Martin Makary e Michael Daniel della Johns Hopkins University di Baltimora hanno di recente pubblicato sul prestigioso BMJ (British Medical Journal) uno studio clamoroso ed allarmante: negli Stati Uniti gli errori medici sono la terza causa di morte. In una classifica che vede ai primi posti patologie cardiovascolari e tumori, gli errori medici, considerati come se fossero una patologia a sé stante occupano il terzo posto. E’ dunque la “malasanità” uno dei killer più spietati secondo i numeri registrati nello studio che ha raccolto dati sui decessi in nord america. I due studiosi si sono avvalsi di un elenco annuale delle più comuni cause di morte negli Stati Uniti, elenco compilato dai Centers for Disease Control and Prevention ( CDC ), ente che informa l’opinione pubblica e i gruppi di ricerca nazionali riguardo l’argomento. L’elenco è stato creato utilizzando i certificati di morte compilati da medici di famiglia, pompe funebri e medici legali.

Tuttavia, ricordano i due scienziati, una limitazione importante del certificato di morte è che esso si basa su di una classificazione internazionale delle malattie, l’ICD-10 (International Classification of Diseases; in particolare, International Statistical Classification of Diseases, Injuries and Causes of Death), che non include tra le cause di morte riportate quella per errore umano o medico. L’errore medico, per renderci conto di cosa si tratta, può essere definito come un atto intenzionale ( di omissione o commissione ) o un risultato imprevisto a seguito di un determinato trattamento, il fallimento di un’azione pianificata non effettuata secondo protocollo ( un errore di esecuzione ), l’uso di un piano terapeutico non usuale per raggiungere un obiettivo ( un errore di programmazione ), o una deviazione dal processo di cura che possono causare danni al paziente o addirittura provocarne il decesso. Makary e Daniel hanno analizzato la letteratura scientifica alla ricerca di errori diagnostici per identificare il loro contributo alle morti dei pazienti statunitensi in relazione alle cause elencate nei rapporti dei CDC, colmando in questo modo una lacuna del sistema di classificazione di dimensioni importanti e assolutamente misconosciute fino ad ora.

La tassonomia di questo tipo errori e grazie anche a questo studio si sta espandendo per definire meglio i fattori prevenibili e magari inserirli nella categorizzazione ICD-11 (che verrà verosimilmente pubblicata e adottata nel 2017) per mezzo di codici come ogni altra patologia.


La conclusione dello studio è che l’errore medico essendo umano è inevitabile, ma se ne può ridurre l’incidenza sulla vita dei pazienti. Le strategie dovrebbero includere tre fasi : commettere errori più visibili quando essi si verificano, in modo che i loro effetti possano essere intercettati e verificati subito; avere rimedi a portata di mano per salvare i pazienti; e rendere gli errori meno frequenti, seguendo i principi ( gold standards) approvati e verificati dalla WHO. Dunque che i limiti umani vengano tenuti in considerazione nel sistema di codifica ICD, rendendo quindi la scienza medica migliore, garantendo maggiore sicurezza sia ai pazienti che agli operatori sanitari, pare essere la scelta più sicura e consapevole, condividendo i dati raccolti a livello nazionale e internazionale, allo stesso modo della ricerca e dell’innovazione.

 

Anche in Italia è in vigore lo stesso sistema di classificazione e sarebbe fondamentale anche per il nostro paese poter attuare uno stuido simile, grazie al quale venga stimato in modo critico e il più possibile obiettivo, la reale entità del problema, quella che da noi viene in modo un po’ qualunquistico definita “malasanità”. Capita spesso di leggere notizie riguardo morti in ospedale, ma il clamore mediatico è aderente alla realtà o sfrutta soltanto la spinta che notizie di questo genere possono dare?

In italia non esiste un ente che opera da osservatorio sugli errori medici e neanche sul contenzioso medico-paziente. I medici chiedono da anni un sistema di controllo super partes che permetterebbe di qualificare e quantificare il fenomeno. Bloccando chi, non seguendo il codice deontologico opera in maniera spregiudicata la professione medica, ledendone anche l’immagine, ma anche scovando avvoltoi come avvocati senza scrupoli o pazienti che, mossi dal solo interesse economico, approfittino del problema. Andrebbe creata una sorveglianza che faccia sia statistica che giurisprudenza evitando anche il costo oneroso che grava sul SSN (Sistema Sanitario nazionale) della cosiddetta medicina difensiva, che troppo spesso viene utilizzata da medici e operatori sanitari per evitare in anticipo il rischio di incorrere in errori, spesso senza un vero motivo, ma solo per salvaguardare il roprio lavoro di fronte alla legge.

Tra i primi grandi insegnamenti e avvertimenti che vengono impartiti alle lezioni delle facoltà di medicina c’è quello dell’agire sempre con scienza e coscienza, perché il medico deve essere scienziato ma prima di tutto uomo. Credo e spero che la maggior parte degli operatori sanitari lavori tenendo sempre bene a mente questo principio professionale fondamentale. L’altro grande monito però, è quello della busta verde da raccomandata, l’equivalente di una denuncia, una sorta di simbolo del terrorismo psicologico che fin da subito attanaglia il cuore dei poveri studenti e dei futuri sanitari.

Ma con il terrore di sbagliare, con la paura di rischiare oltre che la vita di un paziente, anche la propria identità professionale, può un medico agire e lavorare in piena lucidità?

Può uno studente, futuro medico o infermiere, affacciarsi alla professione pienamente sereno della sua scelta?

 

 

Francesca Romana Piccioni