UA-101332019-1
Search

tra Scienza & Coscienza

"Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me'' I. Kant

Category

Scienza

GAIA STA CAMBIANDO IL VOLTO DELLA NOSTRA GALASSIA

La missione Gaia dell’ESA ha prodotto il più ricco catalogo di stelle fino ad oggi e comprende le misurazioni ad alta precisione di circa 1,7 miliardi di stelle che rivelano dettagli inediti della nostra galassia.
Una moltitudine di scoperte è all’orizzonte dopo questa tanto attesa versione aggiornata della mappa, che si basa su 22 mesi di rilevamento del cielo. I nuovi dati includono posizioni, indicatori di distanza e movimenti di oltre un miliardo di stelle, insieme a misurazioni ad alta precisione di asteroidi nel nostro Sistema Solare e di stelle oltre la nostra Via Lattea.
L’analisi preliminare di questi dati fenomenali rivela dettagli precisi sulla composizione della popolazione stellare della Via Lattea e su come si muovono le stelle, informazioni essenziali per indagare sulla formazione e l’evoluzione della nostra galassia domestica.
“Le osservazioni raccolte da Gaia stanno ridefinendo le basi dell’astronomia”, afferma Günther Hasinger, direttore delle scienze dell’ESA.
Il video è un 360 panoramico della nostra galassia che mostra come GAIA sta lavorando per raccogliere più dati possibili sulle stelle che ci circondano.

Crediti foto e video: ESA

_continue=4&v=8cXURHmtf3I

NEL CUORE DELLA LAGUNA PER IL 28ESIMO ANNO DI HUBBLE

Dal suo lancio, il 24 aprile 1990, il Telescopio Spaziale Hubble della NASA / ESA ha rivoluzionato quasi ogni area dell’astronomia osservativa. Ha offerto una nuova visione dell’Universo e ha raggiunto e superato tutte le aspettative per un periodo di ben 28 anni. Per celebrare l’eredità della missione di Hubble e la lunga partnership internazionale che la rende possibile, ogni anno l’ESA e la NASA celebrano il compleanno del telescopio con una nuova spettacolare immagine. L’immagine dell’anniversario di quest’anno presenta un oggetto che è già stato osservato diverse volte in passato: la Nebulosa Laguna.

La Nebulosa Laguna è un oggetto colossale di 55 anni luce e alto 20 anni luce. Pur trovandosi a circa 4000 anni luce dalla Terra, appare nel cielo tre volte più grande della Luna Piena. Se poi avete a disposizione cieli bui e trasparenti, è anche visibile a occhio nudo. Essendo relativamente così grande, Hubble è in grado di catturare solo una piccola parte per volta della sua superficie totale, ma ci mostra in ogni caso dettagli sorprendenti

Come molti vivai stellari, la nebulosa vanta molte stelle grandi e calde. La loro radiazione ultravioletta ionizza il gas circostante, facendolo splendere luminoso e scolpendolo in forme che appaiono spettrali e ultraterrene. La stella luminosa incastonata nelle nuvole scure al centro dell’immagine è Herschel 36. La sua radiazione scolpisce la nube circostante soffiando via parte del gas, creando regioni più o meno dense.

Tra le sculture create da Herschel 36 ci sono due tornadi interstellari – inquietanti strutture a corda lunghe quasi mezzo anno luce. Somigliano ai loro omonimi terrestri non solo per la forma, si pensa infatti che siano avvolti in questa forma ad imbuto a causa delle differenze di temperatura tra le calde superfici (dove i gas sono più compressi) e il più freddo interno delle nubi interstellari. Prima o poi nel futuro queste nubi collasseranno sotto il loro stesso peso e daranno vita a una nuova generazione di stelle.

Hubble ha osservato la Nebulosa Laguna non solo in luce visibile ma anche nelle lunghezze d’onda dell’infrarosso. Mentre le prime consentono agli astronomi di studiare il gas in tutti i suoi dettagli, la luce infrarossa penetra le zone oscure di polvere e gas, rivelando le complesse strutture al di sotto e le giovani stelle nascoste al suo interno.

Solo combinando dati ottici e infrarossi è possibile dipingere un quadro completo dei processi in atto nella nebulosa.

Di seguito tutte le versioni di questa incredibile nebulosa ripresa dal telescopio spaziale Hubble nel tempo.

Crediti foto: : NASA, ESA, STScI
Coelum 

Com’è il CUORE di un ESOPIANETA?

