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"Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me'' I. Kant

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Coscienza

DIESEL, L’IMPATTO DEI NUOVI VEICOLI è MINORE RISPETTO AL PASSATO

La situazione per le strade è irrimediabilmente calda in questi giorni, la Commissione Europea sta esaminando la possibilità di accusare nuovamente alcune case automobilistiche per i problemi legati agli hardware degli scarichi del motore. Alcune settimane fa ci eravamo concentrati sulla questione macchine Diesel, un nuovo aggiornamento è arrivato in settimana dai ricercatori del Paul Scherrer Institute (PSI) in Svizzera.

La novità è tutta nel numero di emissioni prodotte da un veicolo diesel di nuova generazione, infatti rispetto alle precedenti stime le moderne autovetture diesel dotate di filtri antiparticolato (DPF) emettono meno particolato carbonioso rispetto ai veicoli a benzina.

 

“Il diesel- ha chiarito Andrè Prevot, ricercatore del PSI- CHE era veramente peggiore della benzine, è per òcambiato drasticamente, dato che con le nuove tecnologie per le auto questo non è più vero”.

Gli esperimenti sono stati condotti presso il Laboratorio di emissioni dei veicoli (VELA) della Commissione Europea Centro Comune di ricerca, con l’obiettivo di testare il numero di emissioni in condizioni di alta e bassa temperatura. Gli studiosi hanno visto come le automobili nuove a benzina (in circolazione in EU e Usa) producono fino a 6.5 volte di SOA e POA, mentre le nuove vetture Diesel producono un SOA non rilevabile rispetto alle vecchie autovetture.

 

Lo studioso ha spiegato come lo sviluppo di filtri di particelle e catalizzatori di ossidazione sono stati necessari per lo sviluppo di un diesel pulito, inoltre: “ Le leggi sono state necessarie per accelerare le cose, in modo da poter sostituire la vecchia tecnologia molto inquinante che non poteva più essere venduta”.

Per attestare lo standard di emissioni le certificazioni vanno da euro 0 a euro 6: proprio il superamento di questi test, tramite hardware illeciti, è stato al centro del dieselgate di cui abbiamo parlato sopra. Per districarsi nelle normative relative alle varie categorie, postiamo due tabelle pubblicate su Dieselnet.

 

 

 

 

Table 1
EU Emission Standards for Passenger Cars (Category M1*)

Stage Date CO HC HC+NOx NOx PM PN

g/km

#/km

Compression Ignition (Diesel)

Euro 1† 1992.07

2.72 (3.16)

0.97 (1.13)

0.14 (0.18)

Euro 2, IDI 1996.01

1.0

0.7

0.08

Euro 2, DI 1996.01a

1.0

0.9

0.10

Euro 3 2000.01

0.64

0.56

0.50

0.05

Euro 4 2005.01

0.50

0.30

0.25

0.025

Euro 5a 2009.09b

0.50

0.23

0.18

0.005f

Euro 5b 2011.09c

0.50

0.23

0.18

0.005f

6.0×1011

Euro 6 2014.09

0.50

0.17

0.08

0.005f

6.0×1011

Positive Ignition (Gasoline)

Euro 1† 1992.07

2.72 (3.16)

0.97 (1.13)

Euro 2 1996.01

2.2

0.5

Euro 3 2000.01

2.30

0.20

0.15

Euro 4 2005.01

1.0

0.10

0.08

Euro 5 2009.09b

1.0

0.10d

0.06

0.005e,f

Euro 6 2014.09

1.0

0.10d

0.06

0.005e,f

6.0×1011 e,g

* At the Euro 1..4 stages, passenger vehicles > 2,500 kg were type approved as Category N1 vehicles
† Values in brackets are conformity of production (COP) limits
a. until 1999.09.30 (after that date DI engines must meet the IDI limits)
b. 2011.01 for all models
c. 2013.01 for all models
d. and NMHC = 0.068 g/km
e. applicable only to vehicles using DI engines
f. 0.0045 g/km using the PMP measurement procedure
g. 6.0×1012 1/km within first three years from Euro 6 effective dates

