Circa il 30% del pesce cacciato, annualmente, non è segnalato dai dati ufficiali elaborati dalla FAO, la colpa sarebbe di alcuni fattori quali: la pesca illegale e di sussistenza.

Un team di ricercatori provenienti da diverse parti del mondo ha deciso di approfondire le statistiche dell’organizzazione, con uno studio:Catch reconstructions reveal that global marine fisheries catches are higher than reported and declining“, valutando anche il prodotto della caccia di piccola scala, ovvero quella dei pescatori che lavorano in proprio, e la pesca illegale. I risultati sono stati riportati nella rivista Nature Communications.

La Food and Agricolture Organization of the United Nations (FAO) aveva cercato di fare una stima riguardo l’argomento, secondo i ricercatori però l’errore più grande commesso dall’agenzia delle Nazioni Unite è stato quello di incentrare la ricerca sulle grandi industrie, attribuendo valore zero a tutti i dati non noti.

La FAO aveva calcolato una pesca media annua di 77 milioni di tonnellate tra il 1950 e il 2010. Il nuovo studio ha affermato che in realtà vengono cacciati circa il 50% di pesci in più rispetto a quanto riportato dall’organizzazione, per un totale di circa 109 milioni di tonnellate l’anno. Le stime sono ancora incerte in quanto sarebbe impossibile calcolare precisamente il prodotto di ogni singolo marinaio che lavora per il proprio sostentamento, soprattuto nei paesi meno sviluppati.

Il pesce rimane uno dei principali alimenti non solo per i paesi più sviluppati ma soprattutto per gli stati più poveri, perchè ricco di nutrienti e facilmente reperibile. In Paesi come gli USA, la domanda è superiore a quella che è l’offerta, questo ha portato diverse conseguenze: l’importazione dei prodotti, flotte industriali straniere orientate all’esportazione che svolgono la loro attività nelle acque di Paesi non industializzati, pesce che diventa una merce globalizzata, scambiata e venduta in nazioni in cui non è stata catturata, attività di piccola scala si trovano a competere con quelle che sono le grandi aziende.

Molte persone nei Paesi in via di sviluppo basano la propria sussistenza e la propria occupazione sulla pesca.”: questo è quanto dichiara Daniel Pauly, colui che ha guidato la nuova ricerca. Inoltre aggiunge e augura che, con dati più precisi, gli stati possano migliorare la gestione delle grandi industrie della pesca per tutelare la condizione dei pescatori di sussistenza.

Diletta Tatonetti