Tunisi, 18 marzo 2015. La vita nella capitale scorre tranquilla. I turisti affollano le spiagge e i poli archeologici delle antiche città romane. Una giornata come le altre, fino alle 12:30 circa, quando la follia del califfato irrompe nel Museo Nazionale del Bardo. Decine i feriti, 24 i morti. I proiettili dei miliziani non sono diretti solo ai visitatori delle sale, ma anche alle opere d’arte.

Ora, otto reperti sono in mostra ad Aquileia. Perchè un viaggio così lungo? Innanzi tutto, vuole essere una testimonianza da opporre alla cieca furia diretta a negare le radici del dialogo interculturale e interreligioso, poi per sottolineare i legami che caratterizzavano il nord Africa e l’alto Adriatico in età romana. Dove l’odio e le armi rischiano di minare e deturpare la storia dell’umanità, ecco l’impegno della civiltà moderna di custodire il patrimonio culturale di tutti.

Nel mettere in risalto l’importanza della mostra, il ministro dei Beni e delle attività culturali e del turismo, Dario Franceschini, sottolinea che l’obiettivo è di mantenere alta l’attenzione e la sensibilità verso il tema della distruzione di monumenti di eccezionale valore, eredità delle grandi civiltà del passato. Come scrive nella prefazione al catalogo della mostra il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, “L’esposizione è un gesto di amicizia e l’affermazione, convinta e forte, che solo attraverso la riproposizione dei valori della cultura e della storia comune, sarà possibile sconfiggere la cieca violenza e la barbarie di chi vorrebbe proporre infondati scontri di civiltà”.

E anche il Presidente della Repubblica Tunisina Béji Caïd Essebsi, sembra sottoscrivere le parole di Mattarella quando scrive: “Questo male del secolo chiamato terrorismo non ha patria. E’ solo una conseguenza della mondializzazione, nonché una delle sue più abiette espressioni. Dobbiamo essere uniti nel proteggere il nostro patrimonio comune e rendere il nostro mare Mediterraneo un anello di congiunzione e non un confine”.

Fabio Beretta

(Foto Google)