Scavare nel cuore di pianeti extrasolari è possibile grazie ad una nuova serie di simulazioni fatte da Ray Smith e dal suo team del Lawrence livermore National laboratory in California.

Per simulare il cuore di un pianeta extrasolare gli scienziati hanno puntato 176 laser su una piccola pallina di ferro, spessa qualche micrometro, con un’energia tale che in circa 30 miliardesimi di secondo è stato possibile comprimere il ferro fino a pressioni 14 milioni di volte superiore a quella atmosferica terrestre a livello del mare.

Le pressioni all’interno di un esopianeta sono di gran lunga superiori rispetto a quelle che si trovano nel nostro nucleo terrestre, per capirci meglio, c’è stato spiegato da Ray che : “Un pianeta extrasolare con 5 volte la massa della terra ha circa 2 TPA ovvero 20 milioni di atmosfere in più ,rispetto alle 0.36 TPA della terra”

L’esperimento portato avanti nel laboratorio è la continuazione di un lavoro già compiuto da Smith e colleghi che aveva, tramite una compressione, portato dei diamanti a pressioni estremamente superiori, sappiamo comunque con una buone dose di certezza che i diamanti non si trovano a tali profondità negli esopianeti.

L’esperimento è utilissimo anche perché la missione lanciata alcuni giorni fa dalla NASA, TESS, prevede di studiare proprio esopianeti di questa grandezza.

Gli scienziati hanno indagato pianeti dal raggio da 1 a 4 volte quello terrestre e hanno scoperto, grazie alle osservazioni di Kepler, che questa tipologia di corpi è estremamente presente nella nostra galassia.

I futuri esperimenti estenderanno lo studio sulle materie planetarie (materiali che compongo i pianeti al di fuori del nostro sistema solare) a successive pressioni atmosferiche.

Sarà estremamente interessante. tramite le tecnologie a raggi-x, determinare anche come le strutture dei cristalli si evolvono con queste pressioni estreme e difficili da concepire.

Credito foto

Gianluigi Marsibilio

TESS, IL NUOVO CACCIATORE DI MONDI VIAGGIA VERSO LA SUA ORBITA

Dopo un ultimo ritardo di 48 ore per problemi al razzo vettore, questa notte alle 00:51 ora italiana, il Falcon 9 della Space X è partito con successo dallo Space Launch Complex 40 della Air Force di Cape Canaveral in Florida, con a bordo il suo prezioso carico, il nuovo cercatore di pianeti extrasolari della NASA TESS.

All’1:53 i due pannelli solari gemelli che alimenteranno la sonda si sono aperti con successo.

«Siamo elettrizzati all’idea che TESS sia sulla buona strada per aiutarci a scoprire mondi che dobbiamo ancora immaginare, mondi che potrebbero essere abitabili o ospitare già la vita», ha dichiarato Thomas Zurbuchen, amministratore associato del consiglio direttivo delle missione scientifiche della NASA a Washington. «Con missioni come il James Webb Space Telescope,  che ci aiuterà a studiare in dettaglio questi pianeti, siamo sempre più vicini a scoprire se siamo soli nell’universo».

Nel corso di diverse settimane, TESS userà sei volte il propulsore per spostarsi in una serie di orbite sempre più allungate per raggiungere la Luna, dalla quale avrà un aiuto gravitazionale per potersi trasferire nella sua defintiva orbita scientifica di 13,7 giorni attorno alla Terra. Dopo altri  60 giorni circa di check-out e test della strumentazione a bordo, TESS sarà pronto per iniziare il suo lavoro.

«Un elemento fondamentale per il ritorno scientifico di TESS è l’elevata velocità di trasmissione dati associata alla sua orbita», spiega George Ricker, Principal Investigator di TESS presso il Kavli Institute for Astrophysics and Space Research Kavli  al MIT.  «Ogni volta che la sonda passa vicino alla Terra, trasmetterà immagini full frame scattate con le camere a bordo. Questa è una delle particolarità di TESS, che era mai stato possibile fare prima».

Per saperne di più sulla missione leggi anche Pronto a partire TESS il nuovo cercatore di esopianeti della NASA

Esploratori di esopianeti

Contestualmente alla riuscita del lancio, la NASA ricorda e invita a partecipare a un progetto di citizen science dedicati alla ricerca dei pianeti extrasolari, all’interno del famoso portale web ZooUniverse, utilizzando per il momento l’incredibile mole di dati della sonda Kepler, ormai in via di pensionamento.

