Un ambiente come l’oceano, da sempre identificato con il selvaggio e l’incontaminato, è invece corrotto dal DDT e dai policlorobifenili. Una nuova ricerca pubblicata su Nature Ecology & Evolution ha indicato la presenza dei composti, fuori produzione da oltre 30 anni, a profondità superiori ai 10.000 metri.

Ad oggi non era mai stata documentata la presenza di elementi del genere così distanti dalle coste e a queste profondità. Il DDT e i policlorobifenili si spargono molto velocemente nelle acque e non subiscono alcun effetto di deterioramento, danneggiando la più grande biosfera del mondo.

Con grande stupore i ricercatori hanno rinvenuto una forte quantità dei composti anche nella Fossa delle Marianne.

Per raggiungere la più profonda depressione oceanica del mondo vuol dire che i POP (inquinanti organici persistenti) hanno sfruttato, secondo il team guidato da Alan Jamieson, dell’Università di Aberdeen, la dispersione tramite pezzi di plastica contaminati e anche il contatto con le carcasse animali che vengono mangiate dagli animali che vivono in quest’ambiente estremo, e fino a qualche anno fa incontaminato.

L’origine della forte contaminazione potrebbe arrivare dall’1,3 milioni di tonnellate di PCB prodotte a cavallo tra il 1930 e il 1970. Secondo le stime di un articolo del 2007 oltre il 35% della quantità totale prodotta si è dispersa e riversata in mare; gli inquinanti organici sono inoltre pericolosi per la loro capacità di compromettere la riproduttività delle varie specie.

I biologi marini hanno usato nasse e sottomarini per raccogliere i campioni di acqua e di animali, che una volta pesati e analizzati hanno rivelato la triste verità: i luoghi a più alti livelli di PCB sono cinquanta volte più contaminati dei granchi delle risaie alimentate dal fiume Liaohe, uno dei fiumi più contaminati della Cina.

L’unica zona paragonabile alla fossa delle Marianne è la baia di  Suruga in Giappone, zona altamente industrializzata dove vengono prodotti da anni prodotti chimici (organoclorurati).

La sfida ora sta nel comprendere quali danni subirà a lungo termine l’ecosistema sottoposto all’invasione di POP. Jamieson al Guardian ha fatto presente che: “Noi continuiamo a pensare all’oceano profondo come un regno remoto e incontaminato, al sicuro da impatto umano, ma la nostra ricerca dimostra che, purtroppo, questo è ciò che di più lontano c’è dalla verità”.

 

 

Gianluigi Marsibilio