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tra Scienza & Coscienza

"Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me'' I. Kant

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VACCINARSI DALLE FAKE NEWS? CAMBRIDGE CI PROVA CON UN GIOCO

I ricercatori di Cambridge hanno cercato di capire cosa può produrre una sorta di vaccino psicologico contro le false campagne di informazione che spesso vanno attaccare i concetti legati ai vaccini, alla salute e alle scienze climatiche.

Per mettere in guardia le persone dalle varie campagne di disinformazione e capire meglio le dinamiche di queste vicende è stato messo a punto un gioco che punta a dare un assaggio delle tecniche principali di diffusione della disinformazione.

A Cambridge già era stato messo a punto uno studio sulla disinformazione nelle scienze del clima ma oggi Get Bad News vuole studiare proprio come sia importante influenzare il concetto di immunità generale e soffiare sul fuoco delle paure.

Nel gioco si è incoraggiati a stimolare la rabbia, la sfiducia e la paura nel pubblico manipolando le notizie dai social e in tutta la sfera comunicativa.

Lo scopo è quello di costruire per un falso pubblico strutture complesse di notizie false, bot Twitter e prove fotografiche.
Insomma viene studiata tutta la galassia della disinformazione.

Sulla piattaforma TED nella giornata di ieri è stato rilasciato un video girato ad aprile della studiosa Laura Galante, una importante scienziata e analista del cyberspazio, in cui viene mostrato come  è stato possibile manipolare e costruire enormi database di false storie e influenzare anche intere Nazioni.

Il gioco, per mostrarne l’attendibilità, è stato testato precedentemente in un liceo olandese.
Oggi è fruibile online proprio grazie alla collaborazione tra i ricercatori del Cambridge e il collettivo olandese DROG.

Lo scopo è quello di capire come le persone che riescono a ingannarci ci convincono di queste false verità.
Il direttore del laboratorio di decisione sociale dell’università di Cambridge ha quindi spiegato:” Se sai cosa vuol dire essere nei panni di qualcuno che sta cercando attivamente di ingannarti, la tua capacità di individuare resistere alle tecniche di inganno dovrebbe aumentare”.

Il gioco dovrebbe essere tradotto e usato anche in paesi in cui la disinformazione getta delle ombre veramente pesanti.

Lo scopo del team è quello di creare un vero vaccino contro le notizie false.

L’obiettivo del gioco è quello di attivare un semplice processo di pensiero che punta alla condivisione di notizie con pensiero critico e informato.

 Questo è il link per giocare e iniziare la nostra vaccinazione alle fake news.
Gianluigi Marsibilio
Crediti foto: DROG/www.fakenewsgame.org

ANDROMEDA è molto più simile alla VIA LATTEA rispetto a quanto pensiamo

 

Gli astronomi dell’ICRAR (International Centre for Radio Astronomy) hanno avuto delle indicazioni molto importanti sul nostro importante vicino galattico più prossimo: la galassia di Andromeda.

Oggi grazie al loro studio, pubblicato sul Monthly Notices of the Royal Astronomical Society è possibile equiparare ancora di più Andromeda e la nostra galassia, infatti è stato scoperto dall’equipe di studiosi che Andromeda, non è come si pensava precedentemente due o tre volte più grande della Via Lattea ma ne è una vera gemella in quanto a massa e struttura.

Il peso di Andromeda è 800 miliardi di volte quello del sole, esattamente come nel caso della nostra galassia.

Per carpire queste nuove informazioni gli scienziati hanno pensato ad una nuova tecnica per misurare la velocità di fuga della galassia.

Esaminando le orbite è stato scoperto come la galassia di Andromeda ha molta meno Materia Oscura di quanto si pensasse, solo un terzo rispetto a quello ipotizzato da nei precedenti osservazioni.

La geografia del gruppo locale è dunque stata riscritta e quando tra 5 miliardi di anni circa le due galassie si scontreranno non sarà Andromeda a mangiare la Via Lattea ma assisteremo ad una fusione molto più delicata dove la bellezza di questi due ambienti cosmici si fonderà fino a formare una nuova e gigante galassia.

 

 

 

Crediti video: Prof Chris power (ICRAR-UWA), Dr Alex Hobbs (ETH Zurich), Prof Justin Reid (University of Surrey), Dr Dave Cole (University of Central Lancashire) and the Theoretical Astrophysics Group at the University of Leicester. Video Production Credit: Pete Wheeler, ICRAR.