I cittadini scienziati (ovvero chiunque abbia voglia di cimentarsi con questo tipo di ricerca dal proprio computer di casa) sono invitati a esaminare i dati della missione K2 di Kepler, per scoprire eventuali esopianeti in transito. Un lavoro di questo tipo, decisamente certosino, permetterà ai ricercatori professionisti di misurare i tassi di occorrenza dei diversi tipi di pianeti in orbita attorno diversi tipi di stelle.

Si potrà aiutare a rispondere a domande tipo: i piccoli pianeti (della taglia di Venere) sono più comuni di quelli grandi (tipo Saturno)? I pianeti a breve periodo (come Mercurio) sono più comuni di quelli su orbite lunghe (come Marte)? Abbiamo più possibilità di trovare pianeti attorno a stelle come il Sole o  attorno alle “nane rosse” più fredde e piccole ma anche più numerose?

Si tratta quindi di controllare e vagliare le numerose curve di luce raccolte da Kepler, alla ricerca di quei cali di luminosità che possono indicare la presenza di un pianeta in transito davanti alla sua stella. Aderendo al progetto si verrà guidati passo passo, prima con qualche semplice accenno alla teoria e poi nella ricerca vera e propria. Ovviamente sarà necessaria la conoscenza dell’inglese, ma niente di troppo complesso in realtà.

Ma i progetti di citizen science della NASA non sono gli unici che permetto agli appassionati di partecipare alla ricerca di pianeti extrasolari. Sono tante le occasioni per mettere alla prova la propria strumentazione amatorale, magari non da principianti, ma per astrofili più esperti… ma si deve sempre inziare da qualche parte, no? Una trattazione diffusa dello stato della ricerca amatoriale oggi di pianeti extrasolari e delle opportunità a disposizione la trovate in un lungo e completo articolo di Rodolfo Calanca, sui numeri 220 e 221 di Coelum Astronomia (come sempre in formato digitale e gratuito).

Quando cominceranno ad arrivare i dati da TESS, non è da escludere che anche quelli verranno messi a disposizione della comunità per permettere agli appassionati di affiancarsi alla ricerca porfessionale.

«Gli oggetti che TESS individuerà saranno materiale fantastico per la ricerca per i decenni a venire», ha affermato Stephen Rinehart, del team di missione TESS presso il Goddard Space Flight Center della NASA. «È l’inizio di una nuova era della ricerca sui pianeti extrasolari».

Coelum

TUTTO PRONTO PER IL LANCIO DI TESS

Il sostituto di Kepler è sempre più vicino al suo lancio: la missione TESS, che amplierà il catalogo degli esopianeti conosciuti, è infatti ai blocchi di lancio a Cape Canaveral.

A mandarlo in orbita sarà il razzo Falcon 9 della Space X, che già dalla scorsa settimana aveva fatto alcuni test.

Una volta compiuto il suo lavoro lo stadio principale del missile tornerà a terra su una nave drone situata nell’Atlantico.

Tess avrà bisogno di alcuni mesi per prepararsi al meglio alla ricerca e raggiungere l’orbita adatta per cacciare pianeti, il F9 metterà in condizione il satellite di cogliere e sfruttare la gravità lunare per raggiungere la sua posizione più velocemente.

Qui potete vedere il lancio previsto per le 6:32 pm EDT.

https://youtu.be/aY-0uBIYYKk

IL NUOVO CACCIATORE DI PIANETI TESS è PRONTO PER IL LANCIO

Dopo lo straordinario lavoro di Kepler, avviato alla pensione, grazie al quale dal 2009 sono stati individuati oltre 5000 pianeti extrasolari, il testimone passerà a TESS (Transiting Exoplanet Survey Satellite), il cui compito sarà, proprio come per il suo predecessore, quello di segnalare nuovi candidati pianeti da confermare poi con ulteriori studi e dati da altri telescopi. Quello che ci si aspetta è che nell’arco dei prossimi due anni ne individui fino a 20.000!

TESS si concentrerà su stelle vicine e luminose, in modo da  facilitare il compito a telescopi che, dallo spazio e da terra, dovranno poi confermare o smentire la natura planetaria dei candidati individuati. Sempre parlando di aspettative e probabilità, ci si aspetta che tra questi ventimila candidati almeno 500 siano di taglia confrontabile al nostro pianeta (entro il doppio delle dimensioni della Terra), e che quindi possano essere buoni candidati anche per la ricerca di forme di vita.

