“Did you know dung beetles navigate by the Milky Way? They roll balls of dung before placing on their heads little dung-caps that let them perceive the stars”. (Edie Meidav)

 

Si apre all’insegna degli astri e delle galassie il primo numero di Nature di questo 2018. La massa e l’imponenza del buco nero al centro di ogni giovane galassia va a determinare il ritmo complessivo della formazione stellare: a rivelarlo non solo le longeve ipotesi fatte dai vari teorici, ma uno studio pubblicato su Nature da un team di scienziati Usa e europei.

Ogni Galassia presenta al suo centro un buco nero supermassiccio, che è milioni e milioni di volte più imponente del Sole. Oggi gli astronomi segnano però una svolta su un’ipotesi di lunghissima data: i buchi neri favoriscono la formazione delle stelle e nello studio c’è la prima evidenza osservativa delle ipotesi in questo campo di ricerca.

Per capire al meglio gli scienziati hanno studiato l’età della stella tramite i vari spettri; come ha rilanciato un articolo su Newsweek: “Le stelle non sono dotate di certificati di nascita”, quindi tocca agli scienziati raccogliere l’impronta chimica delle stelle, determinandone le informazioni fondamentali.

Rivelare la presenza di un buco nero è possibile tramite una lente gravitazionale che è possibile grazie alle stelle nella galassia, il buco sappiamo che va a irrorare la radiazione del nucleo galattico attivo. L’energia versata in una galassia da un NGA è utile per spegnere la continua formazione stellare, solitamente molto rigogliosa nei primi anni (milioni di anni) di vita della galassia.

Come precedentemente spiegato noi sapevamo che dalle simulazioni computerizzate il nesso tra creazione di astri e buchi neri era già evidente da anni.

Lo studio di Ignacio Martín-Navarro, un ricercatore post-dottorando presso la UC Santa Cruz, ha cercato di captare i segreti delle galassie massicce per le quali la massa del buco nero centrale era stata misurata in precedenti lavori analizzando i movimenti delle stelle vicino al bulge galattico .

Per determinare i dati sulla formazione stellare nelle galassie sono stati analizzati gli spettri dettagliati della luce ottenuta con l’Hobby-Eberly Telescope Massive Galaxy Survey.

La spettroscopia si occupa di separare e misurare le varie lunghezze d’onda, Martin-Navarro ha compreso che è possibile analizzare questi dati per recuperare tutta la storia della formazione stellare. Una delle domande alla base del lavoro era sicuramente il capire quanta luce producevano stelle di età differente.

È stato compreso dai ricercatori che le galassie con buchi neri più grandi sono state spente prima e più velocemente rispetto a quelle con buchi neri più piccoli.

La formazione stellare è durata più a lungo in galassie con piccoli buchi neri centrali.

La prossima domanda da farsi, tra le tante, secondo lo scienziato è: “Come un buco nero immette energia all’interno della galassia?”. Modelli e studi risponderanno gradualmente a questa domanda, che intrigherà ancora per molto la comunità scientifica.

 

ANATOMIA DI UN SUPERMASSIVE BLACK HOLE

La canzone dei Muse, ormai storico pezzo del rock, non rientra nei nostri piani, almeno per oggi. Un buco nero supermassivo ha varie caratteristiche: sono incredibilmente densi e si posizionano al centro delle galassie con masse che possono essere miliardi di volte quella del sole; agiscono come fonti intense di gravità e polveri e gas ruotano attorno a loro, l’attrazione gravitazionale permette alle stelle di compiere le orbite intorno a loro. Sono in un certo senso delle bilance galattiche che sostengono l’intera attività delle galassie.

Per formare un buco nero super massiccio, in passato sicuramente è avvenuta un’unione di buchi neri più piccoli. Il buco è “visibile” solo quando riesce a inghiottire materia nelle regioni interne della galassia.