ESPRESSO, la nuova speranza dei cacciatori di MONDI

ESPRESSO è il nuovo e fondamentale strumento del VLT (Very Large Telescope), noi abbiamo parlato con Francesco Pepe, dell’Università di Ginevra che ci ha spiegato l’importanza di questo strumento che ha coordinato finalmente i quattro specchi da 8m dell’osservatorio cileno: “ESPRESSO non è più importante di altri strumenti per il funzionamento di VLT. Però ESPRESSO ha due caratteristiche che nessun’altro strumento del VLT ha: 1) E’ capace di rilevare velocità stellari con grandissima precisione, e perciò è capace di trovare (cosi si spera) pianeti ‘tellurici’ nella ‘zona abitabile’ della loro stella madre. 2) ESPRESSO è capace di combinare la luce di tutti e quattro i telescopi di 8-m simultaneamente per osservare oggetti molto deboli e eseguire la spettroscopia di questi ultimi ad alta definizione e precisione”.

Unire gli specchi, per creare uno dei telescopi ottici più capaci sul pianeta, era uno degli obiettivi fondamentali dall’inizio del progetto, quindi dagli anni ‘80.

Un complesso e tecnologicamente elaborato sistema di specchi e prismi trasmette la luce raccolta da ciascun VLT Unit Telescope allo spettrografo ESPRESSO fino a 69 metri di distanza. Grazie a queste complesse ottiche, ESPRESSO può raccogliere la luce da tutti e quattro i Telescopi unitari insieme.
Per calibrare al meglio gli strumenti, come ci ha spiegato lo scienziato viene utilizzato il laser, infatti proprio : “Il Laser Frequency Comb è utilizzato per calibrare lo strumento durante la giornata. Il LFC è un riferimento di frequenza assoluto che non ha paragoni”.
Questa luce combinata in un unico strumento darà agli astronomi l’accesso a informazioni mai state disponibili prima. La nuova struttura è un punto di svolta per l’astronomia con spettrografi ad alta risoluzione.
“Espresso – ci ha spiegato il ricercatore- è uno spettrografo che separa la luce dell’oggetto che osserva in tantissimi canali spettrali (colori). In pratica, ESPRESSO forma sul rilevatore scientifico, a partire dalla luce dell’oggetto osservato, un larghissimo ‘arcobaleno’ di colori che è talmente disperso che si vedono tutti i dettagli dello spettro. Questi dettagli permettono di misurare la velocità, la composizione chimica, la temperatura, etc. degli astri con grandissima precisione”.

La caccia agli esopianeti è più aperta che mai e telescopi come il VLT insieme alla nuova generazione di strumenti riusciranno a spianare sempre di più la strada verso una Terra 2.0.

Gianluigi Marsibilio

Fonte foto: ESO/L.Calcada

CANNIBALISMO GALATTICO NEL QUINTETTO DI STEPHAN

L’ampia immagine di campo catturata dalla MegaCam,  la fotocamera da 380 megapixel del Canada-France-Hawaii Telescope (CFHT che si trova sul Mauna Kea, Hawaii), è centrata sulla galassia NGC 7331, ed è stata oggetto di uno studio sulla vicina NGC 7317.

Ma l’attenzione degli scienziati per questa zona di cielo in realtà è stata sempre catturata dalla condensazione di galassie attorno al campo di ripresa, poco distanti (almeno prospetticamente) da NGC 7331: il famoso Quintetto di Stephan, un gruppo compatto di 5 galassie, nella costellazione del Pegaso (non tutte interagenti tra loro), che prende il nome dall’astronomo francese Édouard Stephan, che fu il primo ad osservarlo nel 1878. Il gruppo però comprende

In tempi molto più recenti, diventato per la sua bellezza una delle icone dell’osservazione e della fotografia astronomica, anche il telescopio spaziale Hubble ha osservato più volte il Quintetto, fornendo immagini dettagliatissime delle collisioni galattiche in corso.

