Non tutto può essere ascoltato per radio, ci sono suoni che solo lo spazio può regalare o almeno far immaginare. Una ricerca guidata da Dan Tamayo , un ricercatore postdoc all’Università di Toronto e dal suo collaboratore Matt Russo, esperto di jazz, ha analizzato il sistema TRAPPIST, al centro della grande scoperta NASA di alcuni mesi fa. I pianeti chiamati TRAPPIST-1b, c, d, e, f, g ed h hanno tutti una grandezza simile al nostro mondo e tre di loro si trovano in piena fascia d’abitabilità.

La nuova ricerca è stata pubblicata sull’Astrophysical Journal Letters e precisa come il sistema TRAPPIST è assolutamente unico: le simulazioni nella loro carta mostrano come i pianeti dovrebbero schiantarsi tra loro nel sistema, invece le configurazioni risonanti e i periodi orbitali permettono ai pianeti di non incontrarsi e di creare una vera sinfonia planetaria di precisione.

C’è un vero ritmo che mantiene tutto l’ambiente stabile e tutto questo suona molto familiare per chi si occupa di teoria musicale. Russo ci ha spiegato via mail: “TRAPPIST-1 produce una musica incredibilmente ritmica e armoniosa, il sistema mantiene il tempo meglio di qualsiasi batterista umano”. TRAPPIST è una delle nostre 300 stelle più vicine, sette pianeti simili alla Terra, con molti di questi che potrebbero sostenere la vita. Ad alimentare questo paper però, come ci ha sostenuto Tamayo, è stato: “Un rompicapo nel paper originale quando, simulando il sistema di rotazione dei pianeti, questi hanno cominciato a collidere in un breve periodo”. In TRAPPIST-1 si assiste ad una vera e propria catena di risonanza: “I periodi orbitali dei pianeti nel nostro sistema solare sono abbastanza casualmente correlati. In TRAPPIST-1 invece, per ogni 2 orbite del pianeta più esterno, il prossimo ha 3 orbite, il prossimo 4, 6, 9, 15 e 24”. Oggi queste risonanze si possono osservare anche nella cintura degli asteroidi e sostanzialmente evitano collisioni con la Terra: relazioni così stabili permettono anche a Nettuno e Plutone di non incrociarsi e schiantarsi tra loro.

Tamayo ha descritto nella sua ricerca uno dei sistemi più musicali e speciali di sempre, ricordiamo che il tempo per completare un’orbita varia da 1,5 giorni a 19 data la distanza dei pianeti dalla sua stella. Lo studioso è abbastanza sicuro: “C’è una grande analogia del sistema con un’orchestra” e ci ha spiegato dove vede questa similitudine: “Non è sufficiente per i membri dell’orchestra mantenere il tempo perchè se prima non accordano i propri strumenti non vi sarà alcuna armonia”. Allo stesso modo, ha confermato Tamayo, accade nei rapporti speciali dei periodi orbitali in sistemi planetari pieni come TRAPPIST-1, che: “Non sono sufficienti per garantire la stabilità, se gli altri parametri orbitali (ellitticità, allineamenti) non sono perfettamente sintonizzati”.

La simulazioni precedenti probabilmente hanno fallito per delle incertezze su parametri aggiuntivi che mancano dall’osservazione del sistema: il processo di formazione dunque è stato soft e gentile permettendo la creazione di una sinfonia armonia in TRAPPIST-1.

La stella è molto più piccola del Sole ed è a malapena in grado di accendere la fusione nucleare e di essere chiamata stella. Questi astri sono più difficili da vedere e studiare e oggi Tamayo vede grandi possibilità: “La parte interessante è che tutto questo (dallo studio di TRAPPIST-1 al focus su stelle del genere) sarà testato dalle prossime missioni come TESS, con un lancio nel prossimo anno”.

Matt Russo ci ha spiegato che questo sistema accende in lui l’idea di trovarsi davanti alle composizioni di Steve Reich, infatti è come se: “Un tamburo venisse suonato ogni volta che un pianeta interiore più veloce si appresta a superare il suo prossimo vicino”. TRAPPIST-1 è chiaramente un batterista che ci nasconde ancora parecchi dettagli del suo ritmo, ma per rimanere in tema musicale, come canta nell’Introduzione di Glamour Niccolò Contessa, aka I Cani: “Anche quel poco che sappiamo, è meglio di niente”. Aspettiamo nuove missioni pronte a svelare i misteri del sistema.

Gianluigi Marsibilio

Crediti foto: NASA/JPL