Passeggiando per le strade storiche delle capitali europee costellate di sampietrini, se ne notano alcuni. Sono pietre come tante altre, ma ricoperte di ottone lucente, che si incontrano all’improvviso a Roma, in Germania, Austria, Ungheria, Olanda, Belgio, Repubblica Ceca, Norvegia, Ucraina. Chi passeggia distratto non ci fa caso, ma quel bagliore cattura l’attenzione e costringe il viandante a sostare li davanti.

Si è costretti a chinare il capo, ed ecco che si scoprono incise delle lettere: nome e cognome, età, data di deportazione e (quando nota) data di morte. Sono le “Stolpersteine”, le pietre d’inciampo per fare memoria delle vittime dell’odio razziale del nazifascimo. Col tempo sono diventate una vera e propria testimonianza artistica e visiva della tragedia della Shoah. A Roma sono 237, probabilmente un numero destinato ad aumentare. Le ultime in ordine di tempo sono state installate dall’artista tedesco Gunter Demnig tra i quartieri di Prati, San Giovanni, nella zona del ghetto tra Via Gallia, via Po, Via Cava Aurelia, Viale Giulio Cesare e via della Reginella proprio nel mese del Giorno della Memoria.

I sampietrini sono allo stesso livello degli altri, non si ergono al di sopra del manto stradale. L’inciampo non è fisico ma visivo e mentale: costringe i viandanti a interrogarsi su che cosa sia la diversità. I primi Stolpersteine vennero installati a Colonia nel 1995; da allora questa mappa della memoria europea si è estesa sino a includere oltre 50.000 pietre sparse in tutto il Vecchio Continente. Invitato per la prima volta in Italia nel 2010, Gunter Demnig ha consentito al nostro paese di entrare a far parte di questo circuito internazionale. Le piastrelle sono finanziate da sottoscrizioni private; il costo di ognuna, compresa l’installazione, è di 120 euro.

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Il progetto di Demnig risale al 1993, quando è invitato a Colonia per una installazione sulla deportazione di cittadini rom e sinti. Un’anziana signora è contraria. Questa, infatti, ritiene che a Colonia non avrebbero mai abitato rom. L’artista decide di spendere tutto il suo lavoro alla ricerca e alla testimonianza dell’esistenza di tutti i cittadini scomparsi a seguito delle persecuzioni naziste. Nell’elenco compaiono ebrei, politici, militari, rom, omosessuali, testimoni di Geova, disabili.

Ed ecco l’idea dell’metallo nobile sul sampietrino: un segno concreto ma discreto, per confermare che la memoria deve costituire una parte integrante della nostra vita quotidiana. Sceglie dunque il marciapiede adiacente la casa in cui hanno vissuto i deportati e vi installa altrettante “pietre d’inciampo”, sampietrini di dimensioni standard. Li distingue solo la superficie superiore perché coperta da una lastra di ottone lucente.

Fabio Beretta