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tra Scienza & Coscienza

"Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me'' I. Kant

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Scienza

ALLA SCOPERTA DELLA CHIMICA DI TITANO

In questo bellissimo talk dell’American Chemical Society si parla della fine della missione Cassini con una particolare attenzione alle novità che la sonda ci ha svelato su Titano, una delle lune più interessanti del pianeta e dell’intero sistema solare.

Su youtube, aprendo il link, potete trovare altri video estremamente interessanti dell’American Chemical Society, che spesso postiamo anche noi qui sul nostro sito.

UN MONDO INFERNALE CON CIELI DI TITANIO

Un’equipe di astronomi, guidata da Elyar Sedaghati, borsista ESO e recentemente diplomato alla TU di Berlino, ha esaminato l’atmosfera dell’esopianeta WASP-19b con un dettaglio mai raggiunto prima.

Si tratta di un pianeta con massa simile a quella di Giove, ma così vicino al suo Sole da completare un’orbita in appena 19 ore e con una temperatura media che raggiunge i 2000° C.

Quando, dal nostro punto di vista, WASP-19b passa di fronte alla sua stella madre, parte della luce della stella filtra attraverso l’atmosfera del pianeta, che lascia tenui impronte che vengono rilevate quando la luce alla fine raggiunge la Terra. Usando lo spettrografo FORS2 installato sul VLT (Very Large Telescope) dell’ESO, l’equipe è stata in grado di analizzare in dettaglio questa luce e dedurre che l’atmosfera contiene piccole quantità di ossido di titanio, acqua e tracce di sodio, oltre a un caligine globale che diffonde la luce.

«Trovare queste molecole non è un compito semplice», spiega Elyar Sedaghati, che ha lavorato per due anni su questo progetto come studente all’ESO. «Non solo ci servono dati di qualità eccezionale, ma dobbiamo anche elaborarli con programmi sofisticati. Abbiamo usato un algoritmo che esplora milioni di spettri alla ricerca di un ampia gamma di composizioni chimiche, di temperature e di proprietà della caligine, prima di poter trarre le nostre conclusioni».

L’ossido di titanio è raro sulla Terra. Si sa che esiste nelle atmosfere delle stelle fredde. Nell’atmosfera di un pianeta caldo come WASP-19b agisce come assorbitore di calore. Se fossero presenti in quantità sufficiente, queste molecole impedirebbero al calore di entrare o di sfuggire attraverso l’atmosfera, portando all’effetto di inversione termica – la temperatura è più alta negli strati superiori dell’atmosfera e più bassa negli strati inferiori, l’opposto di quel che accade normalmente. Analoga all’azione dell’ozono nell’atmosfera terrestre, dove causa l’inversione termica nella stratosfera.

«La presenza dell’ossido di titanio nell’atmosfera di WASP-19b può avere effetti importanti sulla struttura della temperatura e sulla circolazione atmosferica,» spiega Ryan MacDonald, altro membro del gruppo e astronomo alla Cambridge University, Regno Unito. «Essere in grado di esaminare gli esopianeti a questo livello di dettaglio è promettente e molto emozionante» aggiunge Nikku Madhusudhan della Cambridge University che ha supervisionato l’interpretazione teorica delle osservazioni.

 

Gli astronomi hanno raccolto le osservazioni di WASP-19b per un periodo di più di un anno. Misurando le variazioni relative del raggio del pianeta a diverse lunghezze d’onda della luce che attraversa l’atmosfera del pianeta e confrontando le osservazioni con modelli di atmosfera hanno potuto derivare diverse proprietà, come il contenuto chimico, dell’atmosfera dell’esopianeta.

Questa nuova informazione sulla presenza di ossidi metallici come l’ossido di tianio e altre sostanze permetterà modelli molto più precisi di atmosfere esoplanetarie. Guardando al futuro, quando gli astronomi saranno in grado di osservare le atmosfere di possibili pianeti abitabili, i modelli più raffinati permetteranno di capire meglio come interpretare le osservazioni.