Table 2
EU Emission Standards for Light Commercial Vehicles

Category† Stage Date CO HC HC+NOx NOx PM PN

g/km

#/km

Compression Ignition (Diesel)

N1, Class I
≤1305 kg
Euro 1 1994.10

2.72

0.97

0.14

Euro 2 IDI 1998.01

1.0

0.70

0.08

Euro 2 DI 1998.01a

1.0

0.90

0.10

Euro 3 2000.01

0.64

0.56

0.50

0.05

Euro 4 2005.01

0.50

0.30

0.25

0.025

Euro 5a 2009.09b

0.50

0.23

0.18

0.005f

Euro 5b 2011.09d

0.50

0.23

0.18

0.005f

6.0×1011

Euro 6 2014.09

0.50

0.17

0.08

0.005f

6.0×1011

N1, Class II
1305-1760 kg
Euro 1 1994.10

5.17

1.40

0.19

Euro 2 IDI 1998.01

1.25

1.0

0.12

Euro 2 DI 1998.01a

1.25

1.30

0.14

Euro 3 2001.01

0.80

0.72

0.65

0.07

Euro 4 2006.01

0.63

0.39

0.33

0.04

Euro 5a 2010.09c

0.63

0.295

0.235

0.005f

Euro 5b 2011.09d

0.63

0.295

0.235

0.005f

6.0×1011

Euro 6 2015.09

0.63

0.195

0.105

0.005f

6.0×1011

N1, Class III
>1760 kg
Euro 1 1994.10

6.90

1.70

0.25

Euro 2 IDI 1998.01

1.5

1.20

0.17

Euro 2 DI 1998.01a

1.5

1.60

0.20

Euro 3 2001.01

0.95

0.86

0.78

0.10

Euro 4 2006.01

0.74

0.46

0.39

0.06

Euro 5a 2010.09c

0.74

0.350

0.280

0.005f

Euro 5b 2011.09d

0.74

0.350

0.280

0.005f

6.0×1011

Euro 6 2015.09

0.74

0.215

0.125

0.005f

6.0×1011

N2 Euro 5a 2010.09c

0.74

0.350

0.280

0.005f

Euro 5b 2011.09d

0.74

0.350

0.280

0.005f

6.0×1011

Euro 6 2015.09

0.74

0.215

0.125

0.005f

6.0×1011

Positive Ignition (Gasoline)

N1, Class I
≤1305 kg
Euro 1 1994.10

2.72

0.97

Euro 2 1998.01

2.2

0.50

Euro 3 2000.01

2.3

0.20

0.15

Euro 4 2005.01

1.0

0.10

0.08

Euro 5 2009.09b

1.0

0.10g

0.06

0.005e,f

Euro 6 2014.09

1.0

0.10g

0.06

0.005e,f

6.0×1011e,j

N1, Class II
1305-1760 kg
Euro 1 1994.10

5.17

1.40

Euro 2 1998.01

4.0

0.65

Euro 3 2001.01

4.17

0.25

0.18

Euro 4 2006.01

1.81

0.13

0.10

Euro 5 2010.09c

1.81

0.13h

0.075

0.005e,f

Euro 6 2015.09

1.81

0.13h

0.075

0.005e,f

6.0×1011e,j

N1, Class III
>1760 kg
Euro 1 1994.10

6.90

1.70

Euro 2 1998.01

5.0

0.80

Euro 3 2001.01

5.22

0.29

0.21

Euro 4 2006.01

2.27

0.16

0.11

Euro 5 2010.09c

2.27

0.16i

0.082

0.005e,f

Euro 6 2015.09

2.27

0.16i

0.082

0.005e,f

6.0×1011e,j

N2 Euro 5 2010.09c

2.27

0.16i

0.082

0.005e,f

Euro 6 2015.09

2.27

0.16i

0.082

0.005e,f

6.0×1011e,j

† For Euro 1/2 the Category N1 reference mass classes were Class I ≤ 1250 kg, Class II 1250-1700 kg, Class III > 1700 kg
a. until 1999.09.30 (after that date DI engines must meet the IDI limits)
b. 2011.01 for all models
c. 2012.01 for all models
d. 2013.01 for all models
e. applicable only to vehicles using DI engines
f. 0.0045 g/km using the PMP measurement procedure
g. and NMHC = 0.068 g/km
h. and NMHC = 0.090 g/km
i. and NMHC = 0.108 g/km
j. 6.0×1012 1/km within first three years from Euro 6 effective dates

 

Complessivamente i motori diesel sarebbero meno tossici grazie ai filtri che mantengono il particolato carbonioso intrappolato, la differenza risulta enorme in condizioni di freddo.

