dell’esperimento ‘Satellite Heat Pipes’ intende sfruttare le proprietà termiche e fisiche del grafene per migliorare l’efficienza degli scambiatori di calore.

Questi infatti raffreddano i dispositivi a bordo grazie all’evaporazione di un liquido che si trova all’interno di una struttura di materiale poroso, solitamente di metallo. Sostituendo il materiale metallico con un composito a base di grafene e metallo, i ricercatori mirano a migliorare il trasferimento di calore tra le unità elettroniche e il fluido che lo attraversa.

Cos’è la tecnica del volo parabolico usata per portare il valore della gravità vicino allo zero?

Il volo parabolico è il metodo utilizzato per portare il valore della gravità vicino allo zero senza andare in orbita: mentre l’aereo segue una traiettoria parabolica si può arrivare ad avere fino a 25 secondi di assenza di peso. Ogni volo, che avrà la durata di 3 ore, comporterà circa 30 archi parabolici. Oltre all’assenza di gravità, a bordo si sperimenta anche fino al doppio della forza gravitazionale terrestre quando l’aereo si prepara alla parabola successiva, come su un gigantesco ottovolante.

Alle successive domande ha risposto per noi Vincenzo Palermo

Vincenzo Palermo è il responsabile del Laboratorio di Nanochimica dell’istituto ISOF-CNR di Bologna e vice direttore del progetto europeo Graphene Flagship, la più grande iniziativa di ricerca europea sul grafene.

Perché è importante studiare il grafene a gravità zero?


Lo scopo del nostro esperimento è studiare il comportamento di un liquido, e la sua evaporazione, all’interno di un materiale poroso ricoperto di grafene. Questi esperimenti rientrano nel settore generale della micro-fluidica, cioé lo studio del comportamento dei liquidi.
In un laboratorio è possibile modificare molti parametri come temperatura, umidità, presenza di campi elettrici o magnetici; è però impossibile modificare la forza di gravità che agisce su questi fluidi; per questo, bisogna usare i voli parabolici in cui, per pochi secondi, la drammatica discesa di quota dell’aereo permette di diminuire o annullare la forza di gravità; l’effetto è simile alla di perdita di peso che sentiamo in un ascensore che scende velocemente.

Quali applicazioni potrebbe avere un materiale del genere nella ricerca spaziale?

Depositiamo il grafene all’interno di un blocco di metallo poroso. Questo materiale è il cuore di un dispositivo chiamato “heath loop pipe” un tipo molto particolare di radiatore, capace di dissipare calore grazie all’evaporazione e al ricircolo di un liquido.
Le heath loop pipes sono molto utili sui satelliti in orbita, per raffreddare ad esempio dispositivi elettronici, perché funzionano senza bisogno di pompe o di energia esterna.
Quando un satellite è nello spazio, l’assenza di aria rende difficile dissipare il calore nello spazio. Quando un lato del satellite è esposto al sole, la differenza di temperatura tra lato al sole e lato in ombra può superare i 200 gradi, danneggiando seriamente i componenti elettronici.

Quali sono le proprietà termiche del grafene in grado di migliorare il trasferimento di calore e l’efficienza dei dispositivi?

Il grafene è composto da atomi di carbonio legati assieme per formare un reticolo esagonale. Ogni atomo del reticolo è connesso ad altri tre da legami chimici molto robusti e stabili, e l’intera struttura trasmette molto bene le minuscole vibrazioni atomiche che noi percepiamo, su scala macroscopica, come calore. Grazie a questa sua struttura cristallina il grafene ha un’ottima conducibilità termica, sino a dieci volte meglio di quella, ad esempio, del rame. A differenza di altri materiali, i foglietti di grafene possono essere estratti dalla grafite, dispersi in una soluzione e depositati su qualsiasi substrato, come ad esempio il metallo poroso che noi testeremo durante i voli.

Gianluigi Marsibilio

ALLA SCOPERTA DELLA CHIMICA DI TITANO

In questo bellissimo talk dell’American Chemical Society si parla della fine della missione Cassini con una particolare attenzione alle novità che la sonda ci ha svelato su Titano, una delle lune più interessanti del pianeta e dell’intero sistema solare.