«Questa importante scoperta è il risultato di una ristrutturazione dello strumento FORS2, pensato proprio per questo scopo,» conclude Henri Boffin, dell’ESO e membro del gruppo, che ha guidato il progetto di ristrutturazione. «che lo ha reso lo strumento più adatto per questo tipo di studi da terra».

FONTE: COELUM ASTRONOMIA

Crediti foto: ESO

HARVEY E IRMA: ANATOMIA DI UN URAGANO

L’uragano è un ciclone tropicale, ossia un sistema atmosferico caratterizzato da un movimento rotatorio (antiorario nell’emisfero boreale e orario in quello australe generato dall’effetto della rotazione terrestre) di masse d’aria umida intorno a un centro di bassa pressione, caratterizzato da venti particolarmente intensi, temporali e piogge torrenziali, che si origina a causa delle elevate temperature sulle superfici degli oceani (uragano quando si origina sull’oceano Atlantico e il Pacifico orientale) intorno all’Equatore (a nord e a sud dell’equatore tra gli 5° ed i 20° di latitudine). I cicloni tropicali assumono altre denominazioni (oltre a uragano) a seconda delle regioni dove si manifestano: tifoni se si si formano sull’Oceano Indiano, sul Mar della Cina e sul pacifico occidentale; ciclone in India; willy-willy in Australia; baguiros sulle Filippine.

Il ciclone tropicale, in particolare, è un grande sistema temporalesco caratterizzato da un centro di bassa pressione molto esteso (ossia una regione in cui la pressione atmosferica è minore di quella delle regioni circostanti alla stessa altitudine, con valori mediamente intorno a 960 hPa) il cui diametro è generalmente di qualche centinaia di chilometri. Il ciclone tropicale è una tra le più violente perturbazioni atmosferiche. Questo sistema di bassa pressione si origina a causa dell’elevata temperatura dell’acqua del mare (prossima a 30 °C) e che tende rapidamente a evaporare. Il vapore che si forma dall’evaporazione dell’acqua tende a condensarsi a una certa quota e libera calore nell’aria che inizia a diventare più calda e a salire rapidamente verso l’alto (moti ascendenti), diventando un vero e proprio centro di aspirazione. Quindi, la grande quantità di calore latente sprigionato dalla condensazione determina un aumento della temperatura del sistema (superiore all’aria circostante) che accelera il moto ascensionale dell’aria aumentando, quindi, la depressione a livello del mare che, a sua volta, favorisce la convergenza di altra aria umida. Quindi l’energia dei cicloni tropicali deriva dal calore liberato negli imponenti processi di condensazione del vapore acqueo. Questo meccanismo richiama dall’esterno, al livello del mare, altra aria carica di umidità che salendo libera ancora più calore. Quindi l’aria è richiamata dall’esterno in direzione del centro senza però convergere fino ad esso e diventando tangente a un cerchio del diametro di alcuni chilometri (tra 3 e 30 km generalmente), chiamato “occhio del ciclone”. Le forze legate alla rotazione della Terra obbligano l’aria in ascesa a ruotare sempre più velocemente dando origine a venti che in pochi giorni possono raggiungere intensità particolarmente elevate. I venti che convergono a spirale verso il centro generano un vortice atmosferico che può culminare con venti superiore ai 120 km/h, in questo caso si è formato un uragano. I venti aumentano di intensità verso l’interno in direzione del centro raggiungendo la massima violenza (che negli uragani più disastrosi supera anche i 200 km/h) in corrispondenza delle pareti di nubi che delimitano l’“occhio del ciclone”, all’interno del quale, paradossalmente, i venti sono generalmente deboli e il cielo è sereno.

L’intensità degli uragani è classificata (secondo la Saffir–Simpson Hurricane Scale, SSHS) in 5 categorie: dalla categoria 1 (minimo) con venti da 119 a 153 km/h, alla categoria 5 (disastroso) con venti superiori a 252 km/h.

