Un uomo e una donna che lavorano nel mondo accademico con un dottorato di ricerca in ambiti come scienze, tecnologia, ingegneria o matematica, nonostante svolgano gli stessi compiti subiscono, a livello economico, due trattamenti diversi: una ricercatrice infatti è destinata a guadagnare un terzo in meno rispetto ad un uomo con la stessa qualifica.
La ricerca è stata condotta dall’American Economical Studies su un campione di 1200 laureati negli USA e rappresenta ancora una volta, come spesso vi abbiamo raccontato, l’ennesima prova di disparità tra sessi.

A livello globale il 28.4% degli impiegati, sia a tempo pieno che part-time, nel settore scientifico è donna. La situazione è lontana dalla parità di genere: solo in cinque nazioni si è registrata una percentuale compresa fra il 45 e il 50%. Nel sud e nell’ovest dell’Asia troviamo la situazione meno egualitaria: le donne sono solo il 18.9% dei ricercatori totali. Una nazione in controtendenza è la Birmania, nell’Asia sudorientale: circa 9 ricercatori su 10 sono di sesso femminile.
Nella nostra intervista ad Amalia Ercoli Finzi, la professoressa aveva parlato così di queste barriere nella scienza: “L’essere una donna é ancora motivo di discriminazione, per questo le donne e soprattutto le giovani devono essere sostenute, specialmente quelle che intraprendono il cammino delle scienze spaziali”.
Ieri nella rivista Nature sono stati commentati questi risultati scaturiti dalla ricerca e due fattori sono stati individuati come la causa scatenante di questo fenomeno: l’effetto prole e il minor tempo a disposizione per il lavoro.
Si è visto come le donne single tendono ad avere delle posizioni più simili rispetto ai loro colleghi, quando invece nel giro di 5 anni dal dottorato una ricercatrice ha dei figli lo stipendio è inspiegabilmente più basso.

Associazioni come l’ AWIS (Association for Women in Science) combattono da anni per questa causa, con lo scopo di riunire e coalizzare le ricercatrici affinchè lottino per un posto di lavoro pagato in maniera equa, in base alle mansioni e non al genere.

Per una società scientifica o un’istituzione è più conveniente mettere una donna al vertice, come mostrano le statistiche: uno studio redatto da McKinsey, ha attestato che le società con rappresentanza paritaria maschile e femminile in Consiglio d’Amministrazione godono di profitti superiori del 56%.

Nel 2013 Nature dedicò un numero speciale a questo tema evidenziando come le donne faticano a trovare posti di rilievo nei laboratori e nelle istituzioni scientifiche, Nel corso degli anni si è cercato di trovare rimedi: l’ERC ( European Research Council) ha dedicato i posti nei suoi bandi di concorso alle ricercatrici con figli.

La situazione sta migliorando in vari paesi, ma non ancora siamo a livello di uguaglianza soddisfacente: è ora che le donne abbiano lo spazio che meritano, ormai il loro tempo è irrimediabilmente arrivato.
Gianluigi Marsibilio