UA-101332019-1
Search

tra Scienza & Coscienza

"Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me'' I. Kant

Author

Tra Scienza & Coscienza

MARTE A PORTATA DI SALOTTO CON LA VR

 

Vorreste andare su Marte ma non avete ancora a disposizione una comoda e pratica rampa di lancio o una tuta resistente ai raggi cosmici nel vostro giardino e nell’armadio?

Nessun problema, una nuova tecnologia elaborata dal JPL (NASA) di Pasadena, con la collaborazione di Google, che questa settimana su Earth ha reso disponibili anche i pianeti del sistema solare, permette di seguire fedelmente il percorso intrapreso da Curiosity sul pianeta rosso.

L’esperienza creata è stata adattata sul software on-sight, che assisteva già gli scienziati a pianificare i percorsi da seguire su Marte.
Il precedente software, come abbiamo detto, era utilissimo per studiare alcuni punti della geologia marziana, ma questo con tutte le migliorie tecniche si prepara ad essere un nuovo riferimento scientifico e divulgativo.
Oggi con il vostro headset per Vr o Ar potrete cominciare a camminare su Marte direttamente dal vostro salotto, l’accesso è molto facile ed è aperto a tutti quelli che hanno una semplice connessione internet.

Il programma è assolutamente divulgativo e permette a chiunque di riattraversare le fasi che hanno portato Curiosity sul pianeta rosso, anche la delicata fase di atterraggio.

Tutto quanto, nel corso del tempo, sarà  aggiornato in base alle varie fasi della missione, in ogni posizione gli utenti potranno concentrarsi su tutti gli oggetti di interesse scientifico come affioramenti rocciosi, i canyon, le valli e tutto il resto.

La visita sul pianeta sarà guidata da vari scienziati che lavorano al progetto da ormai tantissimi anni, sfruttare tecnologie come vr e ar può avvicinare veramente Marte a tutti.

L’accessibilità al programma è stata costruita su uno standard Open Source dal Creative Labs di Google che sta incoraggiando gli sviluppatori a migliorare costantemente i loro strumenti, inoltre la NASA ha collaborato rendendo il più interattiva e accurata possibile questa avventura.

È inutile spiegare quanto Marte sia effettivamente vicino ai nostri progetti futuri sull’esplorazione spaziale e sappiamo quanto sia importante per gli scienziati studiare Marte sempre più a fondo: proprio in settimana uno studio della NASA è andato a indagare  Phobos, interessante luna del pianeta, mettendo in luce come le potenti eruzioni solari potrebbero caricare elettricamente alcune zone di questa luna facendole arrivare a cariche dicentinaia di volt. C’è da considerare che queste scariche elettriche potrebbero avvenire con degli Astronauti molto vicini alla luna, l’idea dunque sarebbe quella di avere degli Astronauti che controllano dei lander sulla superficie della Luna direttamente dall’ orbita marziana in grado di monitorare tutti questi interessantissimi eventi.

 

 

Come  hanno fatto presente gli scienziati del JPL questa tecnologia è fondamentale  come strumento per gli scienziati ma deve essere anche in grado di coinvolgere il pubblico in un modo assolutamente nuovo e veramente a 360°.
Ad oggi sono disponibili, sempre grazie a Google che ha lavorato con la NASA applicazioni o programmi per visitare la stazione spaziale internazionale e tanti altri luoghi della NASA.

 

UNA MAPPA GLOBALE DEL CALCIO E DELLA SUA ASSUNZIONE

L’assunzione giornaliera di calcio per gli adulti è incredibilmente e pericolosamente bassa in alcune aree del mondo, a riferirlo è uno studio su Osteoporosis International che mostra come l’assunzione di calcio sembra variare in modo molto diffuso in tutto il mondo in base a dei veri modelli regionali distinti.

La ricerca è stata pubblicata in vista della Giornata mondiale dell’osteoporosi che sarà esattamente venerdì 20 ottobre.

I dati suggeriscono che ci sono molte aree del mondo in cui si corrono rischi per la salute delle ossa.

La mappa elaborata dalla Brown University, che ha finanziato lo studio, illustra chiaramente la situazione globale.

Nei prossimi giorni indagheremo sui perché e su cosa comporta una situazione del genere in termini di salute globale.

In paesi come quelli asiatici si assumono solo 400 mg al giorno, mentre i paesi dell’Europa settentrionale hanno registrato assunzioni per più di 1.000 mg al giorno.