I cicloni tropicali si esauriscono o quando raggiungono latitudini maggiori, a causa della più bassa temperatura dell’aria richiamata dalla convergenza, o quando i cicloni tropicali arrivano sui continenti, dove viene a mancare la fonte principale di energia rappresentata dall’aria umida. Nella fase comunque di contatto con i continenti gli uragani hanno ancora una forza tale che, prima di esaurirsi, se incontrano zone particolarmente antropizzate, possono determinare vere e proprie catastrofi, con morti e devastazioni enormi. I cicloni tropicali, infatti, sono tra i fenomeni naturali più disastrosi e che, secondo un recente rapporto delle Nazioni Unite (UNISDR: Ufficio delle Nazioni Unite per la riduzione dei disastri) hanno il maggior impatto in termini di mortalità della popolazione: negli ultimi 21 anni (dal 1995 al 2015) a livello mondiale hanno causato la morte di circa 242000 persone, cioè circa il 40% del totale di morti legati a tutti i disastri naturali.

Situazione purtroppo confermata anche da due recenti uragani atlantici, Harvey (già esaurito) e Irma che sta attualmente devastando molte zone dell’America e alcune degli Stati Uniti. I morti attualmente accertati dalla forza di questi due devastanti uragani è purtroppo già di parecchie decine, con milioni di persone coinvolte (anche senza elettricità e rischio di blackout che potrà persistere per alcune settimane) e ingentissimi danni economici. In particolare, l’urgano Harvey è stato classificato nella categoria 4 del SSHS, con venti che nella fase più critica sono anche stati prossimi a 240 km/h ed effetti devastanti dovuti anche alle ingenti precipitazioni (e associate inondazioni) con picchi anche di 1000 mm di pioggia. In alcune zone, come il Texas, questo uragano è stato definito come il fenomeno più disastroso della storia. Il più recente uragano Irma (i cui effetti, purtroppo, non si sono ancora esauriti), invece, è stato addirittura classificato nella categoria 5 del SSHS, e allo stato attuale è tra gli uragani più forti mai registrati a nord dei Caraibi e a est del Golfo del Messico, con una velocità dei venti che hanno superato i 290 km/h. Recenti stime sui possibili danni provocati da Irma e Harvey parlano di costi per l’economia statunitense anche di 300 miliardi di dollari.

 

Marco Morabito

MASSPEC, UNA PENNA CONTRO I TUMORI E UN AIUTO DURANTE LE OPERAZIONI

 

Rapido, preciso e non invasivo. Fino a qualche settimana fa pensare ad uno strumento efficace e veloce per identificare il tessuto cancerogeno sarebbe stata una vera chimera.

MasSpec, presentato con uno studio su Science Translational Medicine, è un nuovo strumento potentissimo nelle mani dei chirurghi che durante i loro interventi potranno verificare in 10 secondi se c’è ancora tessuto cancerogeno da rimuovere.

Parlare di cancro è spesso difficile: un’affermazione di Livia Schiavinato Eberlin, professoressa assistente presso l’Università del Texas ad Austin, sintetizza al meglio una delle più grandi paure dei pazienti dopo un intervento chirurgico: ” La prima cosa che molti pazienti dicono dopo un intervento è ”Spero che il tumore sia stato eliminato completamente”.
Offrire un intervento più preciso e veloce è dunque lo scopo di MasSpeck: i metodi convenzionali per istopatologia dei tessuti richiedono tempi piuttosto lunghi e così non rimane molto margine per procedere ad una diagnosi e ad una terapia connessa. Noi abbiamo parlato con Rachel DeHoog, assistente di ricerca ad Austin e co-autrice dello studio per avere maggiori spiegazioni sul funzionamento di questa tecnologia.
Si parte da uno degli strumenti più usati nella scienza contemporanea, la spettrometria di massa: “Una tecnica del genere è molto efficace nel discriminare tessuti malati e sani in base alle informazioni molecolari raccolte da vari parametri”.
Il gruppo di ricerca ha lanciato una sfida: portare i grandi avanzamenti della spettrometria di massa all’interno di una sala operatoria tra le mani di un chirurgo, in modo da permettere una diagnosi in tempo reale durante un’operazione.