Il nuovo cacciatore di esopianeti è pronto quindi a partire, dal 16 aprile, dallo Space Launch Complex 40a di Cape Canaveral (in Florida) a bordo del razzo SpaceX Falcon 9. Una volta nello spazio, TESS percorrerà un’orbita elittica particolare attorno a Terra e Luna. Inserito nella sua orbita finale, sarà infatti in grado di utilizzare la gravità della Luna per stabilizzarsi per decenni nella sua orbita senza usare carburante extra. La missione è nominalmente destinata a durare due anni, ma potrebbe continuare a ricevere dati quasi indefinitamente!

Ci vorranno alcuni mesi prima che TESS entri nella sua orbita operativa e inizi a raccogliere dati, ma a quel punto avrà a disposizione un punto di vista privilegiato che le consentirà di osservare fino all’85% del cielo, quasi 350 volte il cielo a disposizione di Kepler. Coprirà ben 26 diversi settori ognuno di 24 x 96 gradi. Le potenti camere a bordo avranno 27 giorni per coprire ogni settore, al ritmo di due brillanti stelle al minuto.

Come dicevamo, più luminosa è la stella, più facile è determinare le caratteristiche dei suoi pianeti, come la sua massa o se ha un’atmosfera, usando un’analogia l’astronoma del MIT Sara Seager spiega: «I fotoni sono la nostra moneta – più se ne ha, meglio è!».

E in effetti è così… Uno dei problemi che ha dovuto affrontare Kepler, infatti, è il fatto che alcune delle stelle studiate erano così lontane e così flebili che l’unico modo per confermare alcuni dei candidati da lui individuati è stato attraverso tecniche statistiche, più che da osservazioni dirette fatte da altri telescopi, e quindi con alti margini di errore. Molti di quei pianeti potrebbero, a un’esame più approfondito, non essere più considerati tali.  Un recente articolo pubblicato su arXiv.org ha mostrato, ad esempio, che Kepler 452b, un pianeta di dimensioni terrestri che orbita attorno a una stella simile al Sole, alla stessa distanza della Terra, potrebbe rivelarsi solo un miraggio.

Ma la maggiorparte delle stelle considerate da Kepler si trovavano a più di 1000 anni luce di distanza, per questo TESS si concentrerà invece su un campione di 200 mila stelle ad al massimo poche centinaia di anni luce da noi, e con una luminosità compresa tra le 30 e le 100 volte più alta di quelle osservate da Kepler.

Al di là del campione che andrà ad indagare, il modo in cui TESS cercherà gli esopianeti è lo stesso di Kepler, come dice anche il nome: il metodo dei transiti, ovvero il satellite osserverà le stelle cercando cali nelle curve di luce, che potrebbero indicare il transito di un pianeta di fronte alla stella. La misura di questi cali di luminosità può dare ai ricercatori un’idea delle dimensioni del pianeta.

Una volta individuato, gli astronomi avranno bisogno di più informazioni per comprenderne le caratteristiche, ad esempio se è roccioso o gassoso, e per fare questo servirà l’uso di altri strumenti.  I telescopi terrestri misureranno l’effetto gravitazionale di un pianeta sulla sua stella ospite, ad esempio, per misurarne la densità, sperando di individuare pianeti di dimensioni minori a quelle di Nettuno e di natura rocciosa, potenzialmente quindi abitabili.

Per analizzarne poi le atmosfere, e cercare molecole che possano suggerire la presenza di vita, sarà invece necessario attendere il telescopio spaziale della NASA James Webb, al momento previsto per il lancio nel 2020, sperando non intervengano ulteriori problemi.

Viste le potenzialità di TESS, ci sia aspetta quindi che la sua missione venga estesa numerose volte. Il lavoro di TESS non dipende da nulla che possa consumarsi nel tempo (come il carburante) e, come conclude Ricker: «Sarà sostanzialmente limitato da quanto a lungo la NASA avrà la pazienza di finanziare la missione».

La NASA seguirà il lancio del satellite come sempre con un nutrito programma di interventi e conferenze in streaming su NASA TV, a partire dal giorno precedente al lancio. Per maggiori informazioni sulla missione e seguirne i prossimi passi:

http://www.nasa.gov/tess

 

Coelum Astronomia

MATERIA OSCURA, ADMX è LA SVOLTA NECESSARIA ALLA RICERCA?

