In questi mesi abbiamo documentato l’ascesa di Donald Trump alla Casa Bianca, con le annesse conseguenze nella comunità scientifica. In questi giorni una petizione di oltre 3000 ricercatori sta mobilitando una grande fetta del mondo accedemico internazionale dopo l’ordine esecutivo di divieto di 90 giorni che nega l’ingresso negli USA per i cittadini di Iran, Iraq, Siria, Yemen, Sudan, Libia e Somalia.

 

Tra gli studiosi che hanno firmato la petizione c’è anche un gran numero di ricercatori italiani. Noi abbiamo parlato con uno di loro, Fabio Perocco dell’Università Ca’ Foscari di Venezia che ci ha spiegato le sue ragioni: “L’ordine di Trump mette dei paletti alla mobilità dei ricercatori e alla ricerca, che non devono invece essere intralciati da ostacoli di questo tipo”.

Non solo i nostri ricercatori si sono schierati contro il provvedimento: nel Regno Unito è stata lanciata la campagna #WeAreInternational, guidata da l’Università di Sheffield, che si impegna a opporsi ad azioni che inibiscono gli spostamenti di studenti e professori in base alla religione.

L’ordine è pericoloso, secondo gli scienziati, non solo perché istituzionalizza un razzismo geografico e religioso ma perché colpisce la scienza in modo diretto, limitando la libera comunicazione delle idee tra studenti e accademici provenienti dai 7 paesi inclusi nell’ordine.

John Holdern, ex consigliere scientifico di Barack Obama, ha condannato su Nature la decisione del Presidente Trump e ha attaccato l’ordine etichettando con parole dure: “è perverso, un abominio, è una pessima idea”.

Perocco anche è stato chiaro con noi sul decreto: “Barriere mentali simboliche all’interno della comunità scientifica sono assolutamente deleterie”. Lo stesso ricercatore dell’università veneta ha chiarito che solo due sono le modalità per permettere agli scienziati di essere ascoltati per i prossimi quattro anni: “Dovranno esser fatte campagne di sensibilizzazione, boicottaggi, prese di posizione, pressioni sull’opinione pubblica e sugli organi di governo, e per di più non deve mancare l’esercizio della critica nelle tradizionali sedi della ricerca scientifica in modo da distruggere e contrastare idee, politiche, pratiche e discorsi all’insegna della discriminazione”.

 

Gianluigi Marsibilio