La benzina invece è particolarmente pericolosa perché presenta inquinanti invisibili: “Gli inquinanti gassosi importanti- ha indicato Prevot- per l’effetto aerosol sono benzene, toluene, xilene, tri-metilbenzene.Altri gas importanti sono l’ammoniaca (non studiata in questo lavoro), ma anche il NOx (presente anche nel Diesel in parti maggiori)”.

Alcune case automobilistiche come Volvo si stanno impegnando a rendere la produzione elettrica o ibrida entro il 2019, certamente fino a quella data potete sempre consultare l’atlante della mobilità e decidere di prendere una bici o andare al lavoro a piedi.

 

Gianluigi Marsibilio

PROVE DI CUORE ARTIFICIALE

390 grammi e 679 centimetri cubi di volume, ecco le misure del primo cuore artificiale di silicone stampato in 3D e con la tecnica della fusione a cera persa.

Attualmente con oltre 26 milioni di persone in tutto il mondo che soffrono di problemi cardiaci, vengono usate pompe meccaniche fino a quando non viene trovato un cuore da un donatore. questa situazione non riesce ad accontentare l’enorme richiesta di interventi.

Gli innesti artificiali attuali hanno parecchi svantaggi: le parti meccaniche sono infatti suscettibili a delle complicanze e il paziente manca di un vero impulso fisiologico.

Come potete vedere dal video il cuore messo appunto dagli scienziati dell’ETH di Zurigo è stato testato con un fluido di una viscosità paragonabile al sangue, e la funzionalità è simile a quella di un cuore umano. Il problema per ora, come rivela lo studio, è connesso alla durata della vita che è di circa 3.000 battiti, che si traduce in un’attività di meno di un’ora, dopo di che  infatti il materiale non riesce più a sopportare la tensione. Le prestazioni sono state valutate in varie condizioni fisiologiche.

La direzione di questa nuova area di studio però è stata tracciata e nei prossimi anni si cercheranno soluzioni nei materiali per rendere più duratura la vita media del cuore 3D. Le possibili ricadute su costi e fattibilità del trapianto sarebbero enormi.

 

 

Crediti foto e video: Zurich Heart

 

 

COME CAMBIARE IL NOSTRO IMPATTO SUL CLIMA?

Il nostro impatto sul cambiamento climatico potrebbe essere sostanzialmente migliorato con poche azioni. Uno studio della Lund University, guidato dai due studiosi Seth Wynes e Kimberly A Nicholas, e pubblicato su Enviromental Research Letters, ha indicato delle aree fondamentali per diminuire l’impatto delle nostre azioni sulle emissioni di CO2: una dieta a base vegetale, evitare viaggi in aereo, usare poco l’auto privata e vivere in famiglie ristrette.

“Attualmente – come ha spiegato Wynes- la metà delle emissioni nel mondo è prodotta dal 10% della popolazione mondiale che ha elevati tassi di consumo”. Trovare dei modi sostenibili per vivere sarà fondamentale per il futuro dell’uomo sulla Terra.

Lo studio ha analizzato oltre 30 rapporti, ricerche e analisi sul carbonio. Calcolare il potenziale di queste scelte e il loro impatto, l’apporto dei vari accordi sul clima dei governi è fondamentale per capire la scienza del clima, ma per cambiare lo stile di vita delle persone c’è bisogno di spiegare questi accordi: “I governi che hanno firmato l’accordo di Parigi hanno accettato di abbassare le loro emissioni di gas a effetto serra al fine di limitare il pericolo di riscaldamento planetario”. Spiegare ai singoli cittadini queste decisioni è complesso e va fatto con l’ausilio di una sostanziale rivoluzione nello stile di vita.