Il funzionamento della tecnologia è piuttosto semplice: ” In collaborazione con medici e ingegneri abbiamo sviluppato questo dispositivo palmare, che ottiene le informazioni molecolari direttamente toccando il tessuto senza causare ulteriori danni”.

La punta della penna, rigorosamente stampata  in 3D,  è il fulcro di tutto lo strumento: la piccola punta, tenuta a contatto con il campione di tessuto, ingerisce una quantità d’acqua che, consegnata nel serbatoio, riesce a separare le molecole di tessuto e inviarle allo spettrometro direttamente per l’analisi.

La differenza tra tessuto sano e malato è basilare nello sviluppo di un intervento oncologico. Attualmente la diagnosi richiede oltre 30 minuti per preparazione e interpretazione del tessuto da parte di un patologo, aumentando il rischio di infezioni o effetti negativi di un’ anestesia nel paziente.

In molti casi, come ha già indicato la ricercatrice: ” Il chirurgo può decidere di concludere l’operazione e aspettare la valutazione del margine”. Esatto, proprio la valutazione dei margini è fondamentale per comprendere se un’operazione è stata effettuata con successo o no. Proprio dai confini della massa vengono poi quelle cellule ancora malate. Una volta che un’analisi patologica risulta ancora positiva ci sarà bisogno di un ulteriore intervento e quindi il paziente sarà esposto ad ulteriori rischi.

C’è da considerare che l’interpretazione di questi tessuti non è sempre facile: i risultati infatti secondo alcuni studi sono inaffidabili in circa il 10-20% dei casi.

I test condotti su 253 pazienti affetti da cancro con la penna MasSpec hanno impiegato 10 secondi per avere una risposta accurata per il 96% dei casi.

L’importanza dello strumento è anche connessa ad un aspetto rilevante nelle varie operazioni, ovvero la limitazione di rimozione di tessuto sano. Si potrebbero infatti, in molte tipologie di tumore, riscontrare dannosi effetti collaterali anche al sistema nervoso o, come nel caso di pazienti affetti da cancro alla tiroide, si potrebbero perdere le capacità di parlare.

Comprendere se una cellula è sana o no dipende dalla tipologia di cancro: qualsiasi tipologia di tumore produce un insieme unico di biomarcatori che agiscono come delle vere e proprie impronte digitali. MasSpec è quindi una sorta di Sherlock Holmes molecolare. Una volta completata la veloce analisi le parole normal o cancer appariranno sul piccolo schermo dello strumento.

Il dispositivo è assolutamente automatico e biocompatibile, in grado di tradurre queste impronte digitali lasciate dalla malattia.

Una innovazione del genere richiede un brevetto e gli studiosi hanno già presentato domanda all’ufficio competente degli Stati Uniti. Nel prossimo anno l’obiettivo sarà quello di portare in tutto il mondo MasSpec e applicarlo in più casi possibili.

 

Gianluigi Marsibilio

Crediti foto: University of Texas

#DIARIODIBORDO- Fare ricerca all’estero

La maggior parte delle persone che decidono di intraprendere una carriera nella ricerca, si ritrovano ad un certo punto a dover affrontare un periodo di esperienza professionale al di fuori dell’Italia. Questo può avvenire ad ogni stadio della carriera, ad esempio durante il conseguimento di un dottorato di ricerca (il primo passo necessario per poter entrare nel mondo dell’accademia) o una posizione di post-dottorato (un ulteriore perfezionamento della propria capacita di fare ricerca prima di diventare il leader do un gruppo di ricerca o ambire ad una cattedra universitaria), ed il periodo può avere una durata variabile da pochi mesi a vari anni. Vi sono addirittura casi di persone (abbastanza numerosi in verità) che ottengono un lavoro permanente nella ricerca all’estero.