Anche se le quantità di calcio raccomandate variano nei vari paesi, ci si trova dinanzi sempre a delle quantità assunta nettamente inferiore a quelle consigliate.

A SPASSO TRA LE KILONOVAE CON ALESSANDRA CORSI

La rilevazione della Kilonova ha messo in moto tantissimi ricercatori, studiosi, dottorandi e studenti in tutto il mondo, tra questi c’è una massiccia quantità di giovani scienziate e scienziati italiani, tra loro c’è Alessandra Corsi, co-autrice dell’articolo uscito sul The Astrophysical Journal proprio sull’incredibile fenomeno registrato.

La professoressa lavora come docente presso il Dipartimento di Fisica e Astronomia della Texas Tech University. Le sue ricerche si concentrano sull’astrofisica e in particolare sulla fisica delle onde gravitazionali. È membro della LIGO Scientific Collaboration e della collaborazionesquadra di GROWTH (Global Relay of Observatories Watching Transients Happen). Nel 2015 ha ricevuto un prestigioso premio NSF “CAREER ” per i suoi studi sulle onde gravitazionali. Noi abbiamo fatto alcune domande per addentrarci ancora di più in questa che si candida ad essere la scoperta scientifica del 2017.

Come è stato possibile coordinare tutti i team di lavoro per osservare un evento del genere?

LIGO e Virgo si erano preparati attentamente per questo evento. Alla fine del 2013, le due collaborazioni avevano di LIGO e Virgo hanno emesso un invito formale per gli astronomi professionisti a firmare accordi per i follow-up delle onde gravitazionali a partire dal 2015, quando i rivelatori avanzati sarebbero stati messi in linea per la loro prima corsa scientifica.

Questo ci ha permesso di disporre di un sistema tramite il qualein cui gli astronomi partner potessero comunicare tra loro e scambiare le loro scoperte in tempo reale emettendo quelleo che chiamiamo “circolari interne LIGO / Virgo”  interni (messaggi facilmente inviabiliti tramite e-mail).

Da cosa deriva l’incredibile potenza rilasciata da queste stelle di neutroni, sotto forma di onde gravitazionali?Quali sono le particolarità di queste stelle?

L’accelerazione di oggetti massicci produce onde gravitazionali. Queste onde sono molto deboli, quindi qui sulla Terra non possiamo generare onde gravitazionaliquelli rilevabili. L’Universo, però, è pieno di oggetti incredibilmente massicci che subiscono accelerazioni rapide. Un paio di stelle di neutroni che si orbitano l’una intorno all’altrao rappresenta un esempio di un sistema che emette efficientemente onde gravitazionali. Le stelle di neutronineutrone sono degli oggetti molto densi nel cimitero stellare. Immagina una massa paragonabile a quella del nostro Sole, impacchettata in una regione di spazio di soli confezionata nella regione a 20 km di distanza: queste stelle ormai “defunte” sono di fatto gli oggettile celesti più densie tra gli oggetti tra quelli cheche chiamiamo chiamiamo “stelle”.

Come le precedenti teorie vi hanno aiutato a scoprire questa Kilonova, quali sono le discrepanze tra le osservazioni e le precedenti teorie?

La teoria precedente ci ha dettoprevedeva che, dopo la collisione tra le due stelle di neutroni, un’emissione diuna “kilonova” da ottico a infrarossi si sarebbe attivata sotto forma di radiazione ottica e infrarossadopo la . Questa emissione sarebbe fusione e poi rapidamente sarebbe scomparsa nel giro di pochi giorni. La teoria ha permesso agli astronomi di organizzarsi e di avere una serie di diversi telescopi pronti a osservare l’area del cielo dove è stato a rivelato il segnale d’onda gravitazionale. Tuttavia, in questi modelli c’erano molte incertezze, e solo ora che abbiamo dati possiamo iniziare a mettere in evidenza la fisica dietro questi modelli. Abbiamo anche rilevato alcune altre cose inaspettate: un flash associato di raggi gamma associato all’evento gravitazionale, molto meno energico di quanto ci aspettassimo; un lampo di luce UV che svanisce rapidamente nel primo giorno dalla fusione;  un riavvio dell’un’emissione ritardata di raggi X (in raggi X (9 giorni dopo la fusionefusione) e nel ) eradio ( della radio (16 giorni dopo la fusione). Tutte queste osservazioni hanno prodotto diverse decine di articoli pubblicati in giornali prestigiosidecine di ricerche. I raggi gamma deboli e il ritardo nell’attivazione dei raggi X  e nel radio, in particolare, suggeriscono che, oltre al materiale ricco di neutroni che alimenta la kilonova, è stato lanciato anche un jet veloce nel mezzo interstellare burst.

