Pubblicato il rapporto 2015 sulla libertà dei cittadini nel web. I dati sono tutt’altro che positivi

Tutti noi, in un modo o nell’altro, usiamo internet tutti i giorni. Ci muoviamo liberamente nella rete alla ricerca di informazioni, notizie, svago. Ma siamo sicuri che ogni cittadino di questo mondo può navigare in libertà? Pochi giorni fa è stato rilasciato il rapporto 2015 sulla libertà nel web da parte dell’Associazione Democratica Americana “Freedom House”, attiva in tutto il mondo da 75 anni a difesa dei diritti umani, e a supporto di azioni concrete a favore della libertà di ogni singolo individuo. Il rapporto “Freedom on the net 2015” è un’analisi dettagliata del livello di azione degli utenti della rete in 65 paesi del mondo, fra i quali Cina, Stati Uniti, Siria, Islanda e Italia. Per il quinto anno consecutivo, il rapporto ha registrato una diminuzione significativa della libertà nel web.

E’ stato registrato l’aumento della censura governativa in molti Paesi, specialmente in Asia e nel Medio-Oriente, affiancata da una maggior richiesta di eliminare dal web contenuti ritenuti offensivi da parte degli organi governativi. Inoltre, le autorità statali hanno anche imprigionato un maggior numero di blogger a causa delle loro pubblicazioni online. Nei paesi arabi poi, i gruppi terroristici hanno ucciso numerosi utenti e giornalisti a causa delle loro affermazioni anti-terroristiche.

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La violazione di libertà più frequente è la censura, che il più delle volte mira ad eliminare critiche contro le autorità, blasfemie, idee opposte politicamente e tematiche LGBT (Lesbian, Gay, ecc.). Seguono poi il blocco, o il filtro, dell’informazioni e la pressione ad eliminare i contenuti ritenuti inappropriati. Inoltre, emerge che, fra i 3 milioni di persone che hanno accesso ad internet in tutto il mondo: il 61% vive in un Paese in cui si pratica la censura; il 47% in un Paese in cui pubblicare oggetti di satira può portare alla censura oppure alla prigione; il 38% in un Paese dove i social media o le applicazioni di messaggistica sono state bloccate lo scorso anno; il 34% in un Paese che ha vietato l’accesso ad internet tra il 2014 e il 2015.

La Cina si conferma la nazione in cui la libertà nella rete è minore, seguita da Siria, Iran ed Etiopia. Al contrario, fra gli stati che garantiscono la libertà in web, troviamo Islanda, Estonia e Canada. Tutti i Paesi del vecchio continente, inclusi nel sondaggio, si trovano nella fascia verde, cioè quella che include gli “stati liberi”. L’Italia si classifica in ottava posizione, subito dopo Usa e Giappone. Nel nostro Paese, la situazione è positiva. Ad avere accesso ad internet è circa il 62% della popolazione totale. Una percentuale elevata rispetto alla media mondiale, in aumento dal 2009. Non si sono registrati casi di arresto di utenti oppure di censura da parte dello Stato italiano. Fra gli aspetti positivi registrati nel 2015, ricordiamo anche l’approvazione di una legge anti-terroristica che combatte l’arruolamento di nuove forze attraverso la rete, e l’incitamento al terrorismo.

Se l’Italia è stata promossa,  lo stesso non si può dire delle altre nazioni esaminate. Tuttavia, come si afferma nella conclusione del rapporto, “la lotta globale per la libertà in rete ha portato, lo scorso anno a raggiungere diversi obiettivi positivi, facendo aumentare la possibilità di maggiori miglioramenti in futuro”. Qui il link del rapporto: Freedom on the net 2015.

Gaia Di Federico