L’universo ha cambiato faccia, le stime di uno studio di Christopher Conselice dell’Università di Nottigham: l’astrofisico, grazie alla sua ricerca effettuata con l’aiuto delle immagini del Telescopio Hubble, ha cambiato definitivamente l’immagine del nostro universo: le precedenti stime sulla presenza di 100-200 miliardi di galassie nell’orizzonte cosmico si sono rivelate sbagliate. Nell’articolo accettato dall’Astrophysical Journal infatti si arriva a calcolare un numero di galassie presenti nell’universo circa dieci volte superiore alle stime precedenti.

“I precedenti dati non erano abbastanza accurati per fare queste osservazioni” ci ha detto Conselice, oggi però il team è riuscito a comprendere come: “Per ogni galassia nell’universo di oggi, troviamo 10 galassie nell’universo distante”.

I dati sono arrivati grazie alla seguente intuizione di Conselice: “Sondando la forma di distribuzione delle galassie nell’universo possiamo derivare il numero totale di galassie presenti in ogni epoca della storia dell’universo”.

Queste galassie ad oggi non sono ancora osservabili, Conselice e i suoi colleghi aspettano la prossima generazione di telescopi. Probabilmente molte galassie comprese nella nuova stima non esistono più e fanno parte di altre, molte infatti hanno subito fusioni e fenomeni simili.

I risultati della ricerca danno uno spunto molto importante: “(Lo studio) ci dice che la fusione o l’idea gerarchica è probabile che sia vera”.

Studiare l’evoluzione del nostro universo è fondamentale, l’astrofisico Davide Massari ci ha confermato l’importanza delle nuove stime: “Con questa scoperta si è capito per la prima volta che il numero di aloni di materia oscura, ovvero le prime strutture formatisi, in cui la formazione stellare è riuscita ad accendersi in modo efficace è molto maggiore di quanto previsto in precedenza. Questo ha grosse implicazioni sui modelli che cercano di spiegare come la materia oscura e la materia barionica (visibile) hanno interagito nelle prime fasi dell’universo, per originare le galassie che noi vediamo oggi”.

Le osservazioni, come ci ha spiegato Massari: “Riservano, a volte, grandi sorprese”, proprio grazie a queste è stato possibile sovvertire le precedenti stime fatte dai modelli teorici.

Le galassie in questione non sono visibili per una serie di fattori: il redshift, la natura dinamica dell’universo e l’assorbimento della luce dalle polveri intergalattiche e dai gas.

Lo studio ha messo al centro dunque un fattore chiave per l’astronomia e l’astrofisica: l’oscurità del cielo.

“Ciò che non si vede è sicuramente uno stimolo ed una sfida per l’Astronomia, e la spinge ad evolvere le sue tecniche e le strumentazioni per superare i propri limiti attuali e rispondere alle domande che ancora non hanno soluzione”. Non solo l’astrofisico italiano la pensa così, anche Conselice è dello stesso parere e ha precisato: “Capire perché qualcosa non c’è, è spesso tanto importante quanto capire perché qualcosa c’è”.

Gianluigi Marsibilio

Crediti Foto: NASA, ESA/HUBBLE