Su youtube, aprendo il link, potete trovare altri video estremamente interessanti dell’American Chemical Society, che spesso postiamo anche noi qui sul nostro sito.

TERRA CHIAMA MARTE, IL FUTURO DEL PIANETA ROSSO SPIEGATO DA FRANCESCA ALTIERI

Nella settimana che precede l’inizio del nostro festival Le Stelle dal Borgo vogliamo farvi conoscere meglio una delle protagoniste dei nostri incontri. Francesca Altieri, dell’Istituto di Astrofisica e Planetologia di Roma, il 12 agosto a Guardiagrele (Ch) ci racconterà le novità e il futuro del pianeta rosso, nella nostra chiacchierata potete trovare un assaggio di quello che sarà il tema dell’incontro.

-Il tema del nostro incontro sarà il futuro dell’esplorazione spaziale sul pianeta rosso. La parola futuro come si coniuga con Marte?

Il futuro dell’esplorazione spaziale di Marte è ricco di eventi. Ci sono infatti già delle date importanti da segnare. A metà del 2018 un orbiter ESA inizierà la sua fase operativa per studiare la composizione dell’atmosfera, e ci sarà il lancio di un lander della NASA che ha l’obiettivo di capire se Marte è ancora geologicamente attivo; nel 2020 ci saranno invece i lanci di due rover, uno ESA ed uno NASA.

-Le date su un possibile sbarco di astronauti, cambiano anno dopo anno,
quali saranno le tappe da raggiungere prima di vedere un uomo su Marte?

Prima di tutto dalle missioni future abbiamo bisogno di capire meglio se e quando Marte abbia ospitato forme di vita. Ora sappiamo con certezza che Marte in passato aveva un ambiante favorevole allo sviluppo della vita, per come la conosciamo noi sulla Terra. Dobbiamo pero’ avere ulteriori evidenze che giustifichino in maniera definitiva una missione umana. Ciò non toglie che le agenzie spaziali di tutto il mondo (e non solo!) stiano comunque pianificando delle possibili missioni umane verso il pianeta Rosso. Comunque cio’ che davvero manca attualmente è la tecnologia per riportare indietro i nostri astronauti.

– Quali obiettivi deve raggiungere ancora l’esplorazione robotica sul
pianeta?

Una delle tappe fondamentali (anche per dare un’ulteriore spinta alla realizzazione di missioni umane) è riportare a terra campioni prelevati da siti con una mineralogia particolarmente interessante. L’obiettivo è analizzare materiali di interesse esobiologico (come rocce sedimentarie prelevate da terreni molto antichi) nei nostri laboratori, e quindi con tecniche molto sofisticate e sotto il nostro completo controllo.

– Tutti si sono concentrati a denigrare il povero Schiaparelli ma
attraverso il fallimento si possono cogliere nuove opportunità nello spazio?

L’esplorazione spaziale è segnata dagli insuccessi. Purtroppo fanno parte di questo processo e lo vedremo meglio durante la mia presentazione. Nel caso specifico del modulo Schiaparelli, l’obiettivo da parte dell’Agenzia Spaziale Europea era dimostrare che dal punto di vista tecnologico l’Europa è in grado di gestire le fasi di entrata in atmosfera, di discesa e di atterraggio di un lander. Nell’ottica di vedere il bicchiere mezzo pieno, sicuramente alcuni obiettivi sono stati raggiunti: entrata in orbita e gestione delle prime fasi della discesa. Purtroppo, poi, qualcosa è andato fuori controllo e la parte finale è stata, appunto, un fallimento. Ma l’ESA ha già prodotto un report molto dettagliato, dimostrando che i suoi ingegneri hanno ricostruito quello che non ha funzionato.

– Com’è cambiata la percezione, all’interno della comunità scientifica, del
pianeta rosso nel corso di questi anni?

Grazie alla missione ESA Mars Express e alle recenti missioni della NASA, è oramai chiaro che nel passato Marte era molto più simile alla Terra di come ci appare ora.