Il Quintetto di Stephan, infatti, racchiude ed è l’esempio di riferimento di tutto quello che serve per lo studio dell’evoluzione di sistemi di galassie interagenti. Nelle immagini le vediamo infatti sottoposte a una serie di effetti quali interazioni e collisioni lente, che creano flussi stellari gravitazionali, ma anche collisioni galattiche ad alta velocità, esplosioni di gas, esplosioni stellari e tutto quello che riguarda la creazione e l’evoluzione anche di sistemi stellari intergalattici. Insomma… un campo di prova per tutta l’astrofisica extragalattica

Grazie alle sue caratteristiche uniche, il Quintetto di Stephan è stato  quindi ampiamente studiato e osservato, in tutto lo spettro elettromagnetico, ed è stato oggetto di numerose simulazioni numeriche complesse. E stato anche campo di controversie sull’effettivo significato cosmologico del redshift, da parte di sostenitori di cosmologie alternative rispetto al prevalente Modello Standard (sulla cui diatriba abbiamo pubblicato numerosi articoli fino al lungo articolo conclusivo in tre parti:Qualche chiarimento sulle cosmologie alternative di Alberto Cappi).

Tuttavia, i modelli non sono riusciti fin’ora a definire il ruolo di ogni galassia nell’insieme del gruppo. Un nuovo studio, pubblicato nei Monthly Notices of the Royal Astronomical Society, ha rivisitato il sistema con immagini ottiche multibanda multiple ottenute con la MegaCam del telescopio Canada-France-Hawaii (CFHT), incentrate sul rilevamento di strutture a bassa luminosità superficiale (LSB).

In particolare, è stata rilevata un’aura diffusa rossastra nella galassia NGC 7317, un alone di vecchie stelle il cui ruolo era stato finora ignorato nei modelli. Sono poi visibili numerosi filamenti diffusi aggiuntivi, alcuni dei quali vicini alla galassia in primo piano NGC 7331, la cui struttura suggerisce quindi una contaminazione per emissione di cirri galattici.

NGC 7317 deve quindi aver interagito a lungo con gli altri membri del gruppo, in un processo che viene chiamato cannibalismo galattico. Il cannibalismo galattico si verifica quando le forze gravitazionali di una galassia, o di un gruppo di galassie più grandi, lentamente distruggono una galassia più piccola, inglobandone il materiale. Caratteristiche distintive di questo processo sono proprio la presenza di flussi o aloni di stelle che orbitano intorno alla galassia più grande, come l’alone di stelle rosse visto intorno a NGC 7317.

Una prima conseguenza è che il Quintetto di Stephan deve essere molto più antico di quanto attualmente si pensa, e questo potrebbe richiedere la necessità di rivedere i modelli di formazione ed evoluzione di questo sistema, che potrebbe portare, alla fine, alla formazione di una galassia ellittica gigante.

Una seconda conseguenza più generale, e forse anche di maggiore importanza, è l’attuale rinnovato interesse, nel campo scientifico, per l’imaging profondo sulle galassie vicine, che può come abbiamo visto portare non solo maggiori informazioni ma vere e proprie rivoluzioni sulla storia dell’evoluzione di questi gruppi di galassie.

Sono molti ormai  i programmi osservativi – tra cui alcuni sviluppati proprio all’interno della collaborazione CFHT, la cui strumentazione è particolarmente adatta per questo tipo di studi – che mirano a decodificare la storia passata delle galassie attraverso la rilevazione diretta, nel loro ambiente, di deboli ed estese caratteristiche, tecnica che ha preso il nome di archeologia galattica.

Dal 2000, CFHT produce, in collaborazione con Coelum Astronomia, il calendario da collezione Hawaiian Starlight basato proprio sulle bellissime immagini del cielo catturate dalla MegaCam. Le immagini vengono ottenute durante osservazioni speciali nel tempo osservativo a disposizione del Direttore del CFHT, quando le condizioni atmosferiche, in particolare la stabilità dell’atmosfera, non sono  adatte alle osservazioni scientifiche regolari. Nonostante questo, alcune di queste immagini a volte si rivelano di grande interesse scientifico: ed è proprio questo il caso.

I prodotti Hawaiian Starlight sono distribuiti per l’Europa da Coelum Astronomia. Potete trovare i magnifici poster e molte delle edizioni del Calendario astronomico CFHT/Coelum, compresa l’edizione 2018 che vedete qui a lato, nel nostro astroshop.

