Mary Ruefle, poetessa statunitense ha scritto: “Uomini, donne e bambini camminano per le strade, attraversano i campi e entrano nelle foreste, corrono lungo i bordi degli oceani”.

Ma da quanto lo fanno? Una nuova ricerca, pubblicata su Nature, sta cambiando il panorama del dibattito sull’arrivo degli esseri umani negli Stati Uniti: lo studio condotto da Steven R. Holen, co-direttore del Centro Americano per le Ricerche sul Paleolitico  ha datato la comparsa degli uomini nelle Americhe a 130.000 anni fa, anticipando di oltre 115.000 anni le precedenti stime. Le prove vengono fuori dall’analisi di un sito chiamato Cerutti Mastodon a San Diego, in California. Lo scavo è iniziato nel 1992 grazie al paleontologo Richard Cerrutti: all’interno del sito è stato trovato lo scheletro di un mastodonte, con accanto oggetti levigati e che probabilmente appartenevano ad essere umani.

Le indagini compiute sui resti sono state fatte con il test dell’uranio-torio e hanno rilevato un’età di circa 130.000 anni. Molti dei pezzi dell’osso e dei denti mostrano prove di essere colpiti con oggetti duri e molte delle ossa sono danneggiate da quelle che sembrano pietre molto grandi.

La comunità scientifica comunque, data la grande discrepanza tra le datazioni, non è perfettamente in simbiosi con la ricerca pubblicata in settimana: alcuni scienziati, come Donald Grayson dell’Università di Washington, sono rimasti stupefatti perché hanno collegato i segni sulle ossa e pietre a lavori autostradali avvenuti in vicinanza della zona archeologica.

Sin dal primo sguardo il sito archeologico ha mostrato alcune particolarità, come la presenza di piccoli pezzi di ciottoli rotti, questo non succede per i normali processi geologici; la combinazioni di pietre ha suscitato da subito la possibilità di un’attività umana sul sito.

Altri indizi fondamentali vanno dal modello di distribuzione delle ossa, che si ritrovano in due aree chiave, alle ossa più fragili che sono rimaste intatte, a differenza delle più dure ritrovate spaccate.

Le critiche di una parte della comunità scientifica possono essere bypassate dall’attenta analisi del sito: gli scienziati infatti hanno controllato e esaminato scavi archeologici danneggiati da acqua o da eventi geologici.

Più di cento analisi di ossa, smalto di denti, avorio e carbonato di terreno sono stati fatte sugli esemplari provenienti dagli scavi Cerutti e adiacenti. La stima migliore è di 130.700 (± 9.400 anni) ed è coerente con le interpretazioni geologiche basate sullo sviluppo del suolo e con la posizione del sito rispetto al suo ambiente circostante.

I ricercatori nelle appendici dello studio sostengono come, nonostante l’innalzamento del mare, il Nord America fosse a portata umana. Il ponte indiziato come porta verso le Americhe è quello di Bering, e effettivamente ci sono prove di attraversamenti marittimi dell’uomo anche in età così prematura: su Creta sono state ritrovate asce di 130.000 anni fa, nonostante l’isola fosse circondata dall’acqua.

Gli autori, già durante la conferenza, avevano anticipato il possibile scetticismo della comunità scientifica intorno alla ricerca; risultati straordinari richiedono prove altrettanto convincenti.
Tom Deméré, direttore del San Diego Natural History Museum, ha precisato: “Dalla scoperta originale, la tecnologia di datazione è avanzata per consentire di confermare con ulteriore sicurezza che gli uomini erano qui prima di quello che comunemente è accettato”.

 

C’è un filo rosso che lega il 16 novembre 1992, data di scoperta del sito, ad oggi ed è, seppur controverso, una pista da seguire, approfondire come solo la scienza può fare. Alcuni buchi in questa storia vanno riempiti, ma le evidenze, ad oggi, sembrano piuttosto solide.

 

Gianluigi Marsibilio