Gli impegni assunti con l’accordo di Parigi si fanno sempre più difficili da mantenere e le stime delle emissioni di CO2 potrebbero essere, come afferma un nuovo studio su Nature Communications, al di sotto rispetto a quelle che realmente si raggiungeranno nel 2030, con un aumento di gas serra da 47 a 67 miliardi di tonnellate di CO2 emesse.

Joeri Rogerlj, del programma ENE dell’Istituto Internazionale dei sistemi applicati, grande studioso del cambiamento climatico e firmatario dello studio ha precisato: “L’accordo è forte solo se l’ambizione dei paesi che l’hanno ratificato, è alta”.

La grande forza dell’accordo è quella di fornire un’architettura di dimensione internazionale. L’idea è quella di evitare un aumento di 2 gradi centigradi della temperatura media.

C’è effettivamente un prima e un dopo la Cop21 di Parigi: la conferenza ha segnato una svolta per la comunità scientifica, da anni impegnata a combattere il cambiamento climatico. L’obiettivo raggiunto negli accordi è rappresentato dalla volontà degli stati di limitare l’aumento delle temperature a meno 2°C rispetto ai livelli pre-industriali, cercando di rimanere sulla soglia del grado e mezzo per ridurre i rischi legati al clima.

Alcuni mesi fa uno studio pubblicato su Nature da Niklas Höhne, dell’International Institute for Applied Systems Analysis (IIASA) a Laxenburg, in Austria, ha esaminato in dettaglio gli accordi e per ora, se le condizioni non saranno rafforzate, l’aumento delle temperature si certificherà fra i 2,6 e i 3,1°C.

La ricerca del gruppo dell’IIASA, uscita pochi giorni fa, è ancora più desolante: le mappe che determinano gli impegni presi dai vari paesi, noti come NDC (Contributi Determinati nazionali) rimangono infatti incomplete e molti dettagli non riescono a chiarire il panorama dell’accordo della COP21. Le NDC sono effettivamente i programmi presentati dalle varie nazioni per aderire all’accordo internazionale.

Proprio in questo panorama è fondamentale il monitoraggio della situazione attraverso le varie politiche:”L’analisi degli indicatori chiave sarà cruciale – ha spiegato Rogerlj- Ciò significa non solo monitoraggio e segnalazione dei dati relativi alle emissioni, ma anche degli investimenti e dell’installazione di infrastrutture energetiche o di politiche che possono contribuire a rendere effettiva una transizione verso una società a basse emissioni di carbonio”.

Alcuni piccoli chiarimenti nei programmi dei paesi possono aiutare a chiarire la situazione con una sicurezza sulle stime di oltre il 10%. Per mantenere il riscaldamento entro i 2 ° C i paesi dovrebbero aumentare la severità delle loro NDC prima del 2030. Proprio questa data rischia di essere una pericolosa deadline per il cambiamento climatico.

Gianluigi Marsibilio