Oltre 40,000 persone quotidianamente sono costrette a scappare dalla propria terra a causa di confilitti e persecuzioni: i Paesi che nel corso degli anni hanno visto arrivare più rifugiati sono la Turchia, il Pakistan e l’Iran; le persone che fuggono provengono principalmente da Somalia, Iraq e Siria.

L’Europa, che sembra vivere una crisi senza fine con l’arrivo di uomini dal Mar Mediterraneo, in realtà, pur ricevendo un numero molto elevato di richieste di asilo rispetto agli scorsi anni, non è sommersa, nè tantomeno “invasa”.

Un team di ricercatori dell’Università della Finlandia Orientale , guidati da James Scott, ha proposto un modus operandi per mettere in dialogo  le zone di frontiera e gestire i grandi spostamenti a livello globale.

“Potremmo assistere a migrazioni di massa su scala globale, e abbiamo bisogno di trovare il modo di gestirle. Abbiamo bisogno di trovare una soluzione internazionale, che trascende i confini nazionali. Un’altra cosa che dobbiamo fare è quella di trovare il modo di lavorare insieme per migliorare la situazione politica, finanziaria e ambientale nei paesi di origine”, così parla James W. Scott, dell’Istituto della Carelia presso l’Università della Finlandia Orientale.

I numeri per la sola Finlandia parlano chiaro: se nel 2014 le richieste di asilo si fermavano a 3.651, nell’ultimo anno hanno superato le 30.000 unità.

Alcune volte si rischia però di perdere il polso della situazione: il numero di richiedenti asilo o rifugiati è estremamente basso considerata la popolazione: gli unici due paesi in cui i rifugiati superano l’1% della popolazione sono la Svezia e Malta.

Nonostante i numeri siano irrisori per molti quello dei rifugiati rappresenta un’emergenza.

Come reagire al “problema” dei rifugiati? “La complessità della crisi dei rifugiati dovrebbe essere meglio evidenziata, e sarebbe saggio adottare un approccio pragmatico e razionale”, così ha raccomandato Scott.

Il tema chiave per gli studiosi dell’Università finlandese è nello studio dei confini: nello scorso anno si è completato un progetto di ricerca chiamato EUBORDERREGIONS.

Le aree di ricerca principali sono state quelle che studiano i confini europei e russi, lo sviluppo socio-economico e culturale nelle zone di confine, la mobilità transfrontaliera, e la modalità di incontri culturali.

Il professor Scott ha parlato sul tema della cooperazione e delle frontiere: “La cooperazione transfrontaliera non si esprime necessariamente con prove visibili, fatti fisici o infrastrutture. Il più grande vantaggio proviene dalle reti sociali e dal capitale culturale. Siamo in grado di realizzare il dialogo di tutti i giorni attraverso i confini, e questo non richiede grandi investimenti. Dobbiamo connettere le persone, e non accade solamente con la costruzione di ponti”.

Non solo la ricerca dell’università finlandese ha parlato di questo tema, anche un rapporto dell’OCSE ha stilato, visto il milione di persone che solo nello scorso anno ha attraversato il Mediterreneo, 10 punti per permettere un’integrazione immediata dei rifugiati: si parte dallo snellire la burocrazia per avere l’autorizzazione a rimanere nel Paese, passando per l’integrazione scolastica dei minori che arrivano fino  al riconoscimento delle qualifiche lavorative dei vari rifugiati con elevato livello di preparazione in determinati settori.

Partire dal pressuposto che i rifugiati siano un valore per le proprie economie è un buon punto di partenza per chi sta cercando, anche oltreoceano, di alzare barriere.

Anche all’interno della stessa Unione Europea c’è chi vorrebbe chiudersi in un recinto: fortunatamente sia gli scienziati che la comunità accademica stimolano tutti a ragionare un pochino meglio con la prospettiva di abbattere i muri fisici e mentali.

Gianluigi Marsibilio