Le tre azioni che le varie amministrazioni dovrebbero compiere vanno dalla sensibilizzazione sui temi, all’influenza sui vari datori di lavoro fino alle scelte dei vari istituti scolastici per incentivare programmi educativi sul clima.

 

I governi attualmente sono poco chiari sulla comunicazione delle azioni ad alto impatto: “ La guida australiana è stata l’unica a consigliare una vita sostenibile, mentre il Canada e l’UE hanno precisato di evitare il viaggio aereo- Wynes insiste su questo punto- I governi potrebbero migliorare, fornendo informazioni precise ai cittadini circa le azioni che hanno il maggior effetto sulle loro emissioni di gas a effetto serra”.

Ovviamente, come in qualsiasi campo scientifico, migliore sarà la comunicazione intorno ai vari problemi e più adatte saranno le risposte da parte della popolazione.

I ricercatori hanno anche scoperto che né i libri di testo scolastici canadesi né le varie guide pubbliche messe a disposizione da UE, USA, Canada e Australia sottolineano l’importanza di azioni sostenibili.

L’obiettivo dei due gradi centigradi è da centrare in pieno: nonostante i modelli attuali siano ben più pessimistici, partire dalla sensibilizzazione e da piccole scelte sarebbe comunque un grande passo.

Considerate che vivere “car-free” porterebbe un risparmio che va dai 1000 ai 5300 kg di CO2, e anche l’acquisto di una macchina più efficiente rappresenterebbe un’ottima opzione. Ora sta a tutti noi scegliere da che parte stare.

Gianluigi Marsibilio
 

 

L’ATLANTE DEI PASSI E DELL’ATTIVITÀ FISICA, QUALE PAESE è PIÙ ATLETICO?

1, 2, 3, 4, 5, 10, 100 passi. Non sto per iniziare a cantare nessuna canzone o chissà cosa, sto semplicemente iniziando a contare i passi che state facendo con il vostro smartphone in mano mentre leggete questo articolo.

Una ricerca pubblicata su Nature, redatta dagli scienziati dell’NIH e di Stanford, ha messo in luce le differenze tra oltre 100 Paesi, sulla varia intensità dell’attività fisica, in particolare sull’ampio o meno spettro di passi percorsi a piedi durante una singola giornata. Le cifre sono state raccolte in 111 diversi stati e rielaborate grazie ad un’ applicazione per lo smartphone, precisamente Argus.

Questa è la mappa uscita fuori dalle varie misurazioni del pionieristico studio.

 

La scienziata Grace Peng, direttrice del NIBIB (Computational Modeling, Simulation and Analysis at the National Institute of Biomedical Imaging and Bioengineering), ci ha spiegato come interpretare la cartina facendoci alcuni esempi: “Il Giappone è rappresentato in blu più scuro con 6.000 passi medi giornalieri per gli utenti, mentre l’Arabia Saudita è raffigurata in arancione con 3.500 passi quotidiani medi. Molti paesi sono invece in fasi intermedie rispetto a queste”.

 

Solitamente un minor numero di passi è legato ad una maggiore obesità, la classifica finale elaborata dagli scienziati parla chiaro:

 

 

Rank Country Activity Inequality
1 Hong Kong 22.2
2 China 24.5
3 Sweden 24.6
4 South Korea 24.7
5 Czech Republic 24.8
6 Japan 24.8
7 Singapore 24.9
8 Norway 25.2
9 Ukraine 25.2
10 Netherlands 26.1
11 Spain 26.1
12 Taiwan 26.2
13 Denmark 26.2
14 Russia 26.2
15 Chile 26.3
16 Switzerland 26.3
17 Turkey 26.4
18 Finland 26.6
19 Germany 26.6
20 France 26.8
21 Poland 26.9
22 Brazil 27.2
23 Israel 27.2
24 Thailand 27.2
25 Hungary 27.3
26 Italy 27.5
27 Portugal 27.6
28 Belgium 27.6
29 Mexico 27.9
30 United Arab Emirates 28.1
31 Indonesia 28.3
32 Romania 28.3
33 South Africa 28.4
34 Ireland 28.5
35 Malaysia 28.8
36 United Kingdom 28.8
37 Qatar 29.1
38 India 29.3
39 Greece 29.5
40 Philippines 29.8
41 New Zealand 30.1
42 United States 30.3
43 Egypt 30.3
44 Canada 30.3
45 Australia 30.4
46 Saudi Arabia 32.5