 

Dopo la fusione delle due stelle come è stata cambiata la chimica nell’ambiente circostante?

Crediamo che, dopo la collisione delle due stellesmashup, il sito dove è avvenuta lai fusione si sia è arricchito con gli elementi più pesanti della tavola periodica, come l’oro e il platino. Pensiamo che le collisioni binarie di stelle di neutronineutroniche contribuiscano sostanzialmente all’abbondanza di tali elementi nel nostro sistema solare. Quanto esattamente contribuiscaono, però, diventerà più chiari, mentrepiù chiaro quando saremo in grado di rivelare rileviamo altri sistemi del genere con LIGO e Virgo, e con  i vari telescopi che da un angolo all’altro del mondo partecipano a questa avventurain tutto il mondo!

Gianluigi Marsibilio

KILONOVAE, IL NUOVO INIZIO DELL’ASTRONOMIA GRAVITAZIONALE

rumors giravano già qualche tempo fa, quando si è avuta la conferma del quarto evento di onde gravitazionali rivelato da LIGO e primo per l’interferometro di Cascina Virgo, un twit lasciava pensare che ci fosse dell’altro, che un altro evento fosse stato registrato e che ci fosse anche l’osservazione della controparte visuale, e finalmente è arrivata la conferma, che va oltre le aspettative! È stata effettuata la prima osservazione diretta della controparte visibile di una sorgente di onde gravitazionali, ovvero… si è riuscito a vedere da dove ha avuto origine e cos’è rimasto di quell’evento.

La correlazione tra le due osservazioni, gravitazionale ed elettromagnetica, è stata possibile grazie a una collaborazione globale e alla rapida reazione di tutti gli enti e gli osservatori partecipanti.

Ma andiamo con ordine, il 17 agosto 2017 l’interferometro LIGO negli Stati Uniti, in collaborazione con l’Interferometro Virgo in Italia, ha ottenuto la quinta rivelazione di onde gravitazionali, a cui è stata data la sigla GW170817. Solo due secondi più tardi, due Osservatori spaziali, il telescopio spaziale a raggi gamma Fermi, della NASA, e INTEGRAL dell’ESA hanno raccolto un lampo gamma di breve durata proveniente dalla stessa zona di cielo.

L’area di provenienza di un’onda gravitazionale è sempre molto ampia, da qui la difficoltà a individuarne con esattezza l’origine, e in questo caso, proprio grazie alla collaborazione LIGO-Virgo, si è riusciti a identificarla in modo più preciso, con una regione del cielo meridionale comunque ancora ampia: circa 35 gradi quadrati, quanto svariate centinaia di lune piene e contenente milioni di stelle….

Dal Cile, appena calata la notte, si sono attivati diversi telescopi, per osservare a tappeto quell’area di cielo, alla ricerca di una sorgente. Tra gli altri: il telescopio nell’infrarosso e nel visibile VISTAdell’ESO e il VLT Survey all’Osservatorio Paranal, il telescopio italiano REM (Rapid Eye Mount) a La Silla dell’ESO, il telescopio da 0,4 metri LCO dell’Osservatorio di Las Cumbres e il DECamdell’Osservatorio Interamericano di Cerro Tololo. Ma il primo ad annunciare la presenza di un nuovo punto di luce è stato il telescopio da 1 metro Swope, quasi in contemporanea con le osservazioni di VISTA all’infrarosso.

La fonte sembrava molto vicina a NGC 4993, una galassia lenticolare nella costellazione dell’Idra, e man mano che la notte si è spostata verso ovest altri Osservatori da terra si sono attivati: dalle Hawaii, i telescopi Pan-STARRS e Subaru l’hanno individuata potendone anche osservare la rapida evoluzione.

«Ci sono rare occasioni in cui uno scienziato ha la possibilità di assistere all’inizio di una nuova era», osserva Elena Pian, astronomo dell’INAF e autore principale di uno degli studi pubblicati su Nature. «Questo è uno di quelli!».