– Per un atterraggio di rover o addirittura umani, come si valuta un sito?
Quali caratteristiche deve avere un sito di atterraggio?

Prima di tutto un sito di atterraggio deve essere sicuro. Questo vuol dire che il terreno non deve presentare massi di grandi dimensioni o punti troppo scoscesi, per non danneggiare il modulo di atterraggio. Ovviamente però il sito deve essere anche scientificamente interessante. I dati raccolti dalle missioni più recenti hanno fornito un forte contributo per valutare quest’ultimo aspetto, in particolare in termini della composizione mineralogica dell’area che i rover vanno a perlustrare.

– Quali sono le tue più grandi paure legate all’esplorazione di Marte?
Quali le più grandi speranze?

L’atmosfera di Marte è caratterizzata dalla presenza di minuscole particelle di polvere che possono danneggiare strumentazione robotica o di supporto alle missioni umani. Periodicamente si innescano tempeste di polvere che coinvolgono tutto il pianeta. Inoltre, la superficie di Marte non è schermata, a differenza di quella terrestre, dai raggi UV e particelle energetiche. Questo rappresenta un pericolo per l’esplorazione umana.
La mia speranza è che lo sviluppo di nuove tecnologie proceda velocemente per permettere alle future generazioni di astronauti di fare un viaggio Terra-Marte di andata e ritorno, ed in completa sicurezza.

– Neil deGrasse Tyson ha detto questo, riporto la frase originale: “This adventure is made possible by generations of searchers strictly adhering to a simple set of rules. Test ideas by experiments and observations. Build on those ideas that pass the test. Reject the ones that fail. Follow the evidence wherever it leads, and question everything. Accept these terms, and the cosmos is yours”. Marte è la più grande prova che l’umanità, dal punto di vista scientifico, è chiamata ad affrontare?

Comprendere se mai Marte abbia ospitato in passato forme di vita o se, in siti protetti nel sottosuolo, ci sia tuttora un’attività batterica, è una delle sfide più grandi per l’esplorazione spaziale planetaria. Ma di certo non è la sola. Volendo circoscrivere il raggio al nostro Sistema Solare, missioni recenti come Dawn e Rosetta hanno dimostrato che i corpi minori possono essere molto ricchi in materiale organico. Inoltre, negli ultimi anni abbiamo imparato che sotto la superfice ghiacciata di Europa, una delle lune di Giove, ci potrebbe essere un oceano arricchito di elementi che hanno reso possibile la formazione e sviluppo di forme vita sulla terra. Spingendo lo sguardo più in la’, è oramai chiaro che ogni stella ospita un sistema planetario e pianeti simili alla Terra potrebbero essere molto piu’ comuni di quanto finora pensato! Ma se invece pensiamo all’astronomia in senso piu’ ampio, altre sfide riguardano lo studio delle onde gravitazionali e della materia oscura, solo per fare degli esempi. I progressi fatti nel XX secolo ci hanno fatto sentire il Cosmo un po’ piu’ nostro, ma molto c’e’ ancora da testare, analizzare e scoprire!

Qui trovate il programma completo del festival

Gianluigi Marsibilio

DI CHE COLORE è LA STATUA DELLA LIBERTA?

L’aria e lo smog nel porto di New York stanno cambiando il colore ad un monumento simbolo della città: la Statua della Libertà

Crediti: American Chemical Society

UN UNIVERSO SENZA BIG BANG è SEMPLICEMENTE IMPOSSIBILE

Il detto usato in Prometheus : “Tutte le grandi cose hanno piccoli inizi”, sembra non applicarsi perfettamente all’universo.

Il Big Bang come inizio non dovrebbe essere stato molto tranquillo: i dati di Planck mostrano come l’universo circa 13,8 miliardi di anni fa, quindi esattamente a ridosso della data del grande scoppio, era una bellissima e calda zuppa della nonna, ricca di particelle e gas primordiali. Quando ci avviciniamo al Big Bang, la densità di energia e la curvatura crescono fino a raggiungere il punto in cui diventano infinite. Nel corso degli anni si è cercato di ripulire la cosmologia dall’idea del Big Bang, ma un nuovo paper redatto da Jean-Luc Lehners, del Max Planck Research Group in Theoretical Cosmology, da Neil Turok e Job Feldbrugge del Perimeter Institute afferma come, ad oggi, sia impossibile svincolare il nostro universo dal Big Bang. Sembra proprio che lo scetticismo di Fred Hoyle sia andato a perdersi del tutto.