 

 

Gli Usa non godono certo di una situazione vantaggiosa, rischiando delle conseguenze davvero pesanti: “L’inattività fisica aumenta il rischio di molte patologie che portano a condizioni di salute avverse, comprese le principali malattie non trasmissibili come le malattie cardiache, il diabete di tipo 2, i tumori del seno e del colon e inoltre c’è una riduzione generale dell’aspettativa di vita”.

 

Sommariamente si stima che 5,3 milioni di persone muoiono ogni anno per cause associate alla mancanza di attività fisica.

Le varie stime di disuguaglianza tra i vari Paesi sono un problema per le donne, infatti in nazioni con gravi deficit nell’attività fisica le donne hanno sempre problemi a poter svolgere un numero di passi congruo ad un corretto stile di vita.

 

La ricerca svolta mette in luce come lo smartphone può effettivamente essere un dispositivo utile allo studio delle nostre abitudini, aiutando a sviluppare nuovi modelli di città a misura d’uomo e dove è possibile svolgere le attività muovendosi tramite aree pedonali, senza l’utilizzo di mezzi pubblici o privati.

 

Gianluigi Marsibilio

UNIVERSE2GO, UNA PICCOLA FINESTRA SULL’UNIVERSO

Universe2go è un piccolo rifugio, una piccola finestra che tramite il visore e il vostro smartphone, qualunque esso sia, si apre verso il cosmo.

Uno strumento che ci ha fatto divertire tanto e soprattutto è stato utilizzabile in pochi minuti, con la semplice installazione dell’app e la messa a punto del visore: si esegue tutto in pochi minuti con incredibile semplicità.

Le modalità che possiamo utilizzare sono varie e adatte ad ogni tipo di astrofilo, dal neofita al più esperto. Al primo uso e magari con pochi rudimenti nello studio del cielo ci si può avventurare nella modalità principiante o esplorazione, dove è possibile avere delle spiegazioni in tempo reale degli oggetti che si stanno visualizzando. Per i più esperti c’è la possibilità di programmare i propri oggetti con descrizioni annesse.

L’oggetto è stato pensato esattamente per una visione 2.0 del cielo e per essere uno strumento veramente innovativo nel suo campo in modo soddisfacente e divertente. La più grande capacità è quella di saper catturare adulti, giovani, nonni e bambini ad un primo approccio tangibile con l’idea del cielo notturno.

Universe2go è perfetto da affiancare ad un primo telescopio, le immagini che vengono fuori sono di ottima qualità e anche la possibilità di vedere le figure in 3D rende, dal punto di vista visivo, tutto più soddisfacente.

I suoi punti di forza stanno nella versatilità, nel costo piuttosto contenuto e nella possibilità di avere una vera visione a 360 gradi del cielo notturno, dalle galassie, ai pianeti agli asterismi più remoti.

Anche le guide e le possibilità di esplorazione sono di ottima fattura e anzi sono sicuro di vedere, nel corso degli anni, miglioramenti all’app come al visore stesso, capaci di far fare un ulteriore salto di qualità allo strumento.

Universe2go è un oggetto smart, intelligente e adattabile ad ogni situazione, che si tratti di esplorazione, curiosità, sete di infinito: questo strumento è un simpatico modo per evadere dalla realtà, almeno fino a quando la batteria dello smartphone diventa rossa e ci avvisa che è ora tornare nella nostra realtà.

Universe2go sarà protagonista delle nostre serate, in particolare quella del 12 agosto, dove sarà possibile provare il visore.