Il mondo della ricerca è internazionale. Questi scambi di persone e conoscenze sono normali, anzi funzionali, al modo in cui la ricerca dovrebbe essere condotta: un libero scambio di idee, informazioni, metodi e risultati. Affinché ciò sia possibile i ricercatori devono poter confrontare le loro esperienze e competenze, e questo è facilitato dal fatto di potersi muovere liberamente e poter condurre le proprie ricerche anche al di fuori del paese di origine. Personalmente, sono ricercatore all’estero da più di sei anni ormai prima in Germania e attualmente negli Stati Uniti, dover confrontarmi ogni giorni con delle realtà completamente diverse da cui ero abituato in Italia ha avuto effetti senz’altro positivi, sia per la mia crescita personale che della mia indipendenza nel fare scienza e confrontarmi con modi di approcciarsi alla ricerca scientifica diversi dal mio.

Prima di descrivere brevemente su come sia fare ricerca all’estero rispetto all’Italia vorrei precisare che sto scrivendo a titolo personale, basandomi sulla mia esperienza diretta e circoscritta al mio campo si studi ossia l’Astronomia. Altre persone, in campi diversi, possono avere avuto esperienze ed una visione di insieme molto diverse dalle mie.

Inizio un po’ controcorrente con una nota riguardo il livello della preparazione fornita dalle università italiane. E’ indubbiamente vero che il sistema universitario “produce” pochi laureati, ma non credo che questo avvenga perché la qualità dell’università è bassa. Anzi ritengo che il livello minimo di competenze l’università italiana richiede sia più elevato rispetto ad altri paesi. Detta in soldoni: i laureati italiani sono bravi e molto, migliori della maggior parte dei pari livello internazionali. In effetti gli studenti italiani, almeno in ambito astronomico, sono molto apprezzati all’estero. L’Italia parte dunque in vantaggio rispetto a molti paesi per quel che riguarda la preparazione dei suoi laureati e una buona preparazione a livello universitario è un pilastro fondamentale per fare ottima ricerca. Purtroppo, però, questo vantaggio non viene capitalizzato quanto meriterebbe.

Nel campo delle scienze astronomiche la ricerca condotta in Italia è ad ottimi livelli. Durante il mio dottorato ho potuto dedicarmi ad un progetto di ricerca che ha prodotto risultati rilevanti e mi ha dato la possibilità’ che il mio lavoro fosse riconosciuto ed apprezzato dalla comunità’ scientifica. La differenza maggiore che però ho notato subito andando all’estero (in Germania) dopo il dottorato è la penuria di risorse con cui in Italia si è “costretti” a combattere. Le risorse per viaggiare (non per andare in vacanza, ma presentare lavori a conferenze, partecipare a meeting di collaborazioni scientifiche, ecc…) sono risicate, e lo stesso dicasi per l’acquisto di materiale per l’ufficio o per creare un gruppo di ricerca (per non parlare degli stipendi…). Anche con gli Stati Uniti il confronto è impietoso: un professore che inizia ha di solito a disposizione un pacchetto di finanziamenti congruo per iniziare a mettere insieme un suo gruppo e portare avanti con più facilità, almeno nei primi anni, i suoi progetti di ricerca. Questa endemica scarsità di risorse spinge molte persone ad abbandonare la ricerca in Italia e portare le proprie competenze fuori. Emblematico è il caso dei grant europei ERC: i ricercatori italiani sono terzi in Europa per numero di grant vinti (in media un progetto ogni 8 viene premiato). Di per sé questo non sarebbe negativo nell’ottica di scambio di conoscenze e competenze nella ricerca a cui accennavo sopra. Purtroppo l’opposto accade molto di rado: ricercatori provenienti dall’estero vincitori di grant non scelgono l’Italia per condurre le loro ricerche. Pertanto non si può parlare di scambio, ma di un sostanziale impoverimento. In queste condizioni competere diventa sempre più’ difficile. Concludendo, la disponibilità’ di risorse incide in modo non marginale sulla possibilità di condurre ricerca ad alto livello ed è quasi incredibile come in Italia, nonostante la costante penuria di finanziamenti, si continui tutto sommato a fare ricerca con standard molto elevati.

