L’istituto per la statistica dell’UNESCO (United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization) ha pubblicato pochi giorni fa il rapporto annuale sulla presenza femminile nella scienza: nel mondo, le donne rappresentano la minoranza dei ricercatori, cioè i “professionisti occupati nella concezione o creazione di nuove conoscenze, prodotti, processi metodi e sistemi, ed anche nella gestione dei suddetti progetti” come riporta lo studio.

A livello globale il 28.4% degli impiegati, sia a tempo pieno che part-time, nel settore scientifico è donna. La situazione è lontana dalla parità di genere: solo in cinque nazioni si è registrata una percentuale compresa fra il 45 e il 50%. Nel sud e nell’ovest dell’Asia troviamo la situazione meno egualitaria: le donne sono solo il 18.9% dei ricercatori totali. Un caso particolare è la Birmania, nell’Asia sudorientale: circa 9 ricercatori su 10 sono di sesso femminile.

In Europa, la media è molto al di sopra di quella globale, ma la situazione non è omogenea fra le varie nazioni. La Lettonia, indipendente dalla Russia dal 1991, si classifica al primo posto con il 52.8% di impiegate nel settore. Seguono poi la Lituania e il Montenegro con percentuali molto vicine al 50%. In coda si posizionano la Francia e il Lussemburgo, dove su tre ricercatori solo uno è di sesso femminile. L’Italia è al 28° posto della classifica europea con una media del 35.5%.

In generale, le donne tendono a lavorare nel settore accademico e governativo della scienza, mentre gli uomini in quello privato che offre salari migliori e maggiori opportunità di avanzamento. Ciò si verifica anche nei paesi con un’alta percentuale femminile impiegata nel settore. È il caso dell’Argentina, in cui metà dei ricercatori è donna, ma solo il 29% di queste lavora nel settore privato.

L’UNESCO richiama l’attenzione dei governi mondiali suggerendo un’azione politica ad ampio raggio, mirata a migliorare la situazione. Dai programmi scolastici agli aiuti per le donne in carriera con una famiglia a carico, le nazioni devono impegnarsi per far sì che i pregiudizi in ambito lavorativo vengano superati.

Gaia Di Federico