Il CFHT è una struttura a disposizione della collaborazione tra il National Research Council del Canada, il Centre National de la Recherche Scientifique francese e la University of Hawaii.

L’Osservatorio CFH ospita un telescopio ottico e a infrarossi di 3,6 metri. Si trova sulla cima del vulcano inattivo Mauna Kea, a 4200 metri, nell’isola delle Hawaii.

Crediti foto: CFHT, Pierre-Alain Duc (Observatoire de Strasbourg) e Jean-Charles Cuillandre (CEA Saclay / Obs. De Paris).

Coelum Astronomia 

ALLA SCOPERTA DEL GHIACCIO E DELLE SUE CURIOSE FORME – INTERVISTA A FEDERICA COPPARI

La dottoressa in fisica Federica Coppari al Lawrence Livermore National Laboratory ha partecipato ad una scoperta estremamente interessante. È infatti stato prodotto per la prima volta il ghiaccio superionico con una combinazione di impulsi laser applicati a un campione di acqua ghiacciata ad alta pressione. L’importante ricerca è stata pubblicata su Nature Physics e noi per capirne al meglio l’importanza abbiamo raggiunto la ricercatrice facendole alcune domande sulle implicazioni dello studio

 

 

Come riescono gli ioni nello stato di superionicità a presentarsi in forma solida?

E’ una competizione tra gli effetti della pressione e della temperatura sulla struttura dell’acqua. Al variare di pressione e temperature la struttura stabile e’ quella che minimizza l’energia interna del sistema, e per l’acqua a ~200 GPa e ~3000 K questa struttura e’ formata da ossigeno allo stato solido e idrogeno, liberi di muoversi come in un liquido.

Come siete riusciti a formare questo stato del ghiaccio? Cosa ti emoziona particolarmente del tuo lavoro a queste temperature estreme?

La fase superionica si manifesta a specifiche condizioni di pressione e temperatura. Per ottenerla abbiamo preso un campione di acqua, l’abbiamo compresso a 2.5 Gpa, usando una cella a incudini di diamante, fino a formare il ghiaccio chiamato Ice VII, che e’ piu’ denso del ghiaccio che abbiamo in frigorifero del 60%. Siamo poi andati a fare i nostri esperimenti di compressione shock all’ Omega Laser Facility al Laboratory for Laser Energetics in Rochester (NY). Qui abbiamo messo la cella a incudini di diamante nella target chamber e abbiamo focalizzato circa 2000 J di energia laser su uno dei diamanti per formare un’onda di shock che si propaga attraverso la cella comprimendo e scaldando l’acqua ulteriormente.

Mi affascina e incuriosisce vedere come le proprietà della materia cambiano sotto l’effetto di pressione e temperatura. In aggiunta le condizioni che riusciamo ad ottenere con la compressione laser sono uniche e molto spesso studiamo la materia in condizioni che non sono mai state riprodotte sperimentalmente. Pensare che in un esperimento che dura qualche nano-secondo si possono ricreare le condizioni esistenti all’interno dei pianeti e’ estremamente emozionante!

 

Qual è il legame tra questo stato della materia e pianeti come Urano e Nettuno?

Nei nostri esperimenti abbiamo osservato la formazione del ghiaccio superionico a pressioni di 100-200 GPa e temperature di 3000-4000 K e secondo modelli di struttura planetaria: queste sono le condizioni che si troverebbero all’interno di Urano e Nettuno, per cui l’”acqua” all’interno di questi pianeti assumerebbe la fase superionica.

 

Quali proprietà e applicazioni ha questo stato del ghiaccio?

Questo stato del ghiaccio non esiste alle condizioni terrestri: siamo riusciti a ricrearlo in laboratorio, ma solo per qualche nanosecondo, quindi e’ difficile pensare a delle applicazioni tecnologiche. Invece, essendo stabile alle condizioni che ci aspettiamo all’interno di Urano e Nettuno, ha delle forti implicazioni per le teorie di formazione e evoluzione di questi pianeti, che invece di avere una struttura interna allo stato fluido, potrebbero essere formati da ghiaccio superionico. Questo potrebbe spiegare le anomalie del campo magnetico osservate per questi due pianeti.

 

Nel vostro team di ricerca quale altro comportamento bizzarro vi aspettate dal ghiaccio?