Alcune idee si sono susseguite nel tempo per permettere di accantonare il Big Bang, Lehners ha spiegato: “Si potrebbe pensare ad una geometria che è un po’ come la superficie di una palla: liscia e senza limiti- poi ha continuato- Ciò che è speciale in questo è che una geometria del genere non esiste nella fisica classica, ma risulta possibile nella fisica quantistica”.

Uno dei grandi fautori di questo universo senza confini è stato sicuramente Hawking, tramite la teoria dello stato senza confini. Il fallimento dietro questa idea è stato raccontato dallo scienziato: “Dietro questa ricerca c’è infatti un’instabilità catastrofica”. Ad oggi il vero limite è matematico e fisico, troppo spesso infatti, nell’elaborazione matematica di teorie alternative, si cade negli infiniti che devono essere evitati: “ Un’idea interessante è che l’universo sarebbe potuto rimbalzare da una fase concorrenziale precedente”: attualmente si sta facendo molta ricerca per confermare la fattibilità di questa ricerca.

La proposta no- boundary non è impossibile, tuttavia secondo i calcoli effettuati non permetterebbe un universo stabile e grande quanto il nostro, ma solo modelli di universi irregolari e sulla perenne soglia del collasso.

Ad oggi la migliore certificazione del BANG è la radiazione cosmica che permea l’universo: “ È la migliore prova – ha affermato Lehners- che abbiamo avuto una fase estremamente densa e calda, come effettivamente previsto dalla teoria del Big bang”. Logicamente le prove sono ancora da ricercare e ancora abbiamo i tasselli completi della situazione, quindi è ancora difficile collocare il Big Bang come simbolo dell’inizio dell’Universo.

Non ancora sappiamo con precisione cose è successo con il Big Bang, qualcosa di molto speciale deve essere accaduto per permettere l’evoluzione dell’universo come lo conosciamo: “Dobbiamo continuare a cercare indizi” ha concluso il fisico. La cosmologia attualmente sta speculando anche sulla possibilità di un multiverso, ovvero l’idea che accanto al nostro universo ci siano altri, forse infiniti universi; con questa possibilità abbiamo stuzzicato Lehners: “Se pensiamo che il Big Bang è qualcosa che può accadere con una certa probabilità, allora è naturale speculare su queste idee”. Questi mondi tuttavia sarebbero completamente separati da noi, e nessuna occasione di verificarli è possibile: “ È ovviamente molto importante che qualsiasi teoria scientifica possa veramente essere testata, altrimenti è solo pura speculazione. Con il problema del multiverso siamo sicuramente al limite di questo criterio”.

Gianluigi Marsibilio

 

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ACCORDO DI PARIGI, C’È BISOGNO DI PIÙ CHIAREZZA?

Gli impegni assunti con l’accordo di Parigi si fanno sempre più difficili da mantenere e le stime delle emissioni di CO2 potrebbero essere, come afferma un nuovo studio su Nature Communications, al di sotto rispetto a quelle che realmente si raggiungeranno nel 2030, con un aumento di gas serra da 47 a 67 miliardi di tonnellate di CO2 emesse.

Joeri Rogerlj, del programma ENE dell’Istituto Internazionale dei sistemi applicati, grande studioso del cambiamento climatico e firmatario dello studio ha precisato: “L’accordo è forte solo se l’ambizione dei paesi che l’hanno ratificato, è alta”.

La grande forza dell’accordo è quella di fornire un’architettura di dimensione internazionale. L’idea è quella di evitare un aumento di 2 gradi centigradi della temperatura media.