Inutile nasconderlo, la materia oscura è una vera chimera per i ricercatori di cosmologia e fisica che negli ultimi 30 anni si sono avvicendati tra esperimenti e laboratori per cercare di trovarne un vago sentore.

L’ Axion Dark Matter experiment (ADMX) che si trova a Washington, ha riportato e pubblicato dei risultati importantissimi su Physical Review Letters, infatti si tratta del primo esperimento al mondo ad aver sviluppato la necessaria sensibilità per sentire i vagiti della materia oscura, più precisamente sarà il primo esperimento a cercare di scovare le traccie degli assioni.

Andrew Sonnenschein, membro fondamentale della collaborazione ADMX, ci ha spiegato a fondo il significato di questo nuovo esperimento: ” Gli assioni sono particelle ipotetiche inventate negli anni 70 dai teorici Roberto Peccei e Helen Queen come sottoprodotto dei loro tentativi di risolvere i problemi tra le interazioni tra i Quark e i gluoni”. I ricercatori hanno aspettato molto tempo per scoprire che, tramite queste particelle, potevano risolvere il problema della materia oscura o per farla breve cercare di capire di più sulla parte di universo che noi oggi non conosciamo, ovvero quello oscura.

“Queste particelle -ha spiegato il ricercatore- hanno masse molto piccole e possono interagire in modo debolissimo con la materia ordinaria e quindi sono molto difficili da rilevare”.

ADMX funziona grazie ad un fortissimo campo magnetico che converte gli assioni in fotoni ordinari in modo da permettere di essere rilevati più facilmente da quello che è il ricevitore radio più sensibile al mondo.

“Ora- come ci ha spiegato lo studioso- c’è una reale possibilità di sondare la materia oscura. Abbiamo dimostrato un grande salto di qualità nella sensibilità e questo trasforma il problema della rilevazione da quasi impossibile a estremamente impegnativo”.

L’esperimento utilizza dei componenti isolati da fonti esterne,ipersensibili e raffreddati a temperature vicine allo zero assoluto. Gli scienziati si aspettano e sperano di vedere interagire i fotoni con queste particelle enigmatiche.

Dal lontano 1933, anno in cui Fritz Zwicky propose per la prima volta la materia oscura come un sistema per spiegare la discrepanza tra le velocità di rotazione delle galassie, ancora si riesce ad avere una visione chiara di questa parte enigmatica e affascinante dell’universo.

Quello raggiunto dalla collaborazione ADMX è sicuramente una svolta tecnica che potrà produrre risultati fino ad ora irraggiungibili.

Crediti foto: Mark Stone/University of Washington

UNA SIMULAZIONE SVELA L’ORIGINE DELLE PRIME MOLECOLE ORGANICHE

Ricercatori dell’Istituto per i processi chimico-fisici (Ipcf) del Cnr di Messina hanno riprodotto, mediante avanzate tecniche numeriche, il processo chimico che potrebbe aver determinato la sintesi primordiale dell’eritrosio, precursore del ribosio, lo zucchero che compone l’RNA, facendo così luce sull’origine delle prime molecole biologiche e quindi sull’inizio della vita sulla Terra. I risultati sono stati pubblicati su Chemical Communications della Royal Society of Chemistry, in collaborazione con l’Accademia delle scienze della Repubblica Ceca di Brno e la Sorbona di Parigi.

Uno dei tasselli cruciali nel puzzle dell’origine della vita è rappresentato dalla comparsa delle prime molecole biologiche sulla Terra come l’RNA, l’acido ribonucleico. Uno studio dell’Istituto per i processi chimico-fisici del Consiglio nazionale delle ricerche (Ipcf-Cnr) di Messina ha descritto, mediante avanzate tecniche di simulazione numerica, un processo chimico che da molecole semplici e presenti in enorme abbondanza nell’Universo, come l’acqua e la glicolaldeide, potrebbe aver portato alla sintesi primordiale dell’eritrosio, precursore diretto del ribosio, lo zucchero che compone l’RNA. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Chemical Communications, della Royal Society of Chemistry, da un team che coinvolge anche l’Accademia delle scienze della Repubblica Ceca di Brno e l’Università di Parigi Sorbonne.