L’estero però non è la terra promessa. Le possibilità sono maggiori, è vero, ma maggiori sono anche le pressioni per ottenere risultati ed essere il più produttivi possibile in un mondo, come quello della ricerca, estremamente competitivo nel quale, per eccellere, occorre avere sempre idee nuove ed originali che possano portare a nuove scoperte o a una nuova teoria. Queste maggiori pressioni derivano anche dal modo differente di intendere la ricerca tra gli Stati Uniti e l’Europa e non sempre hanno una ricaduta positiva sulla qualità scientifica dei lavori che vengono svolti. Questo è vero soprattutto negli Stati Uniti dove, purtroppo, il metro di giudizio che viene quasi esclusivamente considerato è il numero di articoli pubblicati. Talvolta la pressione di pubblicare risultati è tale che va a scapito della qualità di un lavoro o di una visione a lungo termine di un filone di ricerca, sacrificate per un ritorno più immediato: un altro articolo pubblicato che poco aggiunge alle nostre conoscenze attuali.

Federico Marinacci

SETTIMANA TRA SCIENZA & COSCIENZA, PRONTI AL LANCIO DEL DIARIO DI BORDO

Oggi vi diamo alcune anticipazioni sulla settimana di Tra Scienza & Coscienza, in particolare per quanto riguarda l’inizio di una nuova avventura.

Il ricercatore Federico Marinacci, originario di un piccolo paese vicino Perugia, trasferitosi dopo la maturità a Bologna per iniziare i suoi studi in astronomia, che attualmente lavora al MIT come post doctoral associates, inizierà il suo diario di bordo sullo stato della ricerca scientifica.

Marinacci ci parlerà non solo delle sue ricerche sull’evoluzione delle galassie, sui campi magnetici galattici e la dinamica dei gas, ma ci spiegherà in un appuntamento tra scienza, romanticismo e attualità, cosa significa per un giovane italiano fare ricerca all’estero. L’appuntamento sarà mensile e sarà sviluppato come un vero diario di bordo sulla ricerca scientifica e sulle sue implicazioni.

Questa settimana non solo questo su tra Scienza Coscienza, ci sarà infatti anche un articolo che spiegherà le funzionalità di  MasSpec pen e delle sue importanti applicazioni durante gli interventi chirurgici.

Nel frattempo godetevi questo video sulle funzionalità di questo incredibile strumento, a domani.

SONDE VOYAGER, 40 ANNI DI STORIA NELLO SPAZIO

Le missioni Voyager hanno compiuto 40 anni diventando le più lontane e longeve navicelle spaziali. Voyager I e II sono state celebrate dalla NASA tramite dei manifesti celebrativi e delle infografiche con le illustrazioni delle varie tappe delle missioni.

Entrambe lanciate nel 1977, per la precisione a 16 giorni di distanza, queste due missioni hanno influenzato generazioni di scienziati e futuri ingegneri, colpiti dal messaggio che le sonde hanno portato attraverso il sistema solare e ora nello spazio interstellare.

Nel 2012 Voyager I è stato il primo veicolo spaziale ad essere entrato nello spazio interstellare, uscendo dalla zona del sistema solare e Voyager II ha testimoniato le prime attività vulcaniche oltre a quelle terrestri, per esempio sulla luna di Giove (Io).

Voyager I ha continuato ad inviarci dei dati molto interessanti, infatti gli scienziati hanno capito, proprio grazie ai segnali mandati dal 2012, che nel nostro spazio interstellare i raggi cosmici sono fino a 4 volte più abbondanti rispetto al nostro piccolo quartiere cosmico.