C’è effettivamente un prima e un dopo la Cop21 di Parigi: la conferenza ha segnato una svolta per la comunità scientifica, da anni impegnata a combattere il cambiamento climatico. L’obiettivo raggiunto negli accordi è rappresentato dalla volontà degli stati di limitare l’aumento delle temperature a meno 2°C rispetto ai livelli pre-industriali, cercando di rimanere sulla soglia del grado e mezzo per ridurre i rischi legati al clima.

Alcuni mesi fa uno studio pubblicato su Nature da Niklas Höhne, dell’International Institute for Applied Systems Analysis (IIASA) a Laxenburg, in Austria, ha esaminato in dettaglio gli accordi e per ora, se le condizioni non saranno rafforzate, l’aumento delle temperature si certificherà fra i 2,6 e i 3,1°C.

La ricerca del gruppo dell’IIASA, uscita pochi giorni fa, è ancora più desolante: le mappe che determinano gli impegni presi dai vari paesi, noti come NDC (Contributi Determinati nazionali) rimangono infatti incomplete e molti dettagli non riescono a chiarire il panorama dell’accordo della COP21. Le NDC sono effettivamente i programmi presentati dalle varie nazioni per aderire all’accordo internazionale.

Proprio in questo panorama è fondamentale il monitoraggio della situazione attraverso le varie politiche:”L’analisi degli indicatori chiave sarà cruciale – ha spiegato Rogerlj- Ciò significa non solo monitoraggio e segnalazione dei dati relativi alle emissioni, ma anche degli investimenti e dell’installazione di infrastrutture energetiche o di politiche che possono contribuire a rendere effettiva una transizione verso una società a basse emissioni di carbonio”.

Alcuni piccoli chiarimenti nei programmi dei paesi possono aiutare a chiarire la situazione con una sicurezza sulle stime di oltre il 10%. Per mantenere il riscaldamento entro i 2 ° C i paesi dovrebbero aumentare la severità delle loro NDC prima del 2030. Proprio questa data rischia di essere una pericolosa deadline per il cambiamento climatico.

Gianluigi Marsibilio

#LIBRODELLASETTIMANA- Il gene. Il viaggio dell’uomo al centro della vita, Siddartha Mukherjee

Mukherjee è uno dei più brillanti divulgatori in circolazione e lo dimostra il modo in cui racconta l’avventura dei geni, del cancro e della sua vita a contatto con la terapia genica.

La spiegazione di ogni passaggio è sintetica, accurata e frizzante, per esempio guardate come parla del genotipo: “Una particolare combinazione di geni (un genotipo) potrebbe predisporci a una particolare configurazione del naso o a una certa personalità, ma la forma esatta o la lunghezza del naso che avremo resta impredicibile. Una predisposizione non può essere confusa con la disposizione: una è una probabilità statistica; l’altra una realtà concreta”. Veloce, tempestivo e puntuale, ecco l’essenza di un volume da leggere e nato forse per caso, dopo il Pulitzer per la saggistica nel 2011.

La storia dei geni tocca Pitagora, Aristotele, Darwin e i novelli scienziati, sono tutti accomunati da un senso di ricerca quasi romantico, che viene espresso al meglio nel libro, anche grazie agli intermezzi di storie intime che lo scrittore racconta.

L’idea del gene è raccontata in modo sempre estroso, e parte proprio da una frase: “è necessario portare avanti bizzarri processi sperimentali per scoprire l’idea di particelle discrete di eredità”.

Dentro al gene si nasconde questo mistero dell’ereditarietà che affascina il lettore e lo porta a comprendere l’origine di tutti gli sviluppi della scienza moderna.

L’idea alla base è quella di poter leggere noi stessi, nel mentre siamo in procinto di applicare e studiare tecniche sempre più mirate per leggerci, perdetevi nelle pagine di Mukherjee, anche dei suoi precedenti lavori, non ve ne pentirete.

La traduzione italiana tralascia il sottotitolo originale del libro che è: “An intimate history”, effettivamente proprio da lì parte la necessità di raccontare i geni, da un collage di storie personali dell’autore tutto da scoprire.