“Nello studio dimostriamo per la prima volta che determinate condizioni prebiotiche, tipiche delle cosiddette ‘pozze primordiali’ in cui erano presenti le molecole inorganiche più semplici, sono in grado di favorire la formazione non solo degli aminoacidi, i mattoni fondamentali delle proteine, ma anche di alcuni zuccheri semplici come l’eritrosio, precursore delle molecole che compongono l’ossatura dell’RNA”, spiega Franz Saija, ricercatore Ipcf-Cnr e coautore del lavoro. “La sintesi degli zuccheri a partire da molecole più semplici, che possono essere state trasportate sul nostro pianeta da meteoriti in epoche primordiali, rappresenta una grossa sfida per gli scienziati che si occupano di chimica prebiotica. La formazione dei primi legami carbonio-carbonio da molecole molto semplici come la formaldeide non può avvenire senza la presenza di un agente esterno capace di catalizzare la reazione: la presenza di tali catalizzatori in ambienti prebiotici, tuttavia, è ancora un mistero”.

L’approccio computazionale alla chimica prebiotica già nel 2014 consentì al team di ricerca, con uno studio pubblicato su Pnas, di simulare il famoso esperimento di Miller, cioè la formazione di aminoacidi dalle molecole inorganiche contenute nel ‘brodo primordiale’ sottoposte a intensi campi elettrici. “Nel nostro esperimento, facendo uso di metodi avanzati di simulazione numerica al super-computer, una soluzione acquosa di glicolaldeide è stata sottoposta a campi elettrici dell’ordine di grandezza dei milioni di volt su centimetro, capaci di catalizzare quella reazione che in chimica viene chiamata formose reaction e che porta alla formazione di zuccheri a partire dalla formaldeide”, prosegue Giuseppe Cassone dell’Institute of Biophysics, Czech Academy of Sciences e primo autore dell’articolo scientifico.

“Oggi l’approccio computazionale alla chimica prebiotica è di fondamentale rilevanza perché permette di analizzare in modo molto specifico i meccanismi molecolari delle reazioni chimiche alla base dei processi che hanno portato alla formazione delle molecole della vita”, conclude Saija.

 

CNR

ICARO, LA STELLA ALL’ALBA DELL’UNIVERSO

In attesa di capire di più sul lancio del James Webb Telescope dalla NASA ci godiamo questa ulteriore e nuova scoperta del telescopio Hubble: è stata infatti scattata una foto di Icaro, la stella più lontana mai individuata grazie all’aiuto di una particolarissima tecnica di cui spesso vi abbiamo parlato, quella della lente gravitazionale.

NASA e ESA hanno trasmesso questa immagine ottenuta grazie all’importante effetto delle lenti gravitazionali.

La ricerca è stata presentata da Patrick Kelly dell’università del Minnesota e da altri suoi colleghi su Nature Astronomy. L’importanza della scoperta è racchiusa anche nel fatto che si tratta di una prima storica volta in cui un’unica stella viene ingrandita da un effetto del genere, fino ad oggi erano state viste solo delle singole galassie o interi ammassi.

Icaro è una supergigante blu ed è molto più calda e grande del nostro sole. Per carpire i segreti di questa singola stella è stato importante capire gli allineamenti tra le galassie e le stelle nello sfondo, studiandone anche il redshift.

La stella si trova a 9 miliardi di anni luce, che apparentemente sembrano una distanza insondabile per catturare immagini di una singola stella singola, fino ad oggi infatti erano state prese delle immagini solo di alcune supernove a tali distanze.

Il lensing, utilizzato per studiare a distanze così ampie, si verifica quando un oggetto di grande dimensione (come una stella gigante o un ammasso di galassie) passa esattamente davanti ad oggetti sullo sfondo nettamente più lontani dal punto di vista della nostra terra. Quando questo accade è possibile rilevare la luce emessa dagli oggetti di sfondo ampliata dall’intenso campo gravitazionale degli oggetti stessi.

Icaro si trova dietro un enorme ammasso di galassie a 5 miliardi di anni luce dalla Terra, il superammasso è praticamente un telescopio cosmico super produttivo che amplifica la luce degli oggetti sullo sfondo.

La stella ha un redshift di 1.5, caratteristica che rende ancora più interessante studiare questo tipo di oggetti. Sostanzialmente stiamo parlando di una grande fucina di informazioni.

Con gli strumenti di oggi è difficile riuscire a combinare il puzzle delle molte migliaia di immagini di corpi e stelle all’alba dell’universo, ma in futuro con un approccio tecnico migliore sarà possibile ricomporre veramente, immagine dopo immagine, le fasi iniziali dell’universo.

Crediti foto:

NASA/ESA/P. Kelly

Gianluigi Marsibilio

Powered by WordPress.com.

Up ↑