La galassia sarebbe presto stata troppo vicino al Sole per essere osservata, l’evento si sarebbe potuto seguire solo entro la fine di agosto, e alla improvvisa chiamata all’osservazione dell’ESO, una delle più ampie che siano mai state fatte, hanno risposto in molti tra gli Osservatori dell’ESO stesso e dei suoi partner: oltre al VLT anche il New Technology Telescope (NTT), il VST, il telescopio da 2,2 metri MPG e ALMA(l’Atacama Large Millimeter/submillimeter Array) e più di 70 Osservatori in tutto il mondo, incluso il telescopio spaziale Hubble (NASA/ESO). Tutti hanno osservato l’evento, la sua evoluzione e i suoi effetti su un ampio spettro di lunghezze d’onda (qui un elenco degli strumenti di alcuni osservatori utilizzati).

Sia le osservazioni telescopiche che quelle gravitazionali concordano sulla distanza dell’evento: l’onda è stata generata alla stessa distanza in cui si trova NGC 4993, circa 130 milioni di anni luce dalla Terra. Una conferma che la rende anche la sorgente più vicina di un’onda gravitazionalerivelata, e anche di uno tra i più brevi raggi gamma mai visti.

C’è da dire che un’onda gravitazionale di questo genere difficilmente avremmo potuto rivelarla se fosse stata più distante, era infatti significativamente più debole delle prime quattro. L’ipotesi quindi è che l’origine sia stata non la fusione di coppie di buchi neri, come nelle prime quattro onde rivelate, ma una kilonova, un evento esplosivo luminoso 1000 volte più di una nova,  generata dalla fusione di due stelle a neutroni.

L’onda gravitazionale viene generata dal rilascio di energia del movimento dei due oggetti massici, come sono le stelle a neutroni, ma per poter essere sufficientemente ampia da essere “vista” dalla nostra strumentazione deve essere amplificata da un evento catastrofico, come l’improvvisa accelerazione dei due oggetti sul punto di fondersi e la conseguente esplosione di energia generata.

In aggiunta a questo, l’ipotesi principale per spiegare i lampi gamma di breve durata, vede proprio come sorgente la fusione di questo tipo di stelle. Le kilonovae sono quindi oggetti teorizzati da lungo tempo, più di 30 anni fa, ma non se ne era ancora mai osservata una, e la rilevazione simultanea del lampo gamma e dell’onda gravitazionale ha fatto pensare che forse la fine della caccia alla kilonova era vicina. Ma è grazie alle osservazioni dei telescopi ESO, che hanno rivelato una serie di proprietà dell’evento molto vicine a quelle delle previsioni teoriche, che se ne è potuta confermare l’identità.

A seguito della fusione delle due stelle di neutroni, l’energia liberata ha provocato un’esplosione di elementi chimici pesanti in rapida espansione, a quasi un quinto della velocità della luce. La kilonova si è mostrata all’osservazione in un rapido cambiamento di colore dal profondo blu al profondo rosso nell’arco di una sola settimana, più repentino di qualsiasi altra esplosione stellare osservata.

«Quando lo spettro è apparso sui nostri schermi ho capito che si trattava dell’evento transitorio più insolito che avessi mai osservato», racconta  Stephen Smartt, che ha condotto le osservazioni con il NTT dell’ESO, all’interno del progetto ePESSTO, una survey spettroscopica di oggetti transienti. «Non avevo mai visto niente di simile. I nostri dati, insieme a dati provenienti dagli altri gruppi, hanno dimostrato a tutti che questa non era una supernova o una stella variabile in primo piano, ma era qualcosa di molto notevole».

L’analisi degli spettri ha poi suggerito la presenza tra i resti diffusi nello spazio dall’esplosione di cesio e tellurium, indici della formazione di metalli più pesanti del ferro in reazioni nucleari all’interno di nuclei stellari a così alta densità, una nucleosintesi chiamata processo r anch’essa fin’ora solo teorizzata… per la prima volta abbiamo potuto assistere alla dispersione di questi elementi nello spazio e confermarne quindi la provenienza.

Non deve stupire quindi che la notizia sia stata data in contemporanea da più fonti: tre eventi simultanei che si sono tenuti a Washington, con la conferenza stampa organizzata dalla collaborazione scientifica LIGO-VIRGO presso la National Science Foundation (NSF), a Monacocon la conferenza stampa dell’ESO (European Southern Observatory) nel suo quartier generale di Garching, e a Venezia dove si terrà una conferenza stampa organizzata dall’ESA (European Space Agency).

In un colpo solo sono tanti i risultati raggiunti, tante le previsioni e le teorie che trovano conferma e il tutto grazie a una inter-collaborazione senza precedenti di progetti e strumentazioni capaci di raccogliere e analizzare diversi tipi di segnali.

