Chiunque siano i vostri artisti nella vostra playlist musicale non è colpa della biologia o della genetica, ma principalmente dell’educazione che avete ricevuto e dal contesto culturale in cui siete cresciuti. Ad evidenziarlo è uno studio pubblicato su Nature da parte di uno staff di studiosi delle neuroscienze ed etnomusicologi.

La ricerca si è incentrata sulla differenza musicale tra consonanze e dissonanze. Su questa differenza anche Galileo si è soffermato nei “Discorsi e dimostrazioni intorno a due nuove scienze”. Un suono consonante dà, secondo la teoria musicale, l’effetto di stasi armonica, mentre nel caso della dissonanza si nota un effetto di movimento armonico. La differenza tra consonanza e dissonanza è alla base di tutta la musica occidentale.

I ricercatori, per affermare l’importanza della cultura nelle preferenze musicali, hanno condotto due studi coinvolgendo vari tipi di popolazioni e società, passando dagli ascoltatori di musica statunitensi alla popolazione Tsimane, popolazione indigena rimasta fuori dalle contaminazioni della nostra musica.

Proprio i risultati registrati nelle preferenze estetiche di questa popolazione hanno fatto concludere ai ricercatori che “La cultura ha un ruolo chiave, ci piace la musica con cui siamo cresciuti”.

Le misurazioni sono state ottenute eseguendo ai vari gruppi di persone accordi dissonanti e consonanti: per le popolazioni vicine alla musica occidentale l’estetica musicale gradita è quella composta da accordi consonanti, molto tipici nella musica nostrana, per il gruppo indigeno la distinzione non è così marcata.

Nella storia della teoria musicale c’è sempre stata una frattura tra chi sostiene che la musica è una questione biologica (neuroscienziati) e chi individua le radici dei gusti musicali all’interno del proprio panorama culturale (etnomusicologi).

TRA SCIENZA E MUSICA

Una piccola parentesi sul rapporto tra scienza e musica è possibile farla parlando di alcuni generi che hanno raccontato l’era delle grandi imprese, soprattutto quelle spaziali.

Lo Space Rock, affermatosi tra gli anni ’70-’80 ha accompagnato l’epopea dei viaggi spaziali: una delle canzoni simbolo, Space Oddity composta nel 1969, ispirata dal film Odissea nello Spazio ha però le radici immerse nell’era della Space Race.

Proprio questa corsa tra USA e Urss ispirarono il primo album del genere di Joe Meek “I hear a new world”.

Nel corso degli anni il genere è rinato con gli STARSET e nel 2013 l’astronauta Chris Hadfield ha creato il primo video girato nello spazio sulla ISS, ispirato alla canzone simbolo di Bowie.

La scienza, e in particolare l’interesse per lo spazio, è presente anche in molti pezzi italiani: gli ultimi in ordine di tempo sono certamente I Cani, che in pezzi come San Lorenzo o Calabi-Yau, toccano più volte tematiche legate alla fisica e alla cosmologia.

Franco Battiato poi con le sue “Correnti gravitazionali” ha raccontato, in maniera eccentrica, più volte di “mondi lontanissimi”.

Anche Elio e le Storie Tese in “Supermassiccio” parlano del pericolo incombente di un buco nero: “Nello spazio siderale c’è un enorme buco nero. Non ti ci puoi avvicinare non ti ci puoi/Perché quello si mangia tutto/è un problema allucinante/Ma l’umanità non è mai stata informata/E non lo sente come un pericolo incombente”.

Gli esempi di questo legame profondo sono veramente un’infinità, ci impegnamo nelle prossime settimane a creare una playlist per i nostri lettori che vogliono coniugare al meglio l’interesse per la scienza con l’amore per la musica.

Gianluigi Marsibilio