Vi avevamo documentato l’arrivo di Juno nel mese di luglio: questa settimana sono arrivati i primi risultati  degli studi annessi alle osservazioni portate avanti dalla sonda in questo primo periodo in orbita del gigante gassoso.

I risultati vedono nuove indicazioni sul pianeta: una grossa quantità di ammoniaca, un campo magnetico incredibilmente potente e delle indicazioni nuove sul grande nucleo.

 

Attraverso vari strumenti è stato possibile concentrarsi su tutte queste caratteristiche, che hanno portato una vera aria di novità nel modo di guardare Giove.

Scott Bolton, ricercatore principale di Juno dell’Istituto di ricerca di San Antonio ha affermato: ” C’è così tanto che non ci aspettavamo che è arrivato il momento di fare un passo indietro e ricominciare a pensare al pianeta come un nuovo Giove “.

Le immagini ricavate grazie ad uno strumento eccezionale come la JunoCam hanno mostrato i poli del pianeta coperte da enormi tempeste vorticose. Bolton ha dichiarato: “Siamo sconcertati su come si possano formare e per quanto sia stabile la configurazione e perché il polo nord di Jupiter non sembra il polo sud”. L’urgenza ora è capire il sistema Giove e vedere come questo cambi nel corso del tempo. Stiamo effettivamente puntando lo sguardo sulla stabilità planetaria del gigante gassoso.

Un’altra sorpresa viene dal radiatore a microonde di Juno (MWR), che esamina la radiazione a microonde termica dell’atmosfera di Giove, dalla sommità delle nuvole di ammoniaca fino alla profondità dell’atmosfera, come ci ha testimoniato Bolton: “I dati MWR indicano che molte zone di Giove sono ancora misteriose”.

I dati suggeriscono che l’ammoniaca è abbastanza variabile e continua ad aumentare fino in fondo, come possiamo vedere con MWR, che è a poche centinaia di chilometri. Anche il campo magnetico ha mostrato delle novità, già prima della partenza il campo magnetico di Giove era indicato come il più forte del sistema solare, lo scienziato ci ha confermato: “I dati MAG (dal nome del rilevatore del campo magnetico) indicano che il campo ha superato notevolmente le aspettative con 7.766 Gauss, circa 10 volte più forte del campo magnetico più forte trovato sulla Terra”.

“Juno sta dandoci una visione del campo magnetico vicino a Giove che non abbiamo mai avuto prima”, ha dichiarato Jack Connerney, vicedirettore principale di Juno e principal scientist per l’indagine sul campo magnetico della missione nella NASA Goddard Space Flight Center.

Il campo è forte in alcuni luoghi e più debole in altri, ogni flyby eseguito ci avvicina a determinare dove e come funziona il sistema Giove.

Le aurore che riusciamo ad osservare sono causate da particelle che sbattono contro delle molecole in atmosfera, e il processo appare diverso da quello che possiamo osservare ai poli del nostro pianeta.

 

Altro gioiello della missione è senza dubbio la JunoCam, che è stata un’aggiunta assolutamente funzionale al progetto, come ci ha spiegato Deb Schmid, del Southwest Research Institute di San Antonio: “La camera raccoglie dati grezzi, elaborati da “scienziati cittadini” in tutto il mondo per creare immagini incredibili”.

Alcune immagini incredibili sono state quelle riprese sopra il ponte di nuvole di Giove: “Quelli che stiamo vedendo- ha affermato Candice Hansen, co-investigatore di Juno presso l’Institute of Planetary Science di Tucson- sono probabilmente cristalli di ghiaccio e ammoniaca”.

Noi ci siamo concentrati sui dati raccolti da Waves, strumento di Juno che studia le emissioni di plasma a banda larga, e abbiamo parlato con Sadie Tetrick del Dipartimento di Fisica e Astronomia dell’Università di Iowa, che ha guidato una delle prime ricerche uscite in questi giorni: “La maggior parte della materia nel sistema solare è sotto forma di plasma. Il plasma è un gas caldo costituito da elettroni negativi e da ioni caricati positivamente”.

Le instabilità studiate si formano con le interazioni interne a questo stato della materia, la maggior parte delle onde si propagano, probabilmente, in modalità whistler, cioè un segnale naturale costituito da onde elettromagnetiche di frequenza molto bassa. Queste onde sono molto influenzate dal plasma che propagano al loro “interno”, l’analisi delle onde su Giove è ancora un aspetto importante dell’analisi di Juno.

“Le caratteristiche delle onde (in particolare le frequenze)- ha ampliato la Tetrick- possono essere confrontate con quelle ben studiate sulla Terra”: questo sarebbe ideale per comprendere le loro modalità di propagazione e determinare in ultima analisi la loro origine.

Capire i modelli di onde plasmatiche su Giove potrebbe aiutare anche a capire i termini di propagazione delle onde sulla Terra. I dati fino ad ora raccolti hanno considerato le onde propaganti nel modo whistler che si diramano tramite il campo polare, loro provengono, come ci ha specificato la scienziata: “dall’instabilità plasma-fascio”.

La terra e Giove, anche su un terreno che si pensava simile, si rilevano estremamente diversi: ora aspettiamo altre novità da Juno, pronto a sorprenderci un’osservazione alla volta.

Il prossimo fly-by, atteso per l’11 luglio, dovrebbe concentrarsi su uno dei più grandi misteri del sistema solare: la grande macchia rossa.

Gianluigi Marsiblio