La birifrangenza del vuoto ha una storia lunga 80 anni e con la ricerca, guidata da  Roberto Mignani, dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) e dell’Università di Zielona Gora (Polonia), oggi comincia una fase nello studio di questo effetto quantistico: tutto questo è stato rilevato intorno ad una stella di neutroni, che grazie al suo campo magnetico ha creato la polarizzazione della luce necessaria allo sviluppo della birifrangenza.

La polarizzazione è così fondamentale per la creazione dell’effetto perché, come ci ha spiegato Mignani: “La luce emessa da un corpo celeste può essere più o meno polarizzata a seconda dei meccanismi di emissione e delle caratteristiche dell’oggetto emittente. Quello che questo effetto quantistico fa è influenzare il livello di polarizzazione della luce prodotta dalla sorgente, in questo caso la superficie di una stella di neutroni”

La stella studiata si chiama RX J1856.5 e si trova ad una distanza di 400 anni luce dal nostro pianeta, le osservazioni sono state fatte con il VLT (ESO) e lo strumento chiave è stato FORS2, spettrografo dotato di una vista in UV.

Il fenomeno si verifica intorno a questo tipo di astri dato che: “Questo effetto, per potersi verificare, richiede che la radiazione si propaghi in campi magnetici intensissimi. Questi non sono riproducibili nei laboratori terrestri, ma si trovano attorno alle stelle di neutroni che hanno campi magnetici miliardi di volte più intensi di quelli del sole”.
La teoria su questo tipo di effetto quantistico risale a oltre 80 anni fa, le osservazioni, come ci ha testimoniato lo scienziato: “Sono aderenti a quello che ci aspettiamo dalla teoria dell’elettrodinamica quantistica. Ecco perchè la nostra misura è particolarmente importante”.

La parola definitiva su questo nuovo studio sarà dettata dalle nuove conferme che il gruppo otterrà con il passare degli anni, Mignani ha confermato: “Per raffinare la nostra misura abbiamo bisogno di ripetere le osservazioni con tempi di esposizioni più lunghi delle 10 ore che abbiamo usato noi, ma che non sono facili da ottenere anche se ci stiamo provando”. Anche lo strumento utilizzato ad oggi non è il massimo, ma i ricercatori sono tutti tranquilli: “Ci sarà tra 10 anni, ad esempio lo European Extremely Large Telescope dell’Eso”.

Gianluigi Marsibilio