Lee Billings nel suo libro Five Billion Years of Solitude parla del pianeta in termini molto chiari:“La vita su questo pianeta ha una data di scadenza”, scrive, “anche perché un giorno il Sole cesserà di brillare”. Da tempo parliamo di una ricerca per una nuova casa e oggi siamo quasi in un’età dell’oro dello studio degli esopianeti. LHS 1140b è il nuovo tassello aggiunto da un team di ricercatori internazionali, di cui fanno parte Jason Dittmann dell’Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics e Xavier Bonfils dell’Istituto di Planetologia e Astrofisica di Grenoble / CNRS, che noi abbiamo incontrato per parlarci della loro scoperta, che è stata pubblicata su Nature.

 

La carta d’identità del pianeta, orbitante intorno a LHS 1140, debole nana rossa  nella costellazione di Cetus, ci è stata fornita da Dittmann: “Il pianeta è estremamente interessante perché rappresenta una terra in una zona abitabile della stella – ma l’abitabilità della fascia non è tutto – infatti la distanza dalla stella potrebbe sostenere acqua allo stato liquido e potenzialmente la vita”.

Entrando nel dettaglio scopriamo che: “LHS 1140b orbita intorno alla stella 25 giorni, e potrebbe farlo in rotazione sincrona”.

Altri dati indicano che l’età si avvicina ai cinque miliardi di anni e la densità del nucleo è molto elevata.

Dato che nello studio dei mondi le dimensioni contano, ad oggi sappiamo che il pianeta è 6,7 volte più massiccio della Terra e ha dimensioni di quasi una volta e mezzo più grandi.

Gli indizi sull’esistenza di LHS1140b sono apparsi in un primo momento nel 2014: “Avevamo osservato solo una singola rilevazione del transito” ha precisato Dittmann. La squadra che utilizza lo strumento MEarth è stata fondamentale per la rilevazione: “Una volta iniziata la discussione con la squadra, abbiamo deciso di informare il team di HARPS, che ha iniziato il monitoraggio”.

Quando parliamo di MEarth dobbiamo sapere che si tratta di due strumenti, uno nell’emisfero nord e l’altro a sud che monitorano piccole stelle (circa il 33% del sole): la durata dell’indagine è stata di circa un anno e ha portato alla luce non solo il transito, ma le velocità radiali e l’orbita del pianeta.

Xavier Bonfils ha confermato l’importanza di HARPS: “Ci ha permesso di accumulare molte velocità radiali, in modo da definire la massa del pianeta”. L’incrocio di più strumenti come HARPS, MEarth o il Tillinghast Reflector Echelle Spectrograph ha permesso analisi e combinate di dati fotometrici e radiali che hanno confermato l’esistenza del pianeta.

Non potevamo tirarci indietro dallo stuzzicare i ricercatori sulle differenze tra il pianeta rilevato e le informazioni, fino ad oggi conosciute, sui pianeti di TRAPPIST-1.

Bonfils e Dittmann, nonostante siano dei grandi fan del sistema stellare confermato alcune settimane fa, non dimenticano di sottolineare la peculiarità della loro scoperta: “LHS1140b – ha precisato l’astronomo di Grenoble- è un pianeta che non solo è nella cosiddetta zona abitabile, ma è sicuramente roccioso”. Anche la stella lascia sperare in bene: “La stella ospite di LHS1140b è molto più “tranquilla”, il che significa che i venti stellari probabilmente non sono così forti come per TRAPPIST-1”. I venti infatti sono i maggiori indiziati nell’erosione dell’atmosfera durante la gioventù dei pianeti: LHS1140 ha venti molto più lievi, e con un pianeta così massiccio c’è ancora più speranza.

Gli occhi saranno puntati su LHS1140b nel futuro e le campagne osservative coinvolgeranno molti interessanti strumenti, di cui spesso abbiamo parlato sulle nostre pagine. Bonfils è stato chiaro: “Entrambi i casi, sia i pianeti di TRAPPIST – 1 che il nostro esopianeta, sono priorità assolute per strumenti come JWST. La varietà di questi pianeti moltiplicherà l’opportunità di trovare un clima adatto alla vita”.

Alcune molecole e la caratterizzazione atmosferica potranno essere fatte anche con E-ELT e GMT, Dittmann ha chiuso la conversazione mostrandosi assolutamente aperto al futuro: “Sono fiducioso di poter trovare qualcosa lì fuori che sembra molto familiare”.

Gianluigi Marsibilio

 

CREDITI FOTO: ESO/spaceengine.org