La maggior parte delle persone che decidono di intraprendere una carriera nella ricerca, si ritrovano ad un certo punto a dover affrontare un periodo di esperienza professionale al di fuori dell’Italia. Questo può avvenire ad ogni stadio della carriera, ad esempio durante il conseguimento di un dottorato di ricerca (il primo passo necessario per poter entrare nel mondo dell’accademia) o una posizione di post-dottorato (un ulteriore perfezionamento della propria capacita di fare ricerca prima di diventare il leader do un gruppo di ricerca o ambire ad una cattedra universitaria), ed il periodo può avere una durata variabile da pochi mesi a vari anni. Vi sono addirittura casi di persone (abbastanza numerosi in verità) che ottengono un lavoro permanente nella ricerca all’estero.

Il mondo della ricerca è internazionale. Questi scambi di persone e conoscenze sono normali, anzi funzionali, al modo in cui la ricerca dovrebbe essere condotta: un libero scambio di idee, informazioni, metodi e risultati. Affinché ciò sia possibile i ricercatori devono poter confrontare le loro esperienze e competenze, e questo è facilitato dal fatto di potersi muovere liberamente e poter condurre le proprie ricerche anche al di fuori del paese di origine. Personalmente, sono ricercatore all’estero da più di sei anni ormai prima in Germania e attualmente negli Stati Uniti, dover confrontarmi ogni giorni con delle realtà completamente diverse da cui ero abituato in Italia ha avuto effetti senz’altro positivi, sia per la mia crescita personale che della mia indipendenza nel fare scienza e confrontarmi con modi di approcciarsi alla ricerca scientifica diversi dal mio.

Prima di descrivere brevemente su come sia fare ricerca all’estero rispetto all’Italia vorrei precisare che sto scrivendo a titolo personale, basandomi sulla mia esperienza diretta e circoscritta al mio campo si studi ossia l’Astronomia. Altre persone, in campi diversi, possono avere avuto esperienze ed una visione di insieme molto diverse dalle mie.

Inizio un po’ controcorrente con una nota riguardo il livello della preparazione fornita dalle università italiane. E’ indubbiamente vero che il sistema universitario “produce” pochi laureati, ma non credo che questo avvenga perché la qualità dell’università è bassa. Anzi ritengo che il livello minimo di competenze l’università italiana richiede sia più elevato rispetto ad altri paesi. Detta in soldoni: i laureati italiani sono bravi e molto, migliori della maggior parte dei pari livello internazionali. In effetti gli studenti italiani, almeno in ambito astronomico, sono molto apprezzati all’estero. L’Italia parte dunque in vantaggio rispetto a molti paesi per quel che riguarda la preparazione dei suoi laureati e una buona preparazione a livello universitario è un pilastro fondamentale per fare ottima ricerca. Purtroppo, però, questo vantaggio non viene capitalizzato quanto meriterebbe.

Nel campo delle scienze astronomiche la ricerca condotta in Italia è ad ottimi livelli. Durante il mio dottorato ho potuto dedicarmi ad un progetto di ricerca che ha prodotto risultati rilevanti e mi ha dato la possibilità’ che il mio lavoro fosse riconosciuto ed apprezzato dalla comunità’ scientifica. La differenza maggiore che però ho notato subito andando all’estero (in Germania) dopo il dottorato è la penuria di risorse con cui in Italia si è “costretti” a combattere. Le risorse per viaggiare (non per andare in vacanza, ma presentare lavori a conferenze, partecipare a meeting di collaborazioni scientifiche, ecc…) sono risicate, e lo stesso dicasi per l’acquisto di materiale per l’ufficio o per creare un gruppo di ricerca (per non parlare degli stipendi…). Anche con gli Stati Uniti il confronto è impietoso: un professore che inizia ha di solito a disposizione un pacchetto di finanziamenti congruo per iniziare a mettere insieme un suo gruppo e portare avanti con più facilità, almeno nei primi anni, i suoi progetti di ricerca. Questa endemica scarsità di risorse spinge molte persone ad abbandonare la ricerca in Italia e portare le proprie competenze fuori. Emblematico è il caso dei grant europei ERC: i ricercatori italiani sono terzi in Europa per numero di grant vinti (in media un progetto ogni 8 viene premiato). Di per sé questo non sarebbe negativo nell’ottica di scambio di conoscenze e competenze nella ricerca a cui accennavo sopra. Purtroppo l’opposto accade molto di rado: ricercatori provenienti dall’estero vincitori di grant non scelgono l’Italia per condurre le loro ricerche. Pertanto non si può parlare di scambio, ma di un sostanziale impoverimento. In queste condizioni competere diventa sempre più’ difficile. Concludendo, la disponibilità’ di risorse incide in modo non marginale sulla possibilità di condurre ricerca ad alto livello ed è quasi incredibile come in Italia, nonostante la costante penuria di finanziamenti, si continui tutto sommato a fare ricerca con standard molto elevati.

L’estero però non è la terra promessa. Le possibilità sono maggiori, è vero, ma maggiori sono anche le pressioni per ottenere risultati ed essere il più produttivi possibile in un mondo, come quello della ricerca, estremamente competitivo nel quale, per eccellere, occorre avere sempre idee nuove ed originali che possano portare a nuove scoperte o a una nuova teoria. Queste maggiori pressioni derivano anche dal modo differente di intendere la ricerca tra gli Stati Uniti e l’Europa e non sempre hanno una ricaduta positiva sulla qualità scientifica dei lavori che vengono svolti. Questo è vero soprattutto negli Stati Uniti dove, purtroppo, il metro di giudizio che viene quasi esclusivamente considerato è il numero di articoli pubblicati. Talvolta la pressione di pubblicare risultati è tale che va a scapito della qualità di un lavoro o di una visione a lungo termine di un filone di ricerca, sacrificate per un ritorno più immediato: un altro articolo pubblicato che poco aggiunge alle nostre conoscenze attuali.

Federico Marinacci