Il 23 giugno 2016 sarà ricordato dai posteri come il giorno della grande rottura dell’unità europea. La nazione inglese si è divisa in due fazioni diametralmente opposte, ma entrambe con lo stesso obiettivo: il benessere di tutti i cittadini. Il ‘’Leave’’ è riuscito a far leva su odio e sentimentalismi a discapito del ‘’Remain’’, la campagna a favore del quale si era basata sui benefici economici e sociali garantiti dall’Unione. Il risultato ha scatenato una serie di incertezze che rischiano di minare fortemente molti progetti scientifici.

A distanza di due mesi, com’è cambiato lo scenario dopo la vittoria del Leave?

Il connubio scientifico che si era stabilizzato fra l’Europa e la Gran Bretagna è diventato un grande, immenso quesito: come potranno gli scienziati europei continuare a lavorare in un paese fuori dall’Unione? Cosa ne sarà delle centinaia di collaborazioni scientifiche? Come verrà gestita l’improvvisa mancanza dei fondi europei, in vista anche del programma EU Horizon 2020?

Il ministro della scienza Jo Johnson rassicura: ‘’Non fermeremo l’arrivo di menti brillanti finalizzato a lavorare nelle nostre università e istituti scientifici’’, e aggiunge: ‘’Gli studenti e gli accademici europei sono benvenuti qui’’. Inoltre ha reso nota la sua richiesta di sorveglianza al team di Horizon 2020, in caso di disparità a svantaggio degli studiosi europei. E per quanto questa richiesta possa sembrare strana ed estrema, è invece ben fondata.

Diversi sono stati i casi di discriminazione scientifica, e tutti sono dovuti al forte clima di instabilità. Il più eclatante è quello reso pubblico da Paul Crowther, a capo del dipartimento di fisica e astronomia dell’università di Sheffield: un team di scienziati inglesi è stato respinto dal consorzio europeo Innovative Training Network (ITN) poiché ‘’ogni possibile debolezza del consorzio deve essere evitata e, nonostante l’eccellente contributo scientifico del gruppo di Sheffield, sento che la loro partecipazione dopo il voto di Brexit comprometterebbe il progetto ‘’. La collaborazione fa parte del progetto Horizons 2020 e consiste in €6.2 miliardi.

‘’Ad ogni modo, spero che questo non sia un ‘addio’, ma un ‘arrivederci’. Appena le regole saranno chiare avremo occasione di lavorare di nuovo insieme’’: così si conclude l’e-mail di rifiuto resa nota da Crowther. Queste parole emblematiche riflettono la situazione instabile e la mancanza di indicazioni precise da seguire in casi del genere.

Qualche rassicurazione arriva il 13 agosto: il governo avverte che pagherà i contributi della Gran Bretagna per Horizons 2020. Ma per Crowther non è abbastanza: ‘’Questa garanzia allevia alcune delle incertezze circa le concessioni imminenti di H2020, ma non fa niente per disperdere i timori sulla mobilità fra il Regno Unito e il resto dell’Europa in seguito alla Brexit, e non si riferisce al problema dei fondi a lungo termine’’.

Nel frattempo sono arrivati i dati di luglio circa la situazione economica, anch’essa nel caos: l’inflazione è aumentata dello 0.6% e la sterlina ha perso il 13% rispetto al dollaro. La Bank of England ha risposto con il primo taglio dei tassi di interesse dal 2009, ma si prevede che l’inflazione raggiunga prima del previsto l’obiettivo del 2% segnato al 2017.

Le buone notizie per la ricerca comunque sono arrivate da Theresa May: nella lettera indirizzata al Nobel per la medicina Paul Nurse ha affermato che lei attribuisce una “priorità molto alta” alla ricerca. Tra i tantissimi punti di domanda alla fine non manca qualche accenno alla positività, tuttavia gli oltre 30.000 scienziati provenienti dall’Unione Europea meritano risposte più chiare.

Gaia Di Federico