L’acqua e’ una molecola piu’ complessa di quanto ci si possa aspettare. Ad oggi si conoscono 17 diverse strutture solide che sono stabili a diverse condizioni di pressione e temperatura. La formazione di acqua o ghiaccio superionico e’ un altro esempio di quanto strana questa sostanza possa essere. A pressioni ancora piu’ elevate (dell’ordine del tera-pascal) di quelle esplorate in questo lavoro, studi teorici prevedono che l’acqua assuma delle strutture cristalline estremamente complesse, con densita’ ancora piu’ elevate. Sara’ interessante vedere se gli esperimenti confermano queste previsioni.

 

Lei sta lavorando in uno dei più importanti laboratori del pianeta. Come si trova negli USA, cosa è cambiato per lei rispetto all’Italia?

In California si sta bene e il lavoro che faccio e’ sicuramente emozionante e pieno di sorprese. E’ difficile per me fare un paragone con l’Italia, perche’ essendo partita all’estero subito dopo la tesi di laurea, non ho una vera esperienza lavorativa come ricercatrice in Italia.

Gianluigi Marsibilio
crediti foto: S. Hamel / M. Millot / J. Wickboldt / Llnl / Nif

COME FUNZIONA IL CERVELLO DEGLI ATLETI?

Un lavoro della John Hopkins University ha mostrato come i cervelli degli atleti che sono sottoposti a salti tripli, doppi e quadrupli lavorano durante le varie attività sportive in discipline come pattinaggio, snowboard e i vari salti con gli sci.

Il video qui sotto è perfettamente in linea con la notizia del giorno: l’apertura dei Giochi Olimpici invernali in Corea del Sud.

In primo luogo, i cervelli hanno costruito modelli intricati per l’input sensoriale che arrivano a percepire durante un triplo salto.
Il cervello di tutti crea modelli, in genere per attività ordinarie come camminare per strada o salire le scale. Ma anni e anni di pratica di mosse particolari e disorientanti possono forgiare modelli molto più complessi nel cervello degli atleti d’élite.
Quando un olimpionico è in rotazione o capovolta, il suo cervello riesce a immagazzinare i dati provenienti dagli occhi tramite questa particolarissima dimensione di orientamento spaziale, combinando dati con ulteriori informazioni forniti da nervi, muscoli e orecchie.
Se un flip è sulla buona strada, il cervello riesce sempre a percepirlo. Se non lo è, il cervello sa come risolvere il problema.
Qualcosa molto singolare accade a questi atleti quando c’è una mancata corrispondenza tra ciò che si aspettano e ciò che è effettivamente accaduto durante gli esercizi; gli sportivi hanno la capacità di non farsi prendere dal panico, possono infatti ricalibrare tutta la loro performance.
Le vertigini sono causate da segnali errati che arrivano alle orecchie. .
Nella vita di tutti i giorni, i sensori dell’orecchio interno sono responsabili di questo errore perché forniscono una sensazione di rotazione e generano movimenti oculari.
Il fluido dell’orecchio interno continua a muoversi per inerzia e anche gli occhi continuano a muoversi. Ci sentiamo come se il mondo fosse ancora vorticoso.

Gli atleti sostanzialmente durante i loro allenamenti imparano a controllare questi ingressi di informazioni e a sopprimere lquelle false. Solo nel tempo il cervello sviluppa queste capacità e gli atleti olimpici sono i principali soggetti per studiare il fenomeno.

SPACE X, CON IL FALCON HEAVY SI FA LA STORIA

Ieri sera alle ore 21.45 ora italiana è stato lanciato dall’ LC-39A del Kenedy Space Center, presso Cape Canaveral in Florida, per la prima volta il Falcon Heavy: il nuovo vettore targato SpaceX.

Il lancio è avvenuto con successo, con poco più di 2 ore di ritardo rispetto all’orario pianificato a causa di venti troppo forti che avrebbero potuto compromettere la riuscita del test. I due booster (entrambi già utilizzati in voli precedenti) sono atterrati come da programma mentre purtroppo il core centrale ha mancato l’atterraggio a causa di un malfunzionamento di 2 dei 3 motori di controllo che l’hanno condannato a uno schianto in acqua a 300 km/h e a circa 100 metri dalla piattaforma, danneggiando i motori di quest’ultima.

