Abbiamo incontrato la ricercatrice della Lund University Simona Pirani, per parlare delle importanti novità sull’asteroide 4 Vesta.

Per addentrarci nell’intervista, è sicuramente utile un identikit della protagonista. Cosa si può dire di Vesta?

L’asteroide 4 Vesta (il numero 4 sta a significare che è stato il quarto in ordine di scoperta nella fascia principale degli asteroidi), è il secondo corpo più massivo dopo 1 Cerere (per avere un’idea, Vesta è circa 0.00004 volte la massa della Terra: questo significa che ci vogliono circa 23000 Vesta per avere una massa terrestre). Ha un raggio di circa 250 km e si trova a 2.36 unità astronomiche dal Sole. Oltre le immagini di Vesta e le nuove osservazioni in-loco fornite dalla missione Dawn, possediamo campioni di questo asteroide sotto forma di una particolare classe di meteoriti chiamati HEDs (Howarditi, Eucriti e Diogeniti), che ci permettono di datare la formazione di Vesta a pochi milioni di anni dopo la condensazione dei primi solidi nel Sistema Solare. A differenza di Cerere, che presenta uno strato di ghiaccio sulla sua superficie, Vesta possiede una crosta di roccia basaltica che potrebbe aver tenuto traccia dei vari eventi accaduti durante la storia del Sistema Solare.”

Come si riesce a risalire ai segni che l’erosione ha inevitabilmente cancellato? Di quali mezzi è necessario servirsi?

Per studiare eventi ipoteticamente accaduti molto presto nel nostro Sistema Solare (circa 4 miliardi di anni fa) abbiamo bisogno di simulazioni n-corpi al computer e, nel nostro caso specifico, è necessario far migrare i pianeti giganti come previsto nel Late Heavy Bombardment (o Intenso Bombardamento Tardivo, in italiano). A questo punto possiamo quantificare gli effetti che un evento di simile portata può aver avuto su un corpo come Vesta. I risultati delle simulazioni hanno permesso di calcolare il numero degli impatti su Vesta, di quantificare la probabilità di collisioni energetiche e catastrofiche, di computare lo strato eroso della crosta di Vesta dovuto agli impatti ed avere informazioni sulla saturazione della superficie dell’asteroide.”

Quali sono i risultati?

I risultati ci dicono che un evento come il Late Heavy Bombardment porta effettivamente un aumento del numero degli impatti su Vesta pari a cinque volte il numero degli impatti che avrebbe avuto in una fascia di asteroidi non perturbata dalla migrazione dei pianeti giganti. La percentuale di collisioni energetiche e catastrofiche sono minori del 10% e questo risultato è compatibile con la sopravvivenza di Vesta e la mancanza di bacini di impatto giganti risalenti all’epoca dell’LHB. Lo strato della crosta eroso dagli impatti durante l’LHB è solo di 3-5 metri, di nuovo compatibile con la sopravvivenza della crosta dell’asteroide, confermata anche dalle osservazioni della missione Dawn.”

Tornando a Vesta, come è avvenuta la cancellazione delle prove?

Secondo i nostri calcoli, Vesta ha raggiunto un grado di saturazione della sua superficie per cui un nuovo impatto cancellerebbe un cratere della stessa taglia. E gli ultimi 4 miliardi di anni sono stati già abbastanza per saturare la sue superficie. Dunque non ci aspettiamo di trovare crateri risalenti al Late Heavy Bombardment, poiché i crateri sarebbero stati cancellati dai nuovi prodotti nelle epoche più recenti.”

 Quali saranno i passi successivi della ricerca? In quale direzione si muoverà?

La mia ricerca continuerà a focalizzarsi su asteroidi ed embrioni planetari e su come la formazione di Giove e Saturno e la loro evoluzione abbia modellato la parte interna del Sistema Solare e portato all’impoverimento in massa della zona della fascia di asteroidi ed alla formazione di un pianeta come Marte, poco massivo rispetto alla massa che avrebbe avuto a disposizione per accrescersi in quella zona del Sistema Solare.”

 Qual è l’importanza dello studio di questi fenomeni?

Lo studio di Vesta e della sua storia collisionale è importante per poter ricostruire le prime fasi del Sistema Solare e gli eventi che le hanno caratterizzate. Le migrazioni dei pianeti giganti hanno modellato il nostro sistema solare interno e quindi la zona dei pianeti terresti e della fascia di asteroidi. Una migliore conoscenza dell’evoluzione del nostro Sistema Solare può aiutarci anche nello studio di altri sistemi planetari: i cosiddetti sistemi planetari extrasolari.”

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