 

IL LINGUAGGIO DEL NOSTRO CORPO LETTO DA UN COMPUTER

I ricercatori della Carnegie Mellon University hanno spinto più in là la comprensione, da parte di un computer, dei movimenti, le pose e le situazioni che un corpo umano vive ogni giorno. Il sistema elaborato, come potete vedere nel video, è in grado di tracciare in tempo reale i movimenti, anche di più persone, riuscendo ad analizzare anche la posizione delle dita di ogni persona, e per questa caratteristica si tratta di una prima volta assoluta.

 

Il sistema è stato preparato dal Panoptic Studio e dalla sua cupola con oltre 500 videocamere in grado di acquisire dati e capire i movimenti, alla fine dello studio preliminare, tutto è stato riportato ad una singola telecamere ed un computer che attualmente sono in grado di tracciare un intero gruppo di persone.

Come sempre in questo tipo di ricerche lo scambio uomo-macchina diventa un’occasione proficua e apre nuove vie di interazione tra l’uomo e la macchina, approcci del genere aiuteranno a capire realmente il mondo che ci circonda.

Studiare la comunicazione non verbale permetterà ai robot di essere d’aiuto e sostegno al meglio agli umani in spazi aperti e ampi, difficili da monitorare senza una visione d’insieme. Per non parlare del grande aiuto apportato alle diagnosi di comportamenti e nuove tecniche di riabilitazione per patologie come l’autismo, la dislessia e la depressione.

La sfida più difficile affrontata da questi ricercatori è stata sicuramente quella di tracciare fedelmente gesti e movimenti delle mani, infatti a differenza del viso e del corpo mai era stato tentata un’analisi così dettagliata dei movimenti dei nostri arti superiori.

L’AI dovrà comprendere non solo le capacità verbali e di dialogo degli uomini, ma come mostrato sarà fondamentale capire il modo in cui fisicamente l’essere umano interagisce con altri individui.

 

 

CAMBIAMENTO CLIMATICO, L’ECONOMIA USA RISCHIA GRAVI DANNI

Il cambiamento climatico è un danno anche per i singoli stati e con un nuovo studio su Science viene mostrato come gli Stati Uniti, nel corso degli anni, diventeranno più poveri e disuguali in caso del mancato rispetto degli impegni contro il clima. Alcune contee potrebbero pagare un danno di oltre 20% sul reddito.

Amir Jina, Assistente Professore dell’Harris School of Public Policy e coautore dello studio ha spiegato: “Nel documento conduciamo un’analisi che stima una funzione dei danni, cioè la relazione tra la modifica della temperatura media della superficie globale e l’attività economica”.

Quello che viene fuori sono danni complessivi per 6 settori che sono stati analizzati; inoltre i danni al PIL USA saranno compresi tra l’1% e il 5% all’anno alla fine del secolo (media del 2080-2099), per un livello di uno 0,5% al ​​2% in uno scenario di emissioni moderate. Gli stati non saranno colpiti nello stesso modo, quelli meridionali saranno i più colpiti: “ Texas, Louisiana e Florida avranno danni particolarmente elevati. – ha precisato lo scienziato- Una delle ragioni di questo è che la nostra analisi mostra molti effetti di soglia aumento della temperatura” .

Lo studio è un unicum e accende il dibattito intorno al cambiamento climatico, i danni principali per gli USA sono stati calcolati in base a sei settori: l’agricoltura, la criminalità, la salute, la domanda di energia, lavoro e il tema delle comunità costiere.

I giorni superiori ai 30 gradi C sono assolutamente dannosi per la salute rispetto ad altri giorni sui 27 o 28 ° C:“Soglie simili possono intaccare la produttività del lavoro, l’utilizzo di energia e provocare danni nell’agricoltura. Molti luoghi negli Stati Uniti meridionali sono vicini a queste soglie”.

Gli stati settentrionali saranno ancora lontani da queste soglie, le zone atlantiche però potranno soffrire dell’aumento del livello del mare.

Dal punto di vista globale, gli impatti sulla salute e sulla mortalità saranno devastanti, come ha spiegato Jina: “Attualmente stiamo lavorando ad un’analisi globale, che include anche l’adattamento. Nella comunità scientifica ci aspettiamo che gli impatti sulla salute siano uno dei maggiori costi, ma ci sono anche altri settori che possono avere anche grandi costi. La ricerca sarà molto utile per la politica globale e l’azione”.“Il cambiamento climatico non influirà ugualmente in tutti gli stati” ha precisato lo scienziato, ogni zona reagirà in modo diverso.

