È passato tanto tempo dall’ultima volta in cui abbiamo parlato di dinosauri, oggi fortunatamente grazie a Filippo Bertozzo, paleontologo dell’Università Libera di Bruxelles, siamo entrati nuovamente nel Jurrasic Park nascosto in ognuno di noi. La conversazione si è concentrata su un reperto molto particolare tenuto al Museo di Storia Naturale di Venezia, si tratta di uno scheletro dell’Ouranosaurus nigeriensis. Insieme a lui abbiamo indagato su questa specie molto particolare, scoprendo nuovi particolari di questo dinosauro particolare.

 

– Per prima cosa ci può presentare Ouranosaurus nigeriensis? Spiegandone anche la sua collocazione geografica e la sua importanza?

 

Ouranosaurus nigeriensis è probabilmente uno dei dinosauri più famosi al grande pubblico, ricordo che spesso lo vedevo nei libri divulgativi quando ero piccolo. Era un dinosauro di medie dimensioni, parliamo di almeno 6-7 metri di lunghezza. È “cugino” del più conosciuto Iguanodon, e condivide con lui alcuni caratteri come il “pollicione” acuminato sulle mani (sebbene di più esile morfologia). Ciò nonostante, questa specie presenta alcuni caratteri evolutisi anche in forme più derivate come gli adrosauri (Hadrosauridae – conosciuti anche come “dinosauri dal becco ad anatra”), ad esempio il caratteristico muso allungato e allargato a formare una sorta di becco. Questo mosaico di caratteri basali (primitivi) e derivati ha reso Ouranosaurus un dinosauro dalla difficile collocazione filogenetica all’interno dell’albero evolutivo dei dinosauri.

Ouranosaurus visse tra i 125 e i 100 milioni di anni fa nel Cretaceo Inferiore, in quello che è oggi il Niger. A quel tempo, grossi fiumi percorrevano l’Africa e la vegetazione era più ricca, costituita da conifere e felci. La fauna era composta da differenti specie di pesci, coccodrilli (anche di notevoli dimensioni come Sarcosuchus), e dinosauri erbivori (altri ornitopodi come Lurdusaurus, Elrhazosaurus, e il sauropode Nigersaurus), in costante allerta per l’arrivo di predatori come Kryptops, Eocarcharia, e Suchomimus.

 

– Nel corso degli anni quanto materiale è stato trovato su questa specie e la vostra ricerca come cambia le carte in tavola?

 

Nel corso delle varie spedizioni avvenute tra gli anni ’60 e ’70, due scheletri di Ouranosaurus furono recuperati dalla zona di Gadoufaoua, un’impervia regione del deserto del Ténéré. Il primo venne nominato “GDF 300”, uno scheletro quasi completo provvisto di cranio, mentre il secondo, quello veneziano ritrovato successivamente, “GDF 381”, uno scheletro meglio preservato e articolato ma privo del cranio.
Il nostro studio conferma questo resoconto, sebbene dimostri come l’esemplare veneziano sia stato probabilmente completato con alcune ossa (per esempio, il femore destro) appartenenti ad altri esemplari della stessa specie, ritrovati disarticolati nei dintorni.

 

– Qual è la storia dello scheletro semi completo esposto al museo di storia naturale di Venezia?

 

Lo scheletro venne individuato nel 1970 durante una spedizione francese e raccolto durante la successiva spedizione del 1972. Successivamente fu portato a Parigi, in Francia, per il lavoro di preparazione e restauro. Nel 1974, il famoso filantropo ed esploratore italiano Giancarlo Ligabue, che collaborò attivamente nelle spedizioni, donò l’esemplare di Ouranosaurus alla città di Venezia, affinché venisse ammirato dai suoi cittadini e visitatori. Dal 1975, infatti, è l’esemplare di maggior prestigio esposto nel museo cittadino.

 

– Quali sono le particolarità nell’aspetto di questo dinosauro su cui avete investigato in maniera estremamente accurata?

 

La caratteristica che più salta agli occhi osservando lo scheletro di Ouranosaurus è la struttura a forma di “vela” che adorna la sua schiena, costituita dalle lunghe spine neurali delle vertebre dorsali. Dalle analisi che abbiamo effettuato, l’ipotesi che fosse utilizzata per la termoregolazione non sembra plausibile, data la bassa densità di vascolarizzazione nelle spine neurali. Inoltre, solo la base delle spine presenta caratteristiche associate alla presenza di muscoli, caratteristiche assenti nella parte superiore delle stesse. L’ipotesi che abbiamo fornito, quindi, è che tale struttura ossea servisse da supporto per una “vela”, possibilmente utilizzata come display.

Una seconda caratteristica unica della specie, meno visibile rispetto alla “vela”, è la presenza di due bozzoli ossei sulle ossa nasali.

 

– Chi legge lo studio si imbatte in due parole fondamentali per la paleontologia come olotipo e paratipo, può spiegare l’importanza e la connessione di questi due termini con la ricerca e i vostri studi?

 

In paleontologia, e più in generale, nelle scienze biologiche, l’olotipo è l’esemplare di riferimento utilizzato per istituire una nuova specie. Ha quindi enorme importanza scientifica, dato che è il punto di riferimento primario per studi collegati. Si definisce poi come paratipo il materiale descritto successivamente all’istituzione dell’olotipo.

Un olotipo deve essere disponibile al mondo accademico, visibile ed analizzabile.

Dopo essere stato restaurato a Parigi, l’olotipo di Ouranosaurus fu riportato in Niger, dove è tuttora conservato presso il Musée National Boubou-Hama in Niamey.

Purtroppo, la possibilità di visitare e analizzare la collezione è resa difficile dalla complicata situazione politica africana.

Dell’olotipo esiste una replica al museo parigino, ma gli studi morfologici basati su calchi non hanno la stessa valenza di analisi svolte su materiale originale.

Quindi, lo studio e la descrizione di un esemplare come quello esposto a Venezia, facilmente visitabile da tutti, è di grande importanza per i paleontologi che studiano questo particolare clade di dinosauri.

 

Il ricercatore, al termine della nostra intervista,  ha voluto aggiungere un saluto e un ringraziamento ai due colleghi, dott. Fabio Marco dalla Vecchia (Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio del Friuli Venezia Giulia) e Matteo Fabbri (Dipartimento di Geologia e Geofisica della Università di Yale)

 

Crediti foto: Elisa Aprile