Una visione completa sulla malattia di Alzheimer è difficile da ottenere tuttavia in settimana, uno studio pubblicato su Nature da un team di scienziati della Biogen, ha illuminato l’orizzonte e dato il via ad una nuova ed eccitante stagione di studi per comprendere al meglio questa malattia neurodegenerativa. Al centro di questa ricerca c’è il farmaco Aducanumab, iniettato nei pazienti partecipanti alla fase uno dello studio effettuato da scienziati come Alfred Sandrock e Jeff Sevigny.

L’aducanumab, farmaco messo a punto dalla stessa Biogen, ha sciolto le proteine amiloidi-β in pazienti con una forma in stadio precoce della malattia. Il campione è ancora piuttosto limitato, per questo sono già in corso le fasi successive della ricerca, che secondo i ricercatori vedranno la loro fine nel 2020.

Nel primo step della ricerca sono state studiate 165 persone suddivise in diversi gruppi, alcuni dei quali hanno ricevuto il farmaco e altri hanno ricevuto un placebo.

La realizzazione del farmaco è stata testata prima sui topi, dopo che aducanumab è venuto fuori dall’analisi degli anticorpi umani rilevati comparando il sangue di pazienti sani con quello di anziani affetti dal morbo di Alzheimer.

Per parlare al meglio delle innovazioni portate dallo studio abbiamo contattato Lary C. Walker, Professore associato di Neurologia e Research Professor all’Emory’s Yerkes National Primate Research Center.

In molti casi le sperimentazioni su questo tipo di malattie degenerative danno segnali positivi nei primi step della ricerca che purtroppo vengono puntualmente disillusi, tuttavia  questa volta la direzione potrebbe essere quella buona, ma è ancora presto per esultare: “Abbiamo conosciuto da tempo che il misfolding e l’aggregazione della proteina Abeta è un evento critico nello sviluppo della malattia di Alzheimer, ma non dovremmo aspettarci che la scoperta della causa di una malattia porterà immediatamente ad una cura (sono ad esempio passati decenni tra la scoperta del bacillo della tubercolosi e un trattamento)”.

Walker è stato molto chiaro su quello che storicamente rappresenta la lotta all’Alzheimer: “Dale Schenk e colleghi hanno riportato nel 1999 che l’immunizzazione attiva di modelli murini può ridurre notevolmente la quantità di Abeta anormali nel cervello. Prove di terapie di vaccinazione negli esseri umani tuttavia, erano problematici. In primo luogo, gli effetti collaterali apparsi non sono stati rinvenuti  dagli studi sui topi, inoltre  questi problemi non sono stati completamente eliminati attraverso l’immunoterapia passiva (cioè l’iniezione di anticorpi usata per stimolare il corpo del paziente). Possiamo controllare la dose ed i tempi del trattamento, minimizzando così gli effetti collaterali. In secondo luogo, ora sappiamo che la malattia di Alzheimer inizia nel cervello molti anni prima della comparsa dei primi sintomi. Pertanto, una terapia veramente efficace deve essere iniziata il prima possibile. Le prove sono in corso per testare tali terapie di prevenzione, che includono sia l’immunizzazione e la somministrazione di agenti bloccanti per  la produzione di Abeta”.

La via buona, nello studio della malattia di Alzheimer, è stata presa molto tempo fa, e proprio il ricercatore dell’Emory Yerkes National Primate Research Center lo ha evidenziato: “La ricerca è sulla strada giusta. Le proteine abeta e tau (che si aggrega in grovigli neurofibrillari a valle dell’aggregazione di Abeta) sono gli obiettivi più diretti per prevenire o rallentare la malattia di Alzheimer. Tuttavia, vi è anche la necessità di comprendere fattori di rischio per la malattia, come infiammazioni, diabete e altri, in quanto questi sono obiettivi vitali per la prevenzione”.

COS’È LA PROTEINA BETA-AMILOIDE?

È chiara l’importanza di questa proteina nello sviluppo della malattia, ma cos’è e come influisce nello sviluppo del morbo lo ha spiegato a noi proprio Walker: “Beta-amiloide (Abeta) è un frammento proteico di circa 40-42 aminoacidi che viene scisso da una più grande proteina precursore chiamata APP. La funzione di queste proteine nel corpo è incerta, ma è ormai chiaro che Abeta causa la malattia di Alzheimer attraverso il ripiegamento delle proteine (misfolding), e diffondendole attraverso il cervello. Sebbene l’Alzheimer non è contagioso, a livello molecolare questo processo è molto simile al misfolding seminato della proteina prionica in malattie come il morbo di Creutzfeldt-Jakob. In realtà è ormai chiaro che la maggior parte delle malattie neurodegenerative associate all’età coinvolgono il misfolding e l’accumulo anomalo di specifiche proteine nel sistema nervoso. Nello stato di ripiegamento, queste proteine aderiscono l’un all‘altro e forzano le altre ad una simile uguale procedura. Le proteine aggregate non sono facilmente eliminabili; i semi prodotti si diffondono attraverso il sistema nervoso, portando infine ai sintomi caratteristici della malattia”.

Ad oggi, come abbiamo già detto, è difficile offrire un quadro completo. Solo la ricerca e lo studio della malattia contribuiranno ad aumentare le nostre conoscenze sull’Alzheimer.

Il risultato raggiunto è un tassello molto importante, ma c’è ancora molta strada da fare per riuscire ad arrestare il declino cognitivo dei pazienti.

Sulle conseguenze di questa possibile vittoria Walker non ha dubbi: “ In primo luogo, sarebbe finalmente possibile fornire ai pazienti e alle famiglie l’ottimismo che loro necessitano. In secondo luogo, risulterebbe fondamentale per confermare le scoperte scientifiche che hanno portato al trattamento”.

Se come ha scritto un poeta spagnolo “La via si fa con l’andare”, è ora di continuare a correre verso una metà troppo importante per essere mancata.

Gianluigi Marsibilio

(Crediti Foto: Medical Body Scans/Jessica Wilson/SPL)