 

 

Le temperature globali, secondo alcuni scenari, aumenteranno di 4 gradi C, la nuova analisi afferma: “Una probabilità di 1 a 20 che si tocchino circa 8 gradi C in più”.

Quando il presidente Trump ha deciso di ignorare l’impatto del clima sul pianeta con la decisione drastica di uscire dall’accordo della Cop21 ha dimenticato di analizzare i contributi che gli USA danno al cambiamento climatico, come secondo più grande inquinatore al mondo.

Gli scienziati stanno facendo ricerche fondamentali e che devono essere ascoltate dalla comunità globale, non c’è più spazio, né tempo.

 

 

RISCHIO VIRUS TROPICALI? È COLPA DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO

 

Il cambiamento climatico è associato non solo a problemi di natura meteorologica, industriale e sociale, ma anche medico: una malattia rinvenuta spesso nelle zone tropicali, la chikungunya (CHIK), aumenterà infatti la sua possibile diffusione anche in aree come l’Europa meridionale e gli USA. Questo scenario è venuto fuori da una nuova collaborazione internazionale che ha pubblicato i suoi risultati su Nature.

Nel 2007 sono venuti fuori in Europa, in particolare in Italia, i primi casi autoctoni della malattia, attraverso un focolaio in Emilia Romagna.

La chikungunya è una malattia virale caratterizzata da febbre, estremamente acuta, trasmessa dalla puntura di zanzare infette.

A spiegarci la pericolosità della malattia ci ha pensato Jan C. Semenza, Direttore scientifico dell’ECDC (Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie ): “La Chikungunya causa solitamente la febbre, l’artralgia e l’eruzione cutanea.- inoltre, come ci è stato spiegato- La maggior parte delle persone potranno recuperare completamente, ma una parte delle persone può accusare un’artrite cronica”.

Non esiste un trattamento diretto per chikungunya né c’è un vaccino concesso in licenza. Il virus viene trasmesso da zanzare Aedes, in particolare Aedes aegypti e Aedes albopictics, che sono le zanzare che trasmettono anche virus come dengue e Zika.

L’introduzione delle nuove malattie in altre aree deriva da vari motivi e proprio questa è stata studiata dal team di ricercatori dell’Università di Bayreuth e dai loro colleghi a ECDC a Stoccolma, tra cui Jan Semenza.

Gli studiosi hanno generato una mappa che visualizza le varie aree di rischio dove l’infezione potrebbe diffondersi: “Sono necessari tre fattori per l’introduzione di nuove malattie: l’arrivo di un virus in un’area con una popolazione attiva di zanzare in grado di trasmettere il virus. 1. Introduzione del patogeno: dato il mondo globalizzato in cui viviamo ora c’è una possibilità crescente che il virus chikungunya potrebbe introdursi in ‘nuove’ aree 2. Vettori appropriati. La zanzara Aedes aegypti non è presente nell’Unione continentale, ma è presente in diversi Paesi e Territori d’Oltremare (OCT) e nelle regioni ultraperiferiche (OMR) dell’UE (ad esempio i Caraibi e la Madeira). Un altro vettore in grado di trasmettere la malattia, Aedes albopictus, è presente nell’Europa continentale” . Per mantenere un occhio vigile sulla situazione ci sono progetti dello stesso centro ECDC, che monitorano l’introduzione di queste specie nei vari paesi.

L’ultimo vettore per una possibile introduzione del virus dipende da una popolazione di zanzare attive e da un clima che possa favorire lo sviluppo del patogeno.

 

In Italia sono stati confermati i 217 casi finora registrati in Europa, anche se alcuni contagi sono stati rilevati in Francia nel 2010 e nel 2014. Nel dicembre 2013, chikungunya è emerso sull’isola di Saint Martin nei Caraibi e poi si è rapidamente diffuso nelle Americhe. Questa è stata la prima documentata trasmissione autoctona del virus chikungunya nelle Americhe.