 

Qui il link per comprare il libro

UN MARE NON SOSTENIBILE

Il mare è una vera fucina dello schiavismo: a farlo presente grandi inchieste uscite su NYTimes, Guardian e altri importanti testate internazionali. In settimana un articolo pubblicato su Science da vari istituti e ricercatori di enti e associazioni ha evidenziato l’esigenza di cambiare rotta a questo sfruttamento selvaggio di uomini che, attraverso 22 ore di lavoro spesso mal pagate, si aggiunge ad una cattiva condotta in mare che porta ad uno abuso di pesca dei frutti di mare.

Le tre priorità messe in luce dal documento vanno dalla tutela dei diritti umani, la dignità e il rispetto per l’accesso alle risorse; e la garanzia di uguaglianza e opportunità eque a beneficio; migliorando il cibo e il mantenimento di sicurezza.

Il Dr. Cisneros-Montemayor ha spiegato il senso di queste priorità: “Gli oceani sono l’ultima grande fonte di cibo selvatico per gli umani, ma sono molto meno regolamentati dei sistemi di terra,ad esempioil settore dei frutti di mare è incredibilmente complesso e difficile da governare. La ricerca scientifica moderna tende ad essere molto specifica, ma la pesca e il settore frutti di mare coinvolgono molteplici aree ecologiche e sociali, quindi è difficile visualizzare l’intero settore e le sue problematiche”.

L’idea comunque di sviluppare una politica di comportamento per il trattamento dei lavoratori e dello sfruttamento dei mari è un archetipo comune in questi ultimi anni: su Marine Policy, è uscito uno studio di vari autori dell’Università di Washington, l’University of British Columbia e Stanford University, che hanno analizzato la situazione del mare da un punto di vista ecologico e sociale. La ricerca, guidata da Cisneros- Montemayor e altri è una naturale prosecuzione di questi studi.

La sfida rimane l’eccesso di pesca, stiamo catturando semplicemente troppi pesci per continuare con questi ritmi.

“Il problema è che meno pesci ci sono- ha dichiarato Cisneros- Montemayor – più la capacità di pesca (tramite reti e barche più grandi) aumenta nell’oceano, questo significa che la quantità di pesce diminuisce sempre di più”.

Trovare soluzioni adatte agli ecosistemi più influenzati dai cambiamenti climatici è fondamentale per un rinnovamento nel settore del lavoro e ambientale.

 

I frutti di mare sono molto ricercati in alcuni mercati, l’idea migliore è: “Dare incentivi ai vari sistemi per essere più sostenibili, sia che si tratti di proprietà su risorse o altre fonti di reddito che si basano su ecosistemi sani (come l’ecoturismo)”. I benefici delle risorse devono essere distribuiti e ben studiati perché se ricadono su pochi, aumenteranno il tasso di pratiche di pesca illecite e conflitti sociali.

Solo negli USA la pesca genera 200 miliardi di dollari e anche con un leggero calo del profitto del pescato è fondamentale trovare soluzioni. Convincere i pescatori a ottenere benefici attraverso la cura della risorse è la sfida dei prossimi anni: “Se loro pescano in modo sostenibile, ma qualcun altro va a prendere i loro pesci, questo sistema sarà fallimentare”.

Anche le grande aziende vanno monitorate e controllate per far in modo che riescano ad applicare le leggi nazionali ed internazionali. L’OHI (Ocean Health Index), eleborato dall’UC di Santa Barbara sta dipingendo tramite i Big Data un quadro scientifico per monitorare la salute degli oceani del mondo.

La speranza è quella di valutare 220 paesi costieri per una grande scorpacciata di dati, lo sforzo sta occupando più di 30 scienziati e centinaia di database colmi di dati.

Il trend generale è esente da miglioramenti nell’oceano e non c’è nemmeno alcun peggioramento grave: punteggi per ciascun obiettivo vanno da 0 a 100, e il quarto punteggio consecutivo globale è di 71, e mentre l’oceano è rimasto stabile, la sua condizione è lontana dal 100 desiderato che indicherebbe piena sostenibilità.
Oceani, frutti di mare e sostenibilità, quale futuro per le acque del mondo?

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