La NASA ha celebrato questo anniversario importantissimo, a cui nessuno scienziato puntava in maniera specifica con questa serie di poster e infografiche bellissime ecco qui il link per scaricarle.

Come vi avevamo spiegato alcune settimane fa le sonde Voyager hanno la particolarità di avere delle registrazioni che contengono della musica e altre informazioni sull’umanità, se volete potete segnalarci quali canzoni vorreste mettere nelle vostre personali sonde Voyager, portando avanti una compilation da mandare chissà nello spazio o semplicemente su Spotify.

 

Gianluigi Marsibilio

Crediti foto: NASA/JPL

SERBATOI GALATTICI DI GAS CHE PLASMANO LE STELLE

Come un pittore alla fine di un suo quadro, anche all’universo piace mettere le sue firme sparse sotto forma di elementi chimici all’interno delle galassie. Il cosmo nemmeno questa volta ci ha delusi, come mostrato da un team guidato da Edith Falgarone, studiosa dell’Osservatorio di Parigi, ha messo la sua inconfondibile firma dentro dei serbatoi molto turbolenti di gas freddo che circondano galassie starburst. Il team ha messo sotto una lente di ingrandimento molto potente, ovvero quella di ALMA, il CH +, molecola importantissima per l’evoluzione delle galassie.


Il CH+ è una delle prime molecole mai scoperta nello spazio interstellare, la sua rilevazione è stata compiuta per la prima volta nel 1940.

Sì ipotizza inoltre che proprio questi serbatoi galattici di CH + siano all’origine degli aloni luminosi intorno alle quasar.


Il risultato dell’indagine è stato pubblicato su nature. 


La molecola in questione è molto speciale ed ha bisogno di grande energia per formarsi, rimanendo in tutto il processo estremamente reattiva.
Le galassie starburst sono estremamente importanti e vengono considerate come vere culle di stelle, come ci ha spiegato la scienziata Falgarone:”La maggior parte degli astri che oggi vediamo nel cielo si è formata quando l’Universo era ancora molto giovane, capire completamente come le stelle si formano all’interno dell’universo è una delle più importanti sfide della cosmologia”.

La sfida nascosta dietro la formazione stellare è rappresentata dalla comprensione dell’evoluzione delle galassie in rapporto a elementi come la materia oscura, elementi gravitazionali e altri particolari.


Nel corso degli anni sono state costruite delle simulazioni numeriche computerizzate che hanno studiato e in un certo senso visto, vissuto l’evoluzione dell’Universo, tuttavia queste simulazioni nascondono alcune falle, dato che nei modelli la formazione delle stelle è sempre troppo veloce.

Forse questi test sono fallaci in particolare nella ricostruzione del processo di condensazione del gas che rimane una sfida incredibile che l’universo ha davanti durante la formazione stellare.

I gas infatti condensano ad un fattore di 100 miliardi di miliardi. 


Le galassie starburst sono un crocevia ideale per studiare l’interazione tra la crescita delle galassie e lo sviluppo dei gas.

Connessa all’evoluzione galattica c’è una lunga storia” ci ha detto la scienziata “probabilmente prima dell’avvento delle prime stelle i gas si sono riuniti in grandi masse fredde in cui si sono formate proprio le condizioni ideali allo sviluppo degli astri” ha poi continuato “in quel tempo era molto difficile identificare una galassia come tale, infatti stiamo parlando di grandi nubi di gas con poche decine di stelle”.


Oggi questi oggetti sono troppo distanti e quasi impossibili da osservare, tuttavia il panorama che ci troviamo davanti è fatto da galassie che hanno già tantissime stelle come la nostra Via Lattea, circa 100 miliardi. Purtroppo mentre l’universo si espande, la quantità di gas diminuisce e si disperde, dato che la massa delle stelle aumenta.

Aspettiamo dunque simulazioni e occhi più potenti per scrutare il cielo a caccia di risposte più convincenti e rilevanti.