Il carico usato per questo test è a dir poco unico: si tratta di una Tesla Roadster con alla guida Starman, un fantaccio con indosso la nuova tuta della Space X, è stato rilasciata poco dopo e si andrà a posizionare in un’orbita eliocentrica che interseca l’orbita del pianeta rosso. Secondo le stime di SpaceX l’auto resterà in orbita per circa un miliardo di anni, tuttavia Starman ha uno stereo con Space Oddity, quindi è sicuramente accompagnato da buona musica.

Al momento dell’accensione il Falcon Heavy (che praticamente è un Falcon 9 con due booster aggiuntivi) è diventato il razzo in attività più potente del mondo, il doppio rispetto al suo diretto concorrente, e secondo solo all’ormai pensionato Saturn V che portò l’uomo sulla luna quasi 50 anni fa e che veniva lanciato proprio a Cape Canaveral dalla piattaforma LC-39A.

Il FH è in grado di trasportare fino a 55 tonnellate di materiale nell’orbita terrestre bassa (contro le 140 del Saturn V) e poco meno di 14 tonnellate direzione Marte: quasi il doppio di carico utile rispetto ai concorrenti e ad un terzo del costo grazie anche al recupero e il riutilizzo dei serbatoi, ormai marchio di fabbrico SpaceX.

L’importanza di questo test è legata a due obiettivi: il primo, più spettacolare, è l’effettivo collaudo del nuovo vettore; il secondo, più importante, consiste nel convincere della propria affidabilità futuri clienti e addetti ai lavori , con una strizzata d’occhio alla NASA e alla US AirForce, facendo restare in orbita geostazionaria per 6 ore la Roadster prima di riaccendere i motori e posizionarsi nell’orbita finale.

Con il Falcon Heavy, Elon Musk riapre con forza una strada per la Luna e ne batte una nuova per Marte.

In attesa dei viaggi su Marte, per ora possiamo solo ammirare SpaceX ed Elon Musk che scrivono una nuova pagina di storia spaziale e che danno il via a una nuova Era Spaziale.

 

Giuseppe Di Martino

Crediti foto: Space X

MOLECOLE ORGANICHE COMPLESSE IN UN’ALTRA GALASSIA

Le galassie sono una splendida collezione di stelle, in spazi come quelli della Grande Nube di Magellano gli astronomi hanno sempre visto poco favorevolmente l’ipotesi di trovare molecole e elementi pesanti in ambienti del genere.

Nuove osservazioni con l’Atacama Large Millimeter (ALMA), tuttavia, hanno scoperto le impronte chimiche di molecole estremamente complesse, mai fino ad ora rilevate lontano dalla nostra Via Lattea. I risultati sono senza precedenti in particolare per quanto riguarda alcune molecole mai identificate chiaramente in altre galassie, i risultati sono stati pubblicati sull’Astrophysical Journal.

Noi abbiamo chiesto a Remy Indebetouw, astronomo presso il National Radio Astronomy Observatory a Charlottesville, Virginia, e coautore dello studio, quali sono le principali differenze con la nostra Via Lattea: “ Ci sono molte e importanti differenze: la più interessante per noi è questo risultato sulla minore concentrazione di “metalli” (per gli astronomi significa un atomo più pesante del litio). Quindi ci si aspetterebbe che forse le molecole formate da quegli atomi potrebbero anche avere una complessità inferiore”.
La formazione di molecole è un processo complicato, la massa della GNM (Grande Nube di Magellano) è inferiore e le sue braccia comunque non riescono a influenzare la formazione di stelle e pianeti come nella nostra galassia.

“Gli astronomi- ha continuato il professore- sanno quali molecole sono le basi della vita come nel caso del carbonio sulla Terra. Molte di queste molecole si trovano nello spazio ma non ne eravamo completamente sicuri, ma abbiamo sempre più prove che le molecole nello spazio possono essere trasportate e infine incorporate nei pianeti e contribuire a promuovere l’esistenza della vita su quei pianeti”.

Galassie con bassa concentrazione di elementi pesanti non presentano quantità ridotte di molecole complesse, dunque c’è possibilità di vita anche nei paraggi di galassie più piccole e meno massicce: “La vita è probabilmente possibile in quelle galassie come nella nostra”.

