Le parole chiave del dialogo con il giornalista Piero Bianucci sono: ricerca, scienza e divulgazione. Fondatore della sezione “TuttoScienze” (storico inserto settimanale del quotidiano La Stampa), ha scritto numerosi testi di divulgazione scientifica. Il suo ultimo lavoro, “Vedere, guardare. Dal microscopio alle stelle, viaggio attraverso la luce”, è stato scritto per promuovere l’anno internazionale della luce promosso dall’ONU.

D- L’informazione scientifica, al giorno d’oggi, fatica ad entrare nella nostra quotidianità. Quali strategie possono essere messe in atto dai giornalisti per darle nuovo slancio e migliori prospettive?
R. Una prima strada può essere quella di passare attraverso lo storytelling di tecnologie che usiamo ogni giorno senza avere idea della scienza, anche di base, che c’è dietro. Penso ai led a luce bianca, che hanno avuto il Nobel nel 2014 e ora stanno incominciando a illuminare le nostre case e le città; al navigatore che abbiamo in auto, che funziona solo perché vengono calcolate due correzioni, una dovuta alla relatività speciale e una alla relatività generale di Einstein; al forno a microonde, che usa valvole Klystron nate per fare i radar; ai cellulari, che hanno all’origine la quantizzazione del segnale, etc. Scopriremo così che ci sono, nella scienza, tante cose sorprendenti e divertenti. In ogni caso, anche sulla notizia scientifica minore, raccontare come si è arrivati alla scoperta o all’invenzione, insomma, raccontare una “storia” è sempre qualcosa che funziona. L’ho fatto anche nel mio libro “Le Macchine Invisibili – Scienza e tecnologia in tre camere e cucina” (Longanesi) e ha funzionato abbastanza bene. Poi c’è la scuola, che può fare molto, ci sono le mostre scientifiche, specie quelle interattive, dove il visitatore fa esperimenti con le sue mani, ci sono i musei, la tv con i suoi canali tematici.

D- Il 2015 è stato dichiarato Anno Internazionale della Luce. Quanto sono importanti questi eventi e come influiscono sulla divulgazione scientifica?
R. Queste iniziative dell’Unesco sono importanti per attirare l’attenzione su scienza, tecnologia e ricerca. La luce poi è un magnifico tema, trasversale a tutte le discipline: biologia (fotosintesi), fisica classica e quantistica, chimica, astronomia, psicologia, neuroscienze, innumerevoli tecnologie. Ho dedicato alla luce il mio ultimo libro “Vedere, guardare. Dal microscopio alle stelle” (UTET) e mi sono fermato a fatica dopo 350 pagine, tante erano le cose da dire, tutte attraenti. Gli eventi organizzati per l’Anno della Luce sono stati molte migliaia nel mondo, centinaia in Italia. Ad alcuni ho partecipato, e hanno sempre avuto successo. Il più bello è stato per me “Bologna s’illumina”, una settimana di eventi con decine di scienziati, l’astronauta Paolo Guidoni, il cantante Roberto Vecchioni, laboratori per tutte le età all’Opificio Golinelli.

D. Secondo lei, come si racconta una rivoluzione scientifica? L’umanità è pronta alla scoperta di una Teoria del Tutto?
R. Si racconta facendo vedere che non ci sono vere rivoluzioni, ma transizioni più o meno rapide. L’idea di Khun che esista una scienza “normale” per lunghi periodi intervallati da rivoluzioni puntiformi non regge alla prova della storia. La rivoluzione copernicana ha richiesto più di due secoli, la relatività di Einstein affonda le radici in Maxwell, Boltzmann, Poincaré, Michelson e altri. Quanto alla Teoria del Tutto, è lontana e scienziati illustri dubitano che ci si possa arrivare. Come si può pensare che finisca la conoscenza? Stringhe, brane etc sono cose interessanti ma chi ci dice che, se anche tutto quadrasse, non può esistere una teoria più generale? Il teorema di incompletezza di Goedel non è anche una bella lezione sui limiti delle generalizzazioni?

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D. Quale storia legata all’astronomia ha raccontato con più piacere nella sua carriera?
R. La vita di Keplero è meravigliosa, quelle di Galileo e Newton anche, pur nella loro profonda diversità: la storia più bella è l’intreccio scientifico di queste tre vite. Tre personalità diversissime, con tutte le virtù e i vizi umani.

D. Che rapporto c’è tra scienziati e giornalisti? Il mondo della ricerca ha “paura” dei media?
R. C’è giornalista e giornalista , scienziato e scienziato. Certi scienziati non solo non hanno paura dei media ma li cercano per esibirsi, e di solito non sono i migliori.

D. Secondo lei quale immagine/personaggio nella storia della scienza merita di essere riscoperta, approfondita e rivalutata?
R. Voterei per Robert Hooke, sempre ingiustamente oscurato da Newton. Era geniale, amante della buona tavola e della bottiglia, creativo, gran lavoratore, bricoleur, per niente accademico, litigioso quando ce n’era motivo. Anche Edmond Halley meriterebbe più attenzione, come scienziato e come amante del gentil sesso.

D. In un nostro articolo abbiamo raccontato la realtà della ricerca scientifica in Italia attraverso i dati del rapporto ONU sulla scienza. I dati non sono positivi, soprattutto per quanto riguarda i finanziamenti. Come si può sensibilizzare l’opinione pubblica su questa realtà?
R. I finanziamenti alla scienza li decidono i politici e i tempi di questi due mondi sono diversi: la ricerca non può avere l’orizzonte temporale dei 2-3 anni tra una votazione e l’altra. In Italia siamo al 1,2% del PIL, dovremmo riuscire ad arrivare almeno al 2-3%. Una opinione pubblica colta, informata, razionale potrebbe scegliere i politici giusti. Ma bisogna ancora formarla, come risulta dalla prima domanda a cui ho cercato di rispondere. Auguro a questo blog ogni successo, ricordando che il metodo scientifico è anche una grande scuola di democrazia, e quindi di rispetto reciproco, contro i fondamentalismi di ogni tipo: religioso, ideologico, nazionalistico, etnico e così via. Se posso dare un consiglio, però, parliamo solo di cose che conosciamo almeno un poco, e facciamolo sempre non per aver ragione ma per capire.

Redazione “Tra Scienza & Coscienza”

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