«I dati analizzati fin’ora corrispondono sorprendentemente alla teoria. È un trionfo per i fisici teorici, una conferma che gli eventi rivelati dalla collaborazione LIGO-Virgo sono assolutamente reali e un risultato sorprendente per l’ESO nell’aver raccolto tali quantitò di dati sulle kilonovae», aggiunge Stefano Covino, autore principale di uno degli studi su Nature Astronomy.

L’ultima parola a Andrew Levano, autore principale di un altro degli studi pubblicati: «La grande forza dell’ESO è stata di avere a disposizione una vasta gamma di telescopi e strumenti in grado di affrontare grandi e complessi progetti astronomici e di farlo in tempi brevi. È l’inizio di una nuova era di una astronomia “multimessaggero”!».

COELUM ASTRONOMIA

Crediti foto:  Robin Dienel/Carnegie Institution for Science.

MAPPARE LA FOTOSINTESI, UNA QUESTIONE DI NUOVE PROSPETTIVE

In un film tanto bello quanto discusso, Nymphomaniac, viene detta questa frase:”Le cose si nascondono quando diventano familiari, Ma se si guardano da un’altra angolazione possono assumere un nuovo significato”.

Cambiare la prospettiva intorno a un problema può effettivamente portare ad una soluzione o almeno ad un’analisi più completa: gli scienziati dell’università di Sydney e della NASA  hanno sviluppato una nuova tecnica per reinventare l’immagine della fotosintesi, attraverso il telerilevamento satellitare. Lo studio è stato pubblicato su Science questa settimana.

Ad essere tracciata è stata la fluorescenza della clorofilla tramite il sistema satellitare OCO-2, satellite NASA che traccia “il respiro” del nostro pianeta dallo spazio ed è dedicato esclusivamente allo studio dell’anidride carbonica atmosferica.

Quando parliamo di fotosintesi, stiamo facendo i conti con la base fondamentale della vita sulla terra: lo scienziato Bradley Evans, co-autore dello studio e professore della School of Life and Environmental Sciences ha spiegato a Tra Scienza & Coscienza, in sommi capi, come è stata svolta la ricerca:” Il nostro studio vuole raccontare la fotosintesi, non fornire un’analisi sul suo stato e i suoi cambiamenti”.

Per capire, dal punto di vista scientifico, questo processo abbiamo bisogno di vari ingredienti come CO2, luce e acqua, Evans ci ha raccontato quali sono i principali propulsori di questo processo: “I principali motori della fotosintesi sono la CO2, la luce, la presenza di acqua e i nutrienti. Ma se i nutrienti rimangono sempre uguali; la luce, l’acqua e il CO2 cambiano in base al clima. Le piante possono adattarsi a determinati limiti e la CO2 può “arricchire” una certa quantità di fotosintesi, ma la maggior parte delle piante è altamente ottimizzata per il suo clima. Possiamo dire che per ora la fotosintesi si sta adattando al meglio, ma rimane comunque abbastanza limitata nella sua capacità”.

Lo studio dunque vuole diventare un reale strumento per aiutare a studiare i flussi di carbonio, permettendo così un’analisi del cambiamento climatico ancor più sottile che vada a monitorare come stanno reagendo i vari ecosistemi del nostro pianeta.

“Ancora non comprendiamo completamente l’ottimizzazione della fotosintesi, probabilmente perché cambia e si adatta entro un intervallo di tempo che coinvolge intere generazioni di piante” ha spiegato Evans.

Il miglioramento nel raccogliere dati e stime sulla crescita delle piante, con una risoluzione di fatto senza precedenti, è il fulcro dello studio: “Dobbiamo gestire meglio gli ecosistemi naturali in declino e le risorse agricole finite. Ad esempio, verso le singole piante in un campo analizzando la loro condizione, il tasso di crescita e le necessità biochimiche”. Una volta compresi questi fattori allora potremmo ottenere un tasso di crescita più elevato anche con meno acqua e sostanze nutritive nel terreno.

Le foglie che assorbono anidride carbonica e la loro conversione di zuccheri durante la fotosintesi, sono e saranno al centro della nostra biosfera, allora occorre ripensare il nostro posto nel mondo ancora una volta e tramite dei satelliti, dei progetti di ricerca o le parole di uno scienziato, siamo chiamati a cambiare prospettiva.

Gianluigi Marsibilio

 


LE ROCCE SUL PIANETA TERRA, UNO SGUARDO D’INSIEME

Oggi concludiamo la nostra piccola guida che in queste settimane abbiamo tenuto sui principi della geologia, come capitolo finale parliamo delle regine di questa scienza: le rocce e le differenze tra loro.

