C’è stato un forte aumento, negli ultimi anni, nell’interesse per l’estrazione di manganese dalle acque profonde. Molti imprenditori infatti stanno chiedendo informazioni all’ISA (Autorità Internazionale dei fondali marini) per le licenze d’esplorazione: per la comunità scientifica è importante accertare le condizioni di base e definire i tipi di disagi che potrebbero portare queste estrazioni, chiamate anche coltivazioni, dal punto di vista ambientale.

Il verbo “coltivare” è utilizzato tanto in agronomia quanto in mineralogia per indicare l’estrazione di materiali da cava o miniera. I “noduli di manganese” sono aggregati polimetallici di circa 20 cm di lunghezza a forma di patata che ricoprono circa il 75% dei fondali oceanici.

Lo studioso Daniel O. B. Jones, dell’Università di Southampton, e il suo team hanno trattato con una pubblicazione su Plos One, il tema delle conseguenze dal punto di vista ambientale dello sfruttamento, sempre più intensivo, di questa risorsa.

 

Gli effetti della coltivazione di noduli polimetallici sono ancora poco conosciuti.

Il team di ricercatori ha preso in esame un arco di tempo di 7 anni dopo un primo input o disturbo rappresentato da una coltivazione in dieci siti offshore. I risultati della ricerca pubblicata da PLOS indicano come gli effetti maggiori sulla fauna marina siano visibili nell’immediato, nel lungo termine le conseguenze tendono a scomparire, con una lenta ma costante ripresa della normale attività biotica.

 

La più grande riduzione di densità in una popolazione marina, è stata registrata nella macrofauna di Polychaeta (una classe di anellidi marini, che comprende circa 13.000 specie) del sito JET, nel Pacifico settentrionale.

Le macrofaune a carattere sessile (ancorate al fondale) che vivono più profondamente nei sedimenti sono quelle che hanno subito, soprattutto nel sito INDEX, una minore riduzione di densità. Per quanto riguarda il maggiore calo di diversità invece si è avuto, sempre a ridosso del disturbo, nel sito DISCOL dove la ricchezza di megafauna ha avuto cambiamenti in negativo sia per quanto riguarda gli organismi sessili che quelli motili.

 

Ci sono anche eccezioni al modello generale di riduzione di densità dovute ad un disturbo simulato di estrazione mineraria: nel sito BIE – esistono due gruppi di macrofauna che mostrano addirittura un aumento di densità: i Polychaeta, popolazione già citata in precedenza, e i crostacei Isopoda. Giusto per dare un po’ di numeri: isopodi e policheti rappresentano, rispettivamente, il 24% ed il 52% della fauna presente nei “siti di controllo”, con i primi che costituiscono addirittura il 44% del totale dei crostacei.

Gli isopodi, invece, esprimono una densità relativamente bassa nei campioni raccolti prima e dopo l’esperimento (<10 individui a campione) mentre i policheti rimangono relativamente numerosi (28-35 indivudui a campione). Nel sito DISCOL la macrofauna ad echinoidi ed ofiuroidi (due classi di Echinodermi) aumenta anch’essa in densità. Nel sito JET i crostacei sono stati rilevati come più presenti in densità immediatamente dopo il disturbo rispetto ai dati raccolti due anni dopo.

In alcuni siti il recupero non è stato rilevato nemmeno a distanza di quattro anni.

I noduli di manganese, come il tellurio della Tropic Seamount (a largo delle Canarie) o le Terre Rare, sono elementi di grandissima importanza strategica per l’uomo, dato il loro utilizzo nelle tecnologie che usiamo ogni giorno. Ma la domanda è sempre quella: possiamo rendere sostenibile un tale sfruttamento di risorse?

Camillo Affinita