Gianluigi Marsibilio

 

Fonte foto: Eso

NUOVO NUMERO DI COELUM ASTRONOMIA, CI SIAMO ANCHE NOI CON UN’INTERVISTA A UMBERTO GUIDONI

Il 15 settembre il tuffo finale dentro l’atmosfera di Saturno

ADDIO CASSINI

Di sicuro molti di voi hanno atteso la seconda decade di agosto per organizzare un bel viaggio: gli Stati Uniti sono stati una delle mete più gettonate… E come poteva essere diversamente, considerata l’opportunità di assistere alla magnifica Eclissi totale di Sole?

In questo numero potrete trovare una preview della gallery (che proporremo nel numero successivo) con le prime immagini che abbiamo ricevuto.

Potrete trovare poi i riferimenti a ben altri due eventi significativi. Il primo è costituito dallo speciale sulla Missione Cassini: tutte le cose belle prima o poi finiscono e, questo settembre, dovremo dire addio alla gloriosa sonda che, dal 2004, ci svela i segreti di Saturno e della sua corte di satelliti. Elisabetta Bonora e Pietro Capuozzo hanno composto un quartetto di articoli che ci consentiranno di ripercorrere l’intera missione, con tutte le immagini più belle del sistema di Saturno, e di entrare nei dettagli dell’ultimo, estremo, tuffo che la sonda compirà nell’atmosfera del Signore degli Anelli, portando così a compimento la sua missione.

E il secondo evento di cui parliamo in questo numero risale proprio al 1997, quando, mentre la Cassini iniziava la sua lunga avventura, l’Italia e il mondo intero erano affascinati dallo spettacolo celeste offerto dalla magnifica cometa Hale-Bopp. Rievochiamo quelle emozioni, così intense e significative, provate al cospetto della cometa, attraverso il ricordo e il racconto degli astrofili e astronomi italiani.

E dopo la grandiosa Hale-Bopp, restando in tema di comete, con Claudio Pra facciamo una carrellata degli “astri chiomati” più belli del nuovo millennio.

Ma non finisce qui, oltre alle consuete rubriche e attualità gli articoli di interesse e approfondimento sono ancora molti e di vario genere, nel sommario qui sotto, come sempre, qualche altra anticipazione!

Buona lettura!

Articoli di copertina

  • ADDIO CASSINI
  • Vent’anni di missione. Un diario di viaggio da sfogliare attraverso le straordinarie immagini e le storiche scoperte
  • Il Grand Finale e il tuffo dentro Saturno. Orbita dopo orbita, le scoperte dell’ultima parte della missione e i dettagli dell’ultimo estremo tuffo dentro l’atmosfera del pianeta.
  • Il futuro dell’esplorazione spaziale, da Marte allo Spazio Profondo, ne abbiamo parlato con Umberto Guidoni.
  • Hale-Bopp a vent’anni dal passaggio della grande cometa, i ricordi, le emozioni e le scoperte nel racconto di professionisti e appassionati.
  • Le comete più belle del nuovo millennio. Una carrellata degli astri chiomati che hanno attraversato i nostri cieli, dall’anno 2000 a oggi.
  • Come ho costruito un Dobson da 1 metro di diametro! III parte: la lavorazione dello specchio
  • ASTROFOTOGRAFIA: La Nebulosa Rosetta… multipalette!
  • Photocoelum: 26 pagine con le vostre migliori immagini del cielo, dell’Eclissi parziale di Luna e una preview sull’Eclissi di Sole USA 2017!
  • Tutti i fenomeni celesti di SETTEMBRE
  • LUNA: alla scoperta di Bullialdus e i “crateri fantasma” del Mare Nubium

Leggi online Coelum Astronomia 214: è gratis!

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CASSINI ADDIO: ripercorriamo attraverso straordinarie immagini le tappe della missione @CassiniSaturn! @Coelum_news https://view.joomag.com/coelum-astronomia-214-2017/0243025001499086033/p38

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