Gli astronomi hanno concentrato il loro studio sulla regione N113 che è una delle più ricche di gas della galassia. Osservazioni precedenti di questa zona con telescopio spaziale Spitzer della NASA e tramite l’Herschel Space Observatory dell’ESA hanno rivelato una sorprendente concentrazione di giovani oggetti (protostelle) che hanno appena iniziato a uscire dai loro vivai stellari.
L’astronomo ha concluso rassicurandoci sul fatto che: “ALMA rileverà molecole organiche ancora più complesse, in posizioni ancora più diverse tra il gas delle galassie, perchè le persone continueranno a fare osservazioni nei prossimi anni. In realtà, rilevare se tali molecole sono state incorporate nella vita sui pianeti è più difficile, ma gli strumenti futuri saranno in grado di farlo”.

Ad oggi ci sono diversi progetti per rilevare processi biologici con gli infrarossi, nei prossimi dieci anni potrebbero venir fuori molte e interessanti novità.

Gianluigi Marsibilio

 

 

 

Crediti foto: NRAO / AUI / NSF; ALMA (ESO / NAOJ / NRAO); Herschel / ESA; NASA / JPL-Caltech; NOAO

SPLENDORE DALLE TENEBRE

La zona di formazione stellare Lupus 3 si trova nella costellazione dello Scorpione, a soli 600 anni luce dalla Terra. Fa parte di un complesso più vasto noto come Nube del Lupo, che prende il nome dalla vicina costellazione del Lupo. Le nubi sembrano colonne di fumo fluttuanti su uno sfondo di milioni di stelle. In realtà, queste nubi sono una nebulosa oscura.

Le nebulose sono ampie distese di gas e polvere sospese tra le stelle, a volte fino a oltre un centinaio di anni luce. Mentre molte nebulose sono illuminate in modo spettacolare dall’intensa radiazione delle stelle calde, le nebulose oscure nascondono la luce degli oggetti celesti al loro interno. Sono note anche come nebulose ad assorbimento, poichè sono composte da particelle di polvere fredde e dense che assorbono e diffondono la luce che attraversa la nube.

Tra le più famose nebulose oscure ricordiamo la Nebulosa Sacco di Carbone e la Fenditura del Cigno, abbastanza grandi da essere visibili a occhio nudo, che si stagliano, nere, sullo sfondo brillante della Via Lattea.

Lupus 3 ha una forma irregolare, come un serpente disegnato male in mezzo al cielo. In questa immagine viene evidenziata una regione di contrasti, con tracce scure in evidenza sulla luce blu delle stelle brillanti al centro. Come la maggior parte delle nebulose oscure, Lupus 3 è una regione di formazione stellare attiva, composta soprattutto da protostelle e stelle molto giovani. Perturbazioni vicine possono fare collassare grumi più densi della nebulosa sotto la propria gravità, aumentandone la temperatura e la pressione interna. Alla fine, le condizioni estreme del nucleo di questa nube in collasso fanno nascere una protostella.

Le due stelle brillanti al centro dell’immagine sono proprio state prodotte da un processo di questo tipo. All’inizio della loro vita, la radiazione emessa era in gran parte bloccata dagli spessi veli della nebulosa ospite, visibile solo con telescopi sensibili alle radiazioni di lunghezza d’onda infrarossa e radio. Diventando più calde e più brillanti, l’intensa radiazione da esse prodotta e i venti stellari hanno svuotato l’area circostante da polvere e gas, permettendo loro di emergere gloriosamente dall’incubatrice di tenebra e di mostrare tutto il loro splendere.

Capire le nebulose è un passo critico per comprendere il processo di formazione stellare nel suo insieme – per esempio, si pensa che il Sole si sia formato in una zona di formazione stellare molto simile a Lupus 3 più di quattro miliardi di anni fa. Essendo uno dei vivai stellari più vicini a noi, Lupus 3 è stata studiata molte volte: nel 2013, il telescopio da 2,2 metri dell’MPG/ESO all’Osservatorio dell’ESO a La Silla in Cile ha catturato un’immagine più piccola delle sue colonne scure come fumo e delle sue stelle brillanti (eso1303).

Crediti foto: ESO/Digitized Sky Survey 2 Acknowledgement: Davide De Martin

Ufficio Stampa ESO

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