Le rocce ignee sono le prime di cui parliamo:  si formano dopo il raffreddamento di materiale mantellico attraverso eruzioni vulcaniche o raffreddamenti sotterranei e più lenti (plutoni). La Terra è costituita da tre macro livelli concentrici (come una cipolla per intenderci): Crosta, Mantello e Nucleo. Il gradiente di temperatura sotterraneo è di circa 1°C ogni 30 metri, il che significa che ogni 100 metri “scesi” in profondità si ha un aumento di 3 gradi Celsius. Questo, combinato con un contemporaneo aumento di pressione con la profondit,  fa si che il livello intermedio della Terra (il Mantello) sia formato da materiale fluido ad altissima temperatura, mentre il Nucleo è addirittura solido nella sua parte più interna (immaginate che immense pressioni si hanno a quelle profondità). Tornando però al Mantello, che è il livello che ci interessa per spiegare questa famiglia di rocce, esso è in fase liquida finché non subisce delle risalite dovute a fratture ed abbassamenti di pressione dei livelli superiori. Questo porta a veloci venute a giorno (vulcani) con origine di rocce perlopiù vetrose e amorfe come le ossidiane o lente fasi di stallo a profondità, temperature e pressioni minori che permettono la formazione di rocce cristalline o plutoniche (i cristalli hanno bisogno di tempo per organizzarsi in una loro struttura) come i graniti.
Le rocce sedimentarie si formano in archi di tempo lunghi milioni di anni attraverso un processo chiamato diagenesi che consiste nel lentissimo depositare di micro particelle sui fondali marini (e lacustri o fluviali) le quali andranno a stratificarsi e poi compattarsi formando roccia nuova. Il travertino che trovate diffusissimo a Roma, i calcari in genere, le argille e le arenarie sono tutti di origine sedimentaria, anche se di diversi ambienti deposizionali. Questa tipologia di rocce rappresenta un’importante record per la ricostruzione della storia del Pianeta poiché in esse restano impresse testimonianze che coprono lassi di tempo di mlioni di anni e, se la tettonica non ha agito sulle rocce dopo la diagenesi, le possiamo trovare in posizione perfettamente orizzontale (principio fondamentale dell’orizzontalità originale di Stenone), come dei fogli di un faldone che raccoglie, partendo dalla base, gli elementi dal più antico al più recente.

Il Grand Canyon scavato dal fiume Colorado è l’esempio che tutti hanno chiaro negli occhi: centinaia di milioni di anni conservati in modo perfettamente orizzontale e portati alla luce dall’azione erosiva del fiume.
Le rocce metamorfiche sono il risultato degli sforzi tettonici ai quali sono sottoposte le due precedenti tipologie. Se le condizioni di temperatura e pressione lo permettono, la “semplice” deformazione visibile a livello macroscopico diventa una riorganizzazione della struttura cristallina che dà origine, a tutti gli effetti, ad un nuovo tipo di roccia. Il marmo e l’ardesia (la lavagna) ne sono esempi celebri. In questi casi la combinazione tra pressione e temperatura del sottosuolo, modificate dagli sforzi tettonici, non sono sufficienti ad un nuovo melting quindi alla formazione di nuova roccia ignea.

Con questo breve excursus diviso in tre parti speriamo di aver fissato al lettore concetti che spesso capita di trovare nei nostri pezzi.

Camillo Affinita

COELUM ASTRONOMIA, A CACCIA DI PIANETI EXTRASOLARI

Emozione, una caratteristica umana che permea la Scienza, nonostante questa possa apparire solo fredda razionalità, e senza la quale non potrebbe esserci nessuna spinta propulsiva verso quella grande avventura che ci vede impegnati nel perseguimento del sapere. E dopo la conclusione della missione Cassini, nonostante la ricerca sui dati raccolti proseguirà per numerosi anni a venire, siamo così spronati ad andare sempre oltre e sempre più lontano, verso la ricerca di pianeti extrasolari!

E sul tema di copertina, si parte con l’articolo di Michele Diodati dedicato a 51 Pegasi b, il primo pianeta extrasolare attorno a una stella simile al Sole, 51 Pegasi, per arrivare, a 22 anni di distanza, a una nuova importante missione, quella del Telescopio Spaziale Plato, promossa dall’ESA: nuove sofisticate tecnologie e strategie di ricerca, frutto in buona parte dell’ingegno italiano. Per chiudere con il “punto di vista” astrofilo. E’ possibile per un giovane appassionato dotato di una comune strumentazione amatoriale, “osservare” un esopianeta?

