Immaginate di progettare un oggetto, una parte di un velivolo, di una navicella pronta a volare nello spazio e mandarlo in stampa, tramite una pratica stampante 3D. Tutto il processo potrebbe essere però viziato da un firmware infettato da attacchi hacker volti a modificare, anche con minimi cambiamenti, i vostri progetti.

Saman Aliari Zonou,  professore associato presso il Dipartimento di Ingegneria elettrica e Informatica presso la Rutgers University-New Brunswick, ci ha spiegato: “La conseguenza dell’attacco la individuiamo sull’ispezione diretta dell’oggetto stampato”.

Gli attacchi possono arrivare tramite una manipolazione del firmware o del pc, usato per controllare lo strumento, piccole modifiche nel modello possono cambiare la faccia dell’oggetto: basta inserire un vuoto minuscolo per ridurre la resa di un prototipo del 14%.
Le tre indicazioni date dagli studiosi vanno dai vari segnali acustici, all’analisi dei materiali fino allo studio della posizione dei componenti della stampante.
Sommariamente come ci ha ricordato il professore: “ L’attacco può avvenire da parte degli hacker che vanno ad infettare il firmware della stampante 3D per stampare qualcosa di diverso da quello che il file di progettazione ha trasmesso alla stampante “.
Prodotti come protesi o piccoli bulloni per il settore aerospaziale vengono stampati in 3D ed è sempre difficile, e soprattutto poco economico, controllare al meglio gli oggetti e lo strumento durante le varie sessioni di stampa.
Il software anti-hacking è sempre più importante nelle stampanti, ma non si può mai essere sicuri al 100%, per questo occorre studiare metodi per captare possibili attacchi, a prescindere dai programmi comuni.

In questo modo è più semplice capire se la progettazione virtuale dell’oggetto ha qualche problema. Per quanto riguarda la parte fisica della stampante, il braccio e i filamenti che fungono da materiale di stampa, basta osservare con sensori e monitorare i suoni per capire se il processo sta seguendo effettivamente il disegno.
Altra idea venuta fuori, per capire come è possibile intercettare possibili hackeraggi, proviene da delle nanoparticelle che vengono iniettate come mezzo di contrasto nel filamento di materiale, se questi piccoli pezzi di materiale vanno ad inserirsi nel progetto ci si potrebbe trovare dinanzi a fori o solchi dovuti ad un attacco. L’obiettivo della verifica è quello di incorporare agenti di contrasto che agiscano come dei marcatori per le stampe, ovviamente senza compromettere l’integrità strutturale del modello originale. Gli agenti di contrasto vengono sempre scelti in base ai materiali e alle modalità di scansione.
“Attualmente non esistono soluzioni per migliorare la sicurezza sul firmware della stampante 3D e pertanto gli strumenti rimangono assolutamente vulnerabili alla rete”, così ha concluso Zonou.