Storicamente il virus è endemico in Africa, Sud-Est asiatico, subcontinente indiano, nella regione del Pacifico e probabilmente nelle regioni sub-tropicali delle Americhe.

L’avanzamento del cambiamento climatico permetterà, in base ai dati raccolti, un’esplosione dei casi in Cina, come un allargamento della permeabilità dell’Africa al morbo. L’idoneità climatica per la trasmissione di Chikungunya è proiettata ad aumentare costantemente anche nella costa del Golfo, nella Florida meridionale, a Cuba, nella penisola dello Yucatan, in Sinaloa, e in gran parte dell’America centrale.

L’istituto Superiore di Sanità quest’anno in una sua newsletter ha evidenziato come occorre comportarsi con le punture d’insetto e in particolare quelle di zanzara.

Le crescenti temperature stanno creando ambienti più adatti alla trasmissione di malattie, se come confermano le recenti ricerche il cambiamento climatico sarà ignorato la temperatura globale aumenterebbe di circa 4,6 gradi centigradi entro il 2100, portando notevoli conseguenze anche in questo campo, tocca a noi scegliere da che parte stare.

Gianluigi Marsibilio

PROTEGGERE I PANDA PER SALVARE LE FORESTE

Il bambù e la sua coltivazione hanno origini antichissime ma il celebre sempreverde è fondamentale per il suo principale fruitore: il panda. Oggi i panda selvatici, che già sono in via d’estinzione in Cina, hanno bisogno di nuove foreste ricche di bambù, dato che il cambiamento climatico sta distruggendo intere aree della pianta, fondamentale per la sopravvivenza dei panda.

Su Nature, alcuni anni fa, gli scienziati della Michigan State University e l’Accademia delle scienze cinese, avevano pubblicato un paper legato alle previsioni dei danni che il cambiamento climatico sta facendo all’interno dell’habitat naturale dei panda. Il bambù e il mancato collocamento nelle foreste di questa pianta potrebbero rappresentare un grave problema.
Andres Vina del Center for Systems Integration and Sustainability ha spiegato l’importanza di queste piante: “ Il 99.9% del cibo dei panda giganti è composto dai bambù. Un’area boschiva è un habitat adatto per i panda solo se ha bambù”, per questo non tutte le foreste in cui ci sarà la riforestazione saranno adatte a questo animale simbolo.
Oggi sappiamo grazie ad un nuovo lavoro, guidato dallo stesso Andrés Viña e da Jianguo Liu, che i Panda riescono effettivamente a difendere le foreste, aumentando la biodiversità degli spazi verdi e combattendo i cambiamenti del clima.
“Non abbiamo delle informazioni sistematiche su come i panda stanno reagendo al cambiamento climatico- ha precisato Vina- tuttavia la nostra ricerca ha dimostrato che il cambiamento climatico induce a delle riduzioni nelle loro aree di habitat, insieme a dei continui spostamenti nella loro distribuzione”.
L’obiettivo è stato, nel corso degli anni, quello di produrre una riforestazione in grado di mantenere stabile la presenza d’acqua e il suolo con il bisogno principale di piantare nuove conifere, tuttavia con il corso degli anni, il sole bloccato dalle alte conifere non ha più permesso un regolare sviluppo del bambù.
Molte aree forestali nel mondo occidentale e in alcuni paesi in via di sviluppo sono in aumento a causa degli investimenti nella conservazione e nel restauro delle foreste. “Tuttavia- ha indicato lo scienziato- poiché la domanda di legname e dei suoi derivati ​​è in aumento in tutto il mondo, alcune di queste nuove foreste vanno a sostituire la deforestazione in atto in altri luoghi, in particolare nelle regioni tropicali caratterizzate da un’elevata biodiversità”.
C’è effettivamente bisogna di una visione più ampia del panda e delle foreste: “Proteggendo le foreste dove vivono i panda, sosteniamo anche molte altre specie che abitano nei loro habitat”. Proteggere l’habitat del panda, permette una completa salvaguarda delle foreste, dal punto di vista della conservazione, i simpatici animali giganti sono una vera specie ombrello per il resto della fauna.

 

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