Sempre in tema di emozioni, non perdete la “gallery annunciata” con le vostre migliori immagini, video e racconti dell’Eclisse di Sole USA, il 60° anniversario del lancio dello Sputnik, con un articolo che rievoca le emozioni di chi, all’epoca per la prima volta, ha tentato di “ascoltare” il segnale proveniente da un oggetto di costruzione umana lanciato nello spazio e l’ultima parte dell’articolo di Fabio Marioni che, dopo averci raccontato passo passo la costruzione del suo gigantesco dobson da 1 metro, che in questa quarta e ultima parte ci rende partecipi delle capacità osservative e delle prime emozioni suscitate dal suo impressionante telescopio.

E poi al solito rubriche, notizie, appuntamenti e ancora articoli… non vi resta che cliccare e scoprire cosa c’è in queste 176 pagine di astronomia per tutti!

Articoli in Copertina – Coelum Astronomia n. 215 di ottobre 2017

(Per il sommario completo: http://www.coelum.com/coelum/archivio/indici/coelum-n-215-2017)

  • Alla Ricerca di Pianeti Extrasolari
  • PLATO. Il nuovo telescopio spaziale per la ricerca degli esopianeti raccontato dai responsabili del progetto.
  • 51 Pegasi b Il primo pianeta extrasolare (attorno a una stella come la nostra) non si scorda mai!
  • “Come ho tracciato la curva di luce di un pianeta extrasolare”
  • CASSINI. Missione compiuta! «La nostra Cassini è ora un tutt’uno con il pianeta che ha studiato così a lungo. Il resto è scienza».
  • Il lancio dello SPUTNIK 60 anni fa: inizia l’era dell’Esplorazione dello Spazio.
  • Come ho costruito un Dobson da 1 metro di diametro! IV parte: la prima luce e le prime emozioni!
  • Eclisse di Sole USA 2017. I racconti, le immagini e i video!
  • Su TV2000 torna C’è Spazio! Pronta alla terza edizione la trasmissione dedicata all’astronautica e all’astronomia!
  • Uno scatto al mese. L’incontro tra Venere e Marte, come valorizzare la ripresa di una congiunzione planetaria.
  • Tutti gli appuntamenti con il cielo di Ottobre!

Coelum Astronomia è gratuito per la lettura digitale su PC, tablet e smartphone ed è disponibile anche per il download in PDF. Leggilo online gratis: https://goo.gl/EkAYJs

Resta aggiornato con tutte le ultime notizie di astronomia e astronautica, seguici su:

ARMI AUTONOME, COSA SONO E COME BLOCCARNE LO SVILUPPO

 

Alcune settimane fa avevamo fatto delle domande ad Alessio Bonfietti per farci spiegare quanto sia importante, in un’epoca di grandi trasformazioni tecnologiche e scientifiche, limitare le applicazioni dell’intelligenza artificiale in determinati settori “a rischio”. Proprio in questa direzione è andata la lettera dell’Istituto Future of Life mandata all’Onu per chiedere un’azione contro le armi autonome. Il professor Bonfietti è stato uno dei firmatari di questa lettera e ci ha mandato un suo pensiero per farci capire l’importanza di questo documento.

 

Le armi autonome sono macchine ( come droni o robot) in grado di prendere decisioni da sole. Le armi autonome letali a cui si riferisce la lettera firmata, sono armi che possono prendere la decisione di uccidere in modo autonomo.
Lo scopo finale della lettera è pertanto quello di accendere un dibattito sulla pericolosità di lasciare decisioni etiche (uccidere o no) ad un computer.
L’intelligenza artificiale non può, ne potrà nel breve periodo (ne vi sono prove che potrà nel lungo periodo) prendere decisioni morali/etiche, poichè non è in grado di sviluppare quella forma di coscienza che differenzia l’essere umano dalla macchina.

L’intelligenza artificiale può aiutare l’uomo a prendere decisioni e può semplificare i lavori più complessi: a livello militare con ricognizioni, identificazioni e supporto a decisioni strategiche/operative. E’ purtroppo molto difficile riuscire a creare una vera e propria regolamentazione in grado di vincolare l’uso dell’AI.
Solitamente l’intelligenza artificiale è un programma software, pertanto è in grado di essere eseguito ovunque vi sia un computer (anche nelle televisioni, lavatrici, frigoriferi, missili, cannoni, droni).

Le tecnologie che fanno parte della branca dell’intelligenza artificiale, per citarne alcune Reasoning, Learning, Planning, sono trasversali ed applicabili pertanto in quasi tutti i contesti.

In futuro (anche se in alcuni ambiti è già presente) le macchine intelligenti si integreranno nella forza lavoro delle industrie andando a supportare l’uomo nel migliore dei modi.
Concludo ricordando una citazione di Patrice Caine, amministratore delegato di Thales, società specializzata proprio nel settore della difesa: “However unpredictable they may be, humans with their consciousness must remain sole masters of their decisions and their destiny.”

L’ENERGIA OSCURA E LE SUE DINAMICHE

Il binomio costante cosmologica/energia oscura è sempre stato uno dei più interessanti nella storia della cosmologia: oggi un team di ricerca internazionale della University of Portsmouth ha rivelato un tassello in più sulle dinamiche seguite dall’energia oscura.

Scoprire delle chiavi per comprendere l’energia oscura è sempre stato uno degli obiettivi degli scienziati nel XXI secolo, la costante cosmologica elaborata da Albert Einstein è sempre stata un ostacolo duro da sormontare nello studio di questa misteriosa “forza”, troppo spesso direttamente associata alla costante.
Uno studio apparso su Nature Astronomy, grazie al grande database utilizzato per svolgere la ricerca, ha portato a risultati interessanti sulla comprensione del binomio costante cosmologica in rapporto all’energia oscura.

Noi abbiamo parlato con Bob Nichol,  direttore dell’ICG  ( istituto di cosmologia e gravitazione) che ci ha aiutato a districarci in questo complesso campo di studi: “La migliore spiegazione per l’energia oscura rimane la costante cosmologica, ma non con lo stesso valore e le stesse ragioni di introdotte da Einstein. Una costante cosmologica rimane insoddisfacente per la maggior parte di noi perché il valore osservato (tramite i vari esperimenti) è molto lontano da quello atteso”.
La proprietà fisica dell’energia oscura è rappresentata dall’equazione di Stato che è il rapporto della pressione con la densità di energia.

La squadra del professor Zhao, che ha contribuito attivamente nello svolgimento di questo studio, ha trovato una prova della dinamica dell’energia oscura ad un livello di 3.5 Sigma, questo va a indicare che la natura dell’energia oscura non può essere collegata a quella del vuoto ma piuttosto alla presenza di un campo dinamico.

Il futuro dello studio dell’energia oscura è affidato allo strumento DESI che proporrà una nuova mappa cosmica in 3D dal 2018 in poi, fino ad oggi i lavori hanno utilizzato dati della temperatura della radiazione cosmica di fondo, gli spettri della polarizzazione, lo studio delle supernove e i vari studi dei cluster di galassie.

Abbiamo chiesto a Nichols in che modo le attuali osservazioni sono in grado di fornire le varie dinamiche dell’energia oscura, lo scienziato ci ha spiegato che ad oggi: ” Non siamo sicuri che l’energia oscura impatti sulla formazione di determinati ambienti cosmici, dato che è ovunque nell’universo, essa potrebbe fluire, secondo la teoria di Kashlinsky, in “flussi oscuri”. Resta comunque importante studiare l’influenza gravitazionale dell’energia oscura sull’universo, infatti nella relatività generale di Einstein qualsiasi forma di materia o energia può in un certo senso stravolgere lo spazio-tempo.

Ad oggi sappiamo che l’effetto principale dell’energia oscura è stato quello di causare un’accelerazione nelle espansione dell’universo.

Nichols ha chiuso l’intervista ricordando che: ” C’è bisogno di un modello che spiega come l’universo si sia potuto evolvere, tutto questo va poi confrontato con le varie misurazioni e se il modello si adatta alle misurazioni, possiamo indicarlo come coerente e valido”.

 

Questa considerazione finale ci fa effettivamente capire quanto sia importante, anche con il modello teorico più astratto, ricollegarsi a delle misurazioni reali su alcune costanti dell’universo.

 

 

Image credit: Gong-Bo Zhao, NAOC and the ICG, University of Portsmouth

La costante cosmologica (illustrata dalla linea gialla) viene introdotta per spiegare l’espansione accelerata dell’Universo (mostrato come il cono azzurro) a causa della presenza di energia oscura. Lo studio suggerisce che il contributo di energia oscura a questa espansione dipende dal tempo (curva grigia)

Powered by WordPress.com.

Up ↑