La scorsa estate è scoppiato negli USA un controverso dibattito sul caso Planned Parenthood, un’organizzazione non a scopo di lucro che si occupa di educazione sessuale e cura la salute delle donne incinte, con più di 650 centri negli Stati Uniti. Il Center for Medical Progress ha accusato la Planned Parenthood di produrre profitti illegali dalla vendita di tessuti fetali a scopi scientifici ottenuti in seguito a un aborto ed all’espresso consenso della madre.

La vicenda ha avuto inizio dalla pubblicazione da parte del Centre di un video (The Center for Medical Progress) in cui una dottoressa della PP che pratica gli aborti parla di un cambiamento nelle modalità di aborto per conservare integri i tessuti del feto.

Negli USA, queste pratiche sono illegali secondo le disposizioni di legge del 1993. La vendita di campioni del feto è punibile come reato penale, anche se la clinica può ricevere un “rimborso ragionevole”, come definito dalla legge, per recuperare i costi di preparazione e spedizione del feto. Inoltre, modificare le procedure di aborto al fine della vendita del campione è considerato discutibile dal punto di vista etico e morale, ma i vertici della Planned Parenthood si pronunciano non a conoscenza di questi cambiamenti.

Sono state già inviati dodici mandati di comparizione agli individui coinvolti nello scandalo ed è stato creato un comitato investigativo nella House of Representives americana. Il caso ha sollevato un’accesa discussione mediatica e gli scienziati temono che possa avere risvolti negativi per il progresso delle ricerche in atto.

L’Istituto Nazionale per la Sanità degli USA ha finanziato 164 progetti di studio dei tessuti fetali nel 2014. Complessivamente sono stati spesi $76 milioni, corrispondenti allo 0.27% della spesa per la ricerca dell’intero stato. Il 39% degli studi sono stati effettuati per lo sviluppo di vaccini efficaci per la cura dell’AIDS, mentre i restanti si sono concentrati su altre malattie, tra cui:

  • Epatite B e C

  • Malattie dell’occhio

  • Disturbi del cervello umano (autismo, schizzofrenia, morbo di Alzheimer)

  • Artrite

  • Fibrosi cistica

  • Emofilia

I campioni fetali sono essenziali per lo sviluppo scientifico poiché permettono di studiare le basi biologiche della vita e rappresentano uno strumento impossibile da replicare con le tecnologie attuali. Da anni se ne discutono le implicazioni etiche, ma gli studiosi sono fermamente convinti che senza queste cellule così importanti non sarebbe possibile avere risultati altrettanto essenziali per la salute e che altrimenti i tessuti sarebbero gettati via. In una dichiarazione rilasciata alla rivista Nature (The truth about fetal tissue research), Larry Goldstein, neurobiologo dell’Università della California, afferma che “Non siamo felici circa il modo in cui questo materiale è reso disponibile, ma non saremmo favorevoli a vederlo sprecato e semplicemente buttato”.

In Italia, il Comitato Nazionale per la Bioetica ha pubblicato il “Parere sull’impiego terapeutico delle cellule staminali” nel 2000. Esso recita:

Art. 19. Sull’impiego di cellule, tessuti e organi del feto non esistono in Italia specifici testi normativi, ma è ben possibile desumere norme in materia da convenzioni internazionali e da altre leggi o regolamenti. Sotto il profilo etico, l’impiego di tessuti di feti abortiti è stato già preso in considerazione dal Comitato Nazionale per la Bioetica in un precedente documento e, in linea di principio, ritenuto lecito, quando sia giustificato da esclusivi fini di studio, di ricerca e di terapia. Peraltro l’opinione del Comitato Nazionale per la Bioetica è che la decisione di interrompere la gravidanza non può essere condizionata dall’aspettativa di possibili benefici economici e terapeutici derivanti dall’impiego di cellule, tessuti e organi del feto. Egualmente deve essere esclusa la loro commerciabilità e brevettabilità. Il Comitato Nazionale per la Bioetica ritiene:

– che l’utilizzo a fini terapeutici di cellule staminali provenienti da tessuti fetali debba avvenire sulla base del consenso informato della donna che ha abortito;

– che si deve trattare di un atto di disposizione libero, gratuito e privo di condizionamenti;

– che i medici che effettuano l’aborto devono essere distinti da quelli che effettuano i prelievi.

La discussione è aperta. Il progresso scientifico, però